Asta Meeting Art n. 829 – 17/18 e 21/22 Giugno – Vercelli, Opere dell’Arte Moderna e Contemporanea – Sessioni I-IV

Le sessioni I-IV dell’asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 829 della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terranno nel fine settimana del 17/18 giugno 2017 alle ore 14.30 (sessioni I-II, lotti 1-200) e nei giorni 21/22 giugno, ore 16.00 (sessioni III-IV, lotti 201-300). La TopTen di SenzaRiserva.

Filippo Scroppo, Opera M.A.C., olio su tela, 73×50, 1953 – Lotto n. 13 – da meetingart.it
Filippo Scroppo, Opera M.A.C., olio su tela, 73x50, 1953
Filippo Scroppo, Opera M.A.C., olio su tela, 73×50, 1953 – Lotto n. 13 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Filippo Scroppo nasce a Riesi, in provincia di Caltanissetta, nel 1910 da genitori valdesi. Si laurea in Lettere a Torino. Profondamente religioso si iscrive in seguito alla Facoltà valdese di Teologia a Roma.

Nel dopoguerra partecipa alla vita culturale e artistica torinese. Collabora a “L’Unità” come critico d’arte. Nel 1948 è assistente di Felice Casorati alla cattedra di Pittura dell’Accademia Albertina di Torino dove insegnerà fino al 1980.

Ancora nel 1948 Scroppo fonda con Francesco Menzio, Albino Galvano, Italo Cremona, Mino Rosso e Felice Casorati la sezione torinese dell’Art Club, di cui diviene segretario.

Nel 1948, 1950, 1952 e nel 1962 sarà presente alla Biennale di Venezia. La pittura di Scroppo negli anni ’50 è puramente astratta, contrassegnata dall’adesione alle idee concretiste del M.A.C. torinese capeggiato da Scroppo stesso e da Albino Galvano. Del Gruppo fanno parte anche Annibale Biglione e Adriano Parisot. In seguito si aggregheranno Carol Rama e Paola Levi-Montalcini.

Fra il 15 e il 29 dicembre 1950 Galvano e Scroppo espongono alla Libreria Salto di Milano con presentazione di Gianni Monnet. Nelle parole di Galvano, teorico poi del Movimento M.A.C. e critico d’arte: “[Scroppo] ha dato lo spettacolo inconsueto di un non-conformismo che ha permesso alle sue convinzioni marxiste di non impedirgli l’esperienza astratta, attraverso le due articolazioni, prima dell”egometrico’ e poi di forme più aperte e libere” anticipando in queste ultime parole quel “concretismo della linea curva” assai lodato in Scroppo da Gillo Dorfles e presente al lotto n. 13 “Opera M.A.C.”. Stima: 2.000€/3.000€.

Albino Galvano, Senza titolo, olio su tela, 60×40, anni ’50 – Lotto n. 14 – da meetingart.it
Albino Galvano, Senza titolo, olio su tela, 60x40, anni ’50
Albino Galvano, Senza titolo, olio su tela, 60×40, anni ’50 – Lotto n. 14 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Albino Galvano a Torino fu allievo di Felice Casorati, alla ricerca, come ebbe a scrivere, del “segreto di una sintesi in cui il dato naturale risultava assorbito e trasfigurato”.

Studioso di spiritualismo, antropologia e interessato ai temi religiosi Galvano si laureò in tali argomenti alla Facoltà di Magistero dell’Università di Torino.

Già negli anni ’30 la pittura di Galvano (che partecipa alla Biennale di Venezia nel 1930, nel 1936 e nel 1948 e alle Quadriennali di Roma del 1931 e del 1935), ancora figurativa, mostra una sintetismo fauve e un repertorio di soggetti “pesci, molluschi, conchiglie, vecchi libri accartocciati, crocefissi e acquasantiere barocchi, nudi tortili come molluschi e paesaggi incerti tra quegli andamenti sinuosi e un modesto cézannismo che era nell’aria” (in A.G., a cura di Albino Galvano, Torino, 1979, p. 98), di ispirazione anti-novecentista che preludono alla netta separazione fra elemento iconografico e idea morale di pittura.

Con l’adesione al M.A.C Movimento Arte Concreta e la formazione del Gruppo torinese da lui capeggiato (Scroppo, Parisot, Carol Rama, Paola Levi-Montalcini), gli ‘oggetti’ nella pittura di Galvano divengono sagome e pretesti per una libertà fantastica che, pur fine a se stessa, si nutre delle suggestioni proprie della vastissima cultura antropologica e religiosa dell’artista: quasi feticci, simboli dal sapore iniziatico e cabalistico.

Nel biennio 1953 e 1954 inoltre, anni a cui forse può essere attribuita l’opera al lotto n. 14 “Senza titolo”, Galvano introduce nelle proprie opere richiami e citazioni spazialiste, qui riscontrabili nella mezzaluna nella parte in alto a sinistra del dipinto. Stima: 3.000€/4.000€.

Antonio Corpora, Follia di elementi, olio su tela, 130×162, 1972 – Lotto n. 73 – da meetingart.it
Antonio Corpora, Follia di elementi, olio su tela, 130x162, 1972
Antonio Corpora, Follia di elementi, olio su tela, 130×162, 1972 – Lotto n. 73 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Antonio Corpora, “Follia di elementi” al lotto n. 73 è una grande opera dell’artista di origini tunisine (1909-2004).

Protagonista dell’astrattismo e sostenitore del rinnovamento della pittura italiana nel primo dopoguerra Corpora promuove a Roma il Gruppo anti-novecentista dei neo-cubisti con, fra gli altri, Renato Guttuso, Sante Monachesi e Giulio Turcato.

La sua esperienza pittorica passerà poi per il Fronte Nuovo delle Arti e il Gruppo degli Otto di Lionello Venturi a descrivere una parabola fra astrattismo e realismo che lo porterà alla definizione negli anni ’50 di un informale sui generis fatto di accensioni luministiche e spaziali, quasi organiche.

Dagli anni ’60 invece, in particolare dalla seconda metà, la pittura di Corpora torna alla bidimensionalità definendosi in campiture più nette di colore il cui accennato concretismo geometrico però non concede mai alla riduzione di un piglio libertario che si articola fra i due poli dell’istinto autoriale e di una spontanea predilezione per l’auto-espressione del colore e della materia. Stima: 27.000€/30.000€.

Carla Accardi, Senza titolo, tempera alla caseina su tela, 72.5×54, 1971 – Lotto n. 93 – da meetingart.it
Carla Accardi, Senza titolo, tempera alla caseina su tela, 72.5x54, 1971
Carla Accardi, Senza titolo, tempera alla caseina su tela, 72.5×54, 1971 – Lotto n. 93 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Bella opera della trapanese Carla Accardi al lotto n. 93 “Senza titolo”. Ed negli anni ’50 che si definisce la personalità pittorica della Accardi, formatasi all’Accademia di Belle Arti di Palermo e protagonista femminile dell’avanguardia astratta romana del dopoguerra all’interno del Gruppo Forma 1.

Al 1954 risalgono le prime opere puramente astratte dell’artista, che definisce un linguaggio personale segnico che Germano Celant ha messo in relazione con il femminismo della Accardi.

Secondo Celant le prime opere segniche in bianco e nero della Accardi esprimono “una presenza che tende a staccarsi e dichiarare la sua individualità” nella ricerca di una “identità e differenza” che si accende attraverso i contrasti e la tensione generata dalla ripetizione, dalle curve, dalle diagonali, in un articolarsi quasi ‘generativo’ del tratto. Tipiche degli anni ’70 le opere optical, quale questa al lotto n. 93 “Senza titolo”, realizzate attraverso colori complementari dal contrasto acceso che accentuano la discordanza di una duplicità consustanziale alle realizzazioni dell’artista trapanese.

Da ricordare che la Accardi partecipò al movimento femminista culminato negli anni ’70 nella fondazione di Rivolta Femminile con  Carla Lonzi ed Elvira Banotti. Stima: 32.000€/36.000€.

Pippo Oriani, Cafè Oriani, tecnica mista e collage su cartone, 59×45, 1934 – Lotto n. 120 – da meetingart.it
Pippo Oriani, Cafè Oriani, tecnica mista e collage su cartone, 59x45, 1934
Pippo Oriani, Cafè Oriani, tecnica mista e collage su cartone, 59×45, 1934 – Lotto n. 120 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Pittore, scenografo e architetto Pippo (Giuseppe) Oriani nasce a Torino nel 1909. Dopo gli studi di architettura aderisce nel 1928 al gruppo futurista torinese incoraggiato da Enrico Prampolini. Fu su invito dell’amico Fillia a prendere contatto con le avanguardie europee che Oriani si trasferì a Parigi fra il 1930 ed il 1935.

In questi anni partecipa più volte alla Biennale di Venezia nel 1930, 1932, 1934, 1936 e nel 1938.

Gli anni parigini vedono l’artista impegnato su più fronti, ed anche la sua produzione artistica risente di varie influenze: da una lato le nature morte cubiste con strumenti musicali alla Severini (lotto n. 120 “Cafè”) e arlecchini picassiani, dall’altra nel 1931 l’adesione all’aeropittura nel filone idealista cosmico caldeggiato da Fillia e Prampolini. Oriani lavora poi anche al cinema realizzando sempre nel 1931 con gli scrittori Tina Cordero e Guido Martina il lungometraggio futurista Vitesse (Velocità).

Si tratta insomma di un’opera datata, degli anni migliori dell’artista torinese. Stima: 8.000€/9.000€.

Luca Alinari, Senza titolo, olio, tecnica mista e resina su tela, 80×80, 2013 – Lotto n. 154 – da meetingart.it
Luca Alinari, Senza titolo, olio, tecnica mista e resina su tela, 80x80, 2013
Luca Alinari, Senza titolo, olio, tecnica mista e resina su tela, 80×80, 2013 – Lotto n. 154 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Opera recente del fiorentino Luca Alinari (classe 1943) al lotto n. 154 “Senza titolo”. Artista autodidatta Alinari studia letteratura e filosofia.

La prima personale è del 1972 alla Galleria Michaud di Firenze con presentazione di Enrico Crispolti e opere dal sapore pop che rappresentano interni abitativi. Nel tempo gli elementi figurativi che Alinari decontestualizza tendono a popolare paesaggi fantastici e a farsi racconto; sviluppo artistico che si fa evidente nella mostra del 1984 presso i Magazzini del Sale a Siena.

Renato Barilli lo invita alla Biennale di Venezia nel 1982 e poi alla rassegna ‘Anniottanta’ a Rimini nel 1985.
Nel 1986 Alinari partecipa nella sezione ‘Emergenze nella ricerca artistica dal 1950 al 1980’ alla XI Quadriennale di Roma.

Onirismo, memoria, ricordi di fanciullezza, cromie accese e materia sono le caratteristiche della pittura di Luca Alinari. Il divertimento è un aspetto che si coglie guardando un suo quadro: divertimento a cesellare, punteggiare, stendere gli strati di colore, a rifinire le sfumature delle case, le singole parti di un aereoplano: proprio come farebbe un bambino. Al contempo c’è in Alinari l’ironia dell’uomo adulto verso la stessa, conclamata precisione nel ricordare, nel ripercorrere quasi con feticismo la propria infanzia.

Il risultato alla fine, fra i colori sgargianti, è una bellissima malinconia, quale questa al lotto n. 154. Stima: 4.000€/5.000€.

Omar Galliani, In Mantra In Petalo, matita + tempera su tavola, 50x50x7 – Lotto n. 156 – da meetingart.it
Omar Galliani, In Mantra In Petalo, matita + tempera su tavola, 50x50x7
Omar Galliani, In Mantra In Petalo, matita + tempera su tavola, 50x50x7 – Lotto n. 156 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

È forse l’abbandono estatico del non-sguardo, presente al lotto n. 156 “In Mantra In Petalo”, il soggetto più riuscito di Omar Galliani, artista emiliano di Montecchio Emilia, esponente alla fine del secolo scorso dei movimenti dell’Anacronismo e del Magico Primario.

Ritualità e armonie orientali sono consustanziali alla pittura di Galliani. Il Mantra nelle religioni indiane rappresenta il “veicolo o strumento del pensiero o del pensare” ovvero è una espressione sacra che consente di entrare in contatto con la propria spiritualità e con il mondo divino e di elevare l’adepto ad un grado superiore di purezza morale.

I Chakra, ovvero centri di energia, corrispondono a zone del corpo e sono contrassegnati dai petali del fiore di loto su cui sono riportati i singoli grafemi del Mantra.

Galliani contamina dunque la realtà e la mimesi della realtà che è l’arte con elementi di spiritualità compiendo una operazione di ri-significazione del nostro essere al mondo e insieme di nobilitazione del mezzo artistico che diviene strumento di celebrazione e riflessione del e sul presente. Stima: 4.000€/5.000€.

Giosetta Fioroni, La sorella, matita e smalto alluminio su carta, 100×70, 1969 – Lotto n. 168 – da meetingart.it
Giosetta Fioroni, La sorella, matita e smalto alluminio su carta, 100x70, 1969
Giosetta Fioroni, La sorella, matita e smalto alluminio su carta, 100×70, 1969 – Lotto n. 168 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Giosetta Fioroni è stata l’unica figura femminile a partecipare negli anni ’60 alla Scuola romana di Piazza del Popolo con Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli. Uscita dall’Accademia di Belle Arti di Roma di Toti Scialoja, nel 1955 è già alla Quadriennale di Roma e nel 1956 alla Biennale di Venezia con dipinti astratti, “un’antipittura esistenziale” come la definisce Emilio Vedova.

Dopo un’esperienza parigina nel 1963 la trovi al Caffè Rosati con gli altri artisti romani che saranno l’anima del pop italiano.

I “quadri d’argento” nascono in questo contesto, nel ritrarre la malinconia di volti popolari e sconosciuti, condannati all’anonimità da una nuova cultura televisiva e massmediale che va più veloce delle reali condizioni economiche e sociali di un’Italia ancora rurale. Con queste opere la Fioroni approda alla Biennale veneziana del 1964 (la Biennale della Pop Art), invitata da Maurizio Calvesi.

La Fioroni usa immagini tratte da rotocalchi e pubblicità, le proietta sulla tela e poi ne delinea i contorni con smalto argentato.

“Warhol fa uno uso specialistico, tecnico e al tempo stesso critico della fotografia […]; mentre la Fioroni vede la fotografia con l’occhio sensibile del pittore, e soffermandosi sugli spazi vuoti che le sue contro-immagini mentali lasciano dietro di sé, sembra volerli riempire con una sfumatura di sentimento” (daV. Rubiu, Fioroni, Ceroli, Tacchi, “Marcatré”, 19-22, aprile 1966, p. 315.). Stima: 18.000€/20.000€.

Valerio Berruti, Apollo, affresco su tela di juta, 90×60, 2007 – Lotto n. 170 – da meetingart.it
Valerio Berruti, Apollo, affresco su tela di juta, 90x60, 2007
Valerio Berruti, Apollo, affresco su tela di juta, 90×60, 2007 – Lotto n. 170 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Giovane artista nato ad Alba nel 1977 Valerio Berruti si diploma al DAMS di Torino. Nel 2009 è l’artista più giovane scelto per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia.

Pittore, scultore, artista multimediale Berruti affronta da sempre il tema dell’infanzia, quel paradiso perduto della memoria recentemente esposto  nella mostra Paradise Lost. L’ombra, l’innocenza, il sole nero alla Galleria MarcoRossi Artecontemporanea a Milano nel 2016.

Forte nell’arte di Berruti è sicuramente la tradizione dell’arte povera torinese: un’arte sintetica e metaforica, quasi ‘concettuale’ che elimina ogni dettaglio per ridursi al perimetro, all’essenza, all’origine anche nella scelta dei materiali: il cemento, la juta, l’affresco.

Berruti attraverso i bambini affronta la condizione umana di cui rappresenta le mille sfaccettature di senso e sentimento. Al lotto n. 170 “Apollo” c’è un bimbo seduto su un sole di speranza; un bimbo che inizia a dipingere il suo mondo, che lo fa dorato, con le mani, come un grande sole. Stima: 10.000€/12.000€.

Luca Pignatelli, Angelo, olio su telone di copertura di vagone ferroviario, 170x146x4, 2013 – Lotto n. 199 – da meetingart.it
Luca Pignatelli, Angelo, olio su telone di copertura di vagone ferroviario, 170x146x4, 2013
Luca Pignatelli, Angelo, olio su telone di copertura di vagone ferroviario, 170x146x4, 2013 – Lotto n. 199 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Bellissima ed evocativa l’opera di Luca Pignatelli “Angelo” al lotto n. 199. Nato a Milano nel 1962 Pignatelli studia alla Facoltà di Architettura, influenzato dalle ricerche sul tempo e la memoria di Aldo Rossi.

La pittura di Pignatelli interseca contemporaneità e classicità, approfondisce il concetto di presenza e passaggio attraverso uno stile evocativo che impiega materiali di riuso quali i teloni di copertura dei vagoni ferroviari come nel grande lotto in asta.

Pignatelli riporta in vita i momenti, gli istanti di percezione di realtà del passato che vanno dallo sfrecciare di un treno, alla vista dello skyline di New York, alla prospettiva di una statua greca, fino all’episodio mitologico. E nella precisione non di cogliere il concetto ma l’attimo l’artista milanese cattura il simbolo, imprigionandolo, e riportando con esso in vita una particolare istanza che è perfetta come un ‘modello’ di idea.

Ogni opera di Pignatelli rappresenta in questo senso un’eternità: un’eternità resa umana e che la puoi chiamare col nome, con un identificativo quali sono le lettere seriali sui copertoni dei treni; un’eternità che puoi acchiappare con le corde appese alle tele che circostanziano l’opera alla nostra realtà. Stima: 27.000€/30.000€.

Vinicio Berti, Antagonista, idropittura e tempera vinilica su tela, 50×70, 1973-1974 – Lotto n. 225 – da meetingart.it
Vinicio Berti, Antagonista, idropittura e tempera vinilica su tela, 50x70, 1973-1974
Vinicio Berti, Antagonista, idropittura e tempera vinilica su tela, 50×70, 1973-1974 – Lotto n. 225 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Vinicio Berti è purtroppo ancora artista molto sottostimato dal mercato dell’arte. Proprio lui che fu insieme a Gualtiero Nativi, Bruno Brunetti, Mario Nuti e Alvaro Monnini il teorico e fondatore di uno dei movimenti d’avanguardia più importanti del nostro dopoguerra: l’Astrattismo Classico fiorentino.

Berti stesso traccia la sua biografia artistica nel catalogo “Vinicio Berti – Dipinti e Disegni dal 1941-1981”, Limonaia di Villa Vittoria – Palazzo dei Congressi – 16 Maggio/16 Giugno 1984 a cura di  Alessandro Lazzeri:

“[…] All’inizio sono opere classificabili in ambito di generale rinnovamento astratto-concretista europea, poi, dalla seconda metà del 1947, Berti riesce, con quadri come ‘composizione verticale’ e ‘simbolo’, a dare l’iniziale impostazione di una pittura già fuori dal limite pioneristico del primo astrattismo, del suprematismo, del costruttivismo come del concretismo. Pittura di NUOVA CLASSICITÀ che, per nuova dimensione contenutistica e formale, si trova in opposizione decisa alla vecchia classicità ancora componente di fondo malgrado a volte mascherature avanguardistiche, di tanta arte contemporanea figurativa o non figurativa […].

Dal 1950 ad oggi Berti è stato conseguente a questa linea senza mai cedere a tentazioni informali, neo-dadaiste, pop o altro, e ha proseguito nell’ampliamento delle possibilità espressive dell’astrazione classica; così con la serie ‘espansione dell’astrattismo classico’ (1951-1955), ‘cittadelle ostili’ (1955-1956), ‘brecce nel tempo’ (1956-1958), ‘avventuroso astrale’ (1959-1965), a quelle della sua recente produzione ‘cittadelle di resistenza’, ‘partenza zero’, ‘geometria volumetrica’, ‘realtà antagonista’ [lotto n. 225 “Antagonista”], ‘dal  basso in alto’, dove ancora l’atto costruttivo espressionista permane e dimostra come l’iniziale germe dell’astrazione classica, espresso col ‘simbolo’ del 1947, si sta sviluppando conseguentemente al  continuo divenire della realtà nuova”. Stima: 2.000€/3.000€.

Asta Minerva Auctions n. 137 – 11 Maggio 2017 – Roma, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 137 della Casa d’Aste Minerva Auctions di Roma si terrà in due tornate l’11 maggio, ore 11 (lotti 1-110) e ore 17 (lotti 120-292). La TopTen di SenzaRiserva.

Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100×70, 1953 – Lotto n. 159 – da minervaauctions.com
Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100x70, 1953
Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100×70, 1953 – Lotto n. 159 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Originario di Mantova, Giulio Turcato compie studi artistici a Venezia ma ben presto si stabilisce a Roma. Qui è fra i promotori dell’Art Club nel 1945 e del Gruppo Forma 1 nel 1947 con Dorazio e Perilli.

Del 1952, anno precedente all’esecuzione dell’opera al lotto n. 159 “Strada italiana”, è la sua adesione al Gruppo degli Otto (Afro Basaldella, Renato Birolli, Antonio Corpora, Mattia Moreni, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova).

L’opera in asta è esemplificativa di queste esperienze. Turcato mostra infatti una sensibilità per la semplificazione delle forme che comunque ancora mantiene una stretta adesione al dato reale.

“Riconosciamo nel formalismo l’unico mezzo per sottrarci ad influenze decadenti, psicologiche, espressionistiche; il quadro, la scultura, presentano come mezzi di espressione: il colore, il disegno, le masse plastiche, e come fine un’armonia di forme pure: la forma è mezzo e fine. Il quadro deve poter servire anche come complemento decorativo di una parete nuda, la scultura anche come arredamento di una stanza; il fine dell’opera d’arte è l’utilità, la bellezza armoniosa” (dal Manifesto pubblicato nell’aprile del 1947 sulla rivista Forma 1, Mensile di Arti figurative, n. 1).

E ancora Lionello Venturi, presentando la Monografia del Gruppo per la partecipazione alla Biennale Veneziana del 1952, scrive: “se nel loro arabesco l’immagine di una barca o di un qualsiasi altro oggetto della realtà può essere inclusa, non si privano dell’arricchimento che quell’oggetto può dare alla loro espressione. Se essi sentono il piacere di una materia preziosa, di un accordo lirico di colore, di un effetto di tono, non vi rinunziano. Non sono dei puritani in arte, come gli astrattisti: accettano l’ispirazione da qualsiasi occasione e non si sognano di negarla”.  Stima: 10.000€/15.000€.

Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963 – Lotto n. 184 – da minervaauctions.com
Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963
Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963 – Lotto n. 184 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Nato a Graniti, in provincia di Messina, nel 1913 Giuseppe Mazzullo compì gli studi di scultura all’Accademia di Belle Arti di Perugia. Nel 1935 già partecipa alla Quadriennale d’Arte di Roma dove mostra la sua predilezione per un gusto arcaizzante e la ricerca del tuttotondo che affinerà in quegli anni a Carrara dove conosce e subisce anche l’influenza di Arturo Martini.

Negli anni ’40 è professore di plastica all’Istituto d’Arte di Roma. La sua casa nel dopoguerra, in via Sabazio n. 34, diviene punto d’incontro di artisti e intellettuali dell’epoca fra cui Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Giuseppe Ungaretti. La scultura di Mazzullo in questi anni risente delle spinte neocubiste ed espressioniste che provengono d’oltralpe, ma nel 1950 alla XXV Biennale di Venezia il suo linguaggio è già pienamente neorealista.

A metà degli anni ’50 Mazzullo inizia una fase di sperimentazione che introduce una visione più libera e spaziale della figura umana. L’artista usa anche materiali diversi: il legno e in particolare la pietra grezza della Tolfa.

“Oratore”, lotto n. 184, del 1963 è una scultura concepita come un ritrovamento archeologico, segnata dalla forza degli elementi naturali (un’idea che oggi si ritrova nella mostra di Damien Hirst, Treasures from the wreck of the unbelievable, a Palazzo Grassi a Venezia). Opere che risentono inoltre delle ricerche sul ‘non finito’ e sulle torsioni di Michelangelo e che vivono di una intensa drammaticità. Stima: 5.000€/7.000€.

Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965 – Lotto n. 190 – da minervaauctions.com
Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965
Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965 – Lotto n. 190 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Mirko Basaldella nasce ad Udine nel 1910. Studia a Venezia, all’Accademia di Belle Arti di Firenze e All’Accademia di Arti Applicate di Monza.

La scultura dell’artista, fin dagli anni ’30, riesce a coniugare un gusto arcaizzante ed una innata tensione espressionista ai principi dell’arte e della scultura classica (in particolare con riferimenti a Donatello e al Pollaiolo).

Al biennio 1946/1947 risalgono le prime opere caratterizzate da un linguaggio postcubista e surrealista dove Basaldella esprime al meglio quel ‘gusto per il mito’ che ha ereditato dagli insegnamenti di Arturo Martini.

Mito che si caratterizza nella sua scultura in varie forme: come recupero arcaizzante, dispiegarsi di forze e linee astratte, reciproca comunicazione fra opera e spazio.

Nel 1954 è alla Biennale di Venezia e sue opere vengono acquistate da Peggy Guggenheim. Nel 1957 è nominato direttore del Laboratorio di design della Harvard University in Massachusetts.

Dal 1963 alternerà stagioni in America e in Italia. La stagione estiva spesso in Italia, a Roma, col lavoro in fonderia, fra giugno e luglio; poi a Forte dei Marmi e infine nel suo Friuli.

“Mirko non è un puro e semplice ‘ladro d’immagini’, ma un creatore che sa come e quanto l’elevazione di forme simboliche sia importante per la costruzione di una nuova e diversa civiltà. […] tutto ciò appare positivo a Carol Giedion Welcker secondo la quale – è una nota del ’61 – Mirko ‘da anni, sta sviluppando tutta una serie di audaci esperimenti per immettere nella plastica moderna qualcosa di quell’arcaico sapore che era andato totalmente perduto nel secolo scorso e negli esperimenti costruttivisti di questo secolo'” (da Tito Maniacco,”Mirko Basaldella”, Edizioni Studio Tesi, Civiltà della Memoria, 1993, pag. 66). Stima: 8.000€/12.000€.

Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936 – Lotto n. 218 – da minervaauctions.com
Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936
Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936 – Lotto n. 218 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Pericle Fazzini nasce il 4 maggio 1913. Artista, progettista, insegnante all’Accademia di Firenze a partire dal 1955.

La sua opera “Ritratto di Giuseppe Ungaretti” di cui il lotto n. 218 in asta è una ‘prova’ prima della realizzazione, è esposto all’interno del Museo Novecento di Firenze. Una versione in legno a mezzo busto si trova invece nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

Dal 1930 Fazzini segue i corsi della Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Roma. Nel 1936 stabilisce il suo studio in via Margutta. Invitato alla Biennale di Venezia nel 1935 e poi nel 1938.

Gli anni ’30 rappresentano senza dubbio la vetta della produzione artistica di Fazzini. Le opere di questo periodo sono improntate a un deciso superamento dei canoni classici ottenuto attraverso un accentuato e riuscitissimo lirismo delle figure.

Scrive l’artista: “voglio che la figura umana, fisica, sia sempre il mio limite, o meglio, il mio punto di riferimento”. Stima: 10.000€/15.000€.

Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35×40, 1966 – Lotto n. 224 – da minervaauctions.com
Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35x40, 1966
Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35×40, 1966 – Lotto n. 224 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

“La retorica irreale” al lotto n. 224 è una piccola ma significativa opera di Achille Perilli del 1969.

La fine degli anni ’60 è un passaggio importante nella  pittura dell’artista di Forma 1. Perilli infatti in questi anni continua da una parte un ciclo improntato alla geometrizzazione ed alla razionalizzazione di un discorso tachista di espressione della soggettività emotiva ed impressionistica (evidente in questo lotto).

Dall’altra inaugura le opere della produzione fino ai giorni nostri e che caratterizzano al meglio quell’irrazionale geometrico che è la sua invenzione.

Un passo dello scritto teorico di Perilli, Indagine sulla prospettiva, “Grammatica”, n. 3, Roma, luglio 1969, risulta particolarmente illuminante rispetto alle opere dell’artista come questa in asta: “Se il linguaggio è universo a se stante (ogni universo è in primo luogo un universo in quanto è proprio una morfologia ed è sottoposto a tutto il rigore e a tutta l’arbitrarietà della morfologia) e se la pittura è un linguaggio che si propone di volta in volta con la presenza esistenziale del pittore e con la sequenza del suo lavoro ( e non con la singola opera) di determinare la condizione del suo esistere: allora la verifica che noi possiamo operare sulla validità linguistica, all’interno delle leggi stesse che regolano quel linguaggio, all’interno delle sue proprie contraddizioni, che creano il movimento e lo sviluppo.

La sequenza annulla il valore singolo dell’intuizione e introduce il concetto della ricerca contrapposto a quello della creazione. Il lavoro della fantasia si compie quindi non più per gesti isolati, ma realizzando una struttura elaboratrice di dati, atta nel suo svolgersi ad analizzare i nuovi materiali emersi ad organizzarli in nuovi moduli espressivi”. Stima: 10.000€/15.000€.

Tano Festa, 15 – N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50×70, 1961 – Lotto n. 243 – da minervaauctions.com
Tano Festa, 15 - N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50x70, 1961
Tano Festa, 15 – N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50×70, 1961 – Lotto n. 243 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

L’anno scorso da Christie’s Milano un’opera di Tano Festa (intitolata “Via Veneto 2”), certo più grande, in cui Tano Festa sostituisce le strisce di carta verticali, che scandiscono l’opera con listelle di legno, ha segnato il record di battuta d’asta per l’artista a 517.000 euro.

Si tratta di opere storiche, come questa al lotto n. 243 “N. 6”. Sono le prime opere di uno dei protagonisti della “Giovane Scuola di Roma” (Schifano, Angeli, Renato Mambor e Sergio Lombardo inizialmente) nella definizione di Cesare Vivaldi.

Dopo un inizio informale venato di surrealismo alla Sebastian Matta, dal 1960 Festa dà il via ad un azzeramento del linguaggio artistico con opere di cui questa in asta è un esempio. Scansioni verticali di rossi e bianchi, un richiamo da una parte attraverso il rosso ad una materia organica primaria, il sangue, e dall’altra alla purezza della luce col bianco; rosso ancora della luce della camera fotografica, tecnica tanto amata; riquadri che rimandano al concetto base di immagine, frame, successione temporale da cui si svilupperà tutta lasuccessiva ricerca pop dell’artista. Stima: 35.000€/45.000€.

Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34×25.7, olio su tavola, 1916 – Lotto n. 245 – da minervaauctions.com
Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34x25.7, olio su tavola, 1916
Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34×25.7, olio su tavola, 1916 – Lotto n. 245 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Alberto Gleizes è a pieno titolo uno dei più importanti rappresentanti francesi del cubismo. Dal 1911 Gleizes fu fra i principali espositori di opere cubiste nei saloni parigini tanto da fondare il cosiddetto “Gruppo dei Saloni”.

Allo scoppio della grande guerra, prima arruolato e poi riformato, nel 1915 si trasferisce a New York. Nel 1916 è nuovamente in Europa a Barcellona con la moglie Juliette Roche.

L’opera al lotto n. 245 “Natura morta” porta testimonianza dell’originalità del contributo di Gleizes alla pittura cubista. La decostruzione geometrica delle forme Picassiane mantiene un realismo formale di grande spessore in Gleizes, anche se esso è più evidente nelle opere con le figure umane, per esempio si vedano L’Homme au balcon del 1912 e La Dame aux bêtes del 1914.

La tavolozza di questi primi anni è scura, nella tonalità dei marroni, ma già tende ad accendersi in campiture vivide di colore caratteristiche della successiva produzione. Stima: 50.000€/70.000€.

Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5×50.5×2.5, 1970 – Lotto n. 249 – da minervaauctions.com
Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5x50.5x2.5, 1970
Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5×50.5×2.5, 1970 – Lotto n. 249 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Nato a Milano nel 1926 Vincenzo Agnetti frequenta l’Accademia di Brera e la scuola del Piccolo Teatro. Esordisce come artista alla fine degli anni ’50. In quegli anni partecipa con Piero Manzoni ed Enrico Castellani alla redazione di Azimuth.

Nel 1962 è in Argentina dove lavora nel campo dell’automazione elettronica inaugurando un periodo che l’artista stesso definisce “liquidazionismo o arte no” e che finirà solo nel 1967 con la prima personale presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Da allora Agnetti è stato uno dei protagonisti, insieme a Piero Manzoni, dell’arte concettuale italiana.

Il primo esemplare del ciclo “Libro dimenticato a memoria” (lotto n. 249) risale al 1969. L’opera è una sintesi perfetta della ricerca epistemologica, sul linguaggio e la memoria, dell’artista milanese.

Agnetti riporta la definizione ossimorica “dimenticato a memoria” in un immaginario visuale che vive di pieno e vuoto e che sostanzialmente riporta il processo della conoscenza al concetto di cornice, equivalenza di una strutturazione gnoseologica dell’apprendimento.

Siamo la nostra memoria sembra dirci Agnetti non in quanto ricordiamo ma poiché abbiamo conosciuto, ed essa è il repertorio delle possibilità nell’ambito di una possibilità di condivisione. Guardare dentro e oltre un libro è ritrovare noi stessi. Stima: 30.000€/40.000€.

Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50×60, 1977 – Lotto n. 260 – da minervaauctions.com
Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50x60, 1977
Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50×60, 1977 – Lotto n. 260 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Opera bellissima della trapanese Carla Accardi al lotto n. 260 “Verde rosso”. Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Palermo, l’Accardi vive il dibattito fra astrattismo e realismo nella Roma del dopoguerra.

Nel 1947 è fra i fondatori del Gruppo Forma 1 con Antonio Sanfilippo che sposerà nel 1949, Ugo Attardi, Piero Dorazio, Pietro Consagra, Mino Guerrini, Concetto Maugeri, Achille Perilli e Giulio Turcato.

Ben presto e fino all’inizio degli anni ’60 la ricerca dell’Accardi si orienta verso l’astrattismo segnico, ripreso, dopo una decennale parentesi più ottico-cinetica, alla fine degli anni ’70, approfondendo un discorso percettivo sul colore che evidenzia la scansione ritmica coscienziale delle sue opere.

“Frammenti di labirinto […] e ‘arcieri’ si schierano in ‘assedi’. L’organizzazione di questi spazi nuovi è autentica ma non ingenua: rispecchia la conoscenza sottile dei ritmi, echi e modulazioni della pratica pittorica. […] Rispettare le distanze giuste, ripetere la calligrafia […] ripercorrere gli stessi ‘labirinti’, le stesse ‘battaglie’ – questo per Carla Accardi è esercizio di coscienza di sé, non di stile” (da Anne Marie Boetti Sauzeau, “Carla Accardi”, in DATA n. 20, marzo-aprile 1976, pp. 72-74). Stima: 30.000€/40.000€.

Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76×54, 1946 – Lotto n. 263 – da minervaauctions.com
Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76x54, 1946
Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76×54, 1946 – Lotto n. 263 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Luigi Filippo Tibertelli de Pisis nasce a Ferrara nel 1896. Conosce a Ferrara, fin dal 1915, i pittori metafisici: Giorgio De Chirico, Alberto Savinio e poi Carlo Carrà. Gli inizi infatti della sua pittura risentono dell’influenza di questi ultimi.

Ben presto però l’artista trova la sua cifra originale, con quella particolarissima pittura carica di suggestioni ed impressioni definita da Eugenio Montale “pittura a zampa di mosca”.

Dal 1925 De Pisis è a Parigi, dove soggiornerà per 14 anni, instaurerà rapporti e verrà influenzato dalla pittura di Manet, Corot, Matisse e dei Fauves.

Nel 1943 si trasferisce a Venezia dove, ispirato dalla pittura di Francesco Guardi e di artisti del XVIII secolo veneziano, De Pisis accentua le caratteristiche interpretative tese a descrivere una realtà evanescente ed evocativa, in cui le forme tendono a sfaldarsi e le emozioni a scomporsi in luci ed ombre. Esemplare a tal proposito il lotto n. 263 “Canale con ponte e gondole”. Stima: 10.000€/15.000€.

Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80×100 – Lotto n. 284 – da minervaauctions.com
Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80x100
Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80×100 – Lotto n. 284 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Opera non datata, ma bella, del genovese Ugo Attardi al lotto n. 284 “Nudo e tramonto”.

Artista assai bistrattato dal mercato nonostante la sua storia. Attardi è stato fra i firmatari del Manifesto del Gruppo Forma 1 nel 1947. Ha partecipato a numerose Biennali di Venezia quale esponente, dagli anni ’50, di un realismo dai fortissimi tratti espressionisti.

Colori caldi ed una grande sapienza compositiva distinguono il “nudo” in asta. Nudo che rivela la capacità plastica di Attardi anche come scultore, in particolare dagli anni ’60.

La bellezza del corpo femminile è una delle tematiche costanti di Attardi insieme alla violenza, ad immagini tratte da opere epiche quali l’Eneide e l’Odissea, oppure dalla Divina Commedia e dal Don Chisciotte, fino ai paesaggi siciliani e a quelli della periferia di Roma.

Attardi fu anche un dotato scrittore. Vinse il Premio Viareggio nel 1971 con il romanzo “L’Erede selvaggio”. Stima: 2.000€/3.000€.