Asta Blindarte n. 83 – 30 Maggio 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea + Design

La prossima Asta (n. 83) di Arte Moderna e Contemporanea + Design della Casa d’Aste Blindarte si terrà il prossimo 30 Maggio 2017 a Milano. La TopTen di SenzaRiserva.

Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40×50, 1966 – Lotto n. 38 – da blindarte.com
Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40x50, 1966
Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40×50, 1966 – Lotto n. 38 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

“Un’attenzione particolare meritano le nature morte di Bueno sollevate nello spazio senza fondo, in cui gli spessori sono creati dal ritmo degli oggetti, sottratti ad una assenza metafisica” ha scritto Salvatore Quasimodo in merito alle “nature morte” (lotto n. 38) dell’artista di origini spagnole Xavier Bueno (Vera de Bidasoa, 1915).

Protagonista con il fratello Antonio, Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni dell’esperienza fiorentina dei Pittori Moderni della Realtà, Xavier, al contrario del fratello, non abbandonerà mai la vocazione al realismo che distingue tutte le sue opere.

Negli anni ’50 quello del pittore spagnolo è un realismo marcatamente sociale, di rappresentazione e denuncia del mondo dello sfruttamento sul lavoro, della povertà, di ricordi della guerra civile spagnola; ma negli anni l’ispirazione si fa sempre più esistenziale, le figure sospese in una trepidazione che quasi più non fa campeggiare gli oggetti e le figure in un contesto quotidiano.

Opera materica, realizzata col tipico impasto di olio e sabbia, che sospende gli oggetti su un piano privo di prospettiva e che preannuncia ad un puro spazio metafisico. Stima: 4.000€/6.000€.

Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5×194.5, 1964 – Lotto n. 54 – da blindarte.com
Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5x194.5, 1964
Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5×194.5, 1964 – Lotto n. 54 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Opera di notevoli dimensioni di Antonio Corpora al lotto n. 54 “Passaggio a Gibilterra” del 1964.

Nato a Tunisi nel 1909, ben presto Corpora si trasferì in Europa: a Firenze nel 1930, poi a Milano dove frequentò i protagonisti delle prime ricerche astratte che esponevano alla Galleria del Milione e quindi a Parigi.

Tornato in Italia, nel dopoguerra è fra i propugnatori delle nuove istanze neocubiste, partecipa al Fronte Nuovo delle Arti e quindi, nel 1952, al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi, esperienza a partire dalla quale formula il suo personalissimo linguaggio astratto maturo, caratterizzato da un paesaggismo lirico che unisce lo spunto del reale ad una sensibilità soggettiva trasfigurante.

Fino alla metà degli anni ’60 si collocano forse le opere migliori dell’artista, ancora lontane dalle geometrie e dalle campiture più definite dai ’70  in poi. È come se Corpora accettasse in pieno il linguaggio informale per farlo completamente suo, ‘guazzabuglio’ d’anima che intride la materia di emozioni coloristiche di un mondo ancora puro, del blu del mare, dei colori tenui e caldi della Tunisia. Stima: 12.000€/18.000€.

Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100×80, 1978 – Lotto n. 95 – da blindarte.com
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100x80, 1978
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100×80, 1978 – Lotto n. 95 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

“L’Aurora” qui raffigurata da Tano Festa al lotto n. 95 “Da Michelangelo” è una celebre scultura di Michelangelo Buonarroti collocata nella Sagrestia Nuova della Chiesa di San Lorenzo a Firenze a destra sul sarcofaco di Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino.

Le prime versioni dell’Aurora dell’artista della Scuola di Piazza del Popolo risalgono al 1965, quando Festa rientra dall’America e introduce fra le sue tecniche esecutive quella del ricalco a mano su proiezioni da diapositive.

Le campiture di colore (verde) servono all’artista per accentuare la dimensione plastica dell’opera mentre le riquadrature, per stessa ammissione dell’artista, derivano da influenze derivanti dall’optical art americana.

Scrive Duilio Morosini in Le ‘personali’ romane di Tano Festa e Franco Sarnari. Due giovani pittori d’avanguardia, “Paese sera”, 16 novembre 1965 in merito ad una “Aurora”:

“riproduzione d’un dettaglio d’affiche per le celebrazioni michelangiolesche (questa volta realizzato coi bianchi e neri della pittura) che Festa proietta su di uno ‘schermo’ azzurro, sovrapponendo, poi, alla tormentata figura delle tombe medicee, dei grigi regoli da disegno geometrico […] dischi, filigrane, reticoli che lo hanno colpito in occasione d’una visita ad una mostra della optical art americana”.

Ma qual’è il significato dell’opera? Perché non si tratta solo di una operazione concettuale. L’Aurora è il risveglio, la negazione della morte (quella del fratello Francesco Lo Savio), il simbolo di un gesto ripetuto e seriale ma che è sempre un miracolo, la contraddizione stessa di un mondo della comunicazione che attraverso la televisione appiattisce l’immagine, uniforma i significati. L’Aurora è la poesia stessa di vivere. Stima: 5.500€/7.500€.

Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60×60, 2004 – Lotto n. 111 – da blindarte.com
Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60x60, 2004
Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60×60, 2004 – Lotto n. 111 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Considerato dal critico Federico Zeri il “Caravaggio del ventesimo secolo”, apprezzato fra gli altri da Achille Bonito Oliva e Vittorio Sgarbi, Luciano Ventrone è un pittore ‘iperrealista’ di grandissimo talento.

Nato a Roma nel 1942, frequenta il Liceo Artistico. Si iscrive poi alla Facoltà di Architettura fino al 1968 anno nel quale abbandona gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla pittura.

Scrive Alessandro Lorenzetti nell’introduzione al catalogo della mostra tenutasi alla Albemarly Gallery nel 2010 Luciano Ventrone, Il Velo di Maya, Edizioni Paperback: “La prima associazione che questi dipinti suscitano nell’osservatore é con il pensiero del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. Un’evoluzione del Mito della Caverna […] il suo Velo di Maya descrive correttamente il potenziale filosofico insito nell’opera di Ventrone.

Maya – dea dell’illusione – incarna la realtà, come é percepita attraverso i sensi, che offusca con il suo velo gli occhi dell’uomo impedendo un’autentica conoscenza. Nell’estetica schopenhaueriana l’arte ha il compito di ‘esprimere’ e ‘rappresentare’ le idee platoniche. Attraverso l’arte si può temporaneamente contemplare l’essenza delle cose e questo é precisamente il processo che avviene davanti a una natura morta, un nudo o una marina di Luciano Ventrone. […]

La straordinaria padronanza del mezzo tecnico fa di Ventrone il caposcuola di una nuova tradizione figurativa. […] É un dato di fatto che ogni momento chiave della storia dell’arte é stato contrassegnato da un dichiarato ritorno alla figurazione naturalistica”.

I limoni (lotto n. 111 “Indifferenti”) e in generale le nature morte sono un soggetto ricorrente in Ventrone. Limoni, frutti sfacciatamente belli e aperti, disinibiti nella loro naturalezza, indifferenti alle scene mitologiche di un contenitore antichissimo, senza un ubi sunt da chiedere nel muto spettacolo della morte, del sesso e della rinascita della natura.  Stima: 6.000€/8.000€.

Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79×110, 1978 – Lotto n. 152 – da blindarte.com
Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79x110, 1978
Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79×110, 1978 – Lotto n. 152 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Nato a Kansas City nel 1923 Paul Jenkins è stato uno degli artisti più originali della corrente dell’espressionismo astratto americano. Nel 1948 si trasferì a New York entrando in contatto con Mark Rothko, Jackson Pollock e Barnett Newman. Dal 1953 fu in Europa, prima in Italia e poi a Parigi.

La prima personale parigina dell’artista si tenne alla Galleria Paul Facchetti. Seguirono quelle americane alla Galleria Zoe Dusanne a Seattle nel 1954 e alla Galleria Martha Jackson di New York nel 1956.

La pittura degli anni ’50 di Jenkins mostra già le caratteristiche distintive con opere realizzate versando il colore sul supporto e lasciandolo ‘fluire’ liberamente. L’artista usa olio su tela, ma soprattutto lavora con inchiostri e tempere su carta. La sua arte concettualmente si ispira alla Teoria dei Colori di Johann Wolfgang von Goethe pubblicata a Tubinga nel 1810.

Respingendo le teorie di Newton che analizzava i colori solo partendo dalla luce, il grande poeta tedesco riteneva che luce ed oscurità fossero responsabili della percezione sensibile. Irradiamento e offuscamento della luce nell’oscurità, in un elemento torbido, sono per Goethe all’origine dei colori che non sono ‘primari’: il giallo è il colore più vicino alla luce, l’azzurro il più prossimo all’oscurità. Da qui hanno origine i “Phenomena” di Jenkins.

Negli anni ’60 l’artista introduce nella realizzazione dell’opera un nuovo strumento, il coltello d’avorio attraverso la cui lama l’artista dirige il diffondersi del colore versato su supporti inclinati. Jenkins riprende la visione’filosofica’ goethiana in cui l’artista contribuisce sensibilmente alla creazione stessa e alla percezione del ‘fenomeno’. Fenomeno che è allo stesso tempo rappresentazione delle forze del reale e di quelle dell’anima espressa attraverso una interpretazione panteistica della natura di cui l’uomo è parte e allo stesso tempo l’idea platonica dell’artista quale tramite di rivelazione. Stima: 10.000€/15.000€.

Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966 – Lotto n. 155 – da blindarte.com
Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966
Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966 – Lotto n. 155 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Artista, designer e architetto milanese Nanda Vigo ha portato avanti dagli anni ’60 una ricerca difficilmente inquadrabile in movimenti artistici.

Sicuramente le sue opere hanno affinità con le teorie del Gruppo Zero lungamente frequentato e l’arte cinetica ma non si esauriscono in esse essendo il prodotto di un concettualismo e di un pensiero metafisico più profondo, vicino alle ricerche di Lucio Fontana e Piero Manzoni (quest’ultimo diverrà anche suo compagno).

Nel ’64 presenta alla Galleria La Salita di Roma il Manifesto cronotopico dove spiega la nascita di opere come questa al lotto n. 155 “Cronotopo”: spazi di alluminio, vetro, plastica che materializzano un “postulato cinquedimensionale introducente all’adimensione”.

Tali spazi fisici filtrando e riflettendo variamente la luce proveniente dall’ambiente circostante di fatto distorcono la percezione dell’oggetto/ambiente stesso, trasformando lo spazio definito in un contenitore indefinito, non topograficamente misurabile. Un luogo in cui tempo e spazio sono funzione cangiante l’uno dell’altra, un’apparenza imperscrutabile. Stima: 30.000€/40.000€.

Getulio Alviani, Superficie a testera vibratile 71076, alluminio, 72×72, 1971 – Lotto n. 156 – da blindarte.com
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 71076, alluminio, 72x72, 1971
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 71076, alluminio, 72×72, 1971 – Lotto n. 156 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Le “Superfici a testura vibratile” (lotto n. 156) nella definizione di Carlo Belloli, sono le opere più originali e importanti di Getulio Alviani, artista, progettista, grafico, designer nativo di Udine (1939).

“Le opere possono” afferma l’artista “essere moltiplicabili, riproducibili in serie, perché sono il risultato di una precisa programmazione”. Si tratta di opere eseguite scalfendo la superficie di alluminio dapprima a mano libera e poi con la fresa elettrica secondo rapporti geometrici studiati per voluti effetti dinamici e cinetici di riflessione della luce.

L’opera in asta, pur perfettamente bidimensionale e di forma rettangolare è opera instabile: per le dimensioni delle file di lastre che sembrano variare e provocare un effetto scalare sui lati, per la complessiva distorsione e restringimento verso il basso dell’intera figura, per la scabrosità tridimensionale dell’oggetto, effetti che mutano al mutare del punto di vista.

Nel 1964 Alviani espone in sala con Enrico Castellano alla Biennale di Venezia. Nel 1965 partecipa alla celebre mostra The Responsive Eye al MoMA di New York. Nel 1968 a Documenta 4 a Kassel. Stima: 40.000€/60.000€.

Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100×70, 1970, 301/450 – Lotto n. 157 – da blindarte.com
Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100x70, 1970, 301/450
Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100×70, 1970, 301/450 – Lotto n. 157 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Lastre di acciaio inox lucidate a specchio sulle quali vengono applicate immagini ottenute attraverso una tecnica di riporto fotografico: l’artista ricalca la fotografia, a punta di pennello su carta velina.

Questa è la tecnica messa a punto da Michelangelo Pistoletto, artista biellese, classe 1933, nel corso del 1962 dopo gli studi di grafica pubblicitaria e un’inizio artistico caratterizzato da opere figurative ed autoritratti.

Anche per queste opere di Pistoletto, al pari di quelle di Nanda Vigo, si potrebbe parlare di ‘cronotopo’. C’è infatti il tempo, poiché l’opera si crea ad ogni specchiarsi in un eterno presente, c’è lo spazio esterno che viene rappresentato nell’opera quale “autoritratto del mondo”.

In questo modo non c’è opera ma l’opera è l’essere sempre in attesa della possibilità dell’opera. E infine c’è la miccia, la situazione che è, con terminologia montaliana, l”occasione’ che riesce a rompere le maglie della catena, l’oggetto liberatorio che squarcia il velo dei phenomena e consente di sbirciare, anzi di fare esperienza virtuale del noumeno. E che altro è questo, sembra dirci l’artista, se non l’astrazione di vedersi vivere. Stima: 8.000€/12.000€.

Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157×103, 2001 – Lotto n. 162 – da blindarte.com
Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157x103, 2001
Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157×103, 2001 – Lotto n. 162 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Nato a Fabriano nel 1929 Giuseppe Uncini si forma nel fervente ambiente artistico e culturale della Roma degli anni ’50 recependo soprattutto gli stimoli provenienti dalle prime sperimentazioni informali. Già tuttavia alla fine del decennio le sue opere mostrano una tensione verso il superamento dell’involuzione e della materica sterilità informale con sculture in cemento e ferro che si richiamano a motivi geometrici ed architettonici.

La ricerca di Uncini culmina con l’adesione al Gruppo Uno nel 1962, gruppo romano composto dagli artisti Nato Frascà, Pasquale Santoro, Achille Pace, Nicola Carrino, e Gastone Biggi che, nella dichiarazione di intenti presentata alla Galleria La Medusa di Roma il 16 dicembre 1963 affermano: “[…] la nostra scelta è in stretta connessione con la reazione che ognuno di noi portava dentro di sé alle istanze tardo-romantiche contenute nell’Informale, corrente storica nella quale si erano sviluppate le nostre individualità. Ma ci muovevamo già in una lucida indagine della necessità di una stretta relazione tra superficie e segno in un rapporto di essenzialità. Aspiravamo a partecipare attivamente alla volontà e all’azione di ricostruzione dopo la ‘tabula rasa’ dell’Informale”.

C’è dunque nelle opere in cemento e ferro di Uncini (soprattutto i “Cementiarmati” della fine degli anni ’50, i “Ferrocementi” della prima metà dei ’60 e i “Muri di cemento” degli anni ’90: lotto n. 124) prima di tutto un ritorno alla concretezza del materiale e del ‘costruire’, sia come riappropriazione degli elementi base del fare artistico come nell’arte analitica sia quale fiducia nella tecnica come strumento di intervento sulla società.

Non manca però una chiave più concettuale e plurisemantica: muri di cemento ‘disossati’ che rendono ambigua la distinzione fra l’aldiqua e l’aldilà attraverso un confine ‘sbarrato’, annullamento della soggettività dell’artista, ready-made, arte quale finestra e supporto a un universo incomprensibile, ancora informale; testimonianza di struttura, simbolo d’umanità e resistenza. Stima: 60.000€/80.000€.

Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183×304.5×11, 1980 – Lotto n. 165 – da blindarte.com
Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183x304.5x11, 1980
Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183×304.5×11, 1980 – Lotto n. 165 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Eseguita a New York nell’ottobre del 1980, la grande opera al lotto n. 165 “Pasto” è assai rappresentativa delle idee e del contesto storico in cui si colloca la vicenda artistica di Mimmo Paladino nell’ambito della nuova figurazione sulla scena italiana degli anni ’80.

Nel 1980, anno di esecuzione dell’opera, Paladino viene invitato da Achille Bonito Oliva nella sezione Aperto ’80 alla Biennale di Venezia. Con lui ci sono  Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente e Nicola De Maria, ovvero i rappresentanti della cosiddetta Transavanguardia italiana.

Nello stesso anno l’artista pubblica il libro EN-DE-RE con Emilio Mazzoli a Modena, con la riproduzione di alcune sue opere e un testo di Achille Bonito Oliva “Il sonno del re” dove si descrive la casa del linguaggio, in cui i mobili sono suoni prodotti dal Re che non solo impartisce ordini ma produce anche fonemi incomprensibili, soprattutto di notte, che i sudditi devono interpretare. Suoni come en-de-re il cui significato, dopo moltissime possibili interpretazioni, alla fine del dibattito il giullare interpreterà con il suono stesso, il puro significante.

Qual’è il significato di questo racconto? Si tratta di una metafora dell’opera d’arte che non ha un’unica spiegazione ma molte possibili interpretazioni che spettano ai critici. Un’arte primitiva, simbolica, dove la forza comunicativa, pur disarticolata, ne rappresenta l’essenza stessa, secondo il ‘credo’ per cui l’opera d’arte pone questioni e non dà risposte; ma è puro specchio della ‘linfa vitale’ del reale.

Anche l’opera “Il Pasto” ricorda questi concetti. È tripartita in pannelli, come il suono del Re, e sembra al centro rappresentare proprio una figura umana. Magari un Re? Gli elementi che contornano la figura nei pannelli laterali contengono forme bio e zoomorfe e ne sembrano costituire il pasto. Si tratta dunque nuovamente della rappresentazione di un essere potente, primitivo, ciclopico, padrone dei segreti e delle forze della realtà, la visione personificata di un caos di energia che sta dietro alle nostre quotidiane apparenze e di cui, attraverso l’arte, partecipiamo. Stima: 100.000€/150.000€.

Asta Capitolium Art – 4 Maggio 2017 – Brescia, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 215 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Capitolium Art di Brescia si terrà il giorno 4 maggio, ore 20.00 in sessione unica (lotti 1-85). La TopTen di SenzaRiserva.

Bice Lazzari, Senza titolo, tecnica mista su cartoncino, 70×100, 1978 – Lotto n. 11 – da capitoliumart.it
Bice Lazzari, Senza titolo, tecnica mista su cartoncino, 70x100, 1978
Bice Lazzari, Senza titolo, tecnica mista su cartoncino, 70×100, 1978 – Lotto n. 11 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Un percorso artistico caratterizzato dalla rarefazione quello di Bice Lazzari, artista formatasi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, nata nella città lagunare nel 1900.

Dopo un primo periodo figurativo di stampo paesaggistico e chiarista, una evoluzione nella pittura della Lazzeri si riscontra contemporaneamente al trasferimento a Roma nel 1935. Qui l’artista realizza decorazioni per interni e collabora con architetti acuendo un interesse per le tematiche spaziali. Dopo gli anni ’50 invece la sua ricerca si colloca in ambito materico informale con un gusto minimale ai limiti del concettuale che si accentua negli anni (si veda il lotto n. 11 “Senza titolo” del 1978).

Scrive la Lazzari nel 1957: “Quando dipingo un quadro penso sempre segretamente alla parete su cui in quel momento potrei dipingere, allo spazio, all’architettura a cui quel quadro dovrebbe esser destinato. Il che vuol dire forse che io non credo alla pittura purista, alla pittura che vive da sé, autonoma nel suo astratto isolamento. Questa è o dovrebbe essere, a mio avviso, l’unica possibile umanità della pittura contemporanea. Ma quando il quadro è portato a compimento (quando credo che non ci sia altro da aggiungere) allora mi prende il sospetto che esso voglia proprio vivere per sé stesso. E allora qui è la divinità o l’angoscia della pittura contemporanea?”

Artista di un astrattismo precocissimo (alcune prime opere astratte risalgono al biennio 1925/1926) la figura della Lazzari è certamente da riscoprire da parte del mercato. La sua pittura è originale, lirica, astratta e aperta alla modernità ma mai fredda e distaccata dal reale. Di sé amava dire “io sono astratta con qualche ricordo”. Stima: 7.000€/9.000€.

Emilio Vedova, Senza titolo, Collage, 55×85, 1969 – Lotto n. 21 – da capitoliumart.it
Emilio Vedova, Senza titolo, Collage, 55x85, 1969
Emilio Vedova, Senza titolo, Collage, 55×85, 1969 – Lotto n. 21 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Il 1969 è un anno importantissimo per l’impegno civile e culturale che Emilio Vedova, artista veneziano fra i massimi rappresentanti dell’arte astratta italiana, dimostra nei fermenti della società giovanile italiana.

In quegli anni Vedova partecipa alle iniziative dei movimenti studenteschi tenendo anche ‘controcorsi’ all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Nel 1968 intanto, presso Palazzo dei Diamanti di Ferrara, gli è stata dedicata una grande antologica che sancisce la piena maturità dell’artista. D’altra parte è proprio negli anni ’60 che Vedova dà vita ai cicli più celebri.

Nel 1959 infatti aveva creato le prime opere del ciclo “Scontro di situazioni” con tele assemblate a forma di “L” dipinte per un ambiente realizzato da Carlo Scarpa a Palazzo Grassi a Venezia nell’ambito della mostra “Vitalità nell’Arte”. Tali opere lo condussero poi fra il 1961 e il 1965 alla realizzazione dei “Plurimi”: dipinti-sculture in metallo e legno che si collocano nello spazio e partecipano della realtà.

L’opera al lotto n. 21 “Senza titolo” porta testimonianza di questa partecipazione e dell’impegno sociale di Vedova che realizza un collage di ritagli di giornale che rimandano alla guerra del Vietnam, allora in corso. I ritagli sono utilizzati nel contesto del dispiegarsi di una potenza espressiva di natura astratta. Essa, compiendo una estrema sintesi, riesce ad ‘amalgamare’ lo sguardo critico e l’emotività dell’artista, attraverso l’obliquità della composizione e il dripping alle immagini, alla crudezza fotografica della realtà stessa. Stima: 10.000€/14.000€.

Roberto Gaetano Crippa, Spirali, olio su tela, 55×65, 1952 – Lotto n. 24 – da capitoliumart.it
Roberto Gaetano Crippa, Spirali, olio su tela, 55x65, 1952
Roberto Gaetano Crippa, Spirali, olio su tela, 55×65, 1952 – Lotto n. 24 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Artista immenso Roberto Crippa, per il quale è certa prima o poi una rivalutazione da parte del mercato, in particolare per le opere a cavallo degli anni ’50 come questa al lotto n. 24 “Spirali” del 1952.

Crippa, nato a Monza nel 1921, è presente giovanissimo alla Biennale di Venezia ed alla Triennale di Milano nel 1948. In questi anni vive l’ambiente culturale che ruota attorno a Brera, in cui si forma, e al Bar Giamaica dove frequenta Enrico Baj, Gianni Dova, Cesare Peverelli, Aldo Bergolli e il maestro Lucio Fontana.

Le “Spirali” sono l’invenzione di Crippa che rappresenta al meglio l’adesione nel 1950 dell’artista allo spazialismo. Crippa ne firma tre manifesti: “Proposta di un regolamento del Movimento Spaziale” (1950), “Manifesto dell’Arte Spaziale” (1951), “Manifesto del Movimento Spaziale per la televisione” (1952).

“Le nostre espressioni artistiche moltiplicano all’infinito, in infinite dimensioni, le linee d’orizzonte; esse ricercano un estetica per cui il quadro non è più quadro, la scultura non è più scultura, la pagina scritta esce dalla sua forma tipografica.
Noi spazialisti ci sentiamo gli artisti di oggi, poiché le conquiste della tecnica sono ormai a servizio dell’arte che noi professiamo” (Dal “Manifesto del Movimento Spaziale per la televisione”).

Proprio nel 1952 l’artista monzese partecipa con Peverelli, Dova, Beniamino Joppolo, Mario Deluigi e Fontana  alla prima collettiva di artisti spaziali presso la Galleria del Naviglio. Stima: 10.000€/14.000€.

Emilio Scanavino, Tramatura, olio su tela tamburata, 55×50, 1973 – Lotto n. 29 – da capitoliumart.it
Emilio Scanavino, Tramatura, olio su tela tamburata, 55x50, 1973
Emilio Scanavino, Tramatura, olio su tela tamburata, 55×50, 1973 – Lotto n. 29 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Una “Tramatura” del 1973 di Emilio Scanavino al lotto n. 29. Le opere dalla seconda metà degli anni ’60 segnano la maturità del linguaggio pittorico dell’artista ligure sancita prima dalla personale alla XXXIII Biennale Veneziana e poi, due anni dopo, dal ‘rifugio’ nel buon ritiro dell’abitazione di Calice Ligure.

C’è, nelle opere di questo periodo, una maggiore razionalità nella composizione e nell’applicazione del segno rispetto ai cicli degli anni ’50. In questi ultimi, su una base prettamente informale, facevano apparizione ricordi, fantasmi, evanescenze liquide tese a rappresentare, intuire una drammaticità dell’esistenza avvertita ma non espressa.

Di nuovo invece alla fine degli anni ’60 riaffiora la figura, la forma ha il sopravvento e con essa l’artificio segnico e formale. E questo sono le sue trame geometriche: una presa di coscienza, “la geometria è un illusorio controllo della vita” ha scritto Scanavino, uno stringersi a trattenere il caos, il fiume in piena della follia e dell’esistenza.

In particolare i primi anni ’70 vedono l’affermazione internazionale di Scanavino. Fra il 1973 e il 1974 l’artista presenta una antologica alla Kunsthalle di Darmstadt, al Palazzo Grassi di Venezia e al Palazzo Reale di Milano. Stima: 14.000€/18.000€.

Mario Nigro, 11A4, olio su tavola, 60×60, 1977 – Lotto n. 30 – da capitoliumart.it
Mario Nigro, 11A4, olio su tavola, 60x60, 1977
Mario Nigro, 11A4, olio su tavola, 60×60, 1977 – Lotto n. 30 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Mario Nigro nasce a Pistoia nel 1919. Dopo una formazione scientifica (ottiene una doppia laurea in Farmacia e Chimica) si interessa alla pittura da autodidatta.

Nel 1948 a Milano stringe rapporti con il M.A.C. Movimento Arte Concreta che propugna una pure arte astratta che non sia solo un processo di astrazione di forme naturali.

Le opere degli anni ’50 di Nigro sono caratterizzate da griglie geometriche attraverso le quali l’artista si inserisce in una ricerca di riformulazione del linguaggio pittorico attraverso elementi primari strutturali quali la linea, una riappropriazione dello ‘spazio’ nell’accezione delle coeve ricerche spaziali, e una accensione cromatica di base che risponde ad una liricità tipica dell’artista pistoiese (celebri le opere del ciclo “Spazio totale”).

Negli anni ’60 invece nella pittura di Nigro hanno il sopravvento linee oblique e contrasti cromatici (probabilmente a quest’epoca risale l’opera al lotto n. 30 “11A4”) che sono in linea con le ricerche optical di quegli anni e che sconfineranno nel minimal.

In particolare l’opera al lotto n. 30 appartiene al ciclo delle cosiddette “strutture fisse con licenza cromatica”. Scrive Tommaso Trini in “Mario Nigro” (Data # 10, 1973): “tema costruttivo su cui Nigro elabora i suoi quadri dal 67 entro la più vasta esperienza psicologica del ‘tempo totale’ […] il secondo volet ideologico della sua opera. ‘Due segni si rincorrono tra loro’ sulla superficie bianca della tela, ticchettano con intervalli regolari, rotti solo dall’alternarsi delle dominanti cromatiche […] e l’autonomia del colore altro supporto non ha che la progressione di queste ‘aste’, in questa applicata manifestazione grafica del ‘tempo che passa’”. Stima: 6.000€/8.000€.

Edo MurtiĆ, Senza titolo, olio su tela, 80×100, 1955 – Lotto n. 35 – da capitoliumart.it
Edo Murtic, Senza titolo, olio su tela, 80x100, 1955
Edo Murtić, Senza titolo, olio su tela, 80×100, 1955 – Lotto n. 35 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Edo Murtić è stato probabilmente il più importante artista croato della seconda metà del XX secolo.

La sua pittura nel dopoguerra si inserisce nell’ambito dell’espressionismo astratto e dell’astrazione lirica, entrambe conosciute di prima mano per i suoi viaggi a New York alla fine degli anni ’40 e poi a Parigi.

Rinomato soprattutto per i dipinti ad olio fu però artista eclettico. Ha infatti prodotto nell’ambito del design grafico, del mosaico, della ceramica, delle scenografie teatrali, del murales.

Al lotto n. 35 “Senza titolo” del 1955 si percepisce immediatamente la trasfigurazione della sua pittura dalla figurazione all’astrazione. Passaggio che si realizza attraverso una potente vena espressiva dal tratto deciso e dai colori violenti. Pittura astratta che l’artista continuerà fino agli anni ’70. Stima: 8.000€/10.000€.

Arturo Vermi, Senza titolo, tecnica mista su tela, 100×80, 1975 – Lotto n. 50 – da capitoliumart.it
Arturo Vermi, Senza titolo, tecnica mista su tela, 100x80, 1975
Arturo Vermi, Senza titolo, tecnica mista su tela, 100×80, 1975 – Lotto n. 50 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Opera di Arturo Vermi, fondatore nel 1962 a Milano con Ettore Sordini e Angelo Verga del Gruppo del Cenobio nella Brera milanese, al lotto n. 50 “Senza titolo” del 1975.

A metà degli anni 60, l’artista, influenzato anche dalle ricerche e dalla frequentazione di Lucio Fontana, inizia una esplorazione dei concetti spaziali.

Al 1969 risalgono i cosiddetti “Inserti” di cui l’artista individua l’oggetto nel “costruire degli spazi con un’isola, un rettangolo in uno spazio più grande, molto più grande, con delle tracce o dei segni che cercano un approdo”.

Sono le prime avvisaglie di quella svolta che arriverà nel 1975, definito l’anno Lilit della sua vita privata e d’artista, in cui Vermi fa uscire il primo numero della rivista “Azzurro” e stila il programmatico “Manifesto del Disimpegno”.

Manifesto in cui proclama a gran voce il desiderio di assoluta semplificazione e libertà dell’atto artistico dagli impegni “con il padre, la madre, i figli, la patria, il dogma, gli ideali, la parola data, ecc., ecc.” per realizzare “soltanto ciò che ci fa felici!”. Stima: 8.000€/10.000€.

Getulio Alviani, Centro virtuale, alluminio, 42×48 – Lotto n. 53 – da capitoliumart.it
Getulio Alviani, Centro virtuale, alluminio, 42x48
Getulio Alviani, Centro virtuale, alluminio, 42×48 – Lotto n. 53 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Gillo Dorfles, dalla cui collezione proviene l’opera al lotto n. 53 di Getulio Alviani “Centro virtuale” collocava queste opere dell’artista di Udine (classe 1939) nell’ambito del principio della “ambiguità gestaltica”.

Si tratta di opere che danno “la possibilità cioè di una  ‘duplice lettura’, d’un pattern visuale” che “costituisce una delle classiche ricerche della psicologia della Gestalt, e svela quella che è una nostra cotidiana modalità percettiva” (da Gillo Dorfles, “Ultime tendenze nell’arte d’oggi: dall’informale al neo-oggettuale”, Feltrinelli, 2001, pag. 87).

É alla fine degli anni ’50 che Alviani dà vita alle cosiddette “Superfici a testura vibratile”, composizioni in acciaio il cui rigore geometrico è per così dire alleggerito e infranto attraverso le scalanature generate dalla fresa elettrica.

Queste, diversamente orientate, provocano un effetto di vibrazione della luce che è tanto imprevedibile quanto programmato e che è la perfetta espressione delle diverse istanze di rinnovamento del linguaggio pittorico dal dopoguerra in poi. Stima: 25.000€/30.000€.

Paolo Scheggi, Intersuperfice curva dal rosso + bianco, acrilico su tele sovrapposte, 50x50x6, 1966 – Lotto n. 54 – da capitoliumart.it
Paolo Scheggi, Intersuperfice curva dal rosso + bianco, acrilico su tele sovrapposte, 50x50x6, 1966
Paolo Scheggi, Intersuperfice curva dal rosso + bianco, acrilico su tele sovrapposte, 50x50x6, 1966 – Lotto n. 54 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Opera bellissima e importante di un giovanissimo Paolo Scheggi (classe 1940), artista fiorentino protagonista con Lucio Fontana dell’arte spaziale, al lotto n. 54 “Intersuperfice curva dal rosso + bianco”.

Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, Paolo Scheggi è presentato da Fontana stesso alla mostra tenutasi alla Galleria Il Cancello di Bologna nel 1962.

Proprio nel 1966, anno di esecuzione dell’opera, l’artista partecipa alla XXIII Biennale di Venezia con quattro intersuperfici curve dal bianco, dal giallo, dal rosso e dal blu e al XXI Salon de Réalités Nouvelles al Musée d’Art Moderne di Parigi.

Le tele sovrapposte di Scheggi introducono la ricerca spaziale e finanche architettonica nel panorama della rielaborazione dei linguaggio artistico dopo l’informale. É una ricerca che Scheggi conduce con Vincenzo Agnetti, Fontana, Dadamaino, Castellani nel solco delle istanze del Gruppo Zero e che unisce il concettualismo e lo spazialismo all’adesione tecnologica e le ricerche minimali e optical.

Artista dimenticato dalla storia e dal mercato fino a qualche anno fa che ha avuto una vera e propria esplosione. Purtroppo morto giovanissimo a Roma nel 1971. Stima: 140.000€/180.000€.

Ennio Chiggio, Interferenza lineare 19, tecnica mista su tavola, 50x50x10, 1972 – Lotto n. 55 – da capitoliumart.it
Ennio Chiggio, Interferenza lineare 19, tecnica mista su tavola, 50x50x10, 1972
Ennio Chiggio, Interferenza lineare 19, tecnica mista su tavola, 50x50x10, 1972 – Lotto n. 55 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Ennio Chiggio nasce a Napoli nel 1938. Nel 1959 si unisce al Gruppo N di Padova con Alberto Biasi, Manfredo Massironi, Edoardo Landi e Toni Costa.

Nell’ambito delle ricerche oggettiviste, percettive e di indagine della fenomenologia dell’atto artistico, Chiggio mette a punto nel corso degli anni ’60 opere/oggetto costruite attraverso la piegatura e la ripetizione di strisce di cartoncini neri (lotto n. 55 “Interferenza lineare” del 1972).

Attraverso la destrutturazione del campo monocromo informale, ottenuta dalla variazione della riflessione della luce dovuta all’inclinazione degli stessi cartoncini dunque Chiggio riesce a rendere ‘vibratile’ la solidità percettiva dell’opera classica nonché l’aleatorietà di quella informale. Opera tipica e rappresentativa dell’arte cinetica; buono l’anno di esecuzione. Stima: 15.000€/20.000€.

Hans Jörg Glattfelder, Senza titolo, plastica, 50x50x10, 1971 – Lotto n. 58 – da capitoliumart.it
Hans Jörg Glattfelder, Senza titolo, plastica, 50x50x10, 1971
Hans Jörg Glattfelder, Senza titolo, plastica, 50x50x10, 1971 – Lotto n. 58 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Nato a Zurigo nel 1939 Hans Jörg Glattfelder studia legge e storia dell’arte, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma per stabilirsi poi nel 1963 a Firenze. Qui con il poeta Claudio Popovic pubblica la rivista “Comunicazione”. Nel 1979 si trasferisce a Milano dove approfondisce le tematiche relative allo spazio e alla geometria.

Negli anni ’60 la ricerca di Glattfelder è orientata inizialmente ad opere che risentono della lezione del geometrismo dei concretisti di Zurigo.

In seguito, a Firenze fino alla fine del decennio e nei primi anni ’70 l’artista teorizza la possibilità di una produzione ‘anonima’ dell’opera d’arte fatta attraverso mezzi e materiali industriali. Un esempio ne è l’opera in plastica in asta al lotto n. 58 “Senza titolo”.

Le opere di Glattfelder sono il risultato della visione ‘meta-razionalista’ dell’artista che oltre ad indagare il rapporto fra arte e scienza cerca di analizzare il processo stesso dell’espressione artistica in quanto ideazione razionale. Le opere di Gattfelder sono in questo senso spesso modulari e componibili con chiari riferimenti all’arte analitica con sconfinamenti nell’arte cinetica. Stima: 10.000€/14.000€.

Michelangelo Pistoletto, Autoritratto allo specchio, fotografia a colori, 21×18, 1976 – Lotto n. 77 – da capitoliumart.it
Michelangelo Pistoletto, Autoritratto allo specchio, fotografia a colori, 21x18, 1976
Michelangelo Pistoletto, Autoritratto allo specchio, fotografia a colori, 21×18, 1976 – Lotto n. 77 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

L’uso degli specchi in Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) rappresenta il desiderio dell’artista verso l’apertura del quadro in tre diverse dimensioni: lo spazio, il tempo e la coscienza.

L’opera al lotto n. 77 “Autoritratto allo specchio” ne è rivelatrice. L’artista si fotografa mentre sta sviluppando un suo ritratto nell’acido fotografico da cui viene riflesso il suo volto. La punta delle pinzette si illumina nella parte immersa nel liquido dando vita ad un effetto quasi magico di generazione.

C’è dunque nell’opera il concetto del divenire che però non è processo lineare ma ricordo e continua riscoperta. C’è la presa di coscienza di se stessi anzi di un se stesso che si guarda continuamente in faccia. C’è lo spazio in cui gli altri uomini vivono, uomini che hanno una percezione della tua trasformazione, del tuo temporaneo e mutevole essere nel tempo.

D’altra parte alla metà degli anni  ’70 forte è la ricerca di Pistoletto sul concetto di tempo. Fra il 1975 e il 1976 l’artista realizza un’opera dal titolo “Le Stanze”, articolata in dodici mostre consecutive,  della durata di un anno, negli spazi della Galleria Stein di Torino. Opera che fa parte del cosiddetto ciclo “continenti di tempo”. Stima: 15.000€/20.000€.

Luca Pignatelli, Treno, tecnica mista su tela, 110×110, 2016 – Lotto n. 81 – da capitoliumart.it
Luca Pignatelli, Treno, tecnica mista su tela, 110x110, 2016
Luca Pignatelli, Treno, tecnica mista su tela, 110×110, 2016 – Lotto n. 81 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 215

Luca Pignatelli è un artista della memoria. Nato nel 1962 a Milano, studia architettura al Politecnico di Torino. Le sue prime opere risentono della formazione da architetto ma già si contraddistinguono per la visone drammatica di un mondo poetico e minacciato.

Nel 1991 tiene la prima personale londinese al Leighton House Museum. Del 1996 è la svolta nella sua pittura che trova la congenialità della sua espressione. Sulle pareti della Galleria Poggiali e Forconi di Firenze fanno la loro apparizione treni e aerei da guerra dipinti su teloni ferroviari (lotto n. 81 “Treno”).

“Nel 1994, per dipingere un treno, invece di usare la normale tela di un quadro, ha preferito riutilizzare un pezzo di telone di canapa. Di quelli – con impressi lettere e numeri di serie a caratteri cubitali in bianco che col tempo diventavano grigi – coi quali, prima degli anni Sessanta, venivano coperti i vagoni-merci che sfrecciavano sulle rotaie. L’artista subiva il fascino di quelle vecchie scritte, da cui traeva nuove suggestioni per il suo lavoro. I suoi vasi dipinti riprendono i soggetti di anfore etrusche, greche e romane: dei dell’Olimpo, scene agresti, personaggi dell’antichità (Ercole e il leone), tori, cavalli, aurighi alla guida di cocchi in gare ippiche, nelle ludi circensi dell’antica Roma o nelle feste elleniche. Tema costante, la guerra: carri da combattimento, eserciti. Da queste immagini antiche – ‘dalla corrosiva bellezza’, come le definisce l’artista -, si passa a quelle contemporanee. La guerra moderna si esprime coi bombardieri: gli aerei hanno sostituto i guerrieri con arco, frecce, spade e mazze. Il racconto per immagini continua. Ma in penombra. Ecco un’altra caratteristica della pittura dell’artista milanese: la penombra, appunto. Pignatelli ama il bianco e nero, le tinte smorzate, il colore corroso dal tempo che perde la lucentezza. Nasce, così, una sorta di pittura “in sordina”. E il colore? Quasi un ricordo” (da Sebastiano Grasso, “Sulle anfore? I cacciabombardieri”Corriere della Sera del 20 gennaio 2008). Stima: 10.000€/14.000€.