Asta Blindarte n. 83 – 30 Maggio 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea + Design

La prossima Asta (n. 83) di Arte Moderna e Contemporanea + Design della Casa d’Aste Blindarte si terrà il prossimo 30 Maggio 2017 a Milano. La TopTen di SenzaRiserva.

Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40×50, 1966 – Lotto n. 38 – da blindarte.com
Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40x50, 1966
Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40×50, 1966 – Lotto n. 38 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

“Un’attenzione particolare meritano le nature morte di Bueno sollevate nello spazio senza fondo, in cui gli spessori sono creati dal ritmo degli oggetti, sottratti ad una assenza metafisica” ha scritto Salvatore Quasimodo in merito alle “nature morte” (lotto n. 38) dell’artista di origini spagnole Xavier Bueno (Vera de Bidasoa, 1915).

Protagonista con il fratello Antonio, Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni dell’esperienza fiorentina dei Pittori Moderni della Realtà, Xavier, al contrario del fratello, non abbandonerà mai la vocazione al realismo che distingue tutte le sue opere.

Negli anni ’50 quello del pittore spagnolo è un realismo marcatamente sociale, di rappresentazione e denuncia del mondo dello sfruttamento sul lavoro, della povertà, di ricordi della guerra civile spagnola; ma negli anni l’ispirazione si fa sempre più esistenziale, le figure sospese in una trepidazione che quasi più non fa campeggiare gli oggetti e le figure in un contesto quotidiano.

Opera materica, realizzata col tipico impasto di olio e sabbia, che sospende gli oggetti su un piano privo di prospettiva e che preannuncia ad un puro spazio metafisico. Stima: 4.000€/6.000€.

Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5×194.5, 1964 – Lotto n. 54 – da blindarte.com
Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5x194.5, 1964
Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5×194.5, 1964 – Lotto n. 54 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Opera di notevoli dimensioni di Antonio Corpora al lotto n. 54 “Passaggio a Gibilterra” del 1964.

Nato a Tunisi nel 1909, ben presto Corpora si trasferì in Europa: a Firenze nel 1930, poi a Milano dove frequentò i protagonisti delle prime ricerche astratte che esponevano alla Galleria del Milione e quindi a Parigi.

Tornato in Italia, nel dopoguerra è fra i propugnatori delle nuove istanze neocubiste, partecipa al Fronte Nuovo delle Arti e quindi, nel 1952, al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi, esperienza a partire dalla quale formula il suo personalissimo linguaggio astratto maturo, caratterizzato da un paesaggismo lirico che unisce lo spunto del reale ad una sensibilità soggettiva trasfigurante.

Fino alla metà degli anni ’60 si collocano forse le opere migliori dell’artista, ancora lontane dalle geometrie e dalle campiture più definite dai ’70  in poi. È come se Corpora accettasse in pieno il linguaggio informale per farlo completamente suo, ‘guazzabuglio’ d’anima che intride la materia di emozioni coloristiche di un mondo ancora puro, del blu del mare, dei colori tenui e caldi della Tunisia. Stima: 12.000€/18.000€.

Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100×80, 1978 – Lotto n. 95 – da blindarte.com
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100x80, 1978
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100×80, 1978 – Lotto n. 95 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

“L’Aurora” qui raffigurata da Tano Festa al lotto n. 95 “Da Michelangelo” è una celebre scultura di Michelangelo Buonarroti collocata nella Sagrestia Nuova della Chiesa di San Lorenzo a Firenze a destra sul sarcofaco di Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino.

Le prime versioni dell’Aurora dell’artista della Scuola di Piazza del Popolo risalgono al 1965, quando Festa rientra dall’America e introduce fra le sue tecniche esecutive quella del ricalco a mano su proiezioni da diapositive.

Le campiture di colore (verde) servono all’artista per accentuare la dimensione plastica dell’opera mentre le riquadrature, per stessa ammissione dell’artista, derivano da influenze derivanti dall’optical art americana.

Scrive Duilio Morosini in Le ‘personali’ romane di Tano Festa e Franco Sarnari. Due giovani pittori d’avanguardia, “Paese sera”, 16 novembre 1965 in merito ad una “Aurora”:

“riproduzione d’un dettaglio d’affiche per le celebrazioni michelangiolesche (questa volta realizzato coi bianchi e neri della pittura) che Festa proietta su di uno ‘schermo’ azzurro, sovrapponendo, poi, alla tormentata figura delle tombe medicee, dei grigi regoli da disegno geometrico […] dischi, filigrane, reticoli che lo hanno colpito in occasione d’una visita ad una mostra della optical art americana”.

Ma qual’è il significato dell’opera? Perché non si tratta solo di una operazione concettuale. L’Aurora è il risveglio, la negazione della morte (quella del fratello Francesco Lo Savio), il simbolo di un gesto ripetuto e seriale ma che è sempre un miracolo, la contraddizione stessa di un mondo della comunicazione che attraverso la televisione appiattisce l’immagine, uniforma i significati. L’Aurora è la poesia stessa di vivere. Stima: 5.500€/7.500€.

Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60×60, 2004 – Lotto n. 111 – da blindarte.com
Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60x60, 2004
Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60×60, 2004 – Lotto n. 111 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Considerato dal critico Federico Zeri il “Caravaggio del ventesimo secolo”, apprezzato fra gli altri da Achille Bonito Oliva e Vittorio Sgarbi, Luciano Ventrone è un pittore ‘iperrealista’ di grandissimo talento.

Nato a Roma nel 1942, frequenta il Liceo Artistico. Si iscrive poi alla Facoltà di Architettura fino al 1968 anno nel quale abbandona gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla pittura.

Scrive Alessandro Lorenzetti nell’introduzione al catalogo della mostra tenutasi alla Albemarly Gallery nel 2010 Luciano Ventrone, Il Velo di Maya, Edizioni Paperback: “La prima associazione che questi dipinti suscitano nell’osservatore é con il pensiero del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. Un’evoluzione del Mito della Caverna […] il suo Velo di Maya descrive correttamente il potenziale filosofico insito nell’opera di Ventrone.

Maya – dea dell’illusione – incarna la realtà, come é percepita attraverso i sensi, che offusca con il suo velo gli occhi dell’uomo impedendo un’autentica conoscenza. Nell’estetica schopenhaueriana l’arte ha il compito di ‘esprimere’ e ‘rappresentare’ le idee platoniche. Attraverso l’arte si può temporaneamente contemplare l’essenza delle cose e questo é precisamente il processo che avviene davanti a una natura morta, un nudo o una marina di Luciano Ventrone. […]

La straordinaria padronanza del mezzo tecnico fa di Ventrone il caposcuola di una nuova tradizione figurativa. […] É un dato di fatto che ogni momento chiave della storia dell’arte é stato contrassegnato da un dichiarato ritorno alla figurazione naturalistica”.

I limoni (lotto n. 111 “Indifferenti”) e in generale le nature morte sono un soggetto ricorrente in Ventrone. Limoni, frutti sfacciatamente belli e aperti, disinibiti nella loro naturalezza, indifferenti alle scene mitologiche di un contenitore antichissimo, senza un ubi sunt da chiedere nel muto spettacolo della morte, del sesso e della rinascita della natura.  Stima: 6.000€/8.000€.

Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79×110, 1978 – Lotto n. 152 – da blindarte.com
Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79x110, 1978
Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79×110, 1978 – Lotto n. 152 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Nato a Kansas City nel 1923 Paul Jenkins è stato uno degli artisti più originali della corrente dell’espressionismo astratto americano. Nel 1948 si trasferì a New York entrando in contatto con Mark Rothko, Jackson Pollock e Barnett Newman. Dal 1953 fu in Europa, prima in Italia e poi a Parigi.

La prima personale parigina dell’artista si tenne alla Galleria Paul Facchetti. Seguirono quelle americane alla Galleria Zoe Dusanne a Seattle nel 1954 e alla Galleria Martha Jackson di New York nel 1956.

La pittura degli anni ’50 di Jenkins mostra già le caratteristiche distintive con opere realizzate versando il colore sul supporto e lasciandolo ‘fluire’ liberamente. L’artista usa olio su tela, ma soprattutto lavora con inchiostri e tempere su carta. La sua arte concettualmente si ispira alla Teoria dei Colori di Johann Wolfgang von Goethe pubblicata a Tubinga nel 1810.

Respingendo le teorie di Newton che analizzava i colori solo partendo dalla luce, il grande poeta tedesco riteneva che luce ed oscurità fossero responsabili della percezione sensibile. Irradiamento e offuscamento della luce nell’oscurità, in un elemento torbido, sono per Goethe all’origine dei colori che non sono ‘primari’: il giallo è il colore più vicino alla luce, l’azzurro il più prossimo all’oscurità. Da qui hanno origine i “Phenomena” di Jenkins.

Negli anni ’60 l’artista introduce nella realizzazione dell’opera un nuovo strumento, il coltello d’avorio attraverso la cui lama l’artista dirige il diffondersi del colore versato su supporti inclinati. Jenkins riprende la visione’filosofica’ goethiana in cui l’artista contribuisce sensibilmente alla creazione stessa e alla percezione del ‘fenomeno’. Fenomeno che è allo stesso tempo rappresentazione delle forze del reale e di quelle dell’anima espressa attraverso una interpretazione panteistica della natura di cui l’uomo è parte e allo stesso tempo l’idea platonica dell’artista quale tramite di rivelazione. Stima: 10.000€/15.000€.

Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966 – Lotto n. 155 – da blindarte.com
Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966
Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966 – Lotto n. 155 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Artista, designer e architetto milanese Nanda Vigo ha portato avanti dagli anni ’60 una ricerca difficilmente inquadrabile in movimenti artistici.

Sicuramente le sue opere hanno affinità con le teorie del Gruppo Zero lungamente frequentato e l’arte cinetica ma non si esauriscono in esse essendo il prodotto di un concettualismo e di un pensiero metafisico più profondo, vicino alle ricerche di Lucio Fontana e Piero Manzoni (quest’ultimo diverrà anche suo compagno).

Nel ’64 presenta alla Galleria La Salita di Roma il Manifesto cronotopico dove spiega la nascita di opere come questa al lotto n. 155 “Cronotopo”: spazi di alluminio, vetro, plastica che materializzano un “postulato cinquedimensionale introducente all’adimensione”.

Tali spazi fisici filtrando e riflettendo variamente la luce proveniente dall’ambiente circostante di fatto distorcono la percezione dell’oggetto/ambiente stesso, trasformando lo spazio definito in un contenitore indefinito, non topograficamente misurabile. Un luogo in cui tempo e spazio sono funzione cangiante l’uno dell’altra, un’apparenza imperscrutabile. Stima: 30.000€/40.000€.

Getulio Alviani, Superficie a testera vibratile 71076, alluminio, 72×72, 1971 – Lotto n. 156 – da blindarte.com
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 71076, alluminio, 72x72, 1971
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 71076, alluminio, 72×72, 1971 – Lotto n. 156 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Le “Superfici a testura vibratile” (lotto n. 156) nella definizione di Carlo Belloli, sono le opere più originali e importanti di Getulio Alviani, artista, progettista, grafico, designer nativo di Udine (1939).

“Le opere possono” afferma l’artista “essere moltiplicabili, riproducibili in serie, perché sono il risultato di una precisa programmazione”. Si tratta di opere eseguite scalfendo la superficie di alluminio dapprima a mano libera e poi con la fresa elettrica secondo rapporti geometrici studiati per voluti effetti dinamici e cinetici di riflessione della luce.

L’opera in asta, pur perfettamente bidimensionale e di forma rettangolare è opera instabile: per le dimensioni delle file di lastre che sembrano variare e provocare un effetto scalare sui lati, per la complessiva distorsione e restringimento verso il basso dell’intera figura, per la scabrosità tridimensionale dell’oggetto, effetti che mutano al mutare del punto di vista.

Nel 1964 Alviani espone in sala con Enrico Castellano alla Biennale di Venezia. Nel 1965 partecipa alla celebre mostra The Responsive Eye al MoMA di New York. Nel 1968 a Documenta 4 a Kassel. Stima: 40.000€/60.000€.

Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100×70, 1970, 301/450 – Lotto n. 157 – da blindarte.com
Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100x70, 1970, 301/450
Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100×70, 1970, 301/450 – Lotto n. 157 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Lastre di acciaio inox lucidate a specchio sulle quali vengono applicate immagini ottenute attraverso una tecnica di riporto fotografico: l’artista ricalca la fotografia, a punta di pennello su carta velina.

Questa è la tecnica messa a punto da Michelangelo Pistoletto, artista biellese, classe 1933, nel corso del 1962 dopo gli studi di grafica pubblicitaria e un’inizio artistico caratterizzato da opere figurative ed autoritratti.

Anche per queste opere di Pistoletto, al pari di quelle di Nanda Vigo, si potrebbe parlare di ‘cronotopo’. C’è infatti il tempo, poiché l’opera si crea ad ogni specchiarsi in un eterno presente, c’è lo spazio esterno che viene rappresentato nell’opera quale “autoritratto del mondo”.

In questo modo non c’è opera ma l’opera è l’essere sempre in attesa della possibilità dell’opera. E infine c’è la miccia, la situazione che è, con terminologia montaliana, l”occasione’ che riesce a rompere le maglie della catena, l’oggetto liberatorio che squarcia il velo dei phenomena e consente di sbirciare, anzi di fare esperienza virtuale del noumeno. E che altro è questo, sembra dirci l’artista, se non l’astrazione di vedersi vivere. Stima: 8.000€/12.000€.

Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157×103, 2001 – Lotto n. 162 – da blindarte.com
Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157x103, 2001
Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157×103, 2001 – Lotto n. 162 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Nato a Fabriano nel 1929 Giuseppe Uncini si forma nel fervente ambiente artistico e culturale della Roma degli anni ’50 recependo soprattutto gli stimoli provenienti dalle prime sperimentazioni informali. Già tuttavia alla fine del decennio le sue opere mostrano una tensione verso il superamento dell’involuzione e della materica sterilità informale con sculture in cemento e ferro che si richiamano a motivi geometrici ed architettonici.

La ricerca di Uncini culmina con l’adesione al Gruppo Uno nel 1962, gruppo romano composto dagli artisti Nato Frascà, Pasquale Santoro, Achille Pace, Nicola Carrino, e Gastone Biggi che, nella dichiarazione di intenti presentata alla Galleria La Medusa di Roma il 16 dicembre 1963 affermano: “[…] la nostra scelta è in stretta connessione con la reazione che ognuno di noi portava dentro di sé alle istanze tardo-romantiche contenute nell’Informale, corrente storica nella quale si erano sviluppate le nostre individualità. Ma ci muovevamo già in una lucida indagine della necessità di una stretta relazione tra superficie e segno in un rapporto di essenzialità. Aspiravamo a partecipare attivamente alla volontà e all’azione di ricostruzione dopo la ‘tabula rasa’ dell’Informale”.

C’è dunque nelle opere in cemento e ferro di Uncini (soprattutto i “Cementiarmati” della fine degli anni ’50, i “Ferrocementi” della prima metà dei ’60 e i “Muri di cemento” degli anni ’90: lotto n. 124) prima di tutto un ritorno alla concretezza del materiale e del ‘costruire’, sia come riappropriazione degli elementi base del fare artistico come nell’arte analitica sia quale fiducia nella tecnica come strumento di intervento sulla società.

Non manca però una chiave più concettuale e plurisemantica: muri di cemento ‘disossati’ che rendono ambigua la distinzione fra l’aldiqua e l’aldilà attraverso un confine ‘sbarrato’, annullamento della soggettività dell’artista, ready-made, arte quale finestra e supporto a un universo incomprensibile, ancora informale; testimonianza di struttura, simbolo d’umanità e resistenza. Stima: 60.000€/80.000€.

Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183×304.5×11, 1980 – Lotto n. 165 – da blindarte.com
Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183x304.5x11, 1980
Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183×304.5×11, 1980 – Lotto n. 165 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Eseguita a New York nell’ottobre del 1980, la grande opera al lotto n. 165 “Pasto” è assai rappresentativa delle idee e del contesto storico in cui si colloca la vicenda artistica di Mimmo Paladino nell’ambito della nuova figurazione sulla scena italiana degli anni ’80.

Nel 1980, anno di esecuzione dell’opera, Paladino viene invitato da Achille Bonito Oliva nella sezione Aperto ’80 alla Biennale di Venezia. Con lui ci sono  Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente e Nicola De Maria, ovvero i rappresentanti della cosiddetta Transavanguardia italiana.

Nello stesso anno l’artista pubblica il libro EN-DE-RE con Emilio Mazzoli a Modena, con la riproduzione di alcune sue opere e un testo di Achille Bonito Oliva “Il sonno del re” dove si descrive la casa del linguaggio, in cui i mobili sono suoni prodotti dal Re che non solo impartisce ordini ma produce anche fonemi incomprensibili, soprattutto di notte, che i sudditi devono interpretare. Suoni come en-de-re il cui significato, dopo moltissime possibili interpretazioni, alla fine del dibattito il giullare interpreterà con il suono stesso, il puro significante.

Qual’è il significato di questo racconto? Si tratta di una metafora dell’opera d’arte che non ha un’unica spiegazione ma molte possibili interpretazioni che spettano ai critici. Un’arte primitiva, simbolica, dove la forza comunicativa, pur disarticolata, ne rappresenta l’essenza stessa, secondo il ‘credo’ per cui l’opera d’arte pone questioni e non dà risposte; ma è puro specchio della ‘linfa vitale’ del reale.

Anche l’opera “Il Pasto” ricorda questi concetti. È tripartita in pannelli, come il suono del Re, e sembra al centro rappresentare proprio una figura umana. Magari un Re? Gli elementi che contornano la figura nei pannelli laterali contengono forme bio e zoomorfe e ne sembrano costituire il pasto. Si tratta dunque nuovamente della rappresentazione di un essere potente, primitivo, ciclopico, padrone dei segreti e delle forze della realtà, la visione personificata di un caos di energia che sta dietro alle nostre quotidiane apparenze e di cui, attraverso l’arte, partecipiamo. Stima: 100.000€/150.000€.

Asta Pananti n. 123 – 27 Maggio 2017 – Firenze, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 123 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Pananti di Firenze si terrà il giorno 27 maggio 2017 alle ore 16.00. La TopTen di SenzaRiserva.

Xavier Bueno, Ragazzo di periferia, olio su tela, 70×50, 1957 – Lotto n. 84 – da pananti.com
Xavier Bueno, Ragazzo di periferia, olio su tela, 70x50, 1957
Xavier Bueno, Ragazzo di periferia, olio su tela, 70×50, 1957 – Lotto n. 84 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

La pittura cupa e materica del pittore spagnolo Xavier Bueno è protagonista al lotto n. 84 “Ragazzo di periferia”, del 1957. Nato a Vera de Badisoa nel 1915 Xavier frequenta l’Accademia di Belle Arti a Ginevra dove già mostra il suo interesse per il reale preferendo alle avanguardie di moda una pittura ispirata al classicismo di Goya e Velasquez. Del 1937 è la prima personale a Ginevra. Nel 1940 si trasferisce col fratello Antonio a Firenze, che rimarrà sua patria di elezione fino alla morte.

Nel dopoguerra l’artista amplifica l’interesse per le tematiche sociali. Con il fratello Antonio, Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni fonda il Gruppo dei Pittori Moderni della Realtà.

Scrivono nel Manifesto (un opuscolo distribuito alla prima mostra del Gruppo tenutasi a Milano, presso la Galleria de ‘L’Illustrazione Italiana’, nel novembre del 1947): “Noi rinneghiamo tutta la pittura contemporanea dal postimpressionismo a oggi, considerandola l’espressione dell’epoca del falso progresso e il riflesso della pericolosa minaccia che incombe sull’umanità.

Noi riaffermiamo invece quei valori spirituali e più precisamente morali senza i quali fare opera di pittura diventa il più sterile degli esercizi. Noi vogliamo una pittura morale nella sua più intima essenza, nel suo stile stesso, una pittura che in uno dei momenti più cupi della storia umana sia impregnata di quella fede nell’uomo e nei suoi destini, che fece la grandezza dell’arte nei tempi passati

Noi ricreiamo l’arte dell’illusione della realtà, eterno e antichissimo seme delle arti figurative.

Noi non ci prestiamo ad alcun ritorno, noi continuiamo semplicemente a svolgere la missione della vera pittura. Immagine di un sentimento universale, noi vogliamo una pittura capita da molti e non da pochi “raffinati”. […]

Di fronte a un nuovo accademismo o passatismo, fatti di avanzi di formule cubiste e di sensualità impressionista standardizzata, noi abbiamo esposto una pittura che, incurante di mode e di teorie estetiche, cerca di esprimere i nostri sentimenti attraverso quel linguaggio che ognuno di noi, a seconda del proprio temperamento, ha ritrovato guardando direttamente la realtà”.

E il linguaggio di Xavier, pur dopo lo scioglimento del Gruppo nel 1949 e l’evoluzione stilistica degli anni a venire, non tradirà mai questi concetti. Stima: 15.000€/20.000€.

Giuseppe Migneco, Operai in fabbrica, olio su tela, 90×70, 1953 – Lotto n. 97 – da pananti.com
Giuseppe Migneco, Operai in fabbrica, olio su tela, 90x70, 1953
Giuseppe Migneco, Operai in fabbrica, olio su tela, 90×70, 1953 – Lotto n. 97 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Nato a Messina nel 1903 Giuseppe Migneco compie gli studi di Medicina a Milano dove si trasferisce dal 1931. Intanto coltiva la passione per la pittura e frequenta artisti quali Aligi Sassu, Raffaele De Grada, Renato Birolli.

Nel 1937 è fra i fondatori del movimento artistico e culturale che ruota attorno alla rivista Corrente. La rivista porta avanti un acceso dibattito critico sulla cultura, non solo artistica, e sulle avanguardie nazionali ed internazionali.

Dopo la guerra Migneco è a pieno titolo fra gli esponenti di punta del realismo sociale, con una pittura figurativa di grande plasticismo, dai colori accesi e dai forti chiaroscuri.

L’artista siciliano fu definito “intagliatore di legno che scolpisce col pennello” per la linearità e la potenza del tratto con cui eseguiva le figure: contadini, pescatori, operai, sportivi. Bellissime le pieghe della giacca dell’operaio in primo piano al lotto n. 97 “Operai in fabbrica”, intento ad accendersi una sigaretta. Stima: 10.000€/15.000€.

Massimo Campigli, Bozzetto, tecnica mista su cartone, 64×140, 1938 – Lotto n. 106 – da pananti.com
Massimo Campigli, Bozzetto, tecnica mista su cartone, 64x140, 1938
Massimo Campigli, Bozzetto, tecnica mista su cartone, 64×140, 1938 – Lotto n. 106 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Di origine berlinese, Massimo Campigli vive dapprima a Firenze con la nonna materna e la madre, poi dal 1907 a Milano. Arruolato, fu prigioniero in Germania nel 1916 e successivamente deportato in Ungheria. Riuscito a fuggire, si rifugiò in Russia. Rientrato in Italia alla fine della guerra lavora come giornalista presso il Corriere della Sera che lo sposta come inviato a Parigi dal 1919.

Nel 1926 a Milano Campigli espone alla Prima mostra di Novecento Italiano nel clima del ritorno all’ordine post-bellico. Il movimento si caratterizza per il recupero di quei valori classici di armonia ed equilibrio per i quali fu anche definito “neoclassicismo semplificato”. A Parigi l’artista fa parte del Groupe des sept con Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Renato Paresce, Alberto Savinio, Mario Tozzi e Gino Severini.

Nel 1928 Campigli visita il Museo etrusco di Villa Giulia a Roma rimanendo affascinato da quelle forme e quelle stilizzazioni della figura che l’artista farà sue in seguito riuscendo a ‘codificare’ un linguaggio espressivo originale ed essenziale fin quasi al simbolismo figurativo.

Fra il 1937 ed il 1940 gli fu commissionato un affresco di trecento metri quadri nell’atrio di Palazzo Liviano a Padova che raffigurasse ‘l’archeologia’. Scrive l’artista nel 1940: “ho preferito trattare l’archeologia come fonte di conoscenze storiche, artistiche e di pensiero politico. Il mio affresco rappresenta infatti una idealizzazione del sottosuolo d’Italia, materiato di cose antiche, opere d’arte monumenti e anche di combattenti accatastati. Gli archeologi scavano trovano oggetti e libri, nell’affresco del Liviano io rinuncio ad ogni partito preso formale polemico e ciò perché mi rendo conto della funzione sociale della pittura monumentale”.

Al lotto n. 106 un “Bozzetto” preparatorio di questo bellissimo affresco. Il bozzetto rappresenta una delle scene del registro superiore dell’atrio:  una schiera di uomini in abiti contemporanei che osserva in alto il lavoro di tre operai che erigono una colonna istoriata (mancante la parte in alto).  Stima: 60.000€/70.000€.

Giorgio De Chirico, Battaglia equestre, olio su tela, 64×46.5 – Lotto n. 109 – da pananti.com
Giorgio De Chirico, Battaglia equestre, olio su tela, 64x46.5
Giorgio De Chirico, Battaglia equestre, olio su tela, 64×46.5 – Lotto n. 109 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Una bella scena di “Battaglia equestre” del grandissimo Giorgio De Chirico, padre della pittura metafisica, al lotto n. 109.

Il periodo dei capolavori metafisici dell’artista di Volos, città greca dove nacque, si può far risalire al decennio 1909-1919, con un ‘perfezionamento’ in senso surreale, architettonico e magico, dovute alle influenze parigine e a quelle dell’amico Carlo Carrà, che lo estende fino al 1925.

Tuttavia De Chirico non verrà mai meno ai “valori plastici” eredità di una formazione ed un talento per il quale eccelleva nel disegno. I “cavalli” in particolare rappresentano un soggetto assai ripetuto e che lega indissolubilmente l’artista alla pittura antica. Renoir, Gericault, Rubens, Velasquez sono gli artisti da cui De Chirico riprende e rielabora nell’eseguire questo tipo di opere dagli anni ’30 in poi.

“Nella pittura antica i due elementi della materia pittorica [la materia fisica e la materia metafisica] si sono completati e si sono sviluppati nel corso dei secoli, per arrivare alla perfezione ottenuta da Rubens, da Tiziano, da Velázquez ed altri maestri” scrive nell’articolo Discorso sulla materia pittorica pubblicato sul “Corriere Padano” del 5 maggio 1942.

Basti confrontare un’opera quale il “Bozzetto de’ La Battaglia di Anghiari” del 1603 di Rubens (Museo del Louvre, Parigi), copia eseguita a matita su carta del celebre dipinto di Leonardo da Vinci, per capire di cosa stiamo parlando. Stima: 150.000€/200.000€.

Carlo Maria Mariani, Quadro mutilato, olio su tela, 43×32.5, 2003 – Lotto n. 112 – da pananti.com
Carlo Maria Mariani, Quadro mutilato, olio su tela, 43x32.5, 2003
Carlo Maria Mariani, Quadro mutilato, olio su tela, 43×32.5, 2003 – Lotto n. 112 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Carlo Maria Mariani si forma all’Accademia di Belle Arti di Roma. Risiede a New York dal 1993. Esordisce con le prime opere nel 1973 con creazioni figurative formalmente perfette che rimandano ai canoni classici.

Mariani è stato collocato nell’ambito della pittura colta e dell’anacronismo da alcuni critici alla fine degli anni ’70 ed all’inizio degli ’80 (anni in cui si cominciarono ad avvertire i primi segni di stanchezza nelle avanguardie).

La pittura di Mariani infatti rimanda a quella rinascimentale e barocca, al neoclassicismo, al manierismo. Si tratta però anche di pittura concettuale che l’artista sviluppa a partire da una folgorazione, come racconta, nel momento in cui si riconosce anche “storico dell’arte”.

Mariani combina immagini classiche e soggetti tratti da epoche diverse, da Picasso, Magritte, Calder, Brancusi, Beyus ideando scenari surreali e metafisici che riflettono, con un retrogusto ironico, sulla vita e sull’arte stessa.

L’artista, oltre a importanti e numerosissime mostre nazionali ed internazionali è stato alla Biennale di Venezia nel 1982, nel 1984 e nel 1990. Stima: 13.000€/15.000€.

Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100×100, 1998 – Lotto n. 161 bis – da pananti.com
Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100x100, 1998
Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100×100, 1998 – Lotto n. 161 bis – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Un bel “tappeto natura” di Piero Gilardi in poliuretano espanso al lotto n. 161 bis “Oro e pietre”. Bello perché minimale, seppur di grandi dimensioni, ben bilanciato nella composizione e non sovraccarico come in altre prove.

Portare l’arte nella realtà e allo stesso tempo portare la realtà nell’arte è il concetto che potrebbe riassumere la ricerca dell’artista torinese, formatosi alla scuola provocatoria degli amici Aldo Mondino e Michelangelo Pistoletto. Se il primo lo fa con i cioccolatini e l’altro con le superfici specchianti e quindi l’ambiente e la figura umana, Gilardi ci riesce oggettivando la mimesi stessa, staccandola dalla pareti, usando la tridimensionalità e rimuovendo quel filtro autoriale che distingue il prodotto dal produttore.

La corporeità e l’esperienza sensoriale sono protagoniste delle opere di Piero Gilardi, vere e proprie esperienze di riflessione, ambienti didattici di educazione al rispetto, isole per respirare, attraverso la tecnologia e l’arte, la nostra vera natura. Stima: 7.000€/8.000€.

Piero Pizzi Cannella, Piccolo vaso a becco d’uccello, olio su tela, 80×40, 1994-1995 – Lotto n. 180 – da pananti.com
Piero Pizzi Cannella, Piccolo vaso a becco d’uccello, olio su tela, 80x40, 1994-1995
Piero Pizzi Cannella, Piccolo vaso a becco d’uccello, olio su tela, 80×40, 1994-1995 – Lotto n. 180 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Piero Pizzi Cannella è un artista concettuale romano formatosi inizialmente nell’ambito della cultura anacronista e poi animatore della Nuova Scuola Romana detta anche Scuola di San Lorenzo con Bruno Ceccobelli, Nunzio Di Stefano, Giuseppe Gallo e Gianni Dessì (1984).

La pittura di Pizzi Cannella ruota attorno ad oggetti simbolici ed evocativi: anfore, indumenti, mobili che l’artista usa come strumenti rituali che rimandano all’uomo ed al suo essere nel mondo, terreno ed ultraterreno.

Il grande assente dalle opere di Pizzi Cannella è l’uomo, di cui appunto si descrive l’essere perennemente altrove, l’essere stato, la speranza di un ritorno.

Al lotto n. 180 “Piccolo vaso a becco d’uccello” un’opera dal sapore “magico primario” ma più intellettualistica e simbolica; quasi un omaggio al mondo egizio, con un vaso che assomiglia a un sarcofago e la stilizzazione sacrale di un grande re uccello.

Un’arte di sapore ‘archeologico’, tant’è che nel 2001 il Museo Archeologico di Aosta ha esposto una selezione di sue opere su carta: Carte 1980-2001. Stima: 14.000€/15.000€.

Luciano Ventrone, È avventato dice la prudenza, olio su tela, 70×60, 2006 – Lotto n. 180 – da pananti.com
Luciano Ventrone, È avventato dice la prudenza, olio su tela, 70x60, 2006
Luciano Ventrone, È avventato dice la prudenza, olio su tela, 70×60, 2006 – Lotto n. 180 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Luciano Ventrone è un pittore iperrealista romano. Nato nel 1942, frequenta la Facoltà di Architettura fino al 1968 quando decide di dedicarsi interamente all’arte.

Vittorio Sgarbi (Il Giornale, 15 marzo 2010) ha definito Ventrone “il pittore dell’iperbole”, questo perché l’artista romano non solo riproduce la realtà ma la amplifica come succede per esempio con le altissime risoluzioni degli schermi televisivi di ultima generazione che in qualche modo sorprendono l’occhio attraverso la loro dichiarata ‘artificiosità’.

Solo che in questo caso a restituire un vero più vero del vero, il vero che vorremmo, non è la tecnologia ma l’artista Ventrone padrone assoluto dei rapporti, delle armonie di colore, degli effetti di luce. E la sua realtà è più o meno sfacciata a seconda del piano cinematografico, del taglio che l’artista sceglie di dare alla scena. In questo caso un taglio pudico nella nudità, limpido e puro come un limone (lotto n. 180 “È avventato dice la prudenza”). Stima: 18.000€/25.000€.

Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela, 60×60, 1975 – Lotto n. 200 – da pananti.com
Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela, 60x60, 1975
Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela, 60×60, 1975 – Lotto n. 200 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

La raffinatezza del ligure Emilio Scanavino contrassegna l’opera al lotto n. 200 “Dall’alto”. Scanavino è stato uno dei pochi grandissimi artisti del dopoguerra italiano, capace in modo assai precoce di superare la sterilità dell’informale attraverso l’elaborazione di un linguaggio personale e critico.

Critico perché si potrebbe affermare che i segni, geometrici o tachisti, calligrafici o figurali che l’artista utilizza durante tutta la sua storia artistica sono una specie di ‘bisturi’ per incidere, di ‘pinza’ per afferrare quella matassa di energia e sofferenza che è alla base di una visione nichilista ed esistenziale della parabola umana.

Scanavino compie, attraverso il segno (nodi, grovigli, geometrie) tentativi di razionalizzazione del reale più o meno riusciti, che non sono si badi bene opere più o meno riuscite, ma testimonianze di una soggettività inquieta e problematica che guarda la realtà oltre il fenomeno: talvolta intuita, altre sfuggita, raramente, ed è il caso dell’opera in asta, catturata. Stima: 15.000€/18.000€.

Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su tela, 200×150 – Lotto n. 180 – da pananti.com
Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su tela, 200x150
Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su tela, 200×150 – Lotto n. 180 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Opera bellissima di Mario Schifano, il fuoriclasse della nostra scuola pop italiana sono i gigli d’acqua al lotto n. 180 “Senza titolo”. Opera di grandissime dimensioni (200×150) che vanta come pedigree il certificato di autenticità della sola Fondazione Schifano ma che reca su di sé i tratti forti, i colori accesi, la matericità di uno Schifano ispirato.

Sicuramente il grande pittore della Scuola di Piazza del Popolo dipinge l’opera nel corso degli anni ’80, anni in cui Schifano ritrova un nuovo fervore creativo e forse la vena più istintiva e caratteriale della sua storia artistica.

Non a caso gli anni ’80 sono contraddistinti dalla cosiddetta “fine delle avanguardie” nel segno di un “ritorno alla pittura”,che nel caso di Schifano però non è scelta pensata e impegnata ma necessità personale di un uomo che la realtà l’aveva incarcerata in una visione ma che adesso finalmente se ne riappropria aldilà della razionalizzazione comunicativa.

Se negli anni ’70 Schifano dipinge i paesaggi anemici e le vedute interrotte è perché l’artista si limita, magari ironicamente e/o in maniera sofferta, a riprodurre pittoricamente la cultura pop passata dal mezzo televisivo. Negli anni ’80 invece Schifano ridipinge la realtà o dipinge la realtà sul supporto fotografico, obliterando le stampe televisive, le tele emulsionate. Fa questo, e si vede, con una grandissima gioia espressiva. Opera che tutti vorrebbero nella propria collezione. Stima: 30.000€/50.000€.