Emilio Scanavino

Astrattista informale, Emilio Scanavino è stato pittore e scultore. Dopo un esordio nell’arte figurativa e poi nel postcubismo, dagli anni ’50 elabora un linguaggio personale basato sul nodo, le tessiture e le cuciture.

Emilio Scanavino nasce a Genova nel 1922 dove seguí studi artistici per poi iscriversi nel 1942 alla Facoltà di Architettura di Milano. Nel 1943 viene chiamato alle armi e deve abbandonare gli studi.

Al 1947 risale la sua prima esperienza parigina che orienterà la sua prima produzione artistica nel segno del postcubismo, interpretato comunque fin da subito in chiave personale (si veda a questo proposito l’opera “Senza titolo” del 1952). A Parigi conosce e frequenta artisti e poeti quali Edouard Jaguer, Wols e Camille Bryen.

Già nel 1950 espone alla XXV Biennale di Venezia.

In seguito vive per qualche tempo anche a Londra (nel 1951 tiene una mostra personale alla Apollinaire Gallery) venendo in contatto con artisti del calibro di Francis Bacon, Philip Martin, Eduardo Paolozzi e Graham Sutherland. In particolare le opere di Bacon scatenano in Scanavino una forte impressione.

Tornato in Italia lavora presso le ceramiche Mazzotti ad Albissola Marina. Qui frequenta la ‘colonia’ di artisti che orbitava attorno alla fabbrica: Lucio Fontana, Enrico Baj, Sergio Dangelo, Roberto Crippa, Giuseppe Capogrossi, Wifredo Lam, Gianni Dova, solo per citarne alcuni.

Nei primi anni cinquanta la pittura di Scanavino risente della ricerca del Movimento Spaziale interpretata nel senso di una spazialità interiorizzata e coscienziale che in alcuni aspetti richiama memorie di un espressionismo e lirismo astratto di matrice europea.

Ruota quindi attorno alla Galleria del Naviglio, ‘quartier generale’ degli spazialisti, ma non aderisce mai ufficialmente al movimento, anche se il suo nome sarà inserito nel volume di Giampiero Giani “Spazialismo: origini e sviluppi di una tendenza artistica”, pubblicato nel 1956.

Nel corso degli anni cinquanta peró Scanavino viene elaborando un linguaggio del tutto personale la cui caratteristica principale è la formulazione ancora in nuce e inconscia di un segno frutto di pura gestualità. Si tratta di presenze e apparizioni che sembrano più sgorgare dalla tela che graffiarla come succederà in seguito, quando il linguaggio si sarà ben formato.

La morfologia delle linee e delle forme sembra ancora risentire degli stilemi del movimento spaziale e nucleare ma presenta una forte originalità. Le figure sembrano emergere da uno spazio liquido, rarefatto e slavato, ottenuto con colori tenui, senza saturazione, animate da bagliori improvvisi. Si vedano a titolo di esempio “Il mare in Liguria” del 1955, “Presenza” del 1956 e ancora “Immagini” del 1958.

Scrive descrivendo la sua pittura di questi anni Scanavino: “il nero è la notte che eguaglia le cose e riduce tutto a una parata di ombre. Io sono il pittore di queste ombre” e ancora: “ogni segno nuovo nella mia pittura rappresenta una tappa nella mia vita, una conquista faticosamente raggiunta”.

Espone nuovamente alla Biennale di Venezia (XXVII edizione) nel 1954 e nel 1958 con una sala personale.

Nel 1955 vince il Premio Graziano. Conosce Peppino Palazzoli della Galleria Blu, che lo motiva e lo interessa alle contemporanee ricerche dell’informale europeo. Infatti fra il 1956 ed il 1958 alterna viaggi e soggiorni fra Parigi e Londra.

Nel 1958 Scanavino si trasferisce a Milano e qui stringe i rapporti con gli artisti milanesi, conosciuti fin dai primi anni ’50 ad Albisola, e con l’importante gallerista Carlo Cardazzo che lo sosterrà fino al 1963, anno della morte. La morte dell’amico sembra fra l’altro avere una ripercussione nella pittura stessa di Scanavino che sei fa più cupa e arrabbiata.

Ancora nel 1958 è alla XXIX Biennale di Venezia. Vince il Premio Prampolini e il X Premio Lissone. Nel 1960 ha una sala personale alla XXX Biennale di Venezia. Si susseguono altri premi: il Premio Spoleto, il Premio Sassari, il Premio Valsesia e il Premio Lignano.

Dal 1960 sulla tela cominciano a fare la loro apparizioni grovigli, filamenti, tessiture, nodi, legature. Sembrano graffi, ragnatele, segni lasciati impressi in modo casuale da animali, concentrati in alcune zone dell’opera come se vi fosse o fosse stata esercitata una pressione, uno sfondamento oppure fosse stata tentata una ricucitura che a volte è abbondante e sicura, altre instabile ed incerta. Un’opera di riferimento del 1960 è “Immediatamente prima”, esposta all’VIII Premio Nazionale di pittura Città di Gallarate nel 1966, e premiata dalla giuria: adesso al MAGA – Museo di Arte Moderna di Gallarate.

Il linguaggio segnico di Scanavino nei primi anni sessanta arriva dunque a una definizione. E se sembra originarsi da una pulsione interiore non trascende comunque mai l’esperienza quotidiana, il mondo naturale, l’oggettualità (partecipa in questi anni alla rassegna “Possibilità di Relazione” e alle due edizioni di “Alternative Attuali” nelle quali il critico d’arte Crispolti formalizza la situazione del periodo in termini di “superamento dell’informale”). Il materiale, animato o inanimato, pare impersonare delle forze vive, che nascono dall’interno, che rendono l’artista e lo spettatore un unicum con il mondo. Pensieri, realtà, sofferenza, azione sono nelle opere di Scanavino di questi anni e dopo la tessitura della nostra stessa esistenza, a volte strappata, altre ricucita.

Nel 1966 ha di nuovo una sala personale alla XXXIII Biennale di Venezia, dove vince il “Premio Pininfarina”.

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