Asta Meeting Art n. 829 – 17/18 e 21/22 Giugno – Vercelli, Opere dell’Arte Moderna e Contemporanea – Sessioni I-IV

Le sessioni I-IV dell’asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 829 della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terranno nel fine settimana del 17/18 giugno 2017 alle ore 14.30 (sessioni I-II, lotti 1-200) e nei giorni 21/22 giugno, ore 16.00 (sessioni III-IV, lotti 201-300). La TopTen di SenzaRiserva.

Filippo Scroppo, Opera M.A.C., olio su tela, 73×50, 1953 – Lotto n. 13 – da meetingart.it
Filippo Scroppo, Opera M.A.C., olio su tela, 73x50, 1953
Filippo Scroppo, Opera M.A.C., olio su tela, 73×50, 1953 – Lotto n. 13 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Filippo Scroppo nasce a Riesi, in provincia di Caltanissetta, nel 1910 da genitori valdesi. Si laurea in Lettere a Torino. Profondamente religioso si iscrive in seguito alla Facoltà valdese di Teologia a Roma.

Nel dopoguerra partecipa alla vita culturale e artistica torinese. Collabora a “L’Unità” come critico d’arte. Nel 1948 è assistente di Felice Casorati alla cattedra di Pittura dell’Accademia Albertina di Torino dove insegnerà fino al 1980.

Ancora nel 1948 Scroppo fonda con Francesco Menzio, Albino Galvano, Italo Cremona, Mino Rosso e Felice Casorati la sezione torinese dell’Art Club, di cui diviene segretario.

Nel 1948, 1950, 1952 e nel 1962 sarà presente alla Biennale di Venezia. La pittura di Scroppo negli anni ’50 è puramente astratta, contrassegnata dall’adesione alle idee concretiste del M.A.C. torinese capeggiato da Scroppo stesso e da Albino Galvano. Del Gruppo fanno parte anche Annibale Biglione e Adriano Parisot. In seguito si aggregheranno Carol Rama e Paola Levi-Montalcini.

Fra il 15 e il 29 dicembre 1950 Galvano e Scroppo espongono alla Libreria Salto di Milano con presentazione di Gianni Monnet. Nelle parole di Galvano, teorico poi del Movimento M.A.C. e critico d’arte: “[Scroppo] ha dato lo spettacolo inconsueto di un non-conformismo che ha permesso alle sue convinzioni marxiste di non impedirgli l’esperienza astratta, attraverso le due articolazioni, prima dell”egometrico’ e poi di forme più aperte e libere” anticipando in queste ultime parole quel “concretismo della linea curva” assai lodato in Scroppo da Gillo Dorfles e presente al lotto n. 13 “Opera M.A.C.”. Stima: 2.000€/3.000€.

Albino Galvano, Senza titolo, olio su tela, 60×40, anni ’50 – Lotto n. 14 – da meetingart.it
Albino Galvano, Senza titolo, olio su tela, 60x40, anni ’50
Albino Galvano, Senza titolo, olio su tela, 60×40, anni ’50 – Lotto n. 14 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Albino Galvano a Torino fu allievo di Felice Casorati, alla ricerca, come ebbe a scrivere, del “segreto di una sintesi in cui il dato naturale risultava assorbito e trasfigurato”.

Studioso di spiritualismo, antropologia e interessato ai temi religiosi Galvano si laureò in tali argomenti alla Facoltà di Magistero dell’Università di Torino.

Già negli anni ’30 la pittura di Galvano (che partecipa alla Biennale di Venezia nel 1930, nel 1936 e nel 1948 e alle Quadriennali di Roma del 1931 e del 1935), ancora figurativa, mostra una sintetismo fauve e un repertorio di soggetti “pesci, molluschi, conchiglie, vecchi libri accartocciati, crocefissi e acquasantiere barocchi, nudi tortili come molluschi e paesaggi incerti tra quegli andamenti sinuosi e un modesto cézannismo che era nell’aria” (in A.G., a cura di Albino Galvano, Torino, 1979, p. 98), di ispirazione anti-novecentista che preludono alla netta separazione fra elemento iconografico e idea morale di pittura.

Con l’adesione al M.A.C Movimento Arte Concreta e la formazione del Gruppo torinese da lui capeggiato (Scroppo, Parisot, Carol Rama, Paola Levi-Montalcini), gli ‘oggetti’ nella pittura di Galvano divengono sagome e pretesti per una libertà fantastica che, pur fine a se stessa, si nutre delle suggestioni proprie della vastissima cultura antropologica e religiosa dell’artista: quasi feticci, simboli dal sapore iniziatico e cabalistico.

Nel biennio 1953 e 1954 inoltre, anni a cui forse può essere attribuita l’opera al lotto n. 14 “Senza titolo”, Galvano introduce nelle proprie opere richiami e citazioni spazialiste, qui riscontrabili nella mezzaluna nella parte in alto a sinistra del dipinto. Stima: 3.000€/4.000€.

Antonio Corpora, Follia di elementi, olio su tela, 130×162, 1972 – Lotto n. 73 – da meetingart.it
Antonio Corpora, Follia di elementi, olio su tela, 130x162, 1972
Antonio Corpora, Follia di elementi, olio su tela, 130×162, 1972 – Lotto n. 73 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Antonio Corpora, “Follia di elementi” al lotto n. 73 è una grande opera dell’artista di origini tunisine (1909-2004).

Protagonista dell’astrattismo e sostenitore del rinnovamento della pittura italiana nel primo dopoguerra Corpora promuove a Roma il Gruppo anti-novecentista dei neo-cubisti con, fra gli altri, Renato Guttuso, Sante Monachesi e Giulio Turcato.

La sua esperienza pittorica passerà poi per il Fronte Nuovo delle Arti e il Gruppo degli Otto di Lionello Venturi a descrivere una parabola fra astrattismo e realismo che lo porterà alla definizione negli anni ’50 di un informale sui generis fatto di accensioni luministiche e spaziali, quasi organiche.

Dagli anni ’60 invece, in particolare dalla seconda metà, la pittura di Corpora torna alla bidimensionalità definendosi in campiture più nette di colore il cui accennato concretismo geometrico però non concede mai alla riduzione di un piglio libertario che si articola fra i due poli dell’istinto autoriale e di una spontanea predilezione per l’auto-espressione del colore e della materia. Stima: 27.000€/30.000€.

Carla Accardi, Senza titolo, tempera alla caseina su tela, 72.5×54, 1971 – Lotto n. 93 – da meetingart.it
Carla Accardi, Senza titolo, tempera alla caseina su tela, 72.5x54, 1971
Carla Accardi, Senza titolo, tempera alla caseina su tela, 72.5×54, 1971 – Lotto n. 93 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Bella opera della trapanese Carla Accardi al lotto n. 93 “Senza titolo”. Ed negli anni ’50 che si definisce la personalità pittorica della Accardi, formatasi all’Accademia di Belle Arti di Palermo e protagonista femminile dell’avanguardia astratta romana del dopoguerra all’interno del Gruppo Forma 1.

Al 1954 risalgono le prime opere puramente astratte dell’artista, che definisce un linguaggio personale segnico che Germano Celant ha messo in relazione con il femminismo della Accardi.

Secondo Celant le prime opere segniche in bianco e nero della Accardi esprimono “una presenza che tende a staccarsi e dichiarare la sua individualità” nella ricerca di una “identità e differenza” che si accende attraverso i contrasti e la tensione generata dalla ripetizione, dalle curve, dalle diagonali, in un articolarsi quasi ‘generativo’ del tratto. Tipiche degli anni ’70 le opere optical, quale questa al lotto n. 93 “Senza titolo”, realizzate attraverso colori complementari dal contrasto acceso che accentuano la discordanza di una duplicità consustanziale alle realizzazioni dell’artista trapanese.

Da ricordare che la Accardi partecipò al movimento femminista culminato negli anni ’70 nella fondazione di Rivolta Femminile con  Carla Lonzi ed Elvira Banotti. Stima: 32.000€/36.000€.

Pippo Oriani, Cafè Oriani, tecnica mista e collage su cartone, 59×45, 1934 – Lotto n. 120 – da meetingart.it
Pippo Oriani, Cafè Oriani, tecnica mista e collage su cartone, 59x45, 1934
Pippo Oriani, Cafè Oriani, tecnica mista e collage su cartone, 59×45, 1934 – Lotto n. 120 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Pittore, scenografo e architetto Pippo (Giuseppe) Oriani nasce a Torino nel 1909. Dopo gli studi di architettura aderisce nel 1928 al gruppo futurista torinese incoraggiato da Enrico Prampolini. Fu su invito dell’amico Fillia a prendere contatto con le avanguardie europee che Oriani si trasferì a Parigi fra il 1930 ed il 1935.

In questi anni partecipa più volte alla Biennale di Venezia nel 1930, 1932, 1934, 1936 e nel 1938.

Gli anni parigini vedono l’artista impegnato su più fronti, ed anche la sua produzione artistica risente di varie influenze: da una lato le nature morte cubiste con strumenti musicali alla Severini (lotto n. 120 “Cafè”) e arlecchini picassiani, dall’altra nel 1931 l’adesione all’aeropittura nel filone idealista cosmico caldeggiato da Fillia e Prampolini. Oriani lavora poi anche al cinema realizzando sempre nel 1931 con gli scrittori Tina Cordero e Guido Martina il lungometraggio futurista Vitesse (Velocità).

Si tratta insomma di un’opera datata, degli anni migliori dell’artista torinese. Stima: 8.000€/9.000€.

Luca Alinari, Senza titolo, olio, tecnica mista e resina su tela, 80×80, 2013 – Lotto n. 154 – da meetingart.it
Luca Alinari, Senza titolo, olio, tecnica mista e resina su tela, 80x80, 2013
Luca Alinari, Senza titolo, olio, tecnica mista e resina su tela, 80×80, 2013 – Lotto n. 154 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Opera recente del fiorentino Luca Alinari (classe 1943) al lotto n. 154 “Senza titolo”. Artista autodidatta Alinari studia letteratura e filosofia.

La prima personale è del 1972 alla Galleria Michaud di Firenze con presentazione di Enrico Crispolti e opere dal sapore pop che rappresentano interni abitativi. Nel tempo gli elementi figurativi che Alinari decontestualizza tendono a popolare paesaggi fantastici e a farsi racconto; sviluppo artistico che si fa evidente nella mostra del 1984 presso i Magazzini del Sale a Siena.

Renato Barilli lo invita alla Biennale di Venezia nel 1982 e poi alla rassegna ‘Anniottanta’ a Rimini nel 1985.
Nel 1986 Alinari partecipa nella sezione ‘Emergenze nella ricerca artistica dal 1950 al 1980’ alla XI Quadriennale di Roma.

Onirismo, memoria, ricordi di fanciullezza, cromie accese e materia sono le caratteristiche della pittura di Luca Alinari. Il divertimento è un aspetto che si coglie guardando un suo quadro: divertimento a cesellare, punteggiare, stendere gli strati di colore, a rifinire le sfumature delle case, le singole parti di un aereoplano: proprio come farebbe un bambino. Al contempo c’è in Alinari l’ironia dell’uomo adulto verso la stessa, conclamata precisione nel ricordare, nel ripercorrere quasi con feticismo la propria infanzia.

Il risultato alla fine, fra i colori sgargianti, è una bellissima malinconia, quale questa al lotto n. 154. Stima: 4.000€/5.000€.

Omar Galliani, In Mantra In Petalo, matita + tempera su tavola, 50x50x7 – Lotto n. 156 – da meetingart.it
Omar Galliani, In Mantra In Petalo, matita + tempera su tavola, 50x50x7
Omar Galliani, In Mantra In Petalo, matita + tempera su tavola, 50x50x7 – Lotto n. 156 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

È forse l’abbandono estatico del non-sguardo, presente al lotto n. 156 “In Mantra In Petalo”, il soggetto più riuscito di Omar Galliani, artista emiliano di Montecchio Emilia, esponente alla fine del secolo scorso dei movimenti dell’Anacronismo e del Magico Primario.

Ritualità e armonie orientali sono consustanziali alla pittura di Galliani. Il Mantra nelle religioni indiane rappresenta il “veicolo o strumento del pensiero o del pensare” ovvero è una espressione sacra che consente di entrare in contatto con la propria spiritualità e con il mondo divino e di elevare l’adepto ad un grado superiore di purezza morale.

I Chakra, ovvero centri di energia, corrispondono a zone del corpo e sono contrassegnati dai petali del fiore di loto su cui sono riportati i singoli grafemi del Mantra.

Galliani contamina dunque la realtà e la mimesi della realtà che è l’arte con elementi di spiritualità compiendo una operazione di ri-significazione del nostro essere al mondo e insieme di nobilitazione del mezzo artistico che diviene strumento di celebrazione e riflessione del e sul presente. Stima: 4.000€/5.000€.

Giosetta Fioroni, La sorella, matita e smalto alluminio su carta, 100×70, 1969 – Lotto n. 168 – da meetingart.it
Giosetta Fioroni, La sorella, matita e smalto alluminio su carta, 100x70, 1969
Giosetta Fioroni, La sorella, matita e smalto alluminio su carta, 100×70, 1969 – Lotto n. 168 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Giosetta Fioroni è stata l’unica figura femminile a partecipare negli anni ’60 alla Scuola romana di Piazza del Popolo con Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli. Uscita dall’Accademia di Belle Arti di Roma di Toti Scialoja, nel 1955 è già alla Quadriennale di Roma e nel 1956 alla Biennale di Venezia con dipinti astratti, “un’antipittura esistenziale” come la definisce Emilio Vedova.

Dopo un’esperienza parigina nel 1963 la trovi al Caffè Rosati con gli altri artisti romani che saranno l’anima del pop italiano.

I “quadri d’argento” nascono in questo contesto, nel ritrarre la malinconia di volti popolari e sconosciuti, condannati all’anonimità da una nuova cultura televisiva e massmediale che va più veloce delle reali condizioni economiche e sociali di un’Italia ancora rurale. Con queste opere la Fioroni approda alla Biennale veneziana del 1964 (la Biennale della Pop Art), invitata da Maurizio Calvesi.

La Fioroni usa immagini tratte da rotocalchi e pubblicità, le proietta sulla tela e poi ne delinea i contorni con smalto argentato.

“Warhol fa uno uso specialistico, tecnico e al tempo stesso critico della fotografia […]; mentre la Fioroni vede la fotografia con l’occhio sensibile del pittore, e soffermandosi sugli spazi vuoti che le sue contro-immagini mentali lasciano dietro di sé, sembra volerli riempire con una sfumatura di sentimento” (daV. Rubiu, Fioroni, Ceroli, Tacchi, “Marcatré”, 19-22, aprile 1966, p. 315.). Stima: 18.000€/20.000€.

Valerio Berruti, Apollo, affresco su tela di juta, 90×60, 2007 – Lotto n. 170 – da meetingart.it
Valerio Berruti, Apollo, affresco su tela di juta, 90x60, 2007
Valerio Berruti, Apollo, affresco su tela di juta, 90×60, 2007 – Lotto n. 170 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Giovane artista nato ad Alba nel 1977 Valerio Berruti si diploma al DAMS di Torino. Nel 2009 è l’artista più giovane scelto per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia.

Pittore, scultore, artista multimediale Berruti affronta da sempre il tema dell’infanzia, quel paradiso perduto della memoria recentemente esposto  nella mostra Paradise Lost. L’ombra, l’innocenza, il sole nero alla Galleria MarcoRossi Artecontemporanea a Milano nel 2016.

Forte nell’arte di Berruti è sicuramente la tradizione dell’arte povera torinese: un’arte sintetica e metaforica, quasi ‘concettuale’ che elimina ogni dettaglio per ridursi al perimetro, all’essenza, all’origine anche nella scelta dei materiali: il cemento, la juta, l’affresco.

Berruti attraverso i bambini affronta la condizione umana di cui rappresenta le mille sfaccettature di senso e sentimento. Al lotto n. 170 “Apollo” c’è un bimbo seduto su un sole di speranza; un bimbo che inizia a dipingere il suo mondo, che lo fa dorato, con le mani, come un grande sole. Stima: 10.000€/12.000€.

Luca Pignatelli, Angelo, olio su telone di copertura di vagone ferroviario, 170x146x4, 2013 – Lotto n. 199 – da meetingart.it
Luca Pignatelli, Angelo, olio su telone di copertura di vagone ferroviario, 170x146x4, 2013
Luca Pignatelli, Angelo, olio su telone di copertura di vagone ferroviario, 170x146x4, 2013 – Lotto n. 199 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Bellissima ed evocativa l’opera di Luca Pignatelli “Angelo” al lotto n. 199. Nato a Milano nel 1962 Pignatelli studia alla Facoltà di Architettura, influenzato dalle ricerche sul tempo e la memoria di Aldo Rossi.

La pittura di Pignatelli interseca contemporaneità e classicità, approfondisce il concetto di presenza e passaggio attraverso uno stile evocativo che impiega materiali di riuso quali i teloni di copertura dei vagoni ferroviari come nel grande lotto in asta.

Pignatelli riporta in vita i momenti, gli istanti di percezione di realtà del passato che vanno dallo sfrecciare di un treno, alla vista dello skyline di New York, alla prospettiva di una statua greca, fino all’episodio mitologico. E nella precisione non di cogliere il concetto ma l’attimo l’artista milanese cattura il simbolo, imprigionandolo, e riportando con esso in vita una particolare istanza che è perfetta come un ‘modello’ di idea.

Ogni opera di Pignatelli rappresenta in questo senso un’eternità: un’eternità resa umana e che la puoi chiamare col nome, con un identificativo quali sono le lettere seriali sui copertoni dei treni; un’eternità che puoi acchiappare con le corde appese alle tele che circostanziano l’opera alla nostra realtà. Stima: 27.000€/30.000€.

Vinicio Berti, Antagonista, idropittura e tempera vinilica su tela, 50×70, 1973-1974 – Lotto n. 225 – da meetingart.it
Vinicio Berti, Antagonista, idropittura e tempera vinilica su tela, 50x70, 1973-1974
Vinicio Berti, Antagonista, idropittura e tempera vinilica su tela, 50×70, 1973-1974 – Lotto n. 225 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 829

Vinicio Berti è purtroppo ancora artista molto sottostimato dal mercato dell’arte. Proprio lui che fu insieme a Gualtiero Nativi, Bruno Brunetti, Mario Nuti e Alvaro Monnini il teorico e fondatore di uno dei movimenti d’avanguardia più importanti del nostro dopoguerra: l’Astrattismo Classico fiorentino.

Berti stesso traccia la sua biografia artistica nel catalogo “Vinicio Berti – Dipinti e Disegni dal 1941-1981”, Limonaia di Villa Vittoria – Palazzo dei Congressi – 16 Maggio/16 Giugno 1984 a cura di  Alessandro Lazzeri:

“[…] All’inizio sono opere classificabili in ambito di generale rinnovamento astratto-concretista europea, poi, dalla seconda metà del 1947, Berti riesce, con quadri come ‘composizione verticale’ e ‘simbolo’, a dare l’iniziale impostazione di una pittura già fuori dal limite pioneristico del primo astrattismo, del suprematismo, del costruttivismo come del concretismo. Pittura di NUOVA CLASSICITÀ che, per nuova dimensione contenutistica e formale, si trova in opposizione decisa alla vecchia classicità ancora componente di fondo malgrado a volte mascherature avanguardistiche, di tanta arte contemporanea figurativa o non figurativa […].

Dal 1950 ad oggi Berti è stato conseguente a questa linea senza mai cedere a tentazioni informali, neo-dadaiste, pop o altro, e ha proseguito nell’ampliamento delle possibilità espressive dell’astrazione classica; così con la serie ‘espansione dell’astrattismo classico’ (1951-1955), ‘cittadelle ostili’ (1955-1956), ‘brecce nel tempo’ (1956-1958), ‘avventuroso astrale’ (1959-1965), a quelle della sua recente produzione ‘cittadelle di resistenza’, ‘partenza zero’, ‘geometria volumetrica’, ‘realtà antagonista’ [lotto n. 225 “Antagonista”], ‘dal  basso in alto’, dove ancora l’atto costruttivo espressionista permane e dimostra come l’iniziale germe dell’astrazione classica, espresso col ‘simbolo’ del 1947, si sta sviluppando conseguentemente al  continuo divenire della realtà nuova”. Stima: 2.000€/3.000€.

Asta Il Ponte (n. 397) – 13 Giugno 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta di Arte Moderna e Contemporanea (n. 397) della Casa d’Aste Il Ponte di Milano si terrà in data 13 giugno 2017 nella sede di Palazzo Crivelli, via Pontaccio 12. La prima tornata è prevista per le 10.30 (dal lotto 1 al lotto 135), la seconda alle 15.30 (dal lotto 136 al lotto 274). La TopTen di SenzaRiserva.

Marcello Lo Giudice, Blu ramatuelle, pigmenti e olio su tela, 140×140, 2007 – Lotto n. 110 – da ponteonline.com
Marcello Lo Giudice, Blu ramatuelle, pigmenti e olio su tela, 140x140, 2007
Marcello Lo Giudice, Blu ramatuelle, pigmenti e olio su tela, 140×140, 2007 – Lotto n. 110 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Marcello Lo Giudice nasce a Taormina nel 1957. Compie gli studi frequentando l’Accademia di Belle Arti di Venezia e laureandosi in geologia a Bologna.

Non a caso Lo Giudice è stato definito da Pierre Restany “pittore tellurico”. Gli studi di geologia e l’osservazione dei minerali al microscopio hanno infatti assai influenzato la sua pittura che solo apparentemente è informale.

L’artista siciliano si ispira a De Kooning, a Pollock e di conseguenza si esprime con movenze che ricordano quelle gestuali dell’espressionismo astratto, ma la sua è una pittura meno personale e più ‘viscerale’. Come se la potenza e la magnificenza dei suoi colori ed il fiorire in mille forme della materia fosse il prodotto della meraviglia non del pittore ma della terra stessa.

Ramatuelle (lotto n. 110 “Blu ramatuelle”) è un comune del sud della Francia nella zona Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Situato su un fianco dei Monti Paillas, il paese domina la baia di Pampelonne e la sottostante pianura, in uno scenario coloristico magnifico, tanto da battezzare un blu con il suo nome, fra vigneti e l’orizzonte marino.

Marcello Lo Giudice è stato invitato alla Biennale di Venezia nel 2009 e nel 2011. Stima: 20.000€/30.000€.

Filippo De Pisis, Natura morta con bottiglia e carciofo, olio su cartone, 42.1×52.2, 1931 – Lotto n. 130 – da ponteonline.com
Filippo De Pisis, Natura morta con bottiglia e carciofo, olio su cartone, 42.1x52.2, 1931
Filippo De Pisis, Natura morta con bottiglia e carciofo, olio su cartone, 42.1×52.2, 1931 – Lotto n. 130 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Luigi Filippo Tibertelli de Pisis è stato uno dei più grandi interpreti della pittura italiana della prima metà del ’900.

Nato a Ferrara nel 1896, qui conobbe nel 1915 i pittori metafisici: Giorgio De Chirico, Alberto Savinio e Carlo Carrà dai quali le sue prime prove furono fortemente influenzate. La prima personale dell’artista fu infatti promossa da De Chirico alla Galerie au Sacre du Printemp a Parigi nel 1926.

Fu a Roma fra il 1920 ed il 1924, poi a Parigi (1925-1939), a Londra (con due viaggi nel 1935 e 1938), a Milano (1940-43) e infine a Venezia (1943-1949).

In particolare dal periodo parigino la sua tecnica tende sempre più a farsi ‘impressionistica’, veloce, nervosa, con leggera imprimitura di colore sulla tela e una grande libertà e leggerezza di movimento ancora non così accentuata al lotto n. 130 “Natura morta con bottiglia e carciofo” più vicina al rigore metafisico del Group des Sept parigino: il gruppo composto dai fratelli De Chirico, Mario Tozzi, Renato Paresce, Massimo Campigli e Gino Severini.

Come ben scrive Daniela De Angelis in de Pisis, gli anni di Parigi 1925-1939, a cura di Giuliano Briganti, Galleria dello Scudo, Verona, 13 dicembre 1987 – 31 gennaio 1988, catalogo della mostra: “la definizione precisa degli spazi raffigurati è come annullata da un’immediatezza che tutto confonde [e che] esprime il disagio esistenziale e la solitudine del testimone contemporaneo”. Stima: 8.000€/10.000€.

Manlio Rho, Composizione, olio su tela, 75.5×51.3, anni ’40 – Lotto n. 148 – da ponteonline.com
Manlio Rho, Composizione, olio su tela, 75.5x51.3, anni ’40
Manlio Rho, Composizione, olio su tela, 75.5×51.3, anni ’40 – Lotto n. 148 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Una bella “Composizione” degli anni ’40 dell’astrattista comasco Manlio Rho al lotto n. 148. Le opere di Rho sono fra le prime testimonianze, negli anni ’30 di arte astratta in Italia.

Il Gruppo degli astrattisti, che si ispira alle esperienze geometrico costruttiviste dei suprematisti russi, di Kandinskji e Malevic, vede la partecipazione degli architetti Giuseppe Terragni e Alberto Sartoris. Del gruppo fanno poi parte il pittore Mario Radice e, tra gli altri, Aldo Galli, Carla Prina e Carla Badiali.

Rho fu tra i promotori, nel 1938, del gruppo “Valori primordiali” e nel 1940 firmò il Manifesto del gruppo primordiali futuristi Sant’Elia, fondato da Filippo Tommaso Marinetti e dal filosofo Franco Ciliberti.

Tali Gruppi tentavano, nel clima di repressione fascista contro l'”arte degenerata”, di difendere le istanze moderniste sotto l’egida di intellettuali ‘di regime’, quali Marinetti, che ne dessero una formale giustificazione (futurista e/o razionalista).

La ricerca di “un tempo e uno spazio assoluti […] di un’atmosfera mitica trascendente il costume e le mode intellettuali” caratterizza gli intenti di “Valori primordiali” come scrive Ciliberti in Sul primordiale in “Valori primordiali”, a. I, vol. 1, Orientamenti sulla creazione contemporanea, febbraio 1938, p. 25. Definizione consona a spiegare la percezione d’armonia spazio-temporale comunicata dal lotto in asta. Stima: 12.000€/16.000€.

Carla Badiali, Composizione n. 14, tempera su tavola, 79.5×60, 1934-1935 – Lotto n. 157 – da ponteonline.com
Carla Badiali, Composizione n. 14, tempera su tavola, 79.5x60, 1934-1935
Carla Badiali, Composizione n. 14, tempera su tavola, 79.5×60, 1934-1935 – Lotto n. 157 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Altra protagonista del Gruppo degli astrattisti comaschi, Carla Badiali, al lotto n. 157 “Composizione n. 14”.

Nata Novedrate nel 1907, la Badiali trascorre l’infanzia in Francia, a Saint-Etienne, per poi tornare a Como per completare gli studi tessili presso la scuola del Setificio. Per tutta la vita infatti lavorò nell’ambito della tessitura producendo disegni per stampe tessili.

Fu l’unica donna ad esporre alla Biennale di Venezia del 1942.

Dopo un inizio figurativo in stile novecentista all’inizio degli anni ’30, le prime prove astratte della Badiali possono essere fatte risalire al 1933. I tratti peculiari della pittura della Badiali sono riscontrabili in particolare nelle prime opere come questa in asta, dove l’artista introduce caratteristiche innovative quali l’uso della linea curva, la sfumatura, la trasparenza, la sovrapposizione; caratteristiche che saranno riprese dagli altri artisti del Gruppo solo negli anni ’50 (Rho, Radice).

Opera dalla fortissima impronta architettonica tridimensionale, dove i piani rimandano a spazi concreti, quasi l’opera fosse una sezione di un edificio vissuto, futuristico, con dinamismi plastici che si articolano attorno a strutture portanti e che contemplano la collocazione delle luci, degli arredamenti. Stima: 25.000€/35.000€.

Renato Paresce, Natura morta, olio su tela, 81×65, 1926 – Lotto n. 157 – da ponteonline.com
Renato Paresce, Natura morta, olio su tela, 81x65, 1926
Renato Paresce, Natura morta, olio su tela, 81×65, 1926 – Lotto n. 157 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Renato Paresce non ha ancora avuto dal mercato il riconoscimento dovuto per essere stato uno dei Les Italiens de Paris, il gruppo di artisti che negli anni ’20 a Parigi ‘inventava’ la pittura moderna italiana.

Originario della Svizzera (nasce nel 1886 a Carouge), Paresce trascorre l’adolescenza a Firenze dove studia materie scientifiche. Successivamente si laurea in fisica a Palermo. Pratica intanto la pittura da autodidatta, formandosi anche attraverso la frequentazione dell’ambiente culturale e artistico parigino dove soggiorna a partire dal 1912.

Dopo la guerra, fra il 1925 ed il 1930 è nuovamente a Parigi. La sua pittura alterna opere paesaggistiche en plein air a nature morte d’ispirazione post-cubista caratterizzate però da un sempre più accentuato richiamo alle armonie e alle tonalità classiche dei primitivi toscani del ’400 (lotto n. 157 “Natura morta”).

Scrive Michela Parolini riguardo al periodo parigino dell’artista: “Intorno al 1925 l’artista si trasferisce a Parigi lasciando progressivamente la fisica per la pittura. In questo momento anche L’école de Paris perde la sua connotazione più vera di eclettismo autentico; si diffonde il ‘ritorno all’ordine’ caratterizzato da un’iconografia più tradizionale tendente al recupero della realtà e ciò avviene anche a livello internazionale. [L’opera di Paresce] si rifà, infatti, al Realismo di tradizione italiana, che si esprime con una resa della realtà precisa, curata nei particolari, il cui scenario tuttavia appare immobile e incantato” (da Omaggio a Renato Paresce (1886-1937) in “René Paresce. Un’Italiano a Parigi, Opere dalla collezione del Banco Popolare”, Bergamo, 10 – 30 maggio 2014, Palazzo Storico Credito Bergamasco, a cura di Michela Parolini Angelo Piazzoli, 2014, p. 12).

Per capire invece la ricerca pittorica dell’artista di origine svizzere è rivelatore quanto Paresce scrive in una lettera all’amico Camagna nel 1934: “penso che la fotografia è una meravigliosa invenzione; e siccome le donne brutte non devono mettersi in capo di far concorrenza alle belle, così la pittura non deve proporsi di far concorrenza alla fotografia […] il colore, secondo me, ha solo valore se è il colore del pittore e non della natura […] l’artista deve inventare, ed inventare vuol dire lavorar di fantasia” (da R. Paresce, Lettera a Camagna, in “R. Ferrario, Pittore di paesaggi fantastici. Le opere della collezione Factorit 1909-1936”, Torino 1999, p. 132).

Nel 1926, anno di realizzazione dell’opera in asta, Paresce partecipa con tre opere alla prima “Mostra di Novecento Italiano” presso il Palazzo della Permanente di Milano. Stima: 14.000€/16.000€.

Igor Mitoraj, Stella, scultura in bronzo, 71x83x38, e/a di 6 es., 1985 – Lotto n. 164 – da ponteonline.com
Igor Mitoraj, Stella, scultura in bronzo, 71x83x38, e/a di 6 es., 1985
Igor Mitoraj, Stella, scultura in bronzo, 71x83x38, e/a di 6 es., 1985 – Lotto n. 164 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Opera elegante e sensuale “Stella” del grande scultore polacco Igor Mitoraj al lotto n. 164. Nato nel 1944, Mitoraj studia pittura a Cracovia con Tadeusz Kantor. Prosegue gli studi a Parigi dove si afferma nella scultura, scoperta durante un viaggio in Messico, a partire dal 1974.

Dal 1983 ha lavorato a Pietrasanta in Toscana dopo la scoperta dei meravigliosi marmi con i quali forgiare le sue opere. Opere che utilizzano terracotta, bronzo e appunto il marmo di Carrara.

Il riferimento immediato della scultura di Mitoraj è ai modelli plastici del mondo classico, ma guai a parlare di neoclassicismo.

Mitoraj propone una lettura post-moderna della nostra memoria artistica che non ripercorre ma invece rielabora e ricontestualizza. Se nella scultura classica si celebra l’armonia e la perfezione ideale umana, in un confine incerto fra uomini e dei che hanno stesse virtù e vizi, nelle sue opere l’artista polacco celebra, talvolta ironicamente, la frattura del mondo contemporaneo verso quel passato di cui ci fa percepire le aspirazioni, la perfezione, la bellezza potente e prepotente, ma dimidiata.

Scissure e fratture che si fanno più profonde quanto più distanti e incomunicabili sono diventati il mondo della ragione e quello dello spirito nella società contemporanea. Stima: 25.000€/35.000€.

Mario Schifano, Orizzonte, smalto e acrilico su tela, 100×200, 1987 – Lotto n. 191 – da ponteonline.com
Mario Schifano, Orizzonte, smalto e acrilico su tela, 100x200, 1987
Mario Schifano, Orizzonte, smalto e acrilico su tela, 100×200, 1987 – Lotto n. 191 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Opera museale di Mario Schifano, il pittore romano protagonista della Scuola di Piazza del Popolo e della pop art italiana, al lotto n. 191 “Orizzonte”, smalto e acrilico su tela del 1987, di dimensioni importanti (1 metro x 2 metri).

Che cosa ci sia di pop in opere come questa in asta è qualcosa che si può capire solo conoscendo il percorso artistico dell’artista romano.

Dai primi anni ’60 Schifano rielabora l’arte popolare americana, prima facendo suoi quei simboli (“Esso”, “Coca-Cola”) del capitalismo e della comunicazione mass-mediale oggetto di decontestualizzazione ironica di quella cultura. Lo fa con una gestualità tutta sua, da artista sensibile e passionale, con le movenze e la forza di un action painter.

Negli anni ’70 invece sarà la volta dei “Paesaggi TV”, di quella comunicazione cioè che è non tanto il simbolo di un vissuto commerciale, ma di una realtà quotidiana personale sia la veduta di un immagine prodotta dal tubo catodico oppure un vero paesaggio.

Perché è negli anni ’80 che Schifano ci fa capire che il vero mondo perduto, l’oggetto della nostra memoria sono le cose reali, gli elementi magici e primordiali: i campi di grano, la frutta, i gigli d’acqua, le nostre case, i giocattoli, i pesci, le biciclette, un'”orizzonte” che ormai guardiamo e diamo per scontati non distinguendo più apparenza ed essenza. Stima: 10.000€/15.000€.

Pietro Consagra, Colloquio duro, scultura in bronzo su base di legno, 83.8x66x8.9, 1958 – Lotto n. 194 – da ponteonline.com
Pietro Consagra, Colloquio duro, scultura in bronzo su base di legno, 83.8x66x8.9, 1958
Pietro Consagra, Colloquio duro, scultura in bronzo su base di legno, 83.8x66x8.9, 1958 – Lotto n. 194 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Nato a Mazara del Vallo nel 1920, Pietro Consagra studia all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Nel 1944 è a Roma dove, nel 1947, partecipa al Gruppo astrattista Forma 1.

I “Colloqui” degli anni ’50 sono il vertice più alto cui è arrivata la scultura dell’artista siciliano. Dopo i primi anni in cui Consagra non ha ancora superato la visione tridimensionale dell’oggetto artistico e si cimenta in opere totemiche ispirate al verticalismo di Brancusi, è con i “Colloqui” che Consagra introduce nella sua scultura il concetto di “frontalità”. La necessità cioè di un punto di vista sulla realtà che ‘costringa’ a una comunicazione, anche conflittuale (lotto n. 194 “Colloquio duro”).

Presente alla Biennale di Venezia del 1952, 1954, 1956 e 1960 (con primo premio). Il 1958, anno di esecuzione dell’opera in asta, è l’anno della grande antologica personale a Bruxelles al Palais des Beaux-Arts.

Pur nella bidimensionalità la spazialità è la vera protagonista delle opere di Pietro Consagra: si tratta di una spazialità che si condensa tutte nelle crepe, nelle spaccature. Una spazialità che trattiene tutta la sua forza drammatica nella visione di una realtà, spingendo l’uomo ad interagire col mondo.

L’architettura fu infatti uno dei sogni ideali e dei progetti da realizzare di Consagra che non solo teorizzò “le città frontali”. Si pensi alle famose sculture-installazioni “Stella” e “La città di Tebe” simbolo della ricostruzione di Gibellina, nella valle del Belice. Stima: 25.000€/35.000€.

Irma Blank, Radical Writings, Schrifzug=Atemzug, olio su tela, 160×160, 1994 – Lotto n. 258 – da ponteonline.com
Irma Blank, Radical Writings, Schrifzug=Atemzug, olio su tela, 160x160, 1994
Irma Blank, Radical Writings, Schrifzug=Atemzug, olio su tela, 160×160, 1994 – Lotto n. 258 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

Nata a Celle nel 1934, di origini tedesche, Irma Blank ha creato vere e proprie esperienze visuali che riflettono il confine fra segno e scrittura.

“Il mio ambito di ricerca è la lingua, la scrittura, la parola e il verbo, metto l’accento sul fare. Cosa faccio di questa scrittura? la riduco a segno, ritorno alla Ur-form, alla forma primaria, al primo impulso, al segno prelinguistico […] Il mio riferimento è la scrittura, la lingua, la parola. La parola sofferta. La parola negata.

Se da un lato eliminare il significato convenzionale è il tema centrale della mia ricerca, dall’altro riduco, semplifico il processo esecutivo. Nelle Eigenschriften e nelle Trascrizioni mimavo il gesto scritturale, partendo dall’ieri, attraversando l’oggi e indicando il domani, il gesto scritturale è il legame tra i tempi, il filo, il filo della vita. Poi man mano riduco; il segno scritturale diventa pura estensione, tensione fra inizio e fine. Comunicazione è tensione. È lo sguardo che guida l’analisi, captare qualcosa d’imprecisabile dentro il più profondo dell’io; registrare la tensione, il viaggio virtuale fra “l’io e il tu” e il rapporto con e fra gli altri, la dinamica della comunicazione nel mondo” (da Irma Blank, Elogio del nulla di Nicola Trezzi in “Flash Art”, n. 319).

Il ciclo dei “Radical Writings” (lotto n. 258 “Radical Writings, Schrifzug=Atemzug”) si colloca nella produzione anni ’90 della Blank, opere in cui l’artista esamina le potenzialità del segno, attraverso movimenti a senso unico che partono dal centro di massa dell’artista stessa per muoversi nello spazio.

A proposito di questo ciclo ha affermato l’artista: “Ogni lavoro ha un inizio e una fine, che è il margine fisico del supporto. Scrivo sempre da sinistra a destra. Poi, quando ho due pagine, rivolgo la tela, così che il colore si fonde e si ottiene l’ombra al centro. Ogni lavoro è una pagina dell’intero libro” (da Luca Lo Pinto, “Blank Conversation,” in Irma Blank: Breath Paintings, Roma, CURA.BOOKS, 2015)

La Blank ha partecipato a Documenta 6 a Kassel nel 1977; alla Biennale di Venezia nel 2001. Stima: 40.000€/60.000€.

Alighieri Boetti, Segno – disegno, penna a sfera su cartoncino applicato su tela, 100×140 (dittico), 1983 – Lotto n. 269 – da ponteonline.com
Alighieri Boetti, Segno - disegno, penna a sfera su cartoncino applicato su tela, 100x140 (dittico), 1983
Alighieri Boetti, Segno – disegno, penna a sfera su cartoncino applicato su tela, 100×140 (dittico), 1983 – Lotto n. 269 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 397

“Ecco che mi ritrovo a parlare sempre di questo concetto del doppio, che è poi un soggetto che, come dicono i critici, percorre tutto il mio lavoro.

Il fatto è che ci ritroviamo di fronte ad una realtà naturale, è incontrovertibile che una cellula si divida in due, poi in quattro e così via, che noi abbiamo due gambe, due braccia e due occhi e così via, che lo specchio raddoppi le immagini, che l’uomo abbia fondato tutta la sua esistenza su una serie di modelli binari, compresi i computer, che il linguaggio proceda per coppie di termini contrapposti, come quelli che citavo sopra, ordine e disordine, segno e disegno etc. è evidente che questo concetto della coppia è uno degli archetipi fondamentali della nostra cultura, e l’atto di prendere un foglio e strapparlo in due creando così una coppia, in apparenza così semplice, è pur sempre un fatto abbastanza miracoloso, in definitiva. (da Alighiero e Boetti, “Dall’oggi al domani”, a cura di Sandro Lombardi, edizioni L’Obliquo, Brescia, dicembre 1988).

Il dittico in asta al lotto n. 269 “Segno – disegno” dell’artista torinese concettuale Alighiero Boetti mette appunto in scena una dualità. Le lettere come i numeri sono gli elementi di un pitagorismo latente che si dispiega in un processo evolutivo di stati che consente di descrivere il mondo ed il suo svolgersi.

L’opera è frutto di una studiata regia che presuppone strumenti che fanno parte del mondo stesso, in un ‘poverismo’ che si riappropria dello spazio e lo rivalorizza: spazio delle possibilità e della grammatica, la sintassi immaginifica dell’artista che consente una lettura attuale della realtà. Stima: 100.000€/150.000€.