Asta Farsettiarte n. 180 – 26 e 27 Maggio 2017 – Prato, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 180 della Casa d’Aste Farsettiarte di Prato si terrà in tre sessioni nei giorni 26 e 27 Maggio: Sessione I – lotti 1-317, 26 Maggio, ore 15.30; Sessione II – lotti 318-575, 27 Maggio, ore 11.00; Sessione III – lotti 601-702, 27 Maggio, ore 16.00.

Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2×41, 1937 – Lotto n. 264 – da farsettiarte.it
Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2x41, 1937
Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2×41, 1937 – Lotto n. 264 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Una tecnica mista su carta del 1937 di Luigi Veronesi “Senza titolo” come questa al lotto n. 264, di tale qualità, non è opera che si vede passare spesso in asta.

Nato a Milano nel 1908 la formazione pittorica di Veronesi fu perlopiù da autodidatta. Dopo un inizio figurativo, nel 1930 fu folgorato dalla ‘scoperta’ delle opere di Klee, Schlemmer, Kandinskij e gli altri artisti del Bauhaus esposti nel padiglione Germania alla Biennale di Venezia.

Gli anni ’30 dunque segnano il nascere del linguaggio geometrico astratto di Veronesi, una delle prime testimonianze astratte in Italia insieme a quelle di Mauro Reggiani e dei comaschi Manlio Rho e Mario Radice.

Uno spirito ‘illuministico’, una rinnovata fiducia nella scienza e nella collaborazione fra arte e tecnica, l’apertura alla molteplicità delle arti applicate e un approfondimento delle tematiche percettive animano le opere di Veronesi.

Veronesi che non accoglierà mai le teorie mistiche e spiritualiste propugnate da Carlo Belli all’interno del gruppo degli astrattisti milanesi, rimanendo sempre fedele ad una ispirazione che non trascende le forme naturali: “gli stimoli mi vengono tutti dal pensiero, dal cervello; però, siccome io studio molto la natura in tutte le sue manifestazioni, anche le meno appariscenti, e ricerco specialmente la geometria in essa, probabilmente mi arrivano degli stimoli anche da queste osservazioni” (da L. Marucci, Vivere la geometria. Incontro con Luigi Veronesi, in “Luigi Veronesi. Razionalismo lirico 1927-1997”, p. 33). Stima: 2.500€/3.500€.

Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89×119.5, 1961 – Lotto n. 310 – da farsettiarte.it
Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89x119.5, 1961
Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89×119.5, 1961 – Lotto n. 310 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Antonio Bueno è stato un’artista italiano di origini spagnole (ottenne la cittadinanza italiana nel 1970).

Nato a Berlino, nel 1940 si trasferì in Italia con il fratello Xavier. Entrambi parteciparono al Gruppo dei Pittori Moderni della Realtà con Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni.

Il Gruppo avrà vita breve anche per l’inquietudine di Antonio che fu uno sperimentatore aperto alle avanguardie e desideroso di crearsi uno stile personale.

A cavallo degli anni ’50 e ’60 il linguaggio di Bueno subisce profonde trasformazioni, passando da un decennio di sperimentazioni metafisiche dove la figura umana ha poco spazio (la fanno da padrone pipe, gusci d’uovo, pennelli) ad un altro in cui l’artista tocca l’arte monocromatica, la poesia visiva, l’arte multimediale, la pop art.

Le precocissime figure in asta nell'”Omaggio alla Scuola di Fontainebleau” al lotto n. 310 sono un interessantissimo e bellissimo esempio di quei personaggi neotenici che caratterizzeranno l’originale figurazione di Antonio.

L’opera compie una perfetta sintesi delle tensioni presenti nella personalità dell’artista di origini spagnole: quelle verso una pittura colta, allegorica, decorativa nel manierismo, rinascimentale nella perfezione formale, insieme erotica e investita di sacralità. Al lotto n. 310 c’è tutto questo, in una estremizzazione ‘astratta’ di quelle figure perfette di donna rappresentate, per esempio, nel celebre dipinto “Gabrielle d’Estrées e sua sorella” opera di ignoto della Scuola di Fontainebleau del 1595 circa dove nel tocco del capezzolo dell’amante dell’imperatore da parte della sorella si prefigura la nascita dell’erede al trono, il figlio di Enrico IV. Stima: 12.000€/20.000€.

Claudio Cintoli, Radice Fessura – Peso Morto n. 75, 1969-1970 – Lotto n. 492 – da farsettiarte.it
Claudio Cintoli, Radice Fessura - Peso Morto n. 75, 1969-1970
Claudio Cintoli, Radice Fessura – Peso Morto n. 75, 1969-1970 – Lotto n. 492 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Breve è stata l’esistenza di Claudio Cintoli, artista nato ad Imola nel 1935 e morto a Roma nel 1978. Le prime personali risalgono al 1958 al Palazzo Comunale di Recanati e poi alla Galleria La Medusa di Roma.

Le opere giovanili, fino alla prima metà degli anni ’60 mostrano dapprima una figuratività emotiva ed espressiva vicina ad autori quali Ennio Morlotti e Antonio Corpora, che presto però si apre all’informale europeo con echi da Kline ad Hartung.

L’opera al lotto n. 492 “Radice Fessura – Peso Morto n. 75” anticipa invece le ricerche successive dell’artista romagnolo. Queste saranno caratterizzate da una duplicità che mostra da un lato una tensione verso l’azzeramento dell’arte pop (in quest’opera riscontrabile nel framing e nella monocromia) dall’altro in un bisogno di riflessione esistenziale sull’essere al mondo e sulla sofferenza.

L’artista recupera infatti all’interno dell’inquadratura percettiva un elemento magmatico e naturale, legato anche al mondo contadino, che gli consente simbolicamente di toccare tematiche allo stesso tempo concrete e metafisiche: la vita, la morte, la nascita, la caduta.

Opera che preannuncia le originali sperimentazioni e performance di Cintoli sulla body art. Si pensi a “Crisalide”, azione presentata nel 1972 a Palazzo Taverna di Roma, performance estrema così descritta dall’artista: “sarò chiuso in un sacco sospeso a un muro, muovendomi dentro in modo che il sacco assuma posizioni sempre diverse; poi lo forerò pian piano per uscirne, come in una rinascita”. La radice che rinasce dalla fessura. Stima: 25.000€/35.000€.

Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81×54, 1958 – Lotto n. 541 – da farsettiarte.it
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81x54, 1958
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81×54, 1958 – Lotto n. 541 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Nato nel 1923 a Partanna in provincia di Trapani, Antonio Sanfilippo frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze e quella di Palermo. Nel primo dopoguerra sposa le istanze di rinnovamento neocubista ma ben presto aderisce, nel 1947 a Roma, al Gruppo Forma 1 nel desiderio di un’arte attenta al formalismo ma anche impegnata nel reale.

È alla Biennale di Venezia nel 1948, nel 1954, nel 1964 e nel 1966 con sala personale.

L’opera di Sanfilippo percorre il solco dell’informale segnico. Alla fine degli anni ’60 stretta si fa la sua conoscenza con Michel Tapié che lo coinvolge nel suo movimento dell’art autre portandolo fino ad esporre accanto a Pollock, Kline, de Kooning e i giapponesi del Gruppo Gutai ad Osaka.

Scrive Sanfilippo qualche anno prima di dipingere l’opera al lotto n. 541 “Senza titolo”, nel 1955: “l’espressione per mezzo dei semplici segni posti sulla tela con immediatezza riporta la pittura agli inizi e dà ad essa un grande possibilità di sviluppo. Il segno è l’elemento essenziale dell’espressione, il primo grado della forma, l’articolazione del linguaggio. Alla base di questa ricerca vi è la volontà di scoprire una primordialità innata, necessaria.

In un quadro l’immagine viene determinata da un complesso di articolazioni di segni legati o sovrapposti in raggruppamenti che creano spazio ed emozione. Una rappresentazione concentrata ed essenziale. Occorre però che il segno sia suggestivo in sé stesso e abbia una capacità evocatrice. Si dovrà dimenticare ogni altro luogo comune attraverso questo segno povero che non ha né storia né tradizione” (da Fabrizio D’Amico, Antonio Sanfilippo 1923-1980, Milano 2001 pp. 169). Stima: 30.000€/40.000€.

Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250×200, 1985-1986 – Lotto n. 552 – da farsettiarte.it
Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250x200, 1985-1986
Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250×200, 1985-1986 – Lotto n. 552 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Opera monumentale di Mario Schifano, “Il cacciatore” al lotto n. 552.

L’arco ebbe un ruolo assai importante nelle più antiche civiltà indoeuropee. La sua etimologia viene variamente riferita al sanscrito “filo”, al greco bios, all’albero cosmico dei miti nordici. Si tratta dunque di un simbolo primigenio di forza.

Non a caso il soggetto popola il nostro immaginario culturale fin dai racconti omerici: Ulisse per mezzo di esso riconquista la propria patria e uccide i Proci dopo un lungo peregrinare assurgendo attraverso di esso alla rinascita di una nuova vita.

Si tratta di un soggetto che calza perfettamente nella pittura degli anni ’80 dell’artista romano: gli acerbi, i soli, i pesci, i campi di pane, i gigli d’acqua, le case sole, i dinosauri che altro non sono se non la riappropriazione di una sensibilità ed una purezza espressiva che nasce con Mario Schifano e che l’artista riscopre in questo decennio dopo la stanchezza artistica e i problemi depressivi degli anni ’70. Schifano ritrova la realtà, l’amore per le cose, oltre lo schermo delle apparenze e l’artificiosità delle leggi mass-mediali della società contemporanea. Schifano in questi cicli riscopre, attraverso il mito, la forza della semplicità. Stima: 30.000€/40.000€.

Vincenzo Agnetti, Assioma – Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70×70, 1972 – Lotto n. 567 – da farsettiarte.it
Vincenzo Agnetti, Assioma - Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70x70, 1972
Vincenzo Agnetti, Assioma – Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70×70, 1972 – Lotto n. 567 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Vincenzo Agnetti nasce a Milano nel 1926. Frequenta l’Accademia di Brera e partecipa con Piero Manzoni, Enrico Castellani e in seguito Agostino Bonalumi alla redazione della rivista d’avanguardia Azimuth di cui è il vero teorico e animatore: arte concettuale e una smisurata fiducia nella possibilità d’intervento dell’arte nella società e sulla realtà è alla base del lavoro di questi artisti.

La prima personale è nel 1967 (Principia) presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Nel 1971 Agnetti espone alla Galleria Blu di Milano una serie di feltri e bacheliti. Il titolo della mostra è Ridondanza: paesaggi e ritratti Analisi: assiomi… Gli “Assiomi” (lotto n. 567) sono lastre di bachelite incise e trattate con colori ad acqua o nitro in cui l’artista propone proposizioni assiomatiche.

Si tratta spesso di contraddizioni, ossimori, paradossi, tautologie in cui Agnetti raffredda e analizza con rigore la “ridondanza” del paesaggismo coscienziale espresso nei “feltri”. “Territorialità” non è altro che una linea geometrica, una perentorietà vocale ridicola e crudele nell’espressione che demistifica il processo edulcorante della rappresentazione paesaggistica soggettiva basata su una emotività. Stima: 55.000€/75.000€.

Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84×70, 1993 – Lotto n. 572 – da farsettiarte.it
Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84x70, 1993
Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84×70, 1993 – Lotto n. 572 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Artista non assimilabile a correnti artistiche Gino De Dominicis è stato sicuramente un intellettuale che ha saputo, attraverso le sue opere e le sue performance, condurre una ricerca critica di matrice esistenziale di altissimo spessore filosofico.

Dagli esordi con il Gruppo Laboratorio ’70, formato da Gianfranco Notargiacomo, Paolo Matteucci e Marcello Grottesi l’artista si è espresso fino alla fine degli anni ’70 soprattutto con installazioni ed azioni performative nell’intento di esprimere un senso critico ed una riflessione esistenziale che uscisse fuori dalle gallerie d’arte.

Una profonda cesura nel sistema filosofico dell’artista di Ancona è riscontrabile all’inizio degli anni ’70. Al nichilismo degli anni ’60 il cui testo di riferimento, di suo pugno, è la “Lettera sull’immortalità del corpo”, De Dominicis fa succedere una visione dell’universo quale ente immobile e senza tempo, fase che l’artista inaugura con l’opera “Seconda soluzione d’immortalità (L’Universo è Immobile)” presentata alla Biennale di Venezia del 1972.

L'”Opera ubiqua” (lotto n. 572) è l’opera che può essere proiettata, il profilo che fa ombra, la pigolante bocca vivente di una presumibile e contemporanea esistenza in mondi paralleli; nata dal magma dell’esistenza, partecipe della foglia d’oro della sacralità, dualità di luce e ombra, insieme concavità e convessità, visibile e invisibile.

“Io, nell’arte, ho realizzato disegni, dipinti, ‘sculture’ (opere tridimensionali), opere invisibili, opere ubique, architetture, e in qualche occasione ‘ossimori fisici’ e opere ‘omeopatiche'” (da Frasi di Gino de Dominicis 1969-1996 raccolte da Cecilia Torrealta, p.142). Stima: 140.000€/220.000€.

Massimo Campigli, Donne al sole (L’attesa), olio su tela, 88.7×68.5, 1931 – Lotto n. 655 – da farsettiarte.it
Massimo Campigli, Donne al sole (L'attesa), olio su tela, 88.7x68.5, 1931
Massimo Campigli, Donne al sole (L’attesa), olio su tela, 88.7×68.5, 1931 – Lotto n. 655 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Nato a Berlino nel 1895 Massimo Campigli trascorre l’infanzia e la prima adolescenza a Firenze con la nonna materna e la zia, poi scoperta essere sua madre. Nel 1909 è a Milano dove lavora per il Corriere della Sera e frequenta gli ambienti ed intellettuali futuristi.

Arruolato dopo le vicende belliche è nuovamente corrispondente per il Corriere da Parigi. Intanto coltiva anche la pittura.

Nel 1925 è presente nei saloni parigini: al Salon des Indèpendants, al Salon des Tuileries, al Salon d’Automne. Nel 1926 a Milano espone alla “Prima Mostra del Novecento”.

E il linguaggio di Campigli si confà, almeno in apparenza, allo spirito del movimento di Margherita Sarfatti con la celebrazione patriottica dei fasti e della purezza dell’italianità. Donne ideali, madri, dipinte come ad affresco, etrusche (nel 1928 Campigli visita il Museo di Villa Giulia a Roma e le Terme di Diocleziono rimanendo affascinato dalla ritrattistica dei bassorilievi), antiche, tornite e forti come statue, dritte, con le braccia alzate a riparare non solo il sole ma qualunque male. Eppure anche donne dal volto in ombra, inconoscibili, come quelle della sua storia familiare al lotto n. 655 “Donne al sole (L’attesa)”. Stima: 90.000€/130.000€.

Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1×85.1, 1944 – Lotto n. 678 – da farsettiarte.it
Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1x85.1, 1944
Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1×85.1, 1944 – Lotto n. 678 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Atanasio Soldati è stato uno dei principali esponenti della ricerca astratta italiana nella Milano degli anni ’30.

Il lotto n. 678 in asta, oltre ad essere un olio su tela di notevole bellezza e qualità pittorica, documenta anche un periodo dell’attività dell’artista poco noto, poiché appartenente al triennio 1943-1945 quando l’artista partecipò alla Resistenza e fu eletto presidente del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Accademia di Brera.

Soldati nel dopoguerra condurrà invece una ricerca esclusivamente astratta in modo particolare dopo il nascere del M.A.C. Movimento Arte Concreta di cui l’artista parmense fu uno dei promotori nel 1948.

“L’opera di Atanasio Soldati risente di queste fondamentali matrici delle avanguardie che egli compendia in modo singolare ai fini della definizione di un personale mondo poetico, nel quale le immagini astratte si combinano naturalmente con le suggestive atmosfere metafisiche” (da M. Ursino, Nel centenario della nascita una retrospettiva di Atanasio Soldati a Parma, in “Riforma amministrativa”, gennaio-febbraio 1997, p. 18).

E ancora: “[…] la folta mitologia dechirichiana è sciolta da ogni riferimento troppo complesso e riproposta in termini francamente psicologici, svuotati da qualunque senso simbolico e da qualsiasi enigma” (da M. Meneguzzo, Atanasio Soldati, Milano 1983, p. 5). Stima: 55.000€/75.000€.

Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79×50, 1927 – Lotto n. 682 – da farsettiarte.it
Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79x50, 1927
Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79×50, 1927 – Lotto n. 682 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Un Ottone Rosai storico al lotto n. 682 “Carabinieri”, del 1927. Sregolato e saltuario frequentatore dell’Accademia di Belle Arti fiorentina Rosai fu amico di intellettuali e artisti quali Giovanni Papini e Ardengo Soffici.

Dopo un primo periodo futurista e cubista è negli anni ’20 e ’30 che l’artista acquisisce quella personalità e quel rigore formale che renderanno la sua opera unica.

Ci sono i volumi e i colori di Cézanne nella pittura di Rosai, c’è il rigore di Masaccio, ma c’è soprattutto lui, Rosai, col suo tormento di uomo inquieto, segnato dal suicidio del padre in Arno nel 1922, dall’omosessualità, dalle speranze anticlericali del primo Mussolini, dall’idea di un mondo bieco, fatto da persone incapaci di comunicare, condannate a un mutismo esistenziale che l’artista traduce nel loro porsi di schiena anche quando iperbolicamente giganteggiano in qualità di protettori per le vie strette di una città fantasma. Opera magnifica. Stima: 40.000€/55.000€.

Asta Meeting Art n. 816 – Sabato 26 e Domenica 27 Novembre – Vercelli, Opere dell’Arte Moderna e Contemporanea – Sessioni I-II

Le prime due sessioni dell’asta n. 816 “Opere dell’arte moderna e contemporanea” della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terranno nei fine settimana del 26/27 novembre 2016 alle ore 14.30. Approfondiamo alcuni lotti d’interesse.

Enrico Baj, Piccolo ultracorpo, olio, collage e ovatta su tela, 50x60, 1958
Enrico Baj, Piccolo ultracorpo, olio, collage e ovatta su tela, 50×60, 1958 – Lotto n. 42 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Enrico Baj esordisce a 27 anni nel 1951 alla Galleria San Fedele di Milano con opere informali che già preannunciano l’insofferenza di questo artista anarchico ad essere circoscritto in una maniera.

Nel 1952 Baj darà vita, con Sergio Dangelo, al Movimento nucleare. Si legge nel Manifesto : “le forme si disintegrano: le nuove forme dell’uomo sono quelle dell’universo atomico. Le forze sono le cariche elettriche. La bellezza ideale non appartiene più ad una casta di stupidi eroi, né ai robot. Ma coincide con la rappresentazione dell’uomo nucleare e del suo spazio”.

Un arte contro ogni ‘ismo’, riaffermata di nuovo nel 1957 nel Manifesto Contro lo Stile. Le opere di questi anni raccontano appunto una realtà atomica, una natura in divenire, descritta impietosamente nella sua struttura particellare, spaccata come la terra al lotto n. 42, abitata da osceni, primitivi, grotteschi “piccoli ultracorpi”. Un mondo brutto che rinasce alla bellezza o all’artificio di essa. Come disse Jean Baudrillard: Baj ovvero la mostruosità messa a nudo dalla pittura”. Stima: 21.000€/24.000€.

Antonio Sanfilippo, Senza titolo, olio su tela, 35x45, 1954
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, olio su tela, 35×45, 1954 – Lotto n. 51 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Antonio Sanfilippo, trapanese, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze studiando con Felice Carena e poi all’Accademia di Belle Arti di Palermo dove si avvicina al neo-cubismo.

Nel 1947 firma il Manifesto del Gruppo Forma 1 che propone un ‘soggettivismo oggettuale’ espressione delle intuizioni dell’artista. Parteciperà in seguito alle attività della libreria Age d’Or e si avvicinerà agli ambienti del M.A.C. Movimento Arte Concreta.

Dal 1952 inizia la sperimentazione di un linguaggio astratto di natura segnica e inizia la collaborazione con il gallerista Carlo Cardazzo. Espone alla Galleria del Cavallino a Venezia e poi alla Galleria del Naviglio a Milano. Queste sperimentazioni collocano Sanfilippo nell’ambito delle indagini coeve degli spazialisti milanesi.

Matasse di significante che sembrano la rappresentazione di una materia che prenda forma si articolano su più piani e nello spazio in una sorta di introspezione di un ragionamento mentale. Così racconta le sue opere l’autore: “mi servo quasi esclusivamente di segni grafici posti sulla superficie con molta immediatezza e rapidità e tali da formare un insieme non arbitrario o casuale ma conseguente ad un determinato ragionamento formale. La forma viene così determinata dal complesso variamente raggruppato dei segni che nei miei quadri hanno una grande variazione”.

Per queste opere Michel Tapié annoverò Sanfilippo fra i protagonisti dell’art autre. Nel 1954, anno di esecuzione del lotto al n. 51 “Senza titolo”, Sanfilippo partecipa alla Biennale di Venezia (ci sarà ancora nel 1964 e nel 1966 con sala personale) e vince il Primo Premio per la Pittura italiana. Stima: 18.000€/20.000€.

Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, acrilici su cartone, 45x50, 1971
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, acrilici su cartone, 45×50, 1971 – Lotto n. 57 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Un esemplare dal ciclo degli “Alfabeti senza fine” di Emilio Scanavino al lotto n. 57.

Nota Luca Massimo Barbero come nello lo “spazio della pittura di Scanavino si avverta sempre un’eco, sospesa, profonda […] quasi sia per lui possibile tracciare l’emozione del materializzare l’essenza del mistero delle cose, della scoperta intera, intensa, di un nuovo presentarsi della realtà […] La sua è la conquista di uno stato, un momento irripetibile, conseguita attraverso una forma di fremente attesa e di inquieta chiarezza, dove tutto è in perpetua instabilità eppur costruzione superiore, quasi una lucida struttura del destino” (da “Scanavino. Dipinti su carta”, 2012).

Gli alfabeti di Scanavino potremmo davvero definirli “lucide strutture” che rappresentano la necessità di indagare e comunicare il flusso delle cose: dare una forma all’informe, illuminare un’oscurità, anche se tragica, è il compito dell’arte e di noi uomini.

Il ‘ciclo’ degli “Alfabeti” risale nella pittura di Scanavino al secondo quinquennio degli anni ’50 quando queste opere fanno la loro prima apparizione. Resteranno una costante in tutta la produzione successiva, come poesie mai ripetitive. Altro bell’esempio di “Alfabeto senza fine” del 1974 in asta al lotto n. 86. Stima: 8.000€/9.000€.

Gastone Novelli, Cultura di massa, tecnica mista su tela, 45x60, 1962
Gastone Novelli, Cultura di massa, tecnica mista su tela, 45×60, 1962 – Lotto n. 61 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Nato a Vienna nel 1925, Gastone Novelli si forma inizialmente a Firenze, dove studia Scienze Politiche, e poi soprattutto in Brasile dove inizia a dipingere e insegna presso l’Istituto Superiore del Museu de Arte di San Paolo. In Brasile entra in contatto con Max Bill, e conosce i lavori di Calder, Le Corbusier, Klee. Nel 1955 torna in Italia.

Alla fine degli anni ’40 quello di Novelli è un linguaggio pittorico espressionista che all’inizio dei ’50 si orienta verso il concretismo astratto.

Nel corso degli anni ’50 la ricerca dell’artista si fa originale. Novelli si esprime per frammenti con una organizzazione memoriale dello spazio dove cronaca, intertestualità, citazioni si dispongono su un piano agerarchico e in modo combinatorio a rappresentare uno stato dell’essere, la divinazione di un momento.

Già a fine del decennio Novelli introduce parole e testo nelle sue composizioni. Un ciclo importante sono i calendari (la cui struttura è qui ripresa al lotto n. 61 “Cultura di massa”). Il tempo diventa un sistema di rappresentazione orizzontale che di fatto annulla se stesso, fermandolo, e racconta parole, suoni, concetti. Un mondo d’immaginazione assai vicino alla poesia visivaStima: 21.000€/24.000€.

Roberto Crippa, Oiseau, collage (tela, giornali e legno) su tavola, 65x53, 1961
Roberto Crippa, Oiseau, collage (tela, giornali e legno) su tavola, 65×53, 1961 – Lotto n. 71 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Un bel collage di tela, giornali e legno di Roberto Crippa, anno 1961, al lotto n. 71 “Oiseau”.

Conclusasi la propulsione dell’astrattismo espressionista dei primi anni ’50 che ha visto l’artista monzese protagonista con il ciclo delle “Spirali”, Crippa sperimenta, alla fine del decennio, l’energia della materia. È stato infatti artista dal grande vitalismo.

Influenzato dal surrealismo e dalle avanguardie di quegli anni fanno l’apparizione nelle sue composizioni figure zoomorfe. Per esse Crippa utilizza legni, sugheri, stoffe e ritagli di giornale, li incolla e salda usando il Vinavil, con modi ereditati per esempio dal cubismo.

A questo proposito, in un catalogo per la Galleria Jolas, André Pieyre de Mandiargues  definisce Crippa un “architetto, un muratore, uno scultore, un ebanista, un orafo”. Meglio sarebbe in queste opere definirlo “apprendista stregone”: dai “totem” l’artista passa alla rappresentazione dello spirito della natura, divinato e invocato negli animali, con i materiali stessi della terra e i comuni strumenti degli uomini. Stima: 6.000€/7.000€.

Antonio Corpora, Fantasia, olio e murale su tela, 130x162, 1977
Antonio Corpora, Fantasia, olio e murale su tela, 130×162, 1977 – Lotto n. 92 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Nato a Tunisi nel 1909 Antonio Corpora, dopo una prima personale a Palazzo Bardi nel 1930 a Firenze, si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con le avanguardie post-impressioniste e fauves che avranno un grande influsso sul suo modo di concepire il colore.

Negli anni ’50 l’artista è a Roma dove partecipa dapprima al Fronte Nuovo delle Arti e poi al Gruppo degli Otto (con Afro, Vedova, Birolli, Morlotti, Moreni, Santomaso, Turcato).

Negli anni Corpora sviluppa un astrattismo lirico personalissimo che trova una delle migliori espressioni alla fine degli anni ’70 quando sperimenta anche le tecniche del murale e del dripping nel segno di una rinnovata libertà espressiva (lotto n. 92 “Fantasia” del 1977). Stima: 14.000€/15.000€.

Toni Costa, Dinamica visuale, legno e strisce di pvc in romboidale, 72x72, 1961-1965
Toni Costa, Dinamica visuale, legno e strisce di pvc in romboidale, 72×72, 1961-1965 – Lotto n. 99 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Toni Costa è uno dei fondatori del Gruppo N di Padova nel 1959. Sono i “disegnatori sperimentali” Alberto Biasi, Ennio Chiggio, Edoardo Landi, Manfredo Massironi a dar vita al movimento.

Sono artisti che propongono una nuova visione dell’arte, al passo con i tempi e con lo sviluppo tecnologico, per un’arte i cui confini siano attraversati dalla contaminazione di design industriale, scultura, pittura, sperimentazione ambientale.

Nel 1961, anno di esecuzione dell’opera al lotto n. 99 “Dinamica visuale”, Toni Costa partecipa alla Biennale di Zagabria e alla mostra “Art Abstrait Constructif International” allestita nella Galleria Denise René di Parigi.

Costa svolge ricerche orientate al costruttivismo che mirano ad un indagine sul dinamismo ottico al fine di una ‘spersonalizzazione’ dell’oggetto artistico. Quest’ultimo si anima nell’ambiente solo per un intervento esterno, la visione, che a seconda della direzione della percezione e l’incidenza della luce sui colori crea ogni volta un’esperienza. Sue opere anche al MoMA di New York. Stima: 45.000€/50.000€.

Omar Galliani, Liberate gli angeli, studi per grande disegno siamese nella costellazione Orione, grafite e pastelli su tavola, 120x120x7.5
Omar Galliani, Liberate gli angeli, studio per grande disegno siamese nella costellazione Orione, grafite e pastelli su tavola, 120x120x7.5 – Lotto n. 177 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Opera reduce probabilmente dalla mostra alla Galleria Bonioni del 2013 “Omar Galliani. Liberare gli angeli” quella al lotto n. 177 “Liberate gli angeli, studio per grande disegno siamese nella costellazione Orione”.

Scrive il curatore Alberto Zanchetta, curatore della mostra, nel testo introduttivo al catalogo: “Omar Galliani ha capito che l’arte è senza tempo e che l’artista deve attingere alle sue origini minerali-anatomiche. L’anatomia è quella del braccio, che trova nella mina della matita il suo prolungamento, come fosse un’estensione naturale più che artificiale. Tale propaggine è anche una [es]tensione prolungata del gesto, quindi del segno, che ha in sé l’agone della performance. Si convenga allora nel considerare Galliani un performer che ha scelto la devianza del disegno, svincolandosi dall’ossessione narcisistica di mostrarsi, preferendo semmai rivelare le tracce lasciate dal proprio corpo. Un corpo che tende all’esenzione, che manca ma non si annulla (restando evocato)”.

Omar Galliani insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Negli anni ’80 è stato protagonista dei movimenti degli Anacronisti e del Magico Primario. Le sue opere infondo mantengono ancora quella suggestione, tese alla ricerca di una bellezza magica nel disegno e nel soggetto, una bellezza che non sia fine a se stessa ma che faccia riflettere sulle domande fondanti del nostro essere qui, della nostra esistenza. Stima: 12.000€/14.000€.

Luciano Ventrone, natura morta, olio su tela, 60x90, 1988
Luciano Ventrone, natura morta, olio su tela, 60×90, 1988 – Lotto n. 182 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 816

Luciano Ventrone è un pittore iper-realista nato a Roma nel 1942. Vive l’infanzia e parte dell’adolescenza in Danimarca a causa della guerra. Tornato in Italia approfondisce gli studi alla Facoltà di Architettura. Una svolta sarà il suo incontro col critico Federico Zeri che l’ha definito “il Caravaggio del ventesimo secolo”.

Nelle opere di Ventrone non ci sono significati dichiarati. Esse vogliono essere una pura rappresentazione della realtà e dei rapporti di colore e luce. Il tentativo è quello di riportarla al centro, la realtà, di avere un significato fermo al di là di elucubrazioni concettuali che l’hanno fatta da padrone nel secondo cinquantennio del Novecento e che Ventrone ha frequentato ma di cui non si è sentito mai parte (pittura new dada, astratta, concettuale, etc.).

Un’incredibile talento quello di Ventrone che dà i risultati migliori nelle nature morte (lotto n. 182 “Natura morta”). L’artista infatti dipinge anche ritratti e paesaggi impeccabili ma che tendono a rimanere freddi, perché diciamolo le sensazioni soggettive ci rendono uomini, le imperfezioni. Un frutto perfetto invece porta su di sé il marchio della caducità. Ecco allora la sensazione che nasce di fronte ai frutti verosimili all’eccesso, più veri del vero di Ventrone: avvertiamo che finiranno e, anche contrariamente a quanto vorrebbe l’artista, per questo li sentiamo tragici e perfetti. Stima: 18.000€/20.000€.