Asta Capitolium Art n. 221 – 18 Luglio 2017 – Brescia, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 221 della Casa d’Aste Capitolium Art di Brescia si terrà il giorno 18 luglio, ore 18.00 in sessione unica (lotti 1-103). La TopTen di SenzaRiserva.

Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – da capitoliumart.it
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145x130, 1965
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Un’opera di uno dei più noti artisti croati della seconda metà del secolo scorso Zlatko Prica al lotto n. 11 “Estate”: olio su tela di notevoli misure (145×130) datato 1965.

Nato a Pécs nel 1916 in Croazia, Prica si diploma all’Accademia di Belle Arti di Zagabria nel 1940. Del 1941 è la prima personale presso il locale Padiglione d’Arte. Durante la II guerra mondiale Prica fu internato a Danzica, esperienza che lo segnò profondamente come uomo e come artista.

Le opere di Prica fino alla metà degli anni ’50 hanno una matrice prettamente figurativa. Fin da subito però emerge come il colore sarà il protagonista di tutto il percorso artistico del pittore croato. Memore della lezione post impressionista, Prica disegna con grande forza espressionista figure e scene dai colori fauves articolandole in contrasti carichi di tensione dinamica.

All’inizio degli anni ’50 l’artista croato viaggia in India rimanendo affascinato dalla cultura e dalla tradizione della locale pittura e scultura (si dice sia stato folgorato dagli affreschi rupestri di Ellora e Ajanta). È in questi anni che le forme si semplificano e l’azione pittorica di Prica si fa più libera attraverso un ‘primitivismo’ comunicativo vicino alle esperienze dell’action painting.

Il segno diviene funzionale al colore mentre le composizioni presentano come soggetti la rappresentazione e l’espressione sintetica di forze e ‘paesaggi’ naturali. Pittura che negli anni ’60 si fa quasi astratta e, se ha come motivo sempre un’ispirazione naturalistica (le stagioni, la natura, le fioriture), non rimane però più imbrigliata nelle geometrie, nei rapporti e nei contorni di una resa realistica.

Grafemi e ortogonalità sembrano inscenare una lotta gioiosa dove il colore governa le mille sfaccettature dell’energia vitale. Stima: 14.000€/18.000€.

Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – da capitoliumart.it
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70x70, 1968-1970
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Il dinamismo cromatico delle forme e l’instabilità percettiva degli elementi della composizione sono alla base del celebre ciclo di Bruno Munari “Negativo-positivo” (lotto n. 18).

L’incertezza infatti generata nelle forme dall’accostamento di colori dominanti e/o complementari fa in modo di provocare nello spettatore la sensazione di piani che aggettano dalla superficie oppure si ritirano a seconda della direzione dello sguardo dello spettatore e della durata dell’osservazione.

Si tratta di opere innovative che vanno oltre il concretismo, di cui Munari è uno dei padri nel 1950 nel contesto del M.A.C. Movimento Arte Concreta. Infatti non solo l’artista milanese anticipa di più di un decennio tematiche che saranno dell’optical art, ma indaga anche dinamiche spazio-temporali attraverso movimenti percettivi che occupano intervalli di durata e allo stesso tempo superfici e forme che svolgono la composizione sull’asse della profondità. Tanto che l’artista stesso apre in alcuni esemplari del ciclo “Negativo-positivo” alla dialettica integrativa fra la bidimensionalità della tela e la parete su cui è appesa l’opera.

“Un effetto simile […] si ha nella comune scacchiera per il gioco degli scacchi: è difficile stabilire se si tratta di una superficie bianca coperta in parte da quadrati neri e viceversa. Ogni volta che tentiamo di fissare una situazione, questa si capovolge immediatamente nell’altra.

Naturalmente la scacchiera non ha interessi di carattere estetico poiché la quantità di nero e bianco sono equivalenti. Nei negativi-positivi invece l’autore cerca di creare anche un interesse estetico dato da sproporzioni quantitative di spazio e colore” scrive Bruno Munari in “Codice ovvio”, Einaudi, 1971. Stima: 14.000€/18.000€.

Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – da capitoliumart.it
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50x100, 1950
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Le “Spirali” di Roberto Crippa sono fra le opere dell’arte astratta e dello spazialismo italiano più immeritatamente bistrattate dal mercato dell’arte nazionale ed internazionale.

Appena uscito dall’Accademia di Brera Crippa fu alla Biennale di Venezia proprio nel 1950, anno in cui firma con Lucio Fontana il “Manifesto dello Spazialismo”. Nel 1951 sarà di nuovo fra i firmatari del “Manifesto dell’Arte Spaziale”.

Un’opera come questa in asta al lotto n. 31 rappresenta al meglio le idee e gli stimoli culturali sottesi a quell'”affondo spaziale” (come ben definito da Luciano Caramel) che Crippa compie, con le “spirali”, sul limite estremo degli anni ’40.

Siamo infatti nella milano post-boccioniana e industriale del dopoguerra, fervente delle nuove idee di rinnovamento del linguaggio picassiano anche attraverso una maggiore aderenza alle innovazioni scientifiche e al razionalismo di stampo costruttivista (si ricordi l’esperienza del M.A.C. Movimento Arte Concreta, 1950).

Le spirali bianche su fondo nero di Crippa sono infondo l’espressione di una presa di possesso dello spazio, non solamente mentale, ma anche fisico. Sono la trasposizione ideale di un gesto vitalistico e controllato, lampi di luci al neon artificiale che indagano l’ignoto.

Si pensi alla vicinanza con sperimentazioni che Lucio Fontana conduce negli stessi anni con cartapesta, sostanze fluorescenti e lampada di Wood o alla celebre ambientazione spaziale realizzata nel 1951 alla IX Triennale di Milano: una “Struttura al neon” progettata per gli architetti Marcello Grisotti e Luciano Baldessari, sospesa al soffitto nella sede della Triennale di Milano, sicuramente ispirata dalle spirali di Crippa, che supera in un attimo la divisione netta fra architettura, scultura e pittura nel segno di un’arte totale. Stima: 10.000€/14.000€.

Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – da capitoliumart.it
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60x60, 1960
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Nato a Pistoia nel 1911 Agenore Fabbri qui frequenta la Scuola di Arti e Mestieri per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. A Firenze l’artista partecipa al fervente ambiente culturale che ruota attorno al Caffè Giubbe Rosse dove conosce Eugenio Montale e Ottone Rosai.

Fabbri si distingue negli anni ’30 come scultore con opere che hanno per soggetto figure umane e animali catturate con fortissima carica espressionista in situazioni di lotta, nella contrazione di arti e muscoli.

A metà del decennio Fabbri è attivo anche ad Albisola dove si trasferirà dedicandosi alla ceramica, mezzo particolarmente amato per la possibilità di un contatto diretto e non mediato con la materia.

Dopo la guerra l’artista pistoiese fu uno dei massimi protagonisti dell’informale sia in scultura che in pittura. I materiali preferiti divengono il bronzo e il legno, quest’ultimo impiegato qui al lotto n. 33 “Senza titolo”. Si tratta di una rappresentativa opera del 1960 in cui Fabbri lacera il materiale in bicromia (rosso e nero) accentuando la carica gestuale e metaforica nel segno di una violenza memore dell’esperienza bellica che l’artista assurge a condizione esistenziale.

Da ricordare che nel 1952 e proprio nel 1960 la Biennale di Venezia gli dedica una sala personale. Stima: 10.000€/44.000€.

Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – da capitoliumart.it
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80x100, 1985
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

“Per contenuto nelle mie opere intendo l’idea, cioè la vita, la vita generale anche economica; tutto è vita come tutto è movimento. Il tendere alla spiritualizzazione di una linea è un’aspirazione interiore. Mia idea è far vivere contemporaneamente ogni cosa in armonia, in un tempo ed in uno spazio indeterminato. Contenuto mistico se vogliamo, in quanto tendo ad una comunione universale, ad una fusione ed ad un annullamento di una realtà impura” scrive un precocissimo Emilio Scanavino (nato a Genova nel 1922) in Pittori d’avanguardia a Genova, in “Numero. Arte e letteratura”, a. III, n.1, Firenze, 31 gennaio 1951.

E in questa affermazione c’è già tutta l’arte che verrà di Scanavino, fino al 1986, l’anno della morte, preceduto dalla stagione dei grandi “Alfabeti senza fine” (lotto n. 36). Perché la definizione corretta per l’arte dell’artista ligure non è astrattismo, informale, spazialismo, nuclearismo, tachismo, arte segnica; o meglio non può essere compendiata in nessuna di queste definizioni se non allo stesso tempo utilizzandole tutte.

In Scanavino c’è un linguaggio originalissimo che non si riduce alla cupezza dell’amato Wols né alla forza deformante di Bacon e nemmeno alle esperienze degli artisti della Galleria del Naviglio, cui pure l’artista fu assi vicino all’inizio degli anni ’50 per quella indagine di uno spazio al confine fra realtà e coscienza.

Scanavino infatti a un certo punto pesca in questa nebulosa coscienza, fa un salto nel vuoto ed ha una rivelazione. Scanavino cattura istantanee, attimi di verità assoluti e sempre veri, sbircia oltre il velo facendo drammatica e sentita esperienza del sangue vivo che ci scorre sotto: il linguaggio disarticolato, crudele, gutturale, mummificato e infallibile dell’esistenza. Stima: 26.000€/34.000€.

Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – da capitoliumart.it
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100x70, 1978
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera assai ricca iconograficamente questa al lotto n. 48 “Eva” di Tano Festa. Si tratta di una delle tipiche scene rielaborate dal Michelangelo della Cappella Sistina di cui l’artista romano della Scuola di Piazza del Popolo decontestualizza la figurazione facendola propria in senso concettuale.

Tutto in quest’opera contribuisce ad un nuovo senso che unisce in chiave pop il ‘ricalco’ degli elementi iconografici del “Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” del grande artista fiorentino a stilemi tipici di Festa: le nuvole quale richiamo alla trascendenza metafisica, i riquadri optical che rimandano alle celebri finestre, combinate metaforicamente in ordine ascensionale quasi ad aprire ad uno spazio non solo orizzontale ma anche verticale in piani sempre più astratti; infine i ‘pallini’ vuoti e pieni, derivati da Arnheim, che marcano la scansione temporale della percezione.

Su tutto il colore rosso peccato che in quest’opera calza a pennello andando a far vibrare sedimentazioni subliminali ivi lasciate dalla nostra cultura rinascimentale e cristiana. Stima: 6.000€/8.000€.

Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – da capitoliumart.it
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50x50, 1976
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Brianzolo classe 1935 Agostino Bonalumi si inserì giovanissimo nell’avanguardia artistica degli anni ’50 a Milano con Lucio Fontana, Enrico Baj, Piero Manzoni ed Enrico Castellani (gruppo che dette vita nel 1959 alla rivista Azimuth).

Alla base del lavoro di questi artisti c’era essenzialmente un’esigenza: dimostrare che il linguaggio artistico era ancora capace di suggerire, anzi individuare, delle possibilità; che la conoscenza e la manipolazione della materia e degli elementi può condurre ad una scoperta.

L’estroflessione della tela, insieme ad un lavoro sulla monocromia e gli effetti di luce sui volumi, sono i mezzi attraverso i quali due di questi artisti (Castellani e Bonalumi) riuscirono a sviluppare tali presupposti concettuali.

“[…] Da qualunque parte si vogliano prendere, le opere di Bonalumi risultano comunque, fisicamente e concettualmente, espressione di una dialettica, di un equilibrio, sempre suscettibile di produrre nuove variazioni: l’equilibrio imperfetto, per esempio, fra rigore geometrico e deviazione dalla stessa norma geometrica che ispira i primi, straordinari, cicli degli anni Sessanta; la dialettica fra l’interesse verso soluzioni formali quasi optical e il rigore con cui l’oggettualizzazione dell’opera viene perseguita, al di qua di qualunque ricerca dell’effetto; la dialettica fra contenimento nei limiti fisici dell’opera e l’apertura verso l’ambiente; la dialettica, infine, fra definizione e provvisorietà, sostenuta da un’idea dell’opera come embrione di forma, come qualcosa di sospeso, qualcosa che sta per essere” (dal catalogo della mostra “Agostino Bonalumi. Colori nello Spazio”, Novembre 2005 presso Lattuada Studio a cura di Flavio Lattuada con testo di Martina Corgnati). Stima: 40.000€/60.000€.

Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – da capitoliumart.it
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150x130, 2005
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera di qualità e buone dimensioni di Davide Nido al lotto n. 78 “Impressionista impressionato”.

Dopo gli studi con Luciano Fabro all’Accademia di Belle Arti di Brera, Nido diviene assistente di Aldo Mondino. Proprio dall’eclettico artista torinese Nido eredita la passione per i materiali concentrando tutta la sua attività artistica sull’uso di colle siliconiche applicate a caldo attraverso l’uso di una pistola termofusibile.

Una combinazione di arte optical e colori pop contraddistingue il linguaggio di Nido che è irriducibile ad una corrente artistica.

La ripetizione di simboli geometrici elementari, il contrasto dei colori complementari, le differenze di dimensione degli elementi e lo sfalsamento dei piani ritmici messo in atto dall’artista di Senago (classe 1966) contribuiscono assieme alla creazione di una continua interferenza percettiva. Questa assume, proprio attraverso lo sbilanciamento del colore, un andamento più caotico che controllato, generando una tensione continua fra percezione di una razionalità e impossibilità di contenimento.

“Una finestra che guarda l’universo” ha definito Nido le proprie opere che non sono altro che scoperta derivante dal lavoro sulla varietà, alchimia sull’infinita combinazione delle particelle elementari della materia. “Coriandoli” e “Tutto” sono fra l’altro titoli significativi di due dei più importanti cicli pittorici dell’artista. Stima: 10.000€/14.000€.

Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – da capitoliumart.it
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70x50, 42/60, 1970
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Michelangelo Pistoletto nasce a Biella nel 1933. Si forma inizialmente nello studio del padre, pittore e restauratore. Frequenta poi la scuola di grafica pubblicitaria diretta da Armando Testa.

La prima personale di Pistoletto è alla Galleria Galatea di Torino nel 1960. Qui l’artista presenta le prime ricerche sull’autoritratto che fin da subito si pongono al centro di un lavoro che conduce l’artista a riflettere, quasi in modo esistenziale, sul nostro essere hic et nunc.

Riflessione che porta Pistoletto, già nel 1962, all’ideazione dei primi “Quadri Specchianti” realizzati come riporti fotografici su carta velina applicata su lastre di acciaio inox lucidate a specchio (lotto n. 83 “Il telefono”).

Sono queste opere che aprono le porte del successo internazionale all’artista biellese. In questi anni espone alla Galleria Sonnabend di Parigi (1964), al Walker Art Center di Minneapolis (1966), al Palais des Beaux Arts di Bruxelles (1967), al Boijmans van Beuningen Museum di Rotterdam (1969).

Sono anche opere rappresentative dell’arte povera, nella definizione di Germano Celant del 1968 coniata nell’introduzione alla celebre mostra omonima presso la Galleria de’ Foscherari: “Se noi ‘recitiamo’, Pistoletto (e con lui Pascali, Kouneilis, Paolini, Merz, Anselmo, Zorio, Piacentino, Prini, Boetti, Fabro) non recita. Se il vivere ha lasciato il comando al vedere, Pistoletto inizia, con gli specchi, a ricostruire fenomenologicamente chi siamo e come siamo.

La realtà entra nello specchio ed è la prima tappa per un rapporto globale tra arte e vita. Pistoletto non gioca ad essere qualcuno, trovato un ‘mestiere’ non vi si affonda, non crede nell’autonomia della sua parte, il suo esserci (la presentazione dell’immagine fissa nello specchio) deve immediatamente dialogare con la vita (l’immagine riflessa). Con la stratificazione tra le due immagini ‘rappresenta’ l’osmosi tra arte e vita. Ma non gli interessa neppure rappresentare, non vuole continuare a recitare, in tutti i modi intende vivere nel presente, preferisce così vivere nel ‘vuoto’ esistente tra arte e vita”. Stima: 18.000€/24.000€.

Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – da capitoliumart.it
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50x46, 1962
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Carmelo Cappello, nato a Ragusa nel 1912, frequentò i corsi di Marino Marini all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Monza negli anni ’30. Nel 1937 debutta come scultore alla Galleria Bragaglia di Roma. Nel 1940 è già alla sua prima Biennale di Venezia.

Dopo un primo periodo di ispirazione figurativa Cappello inaugura negli anni ’50 (i primi abbozzati accenni nelle grandi sculture in alluminio “L’uomo nello spazio” e la successiva scultura “Acrobati” del 1955 esposta  alla Triennale di Milano) un personale linguaggio scultoreo astratto caratterizzato da linee curvilinee e volumi, come qui al lotto n. 97 “Senza titolo”, in una ricerca di armonie ed equilibri spaziali bidimensionali.

Una scultura quella dell’artista ragusano che risente dell’influenza del costruttivismo russo di Tatlin ed in seguito delle ricerche di compenetrazione spaziale che vanno da Brancusi ad Anton Pevsner. Cappello rielabora queste esperienze in un linguaggio originale che integra arabeschi di ispirazione industriale e ‘macchinistica’ nella realtà stessa che entra a pieno titolo a far parte dell’opera alla ricerca di una sintesi, poi riuscitissima, fra arte e natura.

Carmelo Cappello ha esposto alla Biennale di Venezia nel 1940, 1948, 1950, 1952, 1954 e 1958; alla Triennale di Milano nel 1951, 1954 e 1957 ed alla Quadriennale di Roma nel 1933, 1943, 1947, 1955, 1965, 1973 e 1986. Stima: 6.000€/8.000€.

Asta Martini n. 36 – 20/21 Giugno 2017 – Brescia, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 36 della Casa d’Aste Martini Studio d’Arte di Brescia si terrà nei giorni 20 e 21 giugno 2017 in due sessioni alle ore 17.00 (Lotti 1-100 e 101-181). La TopTen di SenzaRiserva.

Ideo Pantaleoni, Composizione, tempera su tela, 54×80, 1954 – Lotto n. 33 – da martiniarte.it
Ideo Pantaleoni, Composizione, tempera su tela, 54x80, 1954
Ideo Pantaleoni, Composizione, tempera su tela, 54×80, 1954 – Lotto n. 33 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Nato a Legnago nel 1904 Ideo Pantaleoni è stato un’artista dalle tante sfaccettature, passato nel corso delle sue ricerche dalla figurazione all’astrattismo, dall’informale al costruttivismo.

In particolare, fra il 1948 ed il 1958 Pantaleoni ha partecipato attivamente al M.A.C. Movimento Arte Concreta con Atanasio Soldati, Gillo Dorfles, Gianni Monnet, Bruno Munari.

Così lo ricorda Gillo Dorfles: “[…] era una persona colta e simpatica, era l’unico che aveva un’ufficialità didattica, veniva dalla scuola delle arti, gli altri erano architetti, critici, design, mentre Pantaleoni aveva una sua precisa attività culturale. È stato il trait d’union tra l’ufficialità dell’epoca e il M.A.C. Era partecipe anche nell’attività per la pubblicazione dei bollettini di ‘Arte Concreta’” (dall’Intervista a Gillo Dorfles di Susanne Capolongo in “Ideo Pantaleoni. Un viaggio verso l’astrazione”, catalogo della mostra tenutasi dal 3 al 28 novembre 2015 presso Cortina Arte Milano, a cura di Susanne Capolongo e Stefano Cortina, testo di Marco Meneguzzo).

Opera elegante e ben riuscita questa al lotto n. 33 “Composizione” in cui l’artista mostra una vicinanza con le soluzioni formali modulari di Gianni Monnet. Stima: 8.000€/10.000€.

Francesco Guerrieri, Ritmo struttura alfa, acrilico su tela, 75×149, 1963 – Lotto n. 56 – da martiniarte.it
Francesco Guerrieri, Ritmo struttura alfa, acrilico su tela, 75x149, 1963
Francesco Guerrieri, Ritmo struttura alfa, acrilico su tela, 75×149, 1963 – Lotto n. 56 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Francesco Guerrieri nasce a Borgia nel 1931 ma cresce dal 1939 a Roma. Qui studia giurisprudenza e intanto segue i corsi dell’Academie de France e l’Accademia dell’Associazione Artistica Internazionale.

Nel 1963, anno in cui esegue l’opera al lotto n. 56 “Ritmo struttura alfa”, è fra i fondatori del Gruppo 63 con la moglie Lia Drei, Giovanni Pizzo e Lucia di Luciano. L’esperienza finisce lo stesso anno e Guerrieri e la Drei danno inizio al nuovo progetto “Binomio Sperimentale P.” (1963-1968), dove “P” sta per puro, nel contesto del quale affrontano i temi della percezione e degli effetti ottico-luminosi dei colori. Connaturato alla loro pittura è però anche il concetto di ‘intuizione lirica’ che, prescindendo da un approccio esclusivamente scientifico, rende esplicite sulla tela vere e proprie rivelazioni e constatazioni estetiche.

Scrivono i due nella “Dichiarazione” di poetica letta al Convegno di Verucchio nell’autunno del 1963: “La ricerca deve avere un suo campo d’indagine, altrimenti non avrebbe ragione d’essere. Nel nostro caso non può che essere ESTETICA. Quindi per quanti metodi rigorosamente logici e scientifici si vogliano adottare, essa non sarà mai rigidamente logica, ma sempre e necessariamente METALOGICA. Ciò non fa scadere il valore della ricerca secondo una valutazione scientifica: molte verità delle scienze e della stessa matematica sono puramente intuitive, perché in molti casi l’intuizione è il solo mezzo di conoscenza dato all’uomo”.

Al lotto n. 56 “Ritmo struttura alfa” un’opera dal forte dinamismo gestaltico, quasi l’autore giocasse con una forma d’onda analogica interrotta e ne scandisse il ritmo attraverso campionamenti digitali binariamente modulati dal colore. Stima: 10.000€/12.000€.

Sergio Dangelo, Il Muro dell’anima, smalti su tela, 25×100, 1952 – Lotto n. 92 – da martiniarte.it
Sergio Dangelo, Il Muro dell’anima, smalti su tela, 25x100, 1952
Sergio Dangelo, Il Muro dell’anima, smalti su tela, 25×100, 1952 – Lotto n. 92 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Artista poliedrico, tanto che talvolta è difficile riconoscerne la paternità d’opera, Sergio Dangelo è stato fondatore insieme ad Enrico Baj del Movimento Nucleare a Milano nel 1950, inaugurato con una mostra alla Galleria San Fedele dal titolo emblematico di “Pittura Nucleare” nel 1951.

Il Manifesto viene redatto in questa occasione, ma sarà pubblicato solo l’anno successivo a Bruxelles contestualmente alla mostra alla Galleria Apollo.

Si legge nel Manifesto: “I nucleari vogliono abbattere tutti gli ‘ismi’ di una pittura che cade invariabilmente nell’accademismo. Vogliono reinventare la pittura disintegrandone le forme tradizionali. Nuove forme dell’uomo possono essere trovate nell’universo dell’atomo e nelle sue cariche elettriche. Non siamo in possesso della verità che può essere trovata solo nell’atomo. Siamo coloro che documentano la ricerca di questa verità […] La forza di gravità non appesantirà più le nostri menti e non ci riporterà a terra perché è stata sconfitta dall’arte nucleare, un supercarburante atomico per i nostri voli interplanetari”.

Una ricerca dunque che partendo dall’informale costruisce sopra le nuove scoperte scientifiche e i progressi della tecnica. Si tratta di un’arte energica e propositiva che vuole ripartire dal ‘grado zero’, dal “BUM” (si veda la celebre illustrazione “Manifesto BUM” di Baj del 1952) delle vicende atomiche per rinascere sotto forma di ‘fenice’.

Questo rappresentano i paesaggi dei primi anni ’50 di Dangelo (lotto n. 92 “Il muro dell’anima”) che divide, smembra gli scenari, reali e della coscienza, nelle componenti fondamentali con una forza gestuale da action painter. “La finalità è quella di ricostruire un’ipotetico ‘paesaggio nucleare’ attraverso la più ampia sperimentazione di materiali e tecniche. Gli artisti nucleari, partendo dal Surrealismo e dll’automatismo psichico, vogliono contrapporsi all’astrattismo e al naturalismo al fine di rappresentare pittoricamente la disintegrazione e la frammentazione della materia […]” (da Domenico Scudiero e Giorgia Calò, “Moda ed Arte tra Decadentismo ed Ipermoderno”, ed. proto-type Arte Contemporanea, 2002, p. 108). Stima: 8.000€/10.000€.

Horacio Garcia Rossi, Senza titolo, acrilico su tela, 80×80, 1975 – Lotto n. 108 – da martiniarte.it
Horacio Garcia Rossi, Senza titolo, acrilico su tela, 80x80, 1975
Horacio Garcia Rossi, Senza titolo, acrilico su tela, 80×80, 1975 – Lotto n. 108 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Bella opera di Horacio Garcia Rossi al lotto n. 108 “Senza titolo”. Nato a Buenos Aires nel 1929 Garcia Rossi studia alla Scuola Nazionale di Belle Arti con Hugo Demarco, Julio Le Parc, Francisco Sobrino. Dal 1959 è a Parigi dove parteciperà all’esperienza del G.R.A.V. Groupe de Recherche d’Art Visuel (di cui fu co-fondatore nel 1960).

Dalle prime ricerche sulle sovrapposizioni del colore la pittura di Garcia Rossi si sposta nel corso degli anni ’60 dalle dinamiche visive bidimensionali all’analisi di effetti luministici e dinamici della forma nello spazio e nelle tre dimensioni (famosi i cilindri e gli abbecedari in rotazione), creando contaminazioni fra grafemi, significati e forme.

Fra il 1972 ed il 1974 la sua ricerca si orienta nuovamente verso la bidimensionalità e le possibilità ottiche del colore (lotto n. 108 “Senza titolo”). Quest’opera in particolare anticipa di qualche anno il ciclo delle opere su “colore-luce” in cui Garcia Rossi riesce ad amalgamare le due componenti attraverso un rigoroso e studiato dosaggio di colori analoghi e complementari che assurge ad una potentissima forza irradiante sulla retina dello spettatore. Stima: 10.000€/12.000€.

Hans Jorg Glattfelder, PYR 124/69, Rilievi con piramidi, 70x70x10, 1971 – Lotto n. 111 – da martiniarte.it
Hans Jorg Glattfelder, PYR 124/69, Rilievi con piramidi, 70x70x10, 1971
Hans Jorg Glattfelder, PYR 124/69, Rilievi con piramidi, 70x70x10, 1971 – Lotto n. 111 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Nato nel 1939 a Zurigo, Hans Jorg Glattfelder si forma alla scuola geometrica dei “concretisti” di Zurigo. Prosegue la sua formazione astratto-concreta a Firenze, dove si stabilisce dal 1963, entrando anche in contatto con i protagonisti dell’astrattismo classico fiorentino.

La prima personale è del 1966 alla Galleria Numero di Fiamma Vigo a Milano. In questi anni Glattfelder realizza “Rilevi con piramidi” (lotto n. 111) con i quali sostiene l’idea di una realizzazione anonima dell’opera d’arte, non diversamente da coeve esperienze pop, che faccia uso di mezzi e materiali industriali.

Contrariamente al pop però la ricerca di Glattfelder si orienta verso un costruttivismo ‘scientifico’ che non concede nulla all’ironia, alla critica, alla nostalgia; e già qui l’artista sembra anticipare quella teoria del “meta-razionale” e della dialettica fra metodo scientifico ed arti plastiche che sarà il nodo centrale delle sue opere degli anni ’80 e ’90.

Le opere di Glattfelder non sono fredde perché non appiattiscono gli oggetti, ma propongono una sfida di tensione fra forze opposte: alto e basso, colore e assenza di esso, freddo e caldo, energia e sterilità, centro e periferia, densità e rarefazione. Stima: 20.000€/25.000€.

Giovanni Pizzo, Sign Gestalt n. 0060, Morgan’s paint e china su masonite, 60×100, 1963 – Lotto n. 128 – da martiniarte.it
Giovanni Pizzo, Sign Gestalt n. 0060, Morgan’s paint e china su masonite, 60x100, 1963
Giovanni Pizzo, Sign Gestalt n. 0060, Morgan’s paint e china su masonite, 60×100, 1963 – Lotto n. 128 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

L’analisi dei processi visivi di origine gestaltica caratterizzò certamente le ricerche dei componenti del Gruppo 63: Giovanni Pizzo, Lucia di Luciano, Lia Drei e Francesco Guerrieri. Nello stesso anno, il 1963, Pizzo con Lucia di Luciano fonda l'”Operativo R” con Carlo Carchietti e Franco di Vito.

Pizzo, influenzato dalla lettura dei testi razionalisti di Bertrand Russel e ispirato dalla visione delle opere di Piet Mondrian alla Galleria Nazionale d’Arte moderna, realizza in questi anni opere di carattere geometrico e strutturalista attraverso le quali mette in evidenza come le immagini/segno siano il prodotto gestaltico del procedimento operazionale stesso.

Opera grande e di notevole impatto estetico questa al lotto n. 128 “Sign Gestalt n. 0060”, oltretutto di un anno fondamentale per queste esperienze che preludono alle ricerche cinetiche e dell’arte analitica del decennio successivo. Stima: 10.000€/12.000€.

Ketty La Rocca, Senza titolo, inchiostro su fotografia in bianco e nero applicata su alluminio, 59×49, 1974 – Lotto n. 134 – da martiniarte.it
Ketty La Rocca, Senza titolo, inchiostro su fotografia in bianco e nero applicata su alluminio, 59x49, 1974
Ketty La Rocca, Senza titolo, inchiostro su fotografia in bianco e nero applicata su alluminio, 59×49, 1974 – Lotto n. 134 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Ketty La Rocca è stata una delle protagoniste della poesia visiva fiorentina. Nata e cresciuta in Liguria nel 1956, frequenta poi l’Istituto Cherubini di musica a Firenze.

Nel capoluogo fiorentino conosce Eugenio Miccini e Lelio Missoni che la introducono nel gruppo di intellettuali d’avanguardia che andrà poi a formare il Gruppo 70.

Il Gruppo 70 riunisce poeti, musicisti, artisti nel nome di nuove esperienze espressive di carattere interdisciplinare che consentano di restringere il divario fra arte, realtà contemporanea, linguaggio e cultura mass-mediale.

Fra i fondatori ci sono Eugenio Miccini, filosofo e teologo, Lamberto Pignotti, semiologo, Luciano Ori e Lucia Marcucci. In seguito si uniranno Ketty La Rocca, Giuseppe Chiari, Sergio Salvi, Antonio Bueno e Silvio Loffredo. Fra gli altri partecipano anche Luciano Anceschi, Umberto Eco, Eugenio Battisti, Gillo Dorfles, Mauro Bortolotto, Gianni Scalia, Roman Vlad.

Come ha ben scritto Luigi Ballerini il Gruppo mette a punto “un condotto comunicativo ipostatico rispetto ai valori ideolessicali degli ingredienti, e deviante rispetto alle suture della loro coesione”. Comunicazione che avviene in particolare attraverso il ‘fotopoema’ cioè una combinazione di collage fotografico e linguaggio che strania la rappresentazione stessa della realtà attraverso interferenze concettuali di senso dalla carica ironica e dall’intento di capovolgimento.

Il linguaggio delle mani, qui al lotto n. 134 “Senza titolo” è un tema che fa parte di un ciclo di opere della La Rocca che risale al 1971 anno in cui l’artista presenta un libro fotografico In principio erat alla Galleria Flori di Firenze. Sono fotografie delle mani dell’artista o di altre persone ‘contaminate’ da frasi in inglese ed italiano che risolvono una balbettante razionalità in un gesto di senso. Stima: 20.000€/25.000€.

Michele Zaza, Mimesi, 10 fotografie a colori, 40×30 cadauno, 1975 – Lotto n. 139 – da martiniarte.it
Michele Zaza, Mimesi, 10 fotografie a colori, 40x30 cadauno, 1975
Michele Zaza, Mimesi, 10 fotografie a colori, 40×30 cadauno, 1975 – Lotto n. 139 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Michele Zaza è un altro artista che lavora con le immagini fotografiche. Originario di Molfetta si diploma nel 1971 presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. La prima personale è del 1972 alla Galleria Diagramma di Milano. Nel 1980 è invitato alla XXXIX Biennale di Venezia con sala personale.

Arte d’avanguardia in quanto negazione della rappresentazione attraverso il concetto sembra essere il filo logico della ricerca di Zaza.

“Nella Mimesi, il rifiuto della mimèsi tradizionale intesa come imitazione coatta […] passa attraverso la critica della cultura che si rinchiude sull’archetipo e sul mito. L’artista […] è il soggetto e l’oggetto di questa critica. [In opere come questa] si configura la posizione anomala dell’artista rispetto alla normalità della vita; la cultura come fantasma pedina la natura in uno dei suoi fondamentali atti biologici, dunque reali, nello stravolgimento; l’imitazione avviene nella separazione; e l’atto di rappresentare (la fotografia, il linguaggio) rende irreale la realtà” (da Tommaso Trini, Michele Zaza in “Data” #15, p. 33).

Qui al lotto n. 139 “Mimesi” l’artista lavora sul concetto di tempo proponendo due serie di scatti in sequenza. La prima sequenza di cinque foto segue il flusso temporale di un attraversamento, la seconda invece confonde gli attimi di tempo trasfigurando un momento di realtà in un processo di memoria. Stima: 30.000€/40.000€.

Paolo Cotani, Bende elastiche + Colore, acrilico su bende elastiche, 150×300, 1975 – Lotto n. 153 – da martiniarte.it
Paolo Cotani, Bende elastiche + Colore, acrilico su bende elastiche, 150x300, 1975
Paolo Cotani, Bende elastiche + Colore, acrilico su bende elastiche, 150×300, 1975 – Lotto n. 153 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Un’imponente e bellissima opera degli anni ’70 di Paolo Cotani al lotto n. 153 “Bende elastiche + Colore”.

Cotani appartiene sicuramente a quel gruppo di artisti che a partire dalla fine degli anni ’60 con una ridefinizione del ‘grado zero’ della pittura va oltre le analisi sulla percezione dell’arte cinetica per riappropriarsi in toto del fare e del farsi della pittura stessa.

L’uso delle bende elastiche in Cotani intanto rimette al centro i processi operazionali e i materiali riappropriandosi di uno spazio monocromo che non è più solo volontà autoriale ma possibilità di costruzione e lavoro sulle mille sfaccetature del mondo stesso.

In queste opere di Cotani ci sono l’artista e la realtà ma anche il mezzo e il controllo. Come se l’artista rappresentasse il collante fra intenzione e azione; percezione, tecnica e materiale. Non manca l’aspetto concettuale: l’opera diviene una scoperta o meglio una ri-scoperta di un patrimonio ‘mummificato’, un lascito segreto da proteggere, di cui prendersi cura. Stima: 60.000€/70.000€.

Enzo Cacciola, 2-12-1973, pittura industriale su tele, 105×148, 1973 – Lotto n. 158 – da martiniarte.it
Enzo Cacciola, 2-12-1973, pittura industriale su tele, 105x148, 1973
Enzo Cacciola, 2-12-1973, pittura industriale su tele, 105×148, 1973 – Lotto n. 158 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Non c’è dubbio che il percorso artistico dell’artista genovese Enzo Cacciola si sia fin dagli anni ’70 sviluppato in seno all’arte analitica.

Le “superfici integrative” di cui questa in asta al lotto n. 158 “2-12-1973” è un bellissimo e grande esemplare, vengono proposte da Cacciola nella seconda mostra, dopo la prima personale del 1971, alla Galleria La Bertesca di Milano nel 1974 curata da Giorgio Cortenova.

Si tratta di composizioni di telai quadrati e rettangolari che lasciano spazi aperti verso la parete che costituisce e integra lo spazio percettivo dell’opera stessa.

Anche Cacciola dunque riparte dal ‘grado zero’ della pittura (il monocromo) per ricominciare. E l’artista genovese lo fa aprendosi allo spazio e al colore attento più ad individuare una prospettiva che all’esito dell’opera.

Come afferma Cortenova stesso nell’introduzione al catalogo della mostra del 1974 Cacciola in queste opere “semplicemente rivela un ‘campo’, un tempo di sedimentazione, il proprio ritmo interno, la struttura del pigmento”. Stima: 15.000€/20.000€.

Arcangelo, Altare della Memoria, tecnica mista su tela, 180×230, 1989 – Lotto n. 176 – da martiniarte.it
Arcangelo, Altare della Memoria, tecnica mista su tela, 180x230, 1989
Arcangelo, Altare della Memoria, tecnica mista su tela, 180×230, 1989 – Lotto n. 176 – Immagine da martiniarte.it – Asta Martini Studio d’Arte n. 36

Altra opera di grandissime dimensioni (180×230) al lotto n. 176 “Altare della Memoria” di Arcangelo, artista originario di Avellino (classe 1956). Negli anni ’80 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma per spostarsi poi quasi subito a Milano.

L’arte di Arcangelo si caratterizza immediatamente per una eccentricità che tocca da una parte le ricerche della Transavanguardia, con una volontà di riappropriazione della pittura e del reale; dall’altra mette in atto un approccio ‘poveristico’, ‘radicale’ e viscerale alle proprie radici, anche inconsce.

Pigmenti puri, terre, carboni sono i materiali che Arcangelo usa nel realizzare le proprie opere alla ricerca di un contatto ‘fisico’ con quelle terra e quelle tradizioni del sud cui si sente assai legato. Quello di Arcangelo è uno scavo psicologico ed una indagine sugli archetipi e i simboli della collettività, uno sguardo da sociologo ed entomologo, di grande forza espressiva, che cerca di illuminare quei simboli atavici solo attraverso i quali possiamo ricostruire il nostro presente.

Graffitismo, concettualismo, primitivismo, poverismo sono tutte componenti fondamentali della pittura dell’artista del Sannio. Stima: 7.000€/8.000€.