Asta Capitolium Art n. 221 – 18 Luglio 2017 – Brescia, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 221 della Casa d’Aste Capitolium Art di Brescia si terrà il giorno 18 luglio, ore 18.00 in sessione unica (lotti 1-103). La TopTen di SenzaRiserva.

Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – da capitoliumart.it
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145x130, 1965
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Un’opera di uno dei più noti artisti croati della seconda metà del secolo scorso Zlatko Prica al lotto n. 11 “Estate”: olio su tela di notevoli misure (145×130) datato 1965.

Nato a Pécs nel 1916 in Croazia, Prica si diploma all’Accademia di Belle Arti di Zagabria nel 1940. Del 1941 è la prima personale presso il locale Padiglione d’Arte. Durante la II guerra mondiale Prica fu internato a Danzica, esperienza che lo segnò profondamente come uomo e come artista.

Le opere di Prica fino alla metà degli anni ’50 hanno una matrice prettamente figurativa. Fin da subito però emerge come il colore sarà il protagonista di tutto il percorso artistico del pittore croato. Memore della lezione post impressionista, Prica disegna con grande forza espressionista figure e scene dai colori fauves articolandole in contrasti carichi di tensione dinamica.

All’inizio degli anni ’50 l’artista croato viaggia in India rimanendo affascinato dalla cultura e dalla tradizione della locale pittura e scultura (si dice sia stato folgorato dagli affreschi rupestri di Ellora e Ajanta). È in questi anni che le forme si semplificano e l’azione pittorica di Prica si fa più libera attraverso un ‘primitivismo’ comunicativo vicino alle esperienze dell’action painting.

Il segno diviene funzionale al colore mentre le composizioni presentano come soggetti la rappresentazione e l’espressione sintetica di forze e ‘paesaggi’ naturali. Pittura che negli anni ’60 si fa quasi astratta e, se ha come motivo sempre un’ispirazione naturalistica (le stagioni, la natura, le fioriture), non rimane però più imbrigliata nelle geometrie, nei rapporti e nei contorni di una resa realistica.

Grafemi e ortogonalità sembrano inscenare una lotta gioiosa dove il colore governa le mille sfaccettature dell’energia vitale. Stima: 14.000€/18.000€.

Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – da capitoliumart.it
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70x70, 1968-1970
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Il dinamismo cromatico delle forme e l’instabilità percettiva degli elementi della composizione sono alla base del celebre ciclo di Bruno Munari “Negativo-positivo” (lotto n. 18).

L’incertezza infatti generata nelle forme dall’accostamento di colori dominanti e/o complementari fa in modo di provocare nello spettatore la sensazione di piani che aggettano dalla superficie oppure si ritirano a seconda della direzione dello sguardo dello spettatore e della durata dell’osservazione.

Si tratta di opere innovative che vanno oltre il concretismo, di cui Munari è uno dei padri nel 1950 nel contesto del M.A.C. Movimento Arte Concreta. Infatti non solo l’artista milanese anticipa di più di un decennio tematiche che saranno dell’optical art, ma indaga anche dinamiche spazio-temporali attraverso movimenti percettivi che occupano intervalli di durata e allo stesso tempo superfici e forme che svolgono la composizione sull’asse della profondità. Tanto che l’artista stesso apre in alcuni esemplari del ciclo “Negativo-positivo” alla dialettica integrativa fra la bidimensionalità della tela e la parete su cui è appesa l’opera.

“Un effetto simile […] si ha nella comune scacchiera per il gioco degli scacchi: è difficile stabilire se si tratta di una superficie bianca coperta in parte da quadrati neri e viceversa. Ogni volta che tentiamo di fissare una situazione, questa si capovolge immediatamente nell’altra.

Naturalmente la scacchiera non ha interessi di carattere estetico poiché la quantità di nero e bianco sono equivalenti. Nei negativi-positivi invece l’autore cerca di creare anche un interesse estetico dato da sproporzioni quantitative di spazio e colore” scrive Bruno Munari in “Codice ovvio”, Einaudi, 1971. Stima: 14.000€/18.000€.

Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – da capitoliumart.it
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50x100, 1950
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Le “Spirali” di Roberto Crippa sono fra le opere dell’arte astratta e dello spazialismo italiano più immeritatamente bistrattate dal mercato dell’arte nazionale ed internazionale.

Appena uscito dall’Accademia di Brera Crippa fu alla Biennale di Venezia proprio nel 1950, anno in cui firma con Lucio Fontana il “Manifesto dello Spazialismo”. Nel 1951 sarà di nuovo fra i firmatari del “Manifesto dell’Arte Spaziale”.

Un’opera come questa in asta al lotto n. 31 rappresenta al meglio le idee e gli stimoli culturali sottesi a quell'”affondo spaziale” (come ben definito da Luciano Caramel) che Crippa compie, con le “spirali”, sul limite estremo degli anni ’40.

Siamo infatti nella milano post-boccioniana e industriale del dopoguerra, fervente delle nuove idee di rinnovamento del linguaggio picassiano anche attraverso una maggiore aderenza alle innovazioni scientifiche e al razionalismo di stampo costruttivista (si ricordi l’esperienza del M.A.C. Movimento Arte Concreta, 1950).

Le spirali bianche su fondo nero di Crippa sono infondo l’espressione di una presa di possesso dello spazio, non solamente mentale, ma anche fisico. Sono la trasposizione ideale di un gesto vitalistico e controllato, lampi di luci al neon artificiale che indagano l’ignoto.

Si pensi alla vicinanza con sperimentazioni che Lucio Fontana conduce negli stessi anni con cartapesta, sostanze fluorescenti e lampada di Wood o alla celebre ambientazione spaziale realizzata nel 1951 alla IX Triennale di Milano: una “Struttura al neon” progettata per gli architetti Marcello Grisotti e Luciano Baldessari, sospesa al soffitto nella sede della Triennale di Milano, sicuramente ispirata dalle spirali di Crippa, che supera in un attimo la divisione netta fra architettura, scultura e pittura nel segno di un’arte totale. Stima: 10.000€/14.000€.

Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – da capitoliumart.it
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60x60, 1960
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Nato a Pistoia nel 1911 Agenore Fabbri qui frequenta la Scuola di Arti e Mestieri per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. A Firenze l’artista partecipa al fervente ambiente culturale che ruota attorno al Caffè Giubbe Rosse dove conosce Eugenio Montale e Ottone Rosai.

Fabbri si distingue negli anni ’30 come scultore con opere che hanno per soggetto figure umane e animali catturate con fortissima carica espressionista in situazioni di lotta, nella contrazione di arti e muscoli.

A metà del decennio Fabbri è attivo anche ad Albisola dove si trasferirà dedicandosi alla ceramica, mezzo particolarmente amato per la possibilità di un contatto diretto e non mediato con la materia.

Dopo la guerra l’artista pistoiese fu uno dei massimi protagonisti dell’informale sia in scultura che in pittura. I materiali preferiti divengono il bronzo e il legno, quest’ultimo impiegato qui al lotto n. 33 “Senza titolo”. Si tratta di una rappresentativa opera del 1960 in cui Fabbri lacera il materiale in bicromia (rosso e nero) accentuando la carica gestuale e metaforica nel segno di una violenza memore dell’esperienza bellica che l’artista assurge a condizione esistenziale.

Da ricordare che nel 1952 e proprio nel 1960 la Biennale di Venezia gli dedica una sala personale. Stima: 10.000€/44.000€.

Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – da capitoliumart.it
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80x100, 1985
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

“Per contenuto nelle mie opere intendo l’idea, cioè la vita, la vita generale anche economica; tutto è vita come tutto è movimento. Il tendere alla spiritualizzazione di una linea è un’aspirazione interiore. Mia idea è far vivere contemporaneamente ogni cosa in armonia, in un tempo ed in uno spazio indeterminato. Contenuto mistico se vogliamo, in quanto tendo ad una comunione universale, ad una fusione ed ad un annullamento di una realtà impura” scrive un precocissimo Emilio Scanavino (nato a Genova nel 1922) in Pittori d’avanguardia a Genova, in “Numero. Arte e letteratura”, a. III, n.1, Firenze, 31 gennaio 1951.

E in questa affermazione c’è già tutta l’arte che verrà di Scanavino, fino al 1986, l’anno della morte, preceduto dalla stagione dei grandi “Alfabeti senza fine” (lotto n. 36). Perché la definizione corretta per l’arte dell’artista ligure non è astrattismo, informale, spazialismo, nuclearismo, tachismo, arte segnica; o meglio non può essere compendiata in nessuna di queste definizioni se non allo stesso tempo utilizzandole tutte.

In Scanavino c’è un linguaggio originalissimo che non si riduce alla cupezza dell’amato Wols né alla forza deformante di Bacon e nemmeno alle esperienze degli artisti della Galleria del Naviglio, cui pure l’artista fu assi vicino all’inizio degli anni ’50 per quella indagine di uno spazio al confine fra realtà e coscienza.

Scanavino infatti a un certo punto pesca in questa nebulosa coscienza, fa un salto nel vuoto ed ha una rivelazione. Scanavino cattura istantanee, attimi di verità assoluti e sempre veri, sbircia oltre il velo facendo drammatica e sentita esperienza del sangue vivo che ci scorre sotto: il linguaggio disarticolato, crudele, gutturale, mummificato e infallibile dell’esistenza. Stima: 26.000€/34.000€.

Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – da capitoliumart.it
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100x70, 1978
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera assai ricca iconograficamente questa al lotto n. 48 “Eva” di Tano Festa. Si tratta di una delle tipiche scene rielaborate dal Michelangelo della Cappella Sistina di cui l’artista romano della Scuola di Piazza del Popolo decontestualizza la figurazione facendola propria in senso concettuale.

Tutto in quest’opera contribuisce ad un nuovo senso che unisce in chiave pop il ‘ricalco’ degli elementi iconografici del “Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” del grande artista fiorentino a stilemi tipici di Festa: le nuvole quale richiamo alla trascendenza metafisica, i riquadri optical che rimandano alle celebri finestre, combinate metaforicamente in ordine ascensionale quasi ad aprire ad uno spazio non solo orizzontale ma anche verticale in piani sempre più astratti; infine i ‘pallini’ vuoti e pieni, derivati da Arnheim, che marcano la scansione temporale della percezione.

Su tutto il colore rosso peccato che in quest’opera calza a pennello andando a far vibrare sedimentazioni subliminali ivi lasciate dalla nostra cultura rinascimentale e cristiana. Stima: 6.000€/8.000€.

Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – da capitoliumart.it
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50x50, 1976
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Brianzolo classe 1935 Agostino Bonalumi si inserì giovanissimo nell’avanguardia artistica degli anni ’50 a Milano con Lucio Fontana, Enrico Baj, Piero Manzoni ed Enrico Castellani (gruppo che dette vita nel 1959 alla rivista Azimuth).

Alla base del lavoro di questi artisti c’era essenzialmente un’esigenza: dimostrare che il linguaggio artistico era ancora capace di suggerire, anzi individuare, delle possibilità; che la conoscenza e la manipolazione della materia e degli elementi può condurre ad una scoperta.

L’estroflessione della tela, insieme ad un lavoro sulla monocromia e gli effetti di luce sui volumi, sono i mezzi attraverso i quali due di questi artisti (Castellani e Bonalumi) riuscirono a sviluppare tali presupposti concettuali.

“[…] Da qualunque parte si vogliano prendere, le opere di Bonalumi risultano comunque, fisicamente e concettualmente, espressione di una dialettica, di un equilibrio, sempre suscettibile di produrre nuove variazioni: l’equilibrio imperfetto, per esempio, fra rigore geometrico e deviazione dalla stessa norma geometrica che ispira i primi, straordinari, cicli degli anni Sessanta; la dialettica fra l’interesse verso soluzioni formali quasi optical e il rigore con cui l’oggettualizzazione dell’opera viene perseguita, al di qua di qualunque ricerca dell’effetto; la dialettica fra contenimento nei limiti fisici dell’opera e l’apertura verso l’ambiente; la dialettica, infine, fra definizione e provvisorietà, sostenuta da un’idea dell’opera come embrione di forma, come qualcosa di sospeso, qualcosa che sta per essere” (dal catalogo della mostra “Agostino Bonalumi. Colori nello Spazio”, Novembre 2005 presso Lattuada Studio a cura di Flavio Lattuada con testo di Martina Corgnati). Stima: 40.000€/60.000€.

Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – da capitoliumart.it
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150x130, 2005
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera di qualità e buone dimensioni di Davide Nido al lotto n. 78 “Impressionista impressionato”.

Dopo gli studi con Luciano Fabro all’Accademia di Belle Arti di Brera, Nido diviene assistente di Aldo Mondino. Proprio dall’eclettico artista torinese Nido eredita la passione per i materiali concentrando tutta la sua attività artistica sull’uso di colle siliconiche applicate a caldo attraverso l’uso di una pistola termofusibile.

Una combinazione di arte optical e colori pop contraddistingue il linguaggio di Nido che è irriducibile ad una corrente artistica.

La ripetizione di simboli geometrici elementari, il contrasto dei colori complementari, le differenze di dimensione degli elementi e lo sfalsamento dei piani ritmici messo in atto dall’artista di Senago (classe 1966) contribuiscono assieme alla creazione di una continua interferenza percettiva. Questa assume, proprio attraverso lo sbilanciamento del colore, un andamento più caotico che controllato, generando una tensione continua fra percezione di una razionalità e impossibilità di contenimento.

“Una finestra che guarda l’universo” ha definito Nido le proprie opere che non sono altro che scoperta derivante dal lavoro sulla varietà, alchimia sull’infinita combinazione delle particelle elementari della materia. “Coriandoli” e “Tutto” sono fra l’altro titoli significativi di due dei più importanti cicli pittorici dell’artista. Stima: 10.000€/14.000€.

Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – da capitoliumart.it
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70x50, 42/60, 1970
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Michelangelo Pistoletto nasce a Biella nel 1933. Si forma inizialmente nello studio del padre, pittore e restauratore. Frequenta poi la scuola di grafica pubblicitaria diretta da Armando Testa.

La prima personale di Pistoletto è alla Galleria Galatea di Torino nel 1960. Qui l’artista presenta le prime ricerche sull’autoritratto che fin da subito si pongono al centro di un lavoro che conduce l’artista a riflettere, quasi in modo esistenziale, sul nostro essere hic et nunc.

Riflessione che porta Pistoletto, già nel 1962, all’ideazione dei primi “Quadri Specchianti” realizzati come riporti fotografici su carta velina applicata su lastre di acciaio inox lucidate a specchio (lotto n. 83 “Il telefono”).

Sono queste opere che aprono le porte del successo internazionale all’artista biellese. In questi anni espone alla Galleria Sonnabend di Parigi (1964), al Walker Art Center di Minneapolis (1966), al Palais des Beaux Arts di Bruxelles (1967), al Boijmans van Beuningen Museum di Rotterdam (1969).

Sono anche opere rappresentative dell’arte povera, nella definizione di Germano Celant del 1968 coniata nell’introduzione alla celebre mostra omonima presso la Galleria de’ Foscherari: “Se noi ‘recitiamo’, Pistoletto (e con lui Pascali, Kouneilis, Paolini, Merz, Anselmo, Zorio, Piacentino, Prini, Boetti, Fabro) non recita. Se il vivere ha lasciato il comando al vedere, Pistoletto inizia, con gli specchi, a ricostruire fenomenologicamente chi siamo e come siamo.

La realtà entra nello specchio ed è la prima tappa per un rapporto globale tra arte e vita. Pistoletto non gioca ad essere qualcuno, trovato un ‘mestiere’ non vi si affonda, non crede nell’autonomia della sua parte, il suo esserci (la presentazione dell’immagine fissa nello specchio) deve immediatamente dialogare con la vita (l’immagine riflessa). Con la stratificazione tra le due immagini ‘rappresenta’ l’osmosi tra arte e vita. Ma non gli interessa neppure rappresentare, non vuole continuare a recitare, in tutti i modi intende vivere nel presente, preferisce così vivere nel ‘vuoto’ esistente tra arte e vita”. Stima: 18.000€/24.000€.

Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – da capitoliumart.it
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50x46, 1962
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Carmelo Cappello, nato a Ragusa nel 1912, frequentò i corsi di Marino Marini all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Monza negli anni ’30. Nel 1937 debutta come scultore alla Galleria Bragaglia di Roma. Nel 1940 è già alla sua prima Biennale di Venezia.

Dopo un primo periodo di ispirazione figurativa Cappello inaugura negli anni ’50 (i primi abbozzati accenni nelle grandi sculture in alluminio “L’uomo nello spazio” e la successiva scultura “Acrobati” del 1955 esposta  alla Triennale di Milano) un personale linguaggio scultoreo astratto caratterizzato da linee curvilinee e volumi, come qui al lotto n. 97 “Senza titolo”, in una ricerca di armonie ed equilibri spaziali bidimensionali.

Una scultura quella dell’artista ragusano che risente dell’influenza del costruttivismo russo di Tatlin ed in seguito delle ricerche di compenetrazione spaziale che vanno da Brancusi ad Anton Pevsner. Cappello rielabora queste esperienze in un linguaggio originale che integra arabeschi di ispirazione industriale e ‘macchinistica’ nella realtà stessa che entra a pieno titolo a far parte dell’opera alla ricerca di una sintesi, poi riuscitissima, fra arte e natura.

Carmelo Cappello ha esposto alla Biennale di Venezia nel 1940, 1948, 1950, 1952, 1954 e 1958; alla Triennale di Milano nel 1951, 1954 e 1957 ed alla Quadriennale di Roma nel 1933, 1943, 1947, 1955, 1965, 1973 e 1986. Stima: 6.000€/8.000€.

Asta Finarte – 30 Maggio 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Finarte si terrà il prossimo 30 maggio 2017 a Milano presso il palazzo della Permanente. La TopTen di SenzaRiserva.

Enzo Cucchi, Processo, olio su tela, 50×66.5, 2004 – Lotto n. 12 – da finarte.it
Enzo Cucchi, Processo, olio su tela, 50x66.5, 2004
Enzo Cucchi, Processo, olio su tela, 50×66.5, 2004 – Lotto n. 12 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

Nato in provincia di Ancona nel 1949 Enzo Cucchi è uno dei principali esponenti della Transavanguardia italiana. Con lui, ad animare il gruppo, c’erano Nicola De Maria, Mimmo Paladino, Francesco Clemente e Sandro Chia e ovviamente l’ispiratore e critico Achille Bonito Oliva.

La Transavanguardia è stata certamente un movimento affermativo di riscoperta dei valori pittorici e di recupero di un mondo autentico, di un ‘senso’ che arginasse le derive astratto-concettuali delle neo-avanguardie. Tuttavia è stato anche un movimento costituito da un coacervo di personalità diversissime, dove quella di Cucchi spicca per sperimentalismo ed accentuato concettualismo: concettualismo simbolico che tratta di figure archetipiche, raffigurate con un fortissimo espressionismo partecipativo.

La pittura di Cucchi è un esercizio vitalistico, un teatro dell’esistenza dove hanno posto le leggende contadine e i miti greci, le citazioni colte e la simbologia più triviale. Il teschio, la morte, è uno dei soggetti più usati da Cucchi, che davvero abusa anaforicamente di essa, impiegandola come stilema che marca un ritmo, ripetuto in passi e distanze quasi di danza tribale. Ritmo del movimento, del ‘processo’, dell’ironia di un processo stritolante e mortale, di un gorgo che è Kafkiana metafora dell’esistenza universale. Stima: 15.000€/18.000€.

Franco Angeli, United States of America, tecnica mista su tela con vellutino, 203×70, 1965 – Lotto n. 18 – da finarte.it
Franco Angeli, United States of America, tecnica mista su tela con vellutino, 203x70, 1965
Franco Angeli, United States of America, tecnica mista su tela con vellutino, 203×70, 1965 – Lotto n. 18 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

L’artista romano Franco Angeli dipinge l’opera al lotto n. 18 “United States of America” appena trentenne. Si tratta di una bellissima aquila imperiale con materiche gocciolature di ‘sangue’ a segnare l’orizzonte del lettering ironicamente ripetuto degli Stati Uniti d’America.

L’opera raffigura, simbolicamente, quasi un paesaggio all’orizzonte su cui tramonta la grande aquila, squarciata da una marcata crepa che firma la composizione. Sono gli anni in cui Angeli emerge nel contesto della Scuola di Piazza del Popolo con opere che superano il primo informale ancora legato alla pittura di Burri e che introducono quel lessico della critica del potere e della violenza che caratterizzerà tutta la sua opera successiva.

Angeli rappresenta schermi che realizza con garze e colore su cui tatua immagini simboliche e televisive. Facendo ciò porta la vita e l’esperienza di guerra, che colpì profondamente la sua famiglia, direttamente sulla tela con un gesto di mimesi dove assente è però il distacco della mediazione del mezzo di comunicazione.

Nel 1964 Angeli partecipa alla prima Biennale di Venezia di Maurizio Calvesi con “La Lupa” e i “Quarter Dollar”. L’anno successivo è alla Quadriennale romana dove propone nuovi simboli fra cui stelle e falci e martello. Opera importantissima per qualità ed anno di esecuzione. Stima: 18.000€/22.000€.

Tano Festa, Pissarro, smalto su tela, 115×90, 1971 – Lotto n. 46 – da finarte.it
Tano Festa, Pissarro, smalto su tela, 115x90, 1971
Tano Festa, Pissarro, smalto su tela, 115×90, 1971 – Lotto n. 46 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

Altro artista della Scuola di Piazza del Popolo, Tano Festa, al lotto n. 46 “Pissarro”. Camille Pissarro è stato uno dei padri dell’impressionismo francese. Maestro della luce e degli effetti cromatici la sua figura non poteva che essere un soggetto del famoso ciclo degli “omaggi al colore” di Festa. Pissarro inoltre fu figura assai congeniale all’artista romano, per la grande ed energica vitalità della pittura che lo portò negli ultimi anni a rinnegare le derive tecniciste fino al pointillismo dell’ultimo impressionismo.

Pissarro al pari di Festa comunica con il colore, con la macchia che non è solo artificio e strumento ma anche anima: l’anima di un cielo e di un sole che si ‘amalgamano’, diventano un tutt’uno con i frames della finestra in un impeto visivo che non è solo percezione ma passione.

Una delle serie più originali e interessanti quella degli “Omaggi al colore” che vede la luce nei primi anni ’70. Fanno compagnia a Pissarro come soggetti Degas, Renoir, van Gogh, Picasso, Monet, Manet, Gauguin. Pittori amati, patrimonio dell’immaginario popolare di tutti noi e di cui, Festa, riesce a dare una lettura nuova e personale facendoli assurgere a puri stimoli del nostro guardare il mondo e il cielo da una finestra, sognando ed emozionandoci ancora. Stima: 18.000€/23.000€.

Giosetta Fioroni, Volto di guerra, tecnica mista su tela, 50×40, 1967 – Lotto n. 48 – da finarte.it
Giosetta Fioroni, Volto di guerra, tecnica mista su tela, 50x40, 1967
Giosetta Fioroni, Volto di guerra, tecnica mista su tela, 50×40, 1967 – Lotto n. 48 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

Giosetta Fioroni nasce a Roma nel 1932. Frequenta la locale Accademia di Belle Arti con Toti Scialoja. Con Tano Festa, Mario Schifano e Franco Angeli espone alla Biennale della Pop Art nel 1964.

Proprio del 1967, anno in cui esegue l’opera al lotto n. 48 “Volto di guerra”, espone alla Galleria del Naviglio di Milano lavori con volti e figure femminili su fondo bianco, di cui il lotto in asta potrebbe aver fatto parte.

“A Roma Giosetta Fioroni recupera la storia e le radici, ma assorbe anche molte novità; cita i grandi italiani dell’Arte (Botticelli, Simone Martini, Carpaccio) e inventa i ‘Quadri d’argento’: texture metalliche di volti sconosciuti e anonimi della vita moderna, ritratti emblematici anche di un’Italia rurale spazzata via dalla incalzante deriva televisiva” (da Giancarlo Felice, Giosetta Fioroni. Profilo in Incontro con Giosetta Fioroni, “Arabeschi. Rivista internazionale di studi su letteratura e visualità”, n. 8, luglio-dicembre 2016, p. 8). Stima: 10.000€/15.000€.

Gianni Dova, L’aggressione, olio su tela, 130×163, s.d. fine anni ’60 – Lotto n. 76 – da finarte.it
Gianni Dova, L’aggressione, olio su tela, 130x163, s.d. fine anni 60
Gianni Dova, L’aggressione, olio su tela, 130×163, s.d. fine anni ’60 – Lotto n. 76 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

Grande olio su tela, 130×163, di Gianni Dova al lotto n. 76 “L’aggressione”. Romano, classe 1925, Dova frequenta l’Accademia di Brera a Milano dove ha per maestri Aldo Carpi, Carlo Carrà e Achille Funi.

Dopo un inizio neo-cubista nel dopoguerra, ben presto l’artista romano si avvicina al movimento spaziale allacciando allo stesso tempo rapporti e simpatie con la pittura astratta e quella nucleare.

Ma già da questi anni , i primi anni ’50, Dova mostra un interesse particolare per forme ameboiche e biomorfe realizzate con la tecnica del flottage che oltre a una chiara ricerca spaziale rivelano un interesse per le forme organiche e biologiche che accompagnerà tutta l’opera dell’artista romano.

Nel 1952 Dova partecipa alla sua prima Biennale di Venezia. Dal 1954 è a Parigi dove approfondisce la conoscenza e la frequentazione di artisti quali Wilfredo Lam e Max Ernst dai quali mutua un’accentuazione surreale che si esplica soprattutto nelle figure animali. Dal 1959 è nuovamente a Milano e nel 1962 alla Biennale veneziana con sala personale e catalogo con presentazione di Guido Ballo:

“Il singolare accento espressivo della nuova figurazione di Dova nasce dal dominio di un contrasto psichico: la ricerca di essenzialità, che definisce l’immagine con segni plasticamente incisi fino all’ossessione, riesce a racchiudere la suggestione più indefinita ed esistenziale, volta al movimento ma in modo segreto, impenetrabile. Da qui un effetto di ambiguità, che è invece tensione nella perseguita antinomia tra essenza ed esistenza, tra forma di rappresentazione, chiusa come organismo, ed evocazione dell’indefinibile […], tra estrema lucidità e impulso irrazionale”. Descrizione perfetta di tutta la carica irrazionale e della perfezione vitale di questa aggressione fra uccelli al lotto n. 76 “L’aggressione”. Stima: 12.000€/18.000€.

Agenore Fabbri, Rotture VIII, legno policromo, 75×75, 1963 – Lotto n. 78 – da finarte.it
Agenore Fabbri, Rotture VIII, legno policromo, 75x75, 1963
Agenore Fabbri, Rotture VIII, legno policromo, 75×75, 1963 – Lotto n. 78 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

“Nella stratificazione dei legni e delle sue lacerazioni interne l’artista fissa i punti di rottura della superficie come possibilità di inventare immagini della precarietà e dell’inquietudine.

Si tratta di tracce allusive, spiragli taglienti, segni feroci e irriducibili del disagio fisico e mentale che l’uomo contemporaneo è costretto a introiettare, suo malgrado, di fronte alla crisi dei valori individuali e collettivi”.

Così scrive Claudio Cerritelli nel testo critico di introduzione al catalogo della mostra Agenore Fabbri. “Senso dell’esistenza” tenutasi a Milano presso la Galleria Morone fra il novembre 2004 ed il febbraio 2005.

Agenore Fabbri fu pittore e scultore pistoiese. Negli anni ’70 lo si trova spesso al famoso Caffè fiorentino “Le Giubbe Rosse” dove frequenta Rosai, Montale, Carlo Bo.

Nel dopoguerra fa esperienza come ceramista ad Albisola, dove conosce e instaura una forte amicizia con Lucio Fontana. A questi anni si devono i suoi inizi come scultore, una scultura drammatica, lacerata, prima in terracotta e poi in bronzo, che ha come soggetti l’uomo e gli animali, la violenza, il dolore, la guerra, la lotta. Scultura che riprenderà dopo una parentesi più ‘pittorica’ o meglio bidimensionale negli anni dell’informale.

Sembra quasi che Fabbri usi i due mezzi, la pittura e la scultura con obiettivi diversi. La prima per cercare di razionalizzare, fossilizzare uno stato di fatto, per quanto doloroso (lotto n. 78 “Rotture VIII”). La seconda invece per cogliere l’attimo, il movimento, il grido; per dare sfogo ad un’anima travagliata, che non riesce a farsi una ragione del dramma dell’essere uomo senziente, della tragedia dell’esistenza. Stima: 13.000€/15.000€.

Gustavo Foppiani, Senza titolo, olio su tela, 50×70, 1953 – Lotto n. 81 – da finarte.it
Gustavo Foppiani, Senza titolo, olio su tela, 50x70, 1953
Gustavo Foppiani, Senza titolo, olio su tela, 50×70, 1953 – Lotto n. 81 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

Gustavo Foppiani (Udine, 1925 – Piacenza, 1986) è stato un grande artista, annoverato fra i rappresentanti della scuola piacentina (dove ha vissuto), e oggi perlopiù dimenticato dalla critica e dal mercato.

“Metafisica affettuosa” ha definito Vittorio Sgarbi la pittura di Foppiani. Una pittura surreale ma semplice, immediata, sognante, che crea mondi paralleli, quasi bambineschi, su sfondi informali, pietre di paragone, carte ottocentesche già stampate su cui l’artista aggiunge tracce, amplificando o chiudendo concetti inespressi, compiendoli sempre nel modo più caustico, così caustico da essere talvolta ingannevolmente pacifico.

In realtà Foppiani rappresenta un mondo sartriano, nei primi anni raffigurando soprattutto paesaggi in cui forte è la sensazione di un’attesa inquietante; poi introducendo la figura umana, la violenza, le deformazioni anatomiche, dipinte ora con una perfezione quasi da affresco medievale ora con uno stile più vicino all’informale ma comunque sempre mute, ieratiche, apparentemente innocue, distanti come gli oggetti del mondo reale per il grande filosofo francese.

Opera giovanile questa al lotto n. 81 “Senza titolo”. La prima personale dell’artista fu a Roma, presso la Galleria L’Obelisco nel 1955. Stima: 2.500€/3.500€.

Giulio D’Anna, La radio e la carta stampata, tempera e collage su carta intelata, 60×105, 1932/1933 – Lotto n. 129 – da finarte.it
Giulio D’Anna, La radio e la carta stampata, tempera e collage su carta intelata, 60x105, 1932/1933
Giulio D’Anna, La radio e la carta stampata, tempera e collage su carta intelata, 60×105, 1932/1933 – Lotto n. 129 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

Siamo in pieno periodo futurista con la bellissima opera di Giulio D’Anna al lotto n. 129 “La radio e la carta stampata”. Giulio, uno dei fratelli titolari della celebre libreria messinese che porta il suo nome, ha appena tenuto, nel 1931, la prima personale presso la Galleria Vittorio Emanuele III, mostra visitata da un entusiasta Filippo Tommaso Marinetti.

Nel 1934 l’artista ha già partecipato a tre Biennali di Venezia e due Quadriennali di Roma, celebrato soprattutto per le sue vedute aeree in uno stile futurista attento alla tridimensionalità, alla cartellonistica e alla percezioene in movimento.

Nel 1933, anno in cui D’Anna realizza la tempera e collage al lotto n. 129 “La radio e la carta stampata”,  Filippo Tommaso Marinetti e Pino Masnata pubblicano il “Manifesto della Radia” sulla Gazzetta del Popolo. Ecco alcuni punti significativi di come i futuristi concepivano la radio: “La Radia sarà […]

3. Immensificazione dello spazio non più visibile ne incorniciabile, la scena diventa universale e cosmica

4. Captazione amplificazione e trasfigurazione di vibrazioni emesse da esseri viventi da spiriti viventi o morti drammi di stati d’animo rumoristi senza parole […]

9. Arte umana universale e cosmica come voce con una vera psicologia-spiritualità dei rumori delle voci e del silenzio […]

12. Parole in libertà. La parola è andata sviluppandosi come collaboratrice della mimica e del gesto Occorre la parola sia ricaricata di tutta la sua potenza quindi parola essenziale e totalitaria ciò che nella teoria futurista si chiama parola-atmosfera Le parole in libertà figlie dell’estetica della macchina contengono un’orchestra di rumori e di accordi rumoristi (realisti e astratti) che soli possono aiutare la parola colorata e plastica nella rappresentazione fulminea di ciò che si vede Se non vuole ricorrere alle parole in libertà il radiasta deve esprimersi in quello stile parolibero (derivato dalle nostre parole in libertà) che già circola nei romanzi avanguardisti e nei giornali quello stile parolibero tipicamente veloce scattante sintetico simultaneo 13. Parola isolata ripetizione di verbi all’infinito 14. Arte essenziale […]”. Concetti perfettamente esemplificati in quest’opera in asta Stima: 15.000€/18.000€.

Dadamaino, Oggetto ottico dinamico, alluminio fresato applicato su tavola, 41×41, 1962-1964 – Lotto n. 179 – da finarte.it
Dadamaino, Oggetto ottico dinamico, alluminio fresato applicato su tavola, 41x41, 1962-1964
Dadamaino, Oggetto ottico dinamico, alluminio fresato applicato su tavola, 41×41, 1962-1964 – Lotto n. 179 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

Un bellissimo “oggetto visivo instabile” di Edoarda Emilia Maino al lotto n. 179 “Oggetto ottico dinamico”.

Nata a Milano nel 1930 da Giovanni Maino, geometra del Genio Civile, la Maino frequenta il liceo classico per poi iscriversi, nel 1950, alla Scuola d’Arte applicata all’Industria del Castello Sforzesco.

Esordisce in pittura nel 1956, dopo anni di formazione da autodidatta, affascinata dagli ambienti artistici milanesi e dalle prime ricerche spaziali di Lucio Fontana. Frequenta il Bar Giamaica dove conosce Piero Manzoni, i fotografi Giovanni Ricci e Uliano Lucas.

Dopo le prime prove di sapore informale alla fine degli anni ’50 in cui la Maino mostra una volontà segnica di ricerca spaziale, del 1959 sono i primi “Volumi”, “perforatissime tele” che introducono l’artista milanese direttamente nelle ricerche più avanguardistiche di quegli anni.

Intanto la Dadamaino approfondisce i contatti con il Gruppo N e con l’amico Getulio Alviani partecipando a mostre di arte programmata. In questo clima, nel 1963, partecipa all Biennale di San Marino e alla rassegna Nove Tendencije a Zagabria.

In questo contesto nascono gli “Oggetti ottico dinamici” (lotto n. 179), realizzati con piastrine di alluminio fissate alla tavola con fili di nylon. Le piastrine sono disposte secondo rapporti geometrici in modo da dare l’impressione del movimento: in questo caso un efficace moto di estrusione. Anche la particolare fresatura contribuisce al dinamismo della composizione. Stima: 30.000€/40.000€.

Marco Gastini, Ininterrottamente, acrilico su plexiglass su carta, 148×104, 1975 – Lotto n. 192 – da finarte.it
Marco Gastini, Ininterrottamente, acrilico su plexiglass su carta, 148x104, 1975
Marco Gastini, Ininterrottamente, acrilico su plexiglass su carta, 148×104, 1975 – Lotto n. 192 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 30 maggio 2017

Marco Gastini nasce a Torino nel 1938. Fin da piccolo frequenta la bottega del padre marmista dove familiarizza con materiali e tecniche di lavorazione.

Alla fine degli anni ’60 la pittura di Gastini si orienta verso una ricerca improntata a un segno minimale che si articola nello spazio, con una vena naturalistica che cerca una sintesi fra gesto artistico e architettura. Nel 1969 al Salone Annunciata di Milano Gastini dà vita ad un ambiente fluido, dove attraverso la trasparenza del supporto (plexiglass) si realizza una compenetrazione cangiante fra opera e contesto.

Ricerca visuale, pittura analitica e un approccio lirico alla ‘figura’ si intrecciano “Ininterrottamente” nell’arte di Gastini perché continuamente il mondo che osserviamo è la constatazione di un fatto atomico e organico, dove il segno cresce come l’erba e il concetto non è altro che il sogno e il segno di una sottostante realtà. Stima: 12.000€/18.000€.