Asta Minerva Auctions n. 137 – 11 Maggio 2017 – Roma, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 137 della Casa d’Aste Minerva Auctions di Roma si terrà in due tornate l’11 maggio, ore 11 (lotti 1-110) e ore 17 (lotti 120-292). La TopTen di SenzaRiserva.

Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100×70, 1953 – Lotto n. 159 – da minervaauctions.com
Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100x70, 1953
Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100×70, 1953 – Lotto n. 159 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Originario di Mantova, Giulio Turcato compie studi artistici a Venezia ma ben presto si stabilisce a Roma. Qui è fra i promotori dell’Art Club nel 1945 e del Gruppo Forma 1 nel 1947 con Dorazio e Perilli.

Del 1952, anno precedente all’esecuzione dell’opera al lotto n. 159 “Strada italiana”, è la sua adesione al Gruppo degli Otto (Afro Basaldella, Renato Birolli, Antonio Corpora, Mattia Moreni, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova).

L’opera in asta è esemplificativa di queste esperienze. Turcato mostra infatti una sensibilità per la semplificazione delle forme che comunque ancora mantiene una stretta adesione al dato reale.

“Riconosciamo nel formalismo l’unico mezzo per sottrarci ad influenze decadenti, psicologiche, espressionistiche; il quadro, la scultura, presentano come mezzi di espressione: il colore, il disegno, le masse plastiche, e come fine un’armonia di forme pure: la forma è mezzo e fine. Il quadro deve poter servire anche come complemento decorativo di una parete nuda, la scultura anche come arredamento di una stanza; il fine dell’opera d’arte è l’utilità, la bellezza armoniosa” (dal Manifesto pubblicato nell’aprile del 1947 sulla rivista Forma 1, Mensile di Arti figurative, n. 1).

E ancora Lionello Venturi, presentando la Monografia del Gruppo per la partecipazione alla Biennale Veneziana del 1952, scrive: “se nel loro arabesco l’immagine di una barca o di un qualsiasi altro oggetto della realtà può essere inclusa, non si privano dell’arricchimento che quell’oggetto può dare alla loro espressione. Se essi sentono il piacere di una materia preziosa, di un accordo lirico di colore, di un effetto di tono, non vi rinunziano. Non sono dei puritani in arte, come gli astrattisti: accettano l’ispirazione da qualsiasi occasione e non si sognano di negarla”.  Stima: 10.000€/15.000€.

Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963 – Lotto n. 184 – da minervaauctions.com
Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963
Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963 – Lotto n. 184 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Nato a Graniti, in provincia di Messina, nel 1913 Giuseppe Mazzullo compì gli studi di scultura all’Accademia di Belle Arti di Perugia. Nel 1935 già partecipa alla Quadriennale d’Arte di Roma dove mostra la sua predilezione per un gusto arcaizzante e la ricerca del tuttotondo che affinerà in quegli anni a Carrara dove conosce e subisce anche l’influenza di Arturo Martini.

Negli anni ’40 è professore di plastica all’Istituto d’Arte di Roma. La sua casa nel dopoguerra, in via Sabazio n. 34, diviene punto d’incontro di artisti e intellettuali dell’epoca fra cui Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Giuseppe Ungaretti. La scultura di Mazzullo in questi anni risente delle spinte neocubiste ed espressioniste che provengono d’oltralpe, ma nel 1950 alla XXV Biennale di Venezia il suo linguaggio è già pienamente neorealista.

A metà degli anni ’50 Mazzullo inizia una fase di sperimentazione che introduce una visione più libera e spaziale della figura umana. L’artista usa anche materiali diversi: il legno e in particolare la pietra grezza della Tolfa.

“Oratore”, lotto n. 184, del 1963 è una scultura concepita come un ritrovamento archeologico, segnata dalla forza degli elementi naturali (un’idea che oggi si ritrova nella mostra di Damien Hirst, Treasures from the wreck of the unbelievable, a Palazzo Grassi a Venezia). Opere che risentono inoltre delle ricerche sul ‘non finito’ e sulle torsioni di Michelangelo e che vivono di una intensa drammaticità. Stima: 5.000€/7.000€.

Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965 – Lotto n. 190 – da minervaauctions.com
Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965
Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965 – Lotto n. 190 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Mirko Basaldella nasce ad Udine nel 1910. Studia a Venezia, all’Accademia di Belle Arti di Firenze e All’Accademia di Arti Applicate di Monza.

La scultura dell’artista, fin dagli anni ’30, riesce a coniugare un gusto arcaizzante ed una innata tensione espressionista ai principi dell’arte e della scultura classica (in particolare con riferimenti a Donatello e al Pollaiolo).

Al biennio 1946/1947 risalgono le prime opere caratterizzate da un linguaggio postcubista e surrealista dove Basaldella esprime al meglio quel ‘gusto per il mito’ che ha ereditato dagli insegnamenti di Arturo Martini.

Mito che si caratterizza nella sua scultura in varie forme: come recupero arcaizzante, dispiegarsi di forze e linee astratte, reciproca comunicazione fra opera e spazio.

Nel 1954 è alla Biennale di Venezia e sue opere vengono acquistate da Peggy Guggenheim. Nel 1957 è nominato direttore del Laboratorio di design della Harvard University in Massachusetts.

Dal 1963 alternerà stagioni in America e in Italia. La stagione estiva spesso in Italia, a Roma, col lavoro in fonderia, fra giugno e luglio; poi a Forte dei Marmi e infine nel suo Friuli.

“Mirko non è un puro e semplice ‘ladro d’immagini’, ma un creatore che sa come e quanto l’elevazione di forme simboliche sia importante per la costruzione di una nuova e diversa civiltà. […] tutto ciò appare positivo a Carol Giedion Welcker secondo la quale – è una nota del ’61 – Mirko ‘da anni, sta sviluppando tutta una serie di audaci esperimenti per immettere nella plastica moderna qualcosa di quell’arcaico sapore che era andato totalmente perduto nel secolo scorso e negli esperimenti costruttivisti di questo secolo'” (da Tito Maniacco,”Mirko Basaldella”, Edizioni Studio Tesi, Civiltà della Memoria, 1993, pag. 66). Stima: 8.000€/12.000€.

Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936 – Lotto n. 218 – da minervaauctions.com
Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936
Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936 – Lotto n. 218 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Pericle Fazzini nasce il 4 maggio 1913. Artista, progettista, insegnante all’Accademia di Firenze a partire dal 1955.

La sua opera “Ritratto di Giuseppe Ungaretti” di cui il lotto n. 218 in asta è una ‘prova’ prima della realizzazione, è esposto all’interno del Museo Novecento di Firenze. Una versione in legno a mezzo busto si trova invece nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

Dal 1930 Fazzini segue i corsi della Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Roma. Nel 1936 stabilisce il suo studio in via Margutta. Invitato alla Biennale di Venezia nel 1935 e poi nel 1938.

Gli anni ’30 rappresentano senza dubbio la vetta della produzione artistica di Fazzini. Le opere di questo periodo sono improntate a un deciso superamento dei canoni classici ottenuto attraverso un accentuato e riuscitissimo lirismo delle figure.

Scrive l’artista: “voglio che la figura umana, fisica, sia sempre il mio limite, o meglio, il mio punto di riferimento”. Stima: 10.000€/15.000€.

Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35×40, 1966 – Lotto n. 224 – da minervaauctions.com
Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35x40, 1966
Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35×40, 1966 – Lotto n. 224 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

“La retorica irreale” al lotto n. 224 è una piccola ma significativa opera di Achille Perilli del 1969.

La fine degli anni ’60 è un passaggio importante nella  pittura dell’artista di Forma 1. Perilli infatti in questi anni continua da una parte un ciclo improntato alla geometrizzazione ed alla razionalizzazione di un discorso tachista di espressione della soggettività emotiva ed impressionistica (evidente in questo lotto).

Dall’altra inaugura le opere della produzione fino ai giorni nostri e che caratterizzano al meglio quell’irrazionale geometrico che è la sua invenzione.

Un passo dello scritto teorico di Perilli, Indagine sulla prospettiva, “Grammatica”, n. 3, Roma, luglio 1969, risulta particolarmente illuminante rispetto alle opere dell’artista come questa in asta: “Se il linguaggio è universo a se stante (ogni universo è in primo luogo un universo in quanto è proprio una morfologia ed è sottoposto a tutto il rigore e a tutta l’arbitrarietà della morfologia) e se la pittura è un linguaggio che si propone di volta in volta con la presenza esistenziale del pittore e con la sequenza del suo lavoro ( e non con la singola opera) di determinare la condizione del suo esistere: allora la verifica che noi possiamo operare sulla validità linguistica, all’interno delle leggi stesse che regolano quel linguaggio, all’interno delle sue proprie contraddizioni, che creano il movimento e lo sviluppo.

La sequenza annulla il valore singolo dell’intuizione e introduce il concetto della ricerca contrapposto a quello della creazione. Il lavoro della fantasia si compie quindi non più per gesti isolati, ma realizzando una struttura elaboratrice di dati, atta nel suo svolgersi ad analizzare i nuovi materiali emersi ad organizzarli in nuovi moduli espressivi”. Stima: 10.000€/15.000€.

Tano Festa, 15 – N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50×70, 1961 – Lotto n. 243 – da minervaauctions.com
Tano Festa, 15 - N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50x70, 1961
Tano Festa, 15 – N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50×70, 1961 – Lotto n. 243 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

L’anno scorso da Christie’s Milano un’opera di Tano Festa (intitolata “Via Veneto 2”), certo più grande, in cui Tano Festa sostituisce le strisce di carta verticali, che scandiscono l’opera con listelle di legno, ha segnato il record di battuta d’asta per l’artista a 517.000 euro.

Si tratta di opere storiche, come questa al lotto n. 243 “N. 6”. Sono le prime opere di uno dei protagonisti della “Giovane Scuola di Roma” (Schifano, Angeli, Renato Mambor e Sergio Lombardo inizialmente) nella definizione di Cesare Vivaldi.

Dopo un inizio informale venato di surrealismo alla Sebastian Matta, dal 1960 Festa dà il via ad un azzeramento del linguaggio artistico con opere di cui questa in asta è un esempio. Scansioni verticali di rossi e bianchi, un richiamo da una parte attraverso il rosso ad una materia organica primaria, il sangue, e dall’altra alla purezza della luce col bianco; rosso ancora della luce della camera fotografica, tecnica tanto amata; riquadri che rimandano al concetto base di immagine, frame, successione temporale da cui si svilupperà tutta lasuccessiva ricerca pop dell’artista. Stima: 35.000€/45.000€.

Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34×25.7, olio su tavola, 1916 – Lotto n. 245 – da minervaauctions.com
Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34x25.7, olio su tavola, 1916
Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34×25.7, olio su tavola, 1916 – Lotto n. 245 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Alberto Gleizes è a pieno titolo uno dei più importanti rappresentanti francesi del cubismo. Dal 1911 Gleizes fu fra i principali espositori di opere cubiste nei saloni parigini tanto da fondare il cosiddetto “Gruppo dei Saloni”.

Allo scoppio della grande guerra, prima arruolato e poi riformato, nel 1915 si trasferisce a New York. Nel 1916 è nuovamente in Europa a Barcellona con la moglie Juliette Roche.

L’opera al lotto n. 245 “Natura morta” porta testimonianza dell’originalità del contributo di Gleizes alla pittura cubista. La decostruzione geometrica delle forme Picassiane mantiene un realismo formale di grande spessore in Gleizes, anche se esso è più evidente nelle opere con le figure umane, per esempio si vedano L’Homme au balcon del 1912 e La Dame aux bêtes del 1914.

La tavolozza di questi primi anni è scura, nella tonalità dei marroni, ma già tende ad accendersi in campiture vivide di colore caratteristiche della successiva produzione. Stima: 50.000€/70.000€.

Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5×50.5×2.5, 1970 – Lotto n. 249 – da minervaauctions.com
Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5x50.5x2.5, 1970
Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5×50.5×2.5, 1970 – Lotto n. 249 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Nato a Milano nel 1926 Vincenzo Agnetti frequenta l’Accademia di Brera e la scuola del Piccolo Teatro. Esordisce come artista alla fine degli anni ’50. In quegli anni partecipa con Piero Manzoni ed Enrico Castellani alla redazione di Azimuth.

Nel 1962 è in Argentina dove lavora nel campo dell’automazione elettronica inaugurando un periodo che l’artista stesso definisce “liquidazionismo o arte no” e che finirà solo nel 1967 con la prima personale presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Da allora Agnetti è stato uno dei protagonisti, insieme a Piero Manzoni, dell’arte concettuale italiana.

Il primo esemplare del ciclo “Libro dimenticato a memoria” (lotto n. 249) risale al 1969. L’opera è una sintesi perfetta della ricerca epistemologica, sul linguaggio e la memoria, dell’artista milanese.

Agnetti riporta la definizione ossimorica “dimenticato a memoria” in un immaginario visuale che vive di pieno e vuoto e che sostanzialmente riporta il processo della conoscenza al concetto di cornice, equivalenza di una strutturazione gnoseologica dell’apprendimento.

Siamo la nostra memoria sembra dirci Agnetti non in quanto ricordiamo ma poiché abbiamo conosciuto, ed essa è il repertorio delle possibilità nell’ambito di una possibilità di condivisione. Guardare dentro e oltre un libro è ritrovare noi stessi. Stima: 30.000€/40.000€.

Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50×60, 1977 – Lotto n. 260 – da minervaauctions.com
Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50x60, 1977
Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50×60, 1977 – Lotto n. 260 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Opera bellissima della trapanese Carla Accardi al lotto n. 260 “Verde rosso”. Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Palermo, l’Accardi vive il dibattito fra astrattismo e realismo nella Roma del dopoguerra.

Nel 1947 è fra i fondatori del Gruppo Forma 1 con Antonio Sanfilippo che sposerà nel 1949, Ugo Attardi, Piero Dorazio, Pietro Consagra, Mino Guerrini, Concetto Maugeri, Achille Perilli e Giulio Turcato.

Ben presto e fino all’inizio degli anni ’60 la ricerca dell’Accardi si orienta verso l’astrattismo segnico, ripreso, dopo una decennale parentesi più ottico-cinetica, alla fine degli anni ’70, approfondendo un discorso percettivo sul colore che evidenzia la scansione ritmica coscienziale delle sue opere.

“Frammenti di labirinto […] e ‘arcieri’ si schierano in ‘assedi’. L’organizzazione di questi spazi nuovi è autentica ma non ingenua: rispecchia la conoscenza sottile dei ritmi, echi e modulazioni della pratica pittorica. […] Rispettare le distanze giuste, ripetere la calligrafia […] ripercorrere gli stessi ‘labirinti’, le stesse ‘battaglie’ – questo per Carla Accardi è esercizio di coscienza di sé, non di stile” (da Anne Marie Boetti Sauzeau, “Carla Accardi”, in DATA n. 20, marzo-aprile 1976, pp. 72-74). Stima: 30.000€/40.000€.

Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76×54, 1946 – Lotto n. 263 – da minervaauctions.com
Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76x54, 1946
Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76×54, 1946 – Lotto n. 263 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Luigi Filippo Tibertelli de Pisis nasce a Ferrara nel 1896. Conosce a Ferrara, fin dal 1915, i pittori metafisici: Giorgio De Chirico, Alberto Savinio e poi Carlo Carrà. Gli inizi infatti della sua pittura risentono dell’influenza di questi ultimi.

Ben presto però l’artista trova la sua cifra originale, con quella particolarissima pittura carica di suggestioni ed impressioni definita da Eugenio Montale “pittura a zampa di mosca”.

Dal 1925 De Pisis è a Parigi, dove soggiornerà per 14 anni, instaurerà rapporti e verrà influenzato dalla pittura di Manet, Corot, Matisse e dei Fauves.

Nel 1943 si trasferisce a Venezia dove, ispirato dalla pittura di Francesco Guardi e di artisti del XVIII secolo veneziano, De Pisis accentua le caratteristiche interpretative tese a descrivere una realtà evanescente ed evocativa, in cui le forme tendono a sfaldarsi e le emozioni a scomporsi in luci ed ombre. Esemplare a tal proposito il lotto n. 263 “Canale con ponte e gondole”. Stima: 10.000€/15.000€.

Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80×100 – Lotto n. 284 – da minervaauctions.com
Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80x100
Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80×100 – Lotto n. 284 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Opera non datata, ma bella, del genovese Ugo Attardi al lotto n. 284 “Nudo e tramonto”.

Artista assai bistrattato dal mercato nonostante la sua storia. Attardi è stato fra i firmatari del Manifesto del Gruppo Forma 1 nel 1947. Ha partecipato a numerose Biennali di Venezia quale esponente, dagli anni ’50, di un realismo dai fortissimi tratti espressionisti.

Colori caldi ed una grande sapienza compositiva distinguono il “nudo” in asta. Nudo che rivela la capacità plastica di Attardi anche come scultore, in particolare dagli anni ’60.

La bellezza del corpo femminile è una delle tematiche costanti di Attardi insieme alla violenza, ad immagini tratte da opere epiche quali l’Eneide e l’Odissea, oppure dalla Divina Commedia e dal Don Chisciotte, fino ai paesaggi siciliani e a quelli della periferia di Roma.

Attardi fu anche un dotato scrittore. Vinse il Premio Viareggio nel 1971 con il romanzo “L’Erede selvaggio”. Stima: 2.000€/3.000€.

Asta Pananti – 11 Febbraio 2017 (n. 121-III) – Firenze, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta 121-III di Arte Moderna e Contemporanea della Galleria e Casa d’Aste Pananti di Firenze si terrà sabato 11 febbraio, ore 19.00. La topten di SenzaRiserva.

Venturino Venturi, Maternità, bassorilievo su pietra, 92x31x5, 1954
Venturino Venturi, Maternità, bassorilievo su pietra, 92x31x5, 1954 – Lotto n. 325 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

Venturino Venturi nasce a Loro Ciuffenna, in provincia di Arezzo, nel 1918. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza all’estero in Francia e Lussemburgo, al seguito del padre, fino al 1936. Qui completa gli studi tecnici. In seguito si trasferisce a Firenze dove studia all’Istituto d’Arte di Porta Romana di Libero Andreotti e poi all’Accademia di Belle Arti.

Frequenta in questi anni l’ambiente culturale fiorentino che ruota attorno al Caffé delle Giubbe Rosse (frequentato fra gli altri da Rosai, Luzi, Bigongiari, Pratolini). Si distingue inizialmente per il realismo della sculture in cemento.

Dopo la guerra e la Liberazione allestisce la prima personale alla Galleria La Porta a Firenze.

Fra il 1947 e il 1949 Venturi dimora a Milano. La sua scultura subisce qui l’influenza delle ricerche formali astratte degli artisti milanesi (Birolli, Fontana, Chigine). Nel 1948 vince il “Premio Garibaldi per la scultura”; nel 1950 è alla Biennale di Venezia.

Nel 1953 vince il “Concorso Internazionale per il Monumento a Pinocchio” in ex-aequo con lo scultore Emilio Greco. Alla realizzazione di tale monumento Venturi dedicherà i due anni successivi (l’opera fu poi non voluta a Collodi, cosa che scatenò nell’artista una forte depressione), gli stessi in cui realizza la bella “Maternità” su pietra al lotto n. 325 del 1954.

Venturi ha avuto una fortissima affinità con l’ambiente e le idee della poesia ermetica fiorentina nel corso della sua parabola artistica. Le sue opere, sculture e dipinti, dopo il ’50, sono l’espressione stessa di un fare che mira all’essenzialità, alla ”poesia pura”. L’artista le caratterizza inoltre di un lirismo primordiale, in una ricerca, complicatissima, di illuminazione sintetica.

“Creatore di forme vive. Si tocca con mano la nascita di un’idea pensata nella materia che deve contenerla e esaltarla; non circospetto, non mediato né addomesticato dall’astuzia moderna; riappare l’antico confronto e la sfida tra la libertà e il limite. Isolato e rapito nella sua passione plastica, Venturino medita, Venturino rimugina; come ogni solitario, contiene un rudimentale filosofo; interroga il mondo da capo come se nessuno lo avesse fatto prima di lui” (da M. Luzi, Un creatore di forme vive, in “Quadrante”, 20 maggio 1963). Stima: 3.000€/5.000€.

Vettor Pisani, Senza titolo, dipinto a olio su pvc, 63x120, 2001
Vettor Pisani, Senza titolo, dipinto a olio su pvc, 63×120, 2001 – Lotto n. 370 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

Figlio di un ufficiale di marina e di una ballerina di strip-tease come l’avrebbe raccontata lui la sua vita, Vettor Pisani nasce a Bari nel 1934. Dopo aver vissuto ad Ischia e Napoli esordisce come artista piuttosto tardi, nel 1970, alla Galleria La Salita di Roma. Da allora ha partecipato otto volte alla Biennale di Venezia rivelandosi come uno degli artisti più visionari del secolo scorso.

Sintesi delle arti, intertestualità, performance, installazioni, scultura e pittura tradizionali sono gli eterogenei mezzi espressivi attraverso i quali Pisani mette in scena (è stato anche un commediografo) il mondo e la sua interpretazione. Lo fa con diversi livelli interpretativi: storico, culturale, filosofico, rituale, onirico, individuale, magico, divinatorio, psicoanalitico, esoterico.

C’è nelle opere di Pisani il tentativo di mostrare una chiave, un offerta di riconoscimento indirizzata all’artista e allo spettatore che costituisce un ex voto, al contempo laico e sacro, verso un entità in bilico sulla non entità.

Al lotto n. 370 “Senza titolo” l’artista barese indaga pacificamente il mistero della nascita e della morte: in scena due gemelle, in qualche modo l’incarnazione dell’incredulità di fronte alla meraviglia della vita e della generazione. Alle loro spalle “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin il “luogo dell’infinito che costruiamo noi con la nostra immaginazione, un’aldilà sereno, perché io non credo nella morte come estinzione dell’essere, ma nel passare da uno stato all’altro” (da Vettor Pisani, “Esseri ibridi” di Massimo Riposati, Flash Art, n. 297, 2011). Stima: 5.000€/6.000€.

Mario Nigro, Senza titolo, smalto su carta, 99.5x70.5
Mario Nigro, Senza titolo, smalto su carta, 99.5×70.5 – Lotto n. 397 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

Si laurea in chimica nel 1941 presso l’Università di Pisa e poi nel 1947 in farmacia Mario Nigro. Pittore autodidatta, la prima esposizione personale fu alla Galleria Salto nel 1949.

In seguito, a Milano l’artista, entrò in contatto con l’astrattismo del M.A.C. Movimento Arte Concreta e con lo spazialismo di Lucio Fontana.

Le serie più celebri dell’artista pistoiese sono degli anni ’50: i “pannelli a scacchi”, i “ritmi continui simultanei” e infine gli “spazi totali” se da un lato anticipano soluzioni di scansione ritmica e formale che saranno propri della op art degli anni ’60 dall’altro, specialmente negli “spazi totali” costituiti da griglie a reticolo trapezoidali riempite di cromie squillanti, mostrano il mai sopito desiderio di Nigro verso l’espressione della soggettività.

Si tratta di una pulsione a indagare lo spazio che nasce sia dal suo essere scienziato che da un personale anelito di rappresentazione di un mistero di bellezza difficile da razionalizzare. Anelito che in questi stessi anni lo porta anche ad una espressività musicale che trascende i principi costruttivi e lo avvicina all’informale, come in questa bella opera al lotto n. 397 “Senza titolo”. Stima: 4.000€/6.000€.

Pino Pinelli, Pittura R, tecnica mista su due elementi, 29x22.5 cadauno, 1999
Pino Pinelli, Pittura R, tecnica mista su due elementi, 29×22.5 cadauno, 1999 – Lotto n. 403 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

La celebre “pittura disseminata” di Pino Pinelli, uno dei maggiori rappresentanti della pittura analitica italiana è di scena al lotto n. 403 “Pittura R”.

Il pittore catanese fin dagli anni ’60 ha infatti collocato al centro del suo processo artistico e d’indagine la pittura stessa intesa come frammentazione, quasi conseguenza della ricerca di quel ‘grado zero’ della pittura che portò all’abolizione di ogni tradizione artistica, fin nelle procedure, compresi telaio e tela, alla fine degli anni ’60. A suo modo fu una difesa più che una innovazione: contro il concettualismo dilagante, l’oggettualismo incipiente, l’atipica arte ambientale.

Pinelli riparte dalla materia, con elementi grumosi, coperti da colori primari, mai meno di due e disposti in maniera seriale, a volte in una curva come a rappresentare una seminatura che sia una rinascita. Rinascita dove non ci sono pennelli o immaginazione ma i solchi delle dita sulla terra, dove scorra il colore, da dove riprenda il sogno e la vita. Stima: 5.500€/6.500€.

Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela, 80x60, 1978
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela, 80×60, 1978 – Lotto n. 404 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

L’Aurora è uno dei soggetti michelangioleschi introdotti dal pittore romano Tano Festa, esponente di punta della Scuola di Piazza del Popolo, a partire dal 1965. Si tratta di un particolare del busto dell’Aurora scolpita da Michelangelo per il sarcofago del duca Lorenzo de’ Medici nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze.

L’artista realizza l’opera attraverso il ricalco della proiezione di una diapositiva sulla tela. In seguito Festa interviene con campiture di colore e profilature che sottolineano la plasticità dell’immagine.

Per Duilio Morosini una delle prime tele col soggetto trae spunto da una “riproduzione d’un dettaglio d’affiche per le celebrazioni michelangiolesche (questa volta realizzato coi bianchi e neri della pittura) che Festa proietta su di uno ‘schermo’ azzurro, sovrapponendo, poi, alla tormentata figura delle tombe medicee, dei grigi regoli da disegno geometrico […] dischi, filigrane, reticoli che lo hanno colpito in occasione d’una visita ad una mostra della optical art americana” (da D. Morosini, Le ‘personali’ romane di Tano Festa e Franco Sarnari. Due giovani pittori d’avanguardia, «Paese sera», 16 novembre 1965). Stima: 8.000€/10.000€.

Franco Costalonga, Mocubi, smalti e assemblaggio polimaterico su masonite, 70x70, 1994
Franco Costalonga, Mocubi, smalti e assemblaggio polimaterico su masonite, 70×70, 1994 – Lotto n. 405 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

Veneziano, classe 1933, Franco Costalonga esordisce come incisore e acquafortista. Negli anni ’60 si afferma nell’ambito dell’arte cinetica con opere dove presenta elementi bidimensionali ma soprattutto tridimensionali disposti modularmente.

Costalonga indaga in particolare gli effetti cromocinetici derivanti dalle variazioni di colore in funzione della luminosità e dell’orientazione dei moduli. Tale interesse per la teoria del colore è stata sicuramente influenzata da Remigio Butera, direttore al tempo della frequentazione dell’artista alla Scuola d’Arte di Venezia.

Nel 1986 è presente nella sezione “Arte-Scienza-Colore” alla XLII Biennale di Venezia.

I “Mocubi”, qui al lotto n. 405, rappresentano un ciclo pittorico degli anni ’90 con il quale Costalonga torna alla pittura dopo sperimentazioni più ardite nei materiali e nelle soluzioni compositive (le “tensoforme”, i “riflex”, gli “pseudorilievi”). Si tratta della trasposizione in tre dimensioni degli “oggetti quadro” degli anni ’80 di cui rappresentano si potrebbe dire un momento di formalizzazione della piena maturità dell’artista. Stima: 2.500€/3.500€.

Luigi Ontani, Moro Amaro D’Amore, china e acquerello su carta, 48x36, 1998
Luigi Ontani, Moro Amaro D’Amore, china e acquerello su carta, 48×36, 1998 – Lotto n. 407 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

Una delle figure sileniche, realizzate con china ed acquerello su carta, del poliedrico artista bolognese Luigi Ontani al lotto n. 407 “Moro Amaro D’Amore”.

Artista sperimentatore ed anticonformista Ontani è difficilmente classificabile in una corrente. Esordisce come esponente della body art, ma fin dagli anni ’70 si cimenta con la scultura, la pittura, la fotografia, le performance dove dispiega in declinazione narcisistica pulsioni vitalistiche e concettuali che ambiscono ad una sintesi di sensibilità culturali di matrice sia orientale che occidentale.

Un approccio panteistico quello di Ontani che riflette continuamente sull’esistenza, la natura e il ruolo dell’artista, spesso in modo giocoso e dissacrante, mischiando sacro e profano, cielo e terra. Stima: 7.000€/8.000€.

Getulio Alviani, Superficie tornita 2 1/4 di quadrato, alluminio, 30x30, 1965/1976
Getulio Alviani, Superficie tornita 2 1/4 di quadrato, alluminio, 30×30, 1965/1976 – Lotto n. 417 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

Indagine scientifica e processo artistico sono i due poli della ricerca di Getulio Alviani, artista nato a Udine nel 1939 e protagonista negli anni ’60 dell’arte programmata.

Nel 1964 Alviani partecipa alla Biennale di Venezia e espone alla mostra Nouvelles Tendances al Louvre di Parigi. Nel 1965, anno di riferimento per l’opera al lotto n. 417 “Superficie tornita 2 1/4 di quadrato” partecipa alla celebre mostra The Responsive Eye al MoMA di New York dove allestisce vere e proprie stanze ambienti con pareti costituite da superfici cosiddette “a testura vibratile”.

Si tratta della celebre serie delle lamine di alluminio “tornite” con varie modalità con le quali l’artista avvia quell’analisi ottico-visiva di stretta pertinenza cinetica che sarà il suo risultato più originale.

Il cangiantismo percettivo causato dalla rifrazione della luce sulla diversa tessitura e tornitura della superficie, assieme al punto di vista dello spettatore che diviene parte dell’opera, sono infatti una delle prime originali testimonianze dell’arte cinetica italiana. Stima: 25.000€/35.000€.

Michelangelo Pistoletto, Donna che cuce, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 120x100, es. 7/8, 1981
Michelangelo Pistoletto, Donna che cuce, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 120×100, es. 7/8, 1981 – Lotto n. 418 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

“Labilità e relatività spazio-temporale di questo sistema aperto di immagini” è probabilmente la definizione migliore che sia stata data dei quadri-specchio di Michelangelo Pistoletto (Augusta Monfrini, Percorso di Pistoletto, da “Michelangelo Pistoletto”, catalogo Galleria Nazionale d’Arte Moderna Roma, Milano, Electa, 1990, pag. 12) qui rappresentati al lotto n. 418 da un bellissimo esemplare serigrafico di “Donna che cuce”.

C’è infatti una stratigrafia di livelli di lettura in questa opera che non si lascia facilmente afferrare. Da un lato la rappresentazione oggettiva: Maria Pioppi, compagna e collaboratrice dell’artista, che cuce. Dall’altra la mutevolezza e l’interferenza spazio-temporale dello spettatore che si specchia e diventa parte dell’opera. Infine l’impossibilità della riproduzione oggettiva dell’opera stessa ad una ripresa fotografica.

Un oggetto inafferrabile dunque l’opera, teatro infondo della vita stessa, che dipana chi regola la nostra esistenza (per l’artista la donna amata) “[…] e quel sì vago / sanguigno fil  che tira, / tronca, annoda, assottiglia, attorce e gira / la bella man gradita, / è il fil de la mia vita” (Giambattista Marino, “Donna che cuce” da La Lira, Madrigale XI, Opere, a cura di A. Asor Rosa, Rizzoli, Milano, 1967). Stima: 50.000€/75.000€.

Carla Accardi, Piccolo negativo, tempera alla caseina su tela, 33x40, 1955
Carla Accardi, Piccolo negativo, tempera alla caseina su tela, 33×40, 1955 – Lotto n. 419 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 121-III

Sicuramente è stata la ‘signora’ dell’astrattismo italiano Carla Accardi, trapanese, classe 1924. Nel 1947 si trasferisce a Roma e di lì a poco sarà la protagonista del Gruppo degli astrattisti romani di Forma 1 (Sanfilippo, Turcato, Attardi, Perilli, Dorazio).

All’inizio degli anni ’50 risalgano i primi ‘glifi’ di natura segnica della Accardi, liberi e non ben definiti e che solo a metà del decennio assumeranno la caratteristica bicromia in bianco e nero (lotto n. 419 “Piccolo negativo”).

Scrive Annemarie Boetti a proposito di questo ciclo: “I quadri in bianco e nero su tela (’54-’55) sono la preistoria (termine da lei usato) del linguaggio autonomo di Accardi. Sono la verifica di questa ‘robustezza’ sulla sostanza intatta e fragile (senza modelli) del suo essere al mondo. Alla tabula rasa dei gruppo Forma e Origine lei risponde con il proprio grado zero: ‘labirinti’, ‘favolosi’, ‘frammenti’, ‘assedi’ (termini suoi) cioè l’inizio d’organizzazione del brulicare primordiale” (da Anne Marie Boetti Sauzeau, “Carla Accardi”, in DATA n. 20, marzo-aprile 1976, pp. 72-74). Stima: 40.000€/60.000€.