Achille Perilli

Achille Perilli nasce a Roma nel 1927. Si iscrive alla facoltà di Lettere nel 1945, senza mai laurearsi, con una tesi sul pittore Giorgio De Chirico.

Fu fra i fondatori del “Gruppo Forma 1” a Roma nel 1947 insieme a Carla Accardi, Mino Guerrini, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Ugo Attardi, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato. Il gruppo, di ispirazione marxista, sosteneva un’arte basata sulla ‘forma’ basilare, in un tentativo di conciliazione fra i due linguaggi pittorici in voga in quel periodo: astrattismo e realismo. Di fatto si propone un’arte in cui la percezione/intuizione dell’artista rispetto alla realtà viene trasposta in modo oggettivo e concreto senza pretese simboliste e/o prettamente astratto-formali.

Partecipa a “Forma 2” contribuendo alla realizzazione e pubblicazione del volume “Omaggio a W. Kandinskij” per le edizioni Age d’Or e col supporto di Nina Kandinskij, frequentata anni prima a Parigi. Assieme a lui collaborarono Capogrossi, Dorazio, Guerrini e Prampolini.

La rivista aveva come missione principale la diffusione e divulgazione dell’arte concreta europea a Roma. Si apriva con il famoso testo di Kandinskij “Valore di un’opera concreta”, tradotto da Prampolini: “Diffidate della pura ragione in arte, e non cercate di capire l’arte seguendo il cammino pericoloso della logica. L’arte è il campo dell’irrazionale, il solo campo dell’irrazionale che rimanga agli uomini in un mondo schiacciato dal regno della ragione”.

Il gruppo entra in contatto poco dopo con la baronessa Hilla Rebay, direttrice all’epoca di quello che diventerà la Guggenheim Foundation; presto i membri ottengono un incarico come borsisti per la loro attività di pittori e la corrispondenza dall’Italia. La Rebay aveva convinto Salomon Guggenheim, di cui era amica e consulente, a dar vita ad un museo di arte astratta, che amava, e aveva raccolto opere di Kandinskij (con il quale probabilmente aveva avuto un qualche rapporto sentimentale), Picasso, Chagal, Léger.

Perilli intanto, insieme a Piero Dorazio e Mino Guerrini, fonda la bottega/libreria dell’Age d’Or dal nome ispirato all’anticlericalissimo film di Buñuel. Qui proponevano le loro opere e grafiche, allestivano e collaboravano a mostre e riviste internazionali, ma anche per esempio all’allestimento di eventi quali la decorazione del palcoscenico ai primi concerti Jazz di band americane che si tenevano al Cinema Splendore in via del Tritone Roma. Nella piccola libreria esposero fra gli altri Carla Accardi e Antonio Sanfilippo.

Nel 1948 Achille Perilli aderisce al M.A.C. Movimento Arte Concreta, in netta opposizione al neorealismo dominante, insieme ad Atanasio Soldati, Bruno Munari e Gillo Dorfles.

Nel 1951 l’Age d’Or organizza la mostra “Arte Astratta e Concreta in Italia” alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Nello stesso anno Perilli dà vita alla “Fondazione Origine” con Ballocco, Burri, Capogrossi e Colla. Su richiesta di Lucio Fontana, Perilli realizza le pitture murali per la sede della Triennale di Milano.

Nella pittura di Achille Perilli dei primi anni ’50 la figura geometrica non è considerata pura forma genitrice di uno spazio irreale, ma immagine con un suo proprio spessore spaziale e luministico, ma non solo. Il processo che Perilli e gli altri componenti del gruppo Forma 1 mettono in atto all’inizio risulta piuttosto in una sintesi e semplificazione della percezione del reale; come ebbe a dire nel 1947 descrivendo l’esperienza di Forma 1: “nel nostro lavoro adoperiamo le forme della realtà oggettiva come mezzi per giungere a forme astratte oggettive”.

Presto però questa semplificazione non basta e tutti i componenti del gruppo, trascinati in un certo modo anche dalle esperienze d’oltralpe, sentono il bisogno di una maggiore apertura ad una espressione personale che sia armonica alla realtà: “sotto il fondo bianco di Mondrian si muovono altri spazi e altre forme, così come dietro le forme di Kandinskij e di Magnelli sono infiniti spazi e infinite forme. Cerchiamo di definirli. Vogliamo raggiungere la sintesi concreta”.

Lo stile di Achille Perilli risente quindi sì dell’influsso dell’astrattismo europeo ma viene presto coniugato in modo personale. Non è immune infatti dagli influssi di alcune esperienze quali quelle di Pollock, visto a Venezia nei primi anni ’50, o di Matta sempre in quegli anni a Roma. Da Pollock impara per esempio l’impiego della tecnica del dripping, congeniale nella sua pittura a marcare lo spazio con un richiamo del segno all’energia e alla materia (si veda “Sincreto uno di grande spazio” del 1951); di Matta si riconosce l’impronta surreale e incisiva del tratto insieme ad una certa figuralità primitiva, zoomorfa e antropomorfa ricorrente in moltissime opere degli anni ’50.

Forte impulso a quella che sarà poi negli anni la cifra distintiva della pittura di Achille Perilli è la sintesi proposta in primis da Paul Klee per il quale “forma e concezione del mondo debbono fondersi insieme”. In Klee la scomposizione e semplificazione delle forme infatti non prescindono mai né dallo spazio né dall’uomo, per cui queste divengono sogni, immaginazioni, che possibilmente si faranno reale, frutto dell’espressione più alta dell’intelligenza: l’intuizione. Ed è proprio questa tensione ad arrivare ad una sintesi intuita del tutto ben rappresenta il messaggio di tutta la produzione artistica di Achille Perilli.