Asta Wannenes Group n. 222 – 25 Maggio 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 222 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa D’Aste Wannenes Group di Milano si terrà in data 25 maggio 2017 alle ore 19.00 presso Open Care, Sala Carroponte, in Via G. Piranesi 10. La TopTen di SenzaRiserva.

Bruno Munari, Curva di Peano, acrilico su tela, 100×100, 1975 – Lotto n. 23 – da wannenesgroup.com
Bruno Munari, Curva di Peano, acrilico su tela, 100x100, 1975
Bruno Munari, Curva di Peano, acrilico su tela, 100×100, 1975 – Lotto n. 23 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Scoperta dal matematico Giuseppe Peano nel 1890, la “Curva di Peano” (lotto n. 23) è una curva che ha la particolarissima proprietà di poter riempire e coprire tutti i punti di un quadrato attraverso apposite trasformazioni. Ciò nonostante una curva sia un forma geometrica monodimensionale mentre un quadrato è una forma bidimensionale.

Il ciclo di opere delle “Curve di Peano”, nel percorso artistico di Bruno Munari, si colloca negli anni 1970-1974, anche se l’artista realizzerà tali opere anche negli anni seguenti.

Sull’assunto scientifico della perfezione geometrica rappresentata da queste forme Munari dispiega una proposta cromatica “assolutamente superflua” come la definisce. Consapevole che l’arte è gioco percettivo, l’artista milanese lavora sul concetto estetico disvelando come anche il logos possa essere fantasia e inganno.

Il colore soprattutto è l’elemento straniante di queste opere, come colore è l’energia determinante del nostro status umano di necessità. Scrive lo stesso Munari nel cartoncino di presentazione ad una mostra tenutasi nel 1974: “il famoso matematico Giuseppe Peano per dimostrare visivamente che possono esistere linee curve senza tangenti, ideò una curva simile al filo che forma una maglia, ma così fitta da riempire completamente tutta l’ area di un quadrato. Il risultato fu un quadrato tutto nero. Nella delimitazione di confine tra le zone di colore di questa mia composizione, è visibile la linea famosa.

La mia proposta, assolutamente superflua alla speculazione matematica, ma curiosa sotto l’ aspetto estetico, sta nel porre determinati colori nelle zone delimitate dalla linea. Di fronte a questa proposta l’ osservatore è spinto ad immaginare quale potrà essere il colore della superficie quadrata quando la curva rimpicciolendosi e moltiplicandosi l’ avrà riempita quasi tutta. Non è necessario pensarci continuamente, basta una volta ogni tanto.” Stima: 14.000€/16.000€.

Dadamaino, Oggetto Ottico-Dinamico, legno dipinto e placchette metalliche, diagonale cm 56, 1961 – Lotto n. 27 – da wannenesgroup.com
Dadamaino, Oggetto Ottico-Dinamico, legno dipinto e placchette metalliche, diagonale cm 56, 1961
Dadamaino, Oggetto Ottico-Dinamico, legno dipinto e placchette metalliche, diagonale, cm 56, 1961 – Lotto n. 27 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Edoarda Emilia Maino nasce a Milano nel 1930. Iscritta a Medicina, coltiva la pittura da autodidatta. Frequenta al contempo il Bar Giamaica dove viene a contatto con artisti ed intellettuali (fra gli altri Enrico Baj, Roberto Crippa, Lucio Fontana e Piero Manzoni).

Del 1958 è la prima personale alla Galleria dei Bossi di Milano. Alla opere di gusto informale seguono i primi “Volumi” monocromi con squarci ovoidali che manifestano l’acquisizione di una matura spazialità già in nuce coloristicamente nelle opere bidimensionali. Cominciano le collaborazioni con Piero Manzoni e i gruppi d’avanguardia delle nuove ricerche visuali: il Gruppo N, il Gruppo T, il G.R.A.V.

L'”Oggetto ottico-dinamico” al lotto n. 27 è un’opera assai rara per l’anno di esecuzione, il 1961. Si tratta infatti delle opere cinetiche che l’artista presenterà nel 1964 alla mostra parigina Nouvelle Tendance. Si tratta di opere costituite da piastrine in alluminio tese su fili di nylon o incollate a una tavola nera con dimensioni diverse (spesso reciprocamente multiple), variabilità di forma e rapporti geometrici (spesso secondo l’equazione X2+Y22) che generano effetti di dinamica ottica che rendono l’oggetto percettivamente instabile.

Osservando infatti il lotto in asta si ha la sensazione che quattro circolarità a diversi livelli di profondità si creino mutevolmente su una superficie liquida. Stima: 15.000€/25.000€.

Marino Marini, Impressionabilità, tempera su carta, 67.8×68.5, 1960 – Lotto n. 101 – da wannenesgroup.com
Marino Marini, Impressionabilità, tempera su carta, 67.8x68.5, 1960
Marino Marini, Impressionabilità, tempera su carta, 67.8×68.5, 1960 – Lotto n. 101 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

A soli 28 anni un giovanissimo Marino Marini, nel 1929, è voluto da Arturo Martini ad occupare la cattedra di scultura presso la scuola d’arte di Villa Reale a Monza.

Prestissimo l’artista ottiene importanti riconoscimenti: alla II Quadriennale nel 1935 vince il primo premio per la scultura e nel 1937 quello all’Exposition international des arts di Parigi che ne sancisce la fama internazionale.

Cavalli, cavalieri, nudi, giocolieri, pugili rappresentano uomini eroici, padroni della realtà, capaci di un controllo non solo razionale ma anche empatico su di essa.

È nel dopoguerra però che la scultura di Marini risente dell’inquietudine del post evento bellico. Pulsioni informali fanno presa sulle opere scultoree (e pittoriche) dell’artista. In particolare i gruppi equestri e/o uomo-cavaliere vengono caratterizzati da dinamicità e pose drammatiche, innaturali, con forme contratte e spezzate dal dolore, quasi disarticolate.

Ed è forse in pittura che questo motivo assume la maggiore semplificazione formale, o meglio quasi informale. Le opere del ciclo “Impressionabilità” (lotto n. 101) infatti, non sono altro che la presentazione più astratta del cavaliere (sulla sinistra) e del cavallo (sulla destra): imbizzarrito, indomabile, spaventato, impressionato. Stima: 50.000€/70.000€.

Remo Bianco, Impronta, tecnica mista su tela applicata su tavola, 100×75, 1960 – Lotto n. 104 – da wannenesgroup.com
Remo Bianco, Impronta, tecnica mista su tela applicata su tavola, 100x75, 1960
Remo Bianco, Impronta, tecnica mista su tela applicata su tavola, 100×75, 1960 – Lotto n. 104 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Remo Bianco, artista nato a Milano nel 1922, è stato lungo tutto il corso della sua carriera uno sperimentatore sia dal punto di vista concettuale che nell’uso dei materiali.

Negli anni ’50 Bianco si muove ancora nel solco dell’informale, risentendo delle esperienze dell’ambiente milanese fra post-cubismo, surrealismo, Movimento Nucleare e Movimento Spaziale. Le prime sperimentazioni sulle cosiddette “Impronte” (lotto n. 104) e sui 3D realizzati in vetro possono tuttavia essere fatte risalire alla fine degli anni ’40 e all’inizio dei ’50.

Bianco realizza le “Impronte” attraverso tracce lasciate da oggetti semplici su gesso oppure su cartapesta e gomma (successivamente). In questo modo conduce una ricerca di ‘riappropriazione’ dell’impianto formale e immaginativo che supera le sterili inquietudini di stampo informale e apre alle ricerche avanguardistiche degli anni ’60 e ’70.

L’evocatività del reale viene riorganizzati in campi geometrici, serializzata nella infinita diversità, aperta alla tridimensionalità del reale, impreziosita dagli ori e dagli argenti dei materiali. Stima: 7.000€/9.000€.

Mimmo Rotella, Sempre bella (Marilyn), decollage e tecnica mista su tela, 121×85, 1978 – Lotto n. 108 – da wannenesgroup.com
Mimmo Rotella, Sempre bella (Marilyn), decollage e tecnica mista su tela, 121x85, 1978
Mimmo Rotella, Sempre bella (Marilyn), decollage e tecnica mista su tela, 121×85, 1978 – Lotto n. 108 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Nell’intervista riportata nel Catalogo della Mostra presso Lattuada Studio, Milano, settembre – dicembre 2007 “Omaggio a Mimmo Rotella” – Testo critico e intervista di Francesca Alfano Miglietti (FAM), racconta Mimmo Rotella in merito ai suoi celebri decollage in asta con un bellissimo esemplare “Sempre bella (Marilyn)” al lotto n. 108: “Nel 1952 ero reduce da una crisi artistica, pensavo che tutto era stato fatto nell’arte […] Poi verso il 1953-54 mi fermavo a guardare estasiato, entusiasta, quei manifesti sui muri che io vedevo a Piazza del Popolo dove a quel tempo avevo uno studio. Così cominciai a strappare i primi manifesti.

Mi piacevano perché erano pieni di dinamica, di colore, di forza, con queste lacerazioni […] Così, la notte, era più forte di me: scendevo in strada e laceravo quei manifesti, li collezionavo. Mi ricordo che li mettevo sotto il letto, nel mio studio. Una sera di quegli anni venne a trovarmi il famoso critico e filologo dell’arte Emilio Villa […] Mi disse che stavo per iniziare un nuovo linguaggio pittorico/artistico, perché avevo inventato un nuovo spazio, che non era più lo spazio del collage cubista, ma invenzione nello spazio […]

I primi manifesti lacerati dai muri erano piuttosto astratti o espressionisti. Poi verso il 1959-60 ho cominciato a tirar fuori l’immagine. Era il momento della pop-art in America e io sentivo il bisogno di far vedere queste immagini. L’immagine che mi attirava di più era quella cinematografica perché, essendo a Roma, c’era Cinecittà ed erano in preparazione molti film. Poi venivano i film americani, c’era Marilyn Monroe… […] Stima: 8.000€/12.000€.

Piero Dorazio, Giallino, olio su tela, 190×210, 1977 – Lotto n. 119 – da wannenesgroup.com
Piero Dorazio, Giallino, olio su tela, 190x210, 1977
Piero Dorazio, Giallino, olio su tela, 190×210, 1977 – Lotto n. 119 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Opera di notevoli dimensioni ed altissima qualità di Piero Dorazio al lotto n. 119 “Giallino”.

Pioniere dell’arte astratta del dopoguerra Dorazio è stato uno dei fondatori del Gruppo Forma 1 a Roma nel 1947. Fra gli altri c’erano Achille Perilli, Giulio Turcato, Pietro Consagra, Carla Accardi. Ciascuno di essi però condurrà ricerche assai originali nei decenni successivi anche se tutte legate alle tematiche dell’indagine dello spazio, delle geometrie, del colore e della percezione.

Proprio di Dorazio sarà l’interesse per il colore. Fin dai primi anni ’50 infatti l’artista si interessa alle opere di Giacomo Balla di cui studia la caratteristica ricerca della luce attraverso la sovrapposizione e la scomposizione dei colori e al contempo segue le ricerche coeve dello svizzero Max Bill sulla percezione del colore.

Dorazio negli anni ’60 si avvicinò per risultati formali alle prove iniziali della pop art nell’azzeramento del linguaggio ottenuto attraverso la ‘quasi monocromia’. Tuttavia l’artista romano non rinunciò mai a rivendicare il lirismo del proprio linguaggio astratto e l’individualità dell’artista.

Dorazio non fu artista pop né mai si depersonalizzò nelle prove collettive dell’arte cinetica e programmata. La sua personalità colorista è rimasta unica. Stima: 90.000€/110.000€.

Giulio Turcato, Superficie lunare, 48×68, 1969 circa – Lotto n. 129 – da wannenesgroup.com
Giulio Turcato, Superficie lunare, 48x68, 1969 circa
Giulio Turcato, Superficie lunare, 48×68, 1969 circa – Lotto n. 129 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Un’altro dei rappresentanti e fondatori di Forma 1 con Piero Dorazio fu Giulio Turcato.

É nel corso degli anni ’50 che l’astrattismo dell’artista mantovano si fa originale. Presente alla Biennale Veneziana nel 1952 (con il Gruppo degli Otto di Lionello Venturi), nel 1954 e nel 1956, nel 1958 gli viene dedicata una sala personale e vince il Premio Nazionale.

Nel 1964 Turcato produce la prima opera del ciclo delle “Superfici lunari” (lotto n. 129): strisce di gommapiuma riciclate da materassi che rappresentano la scabrosità della superficie lunare. La serie mostra l’interesse di Turcato per la materia e la pittura spaziale intesa come luogo dell’azione esteriore ed interiore. Un’esemplare verrà acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1964.

“Un cinismo filosofico governa l’opera di Turcato, l’indifferenza per il tema e per l’immagine. Tutto è occasione di pittura, perché tutto è sottoposto alla legge del tempo e dello spazio. La forma è consustanziale alla superficie del quadro ma non ne è mai schiacciata. Essa aderisce e nello stesso tempo si sottrae ad una fissione definitiva. Accenna alla sosta e contemporaneamente si dispone come sintomo di movimento. E la sua apparizione non ha un verso per essere guardata; perché non esiste dritto o rovescio. L’apparizione non rispetta la convenzione dello sguardo ma si insinua tra i due versanti della tela” (da Achille Bonito Oliva, La pittura come azione interiore, catalogo mostra, Galleria Sprovieri Roma, 1980). Stima: 7.000€/9.000€.

Hermann Nitsch, Pittura-azione n. 0/0, tecnica mista su tela di juta, 190×290, 1984 – Lotto n. 154 – da wannenesgroup.com
Hermann Nitsch, Pittura-azione n. 0/0, tecnica mista su tela di juta, 190x290, 1984
Hermann Nitsch, Pittura-azione n. 0/0, tecnica mista su tela di juta, 190×290, 1984 – Lotto n. 154 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Hermann Nitsch è un artista austriaco esponente del cosiddetto Azionismo Viennese. Gli artisti del Gruppo utilizzano il corpo e le azioni corporee come mezzi espressivi che invadono non solo la tela ma anche lo spazio circostante caratterizzando il processo artistico in senso ‘performativo’.

L’artista usa questo tipo di azioni a fini catartici disvelando in maniera ‘traumatica’ tematiche fatte oggetto di tabù nella società contemporanea: erotismo e religione, violenza contro gli animali e aspetti sociali e morali dell’essere parte di un sistema naturale basato sull’efferatezza sono ‘mostrati’ criticamente per il solo fatto di essere l’oggetto stesso, non mediato, dell’operazione artistica.

Intervistato da Beatrice Zamponi nel 2012 per la Repubblica (05 Giugno 2012) Nitsch afferma: “è solo passando attraverso i più bassi istinti dell’uomo che può avvenire la catarsi. Quando squartiamo un animale, sentiamo le sue viscere calde, beviamo il suo sangue, ritorniamo in contatto con qualcosa di primitivo che ci appartiene. È in questi momenti che esce fuori la nostra natura, che non è né buona né cattiva, è semplicemente il nostro istinto. Può essere anche violento, ma la violenza fa parte del mondo ed è meglio esorcizzarla in un rito collettivo che reprimerla. Viviamo in una forma di depressione latente, siamo anestetizzati. Le mie Azioni sono un modo per avvicinare la vita alla morte ed è da questa esperienza che usciamo più forti. Ecco perché la gente che partecipa mi ringrazia”. Stima: 28.000€/38.000€.

Hermann Nitsch, Pittura-azione n. 0/0, tecnica mista su tela di juta, 190×290, 1984 – Lotto n. 169 – da wannenesgroup.com
Hermann Nitsch, Pittura-azione n. 0/0, tecnica mista su tela di juta, 190x290, 1984
Piero Gilardi, Campo di granoturco, poliuretano espanso entro teca di plexiglass, 101x201x24, 2001 – Lotto n. 169 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Bellissima e grande opera di Piero Gilardi, “Campo di granoturco” in poliuretano espanso al lotto n. 169.

Gilardi è un artista torinese (classe 1942) ormai arrivato alla piena consacrazione con la grande mostra Nature Forever che il MAXXI Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo gli dedica quest’anno dal 13 aprile 2017 al 15 ottobre 2017.

I “Tappeti Natura” rappresentano uno dei cicli più importanti di Gilardi la cui attività nel dopoguerra si è articolata fra performance e arte ambientale. Il primo ciclo, importantissimo, risale agli anni 1965-1968 ma in seguito, e soprattutto ultimamente, l’artista ne ha prodotti moltissimi dalle piccole alle grandi dimensioni.

Quella di Gilardi è un’operazione sia concettuale che estetica in senso aristotelico: arte come riproduzione esatta della natura, artificio, ma non solo; si tratta di una palingenesi straniante: la natura rinasce dai materiali della sua distruzione, una sorpresa che l’uomo è, sperabilmente, capace di fare. Stima: 8.000€/12.000€.

Giuseppe Penone, Struttura del tempo, terracotta e liana arrotolata, 90x105x80, 1992 – Lotto n. 172 – da wannenesgroup.com
Giuseppe Penone, Struttura del tempo, terracotta e liana arrotolata, 90x105x80, 1992
Giuseppe Penone, Struttura del tempo, terracotta e liana arrotolata, 90x105x80, 1992 – Lotto n. 172 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes Group n. 222

Giuseppe Penone nasce nel cuneese nel 1947. Esponente di punta del movimento arte povera con Giovanni Anselmo e Michelangelo Pistoletto negli anni ’60, tiene la prima personale nel 1968 al Deposito d’Arte Presente con opere che utilizzano materiali non convenzionali quali piombo, rame, pece, corde e legno anche in combinazione con azioni causate da elementi naturali: per esempio pioggia e sole.

Dagli anni ’70 Penone ha approfondito una ricerca al confine fra land art, e quindi intervento naturale, e body art, intervento sul corpo. Penone in particolare indaga il rapporto esistente fra individualità ed esteriorità sia visivamente che concettualmente nei termini di disvelamento di una reciproca interazione di questi elementi che non è solo istantanea ma conduce ad una evoluzione creativa nello spazio-tempo concepita in senso memoriale e sensoriale.

“Struttura del tempo”, al lotto n. 172, è allo stesso tempo il genitivo soggettivo di ciò che la natura sa costruire per strati, ma anche, oggettivamente quanto noi sappiamo percepire di questa verità nell’artificialità del nostro essere homines fabresStima: 90.000€/110.000€.

Asta Minerva Auctions n. 137 – 11 Maggio 2017 – Roma, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 137 della Casa d’Aste Minerva Auctions di Roma si terrà in due tornate l’11 maggio, ore 11 (lotti 1-110) e ore 17 (lotti 120-292). La TopTen di SenzaRiserva.

Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100×70, 1953 – Lotto n. 159 – da minervaauctions.com
Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100x70, 1953
Giulio Turcato, Strada italiana, olio su tela, 100×70, 1953 – Lotto n. 159 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Originario di Mantova, Giulio Turcato compie studi artistici a Venezia ma ben presto si stabilisce a Roma. Qui è fra i promotori dell’Art Club nel 1945 e del Gruppo Forma 1 nel 1947 con Dorazio e Perilli.

Del 1952, anno precedente all’esecuzione dell’opera al lotto n. 159 “Strada italiana”, è la sua adesione al Gruppo degli Otto (Afro Basaldella, Renato Birolli, Antonio Corpora, Mattia Moreni, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova).

L’opera in asta è esemplificativa di queste esperienze. Turcato mostra infatti una sensibilità per la semplificazione delle forme che comunque ancora mantiene una stretta adesione al dato reale.

“Riconosciamo nel formalismo l’unico mezzo per sottrarci ad influenze decadenti, psicologiche, espressionistiche; il quadro, la scultura, presentano come mezzi di espressione: il colore, il disegno, le masse plastiche, e come fine un’armonia di forme pure: la forma è mezzo e fine. Il quadro deve poter servire anche come complemento decorativo di una parete nuda, la scultura anche come arredamento di una stanza; il fine dell’opera d’arte è l’utilità, la bellezza armoniosa” (dal Manifesto pubblicato nell’aprile del 1947 sulla rivista Forma 1, Mensile di Arti figurative, n. 1).

E ancora Lionello Venturi, presentando la Monografia del Gruppo per la partecipazione alla Biennale Veneziana del 1952, scrive: “se nel loro arabesco l’immagine di una barca o di un qualsiasi altro oggetto della realtà può essere inclusa, non si privano dell’arricchimento che quell’oggetto può dare alla loro espressione. Se essi sentono il piacere di una materia preziosa, di un accordo lirico di colore, di un effetto di tono, non vi rinunziano. Non sono dei puritani in arte, come gli astrattisti: accettano l’ispirazione da qualsiasi occasione e non si sognano di negarla”.  Stima: 10.000€/15.000€.

Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963 – Lotto n. 184 – da minervaauctions.com
Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963
Giuseppe Mazzullo, Oratore, pietra, 101x47x35, 1963 – Lotto n. 184 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Nato a Graniti, in provincia di Messina, nel 1913 Giuseppe Mazzullo compì gli studi di scultura all’Accademia di Belle Arti di Perugia. Nel 1935 già partecipa alla Quadriennale d’Arte di Roma dove mostra la sua predilezione per un gusto arcaizzante e la ricerca del tuttotondo che affinerà in quegli anni a Carrara dove conosce e subisce anche l’influenza di Arturo Martini.

Negli anni ’40 è professore di plastica all’Istituto d’Arte di Roma. La sua casa nel dopoguerra, in via Sabazio n. 34, diviene punto d’incontro di artisti e intellettuali dell’epoca fra cui Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Giuseppe Ungaretti. La scultura di Mazzullo in questi anni risente delle spinte neocubiste ed espressioniste che provengono d’oltralpe, ma nel 1950 alla XXV Biennale di Venezia il suo linguaggio è già pienamente neorealista.

A metà degli anni ’50 Mazzullo inizia una fase di sperimentazione che introduce una visione più libera e spaziale della figura umana. L’artista usa anche materiali diversi: il legno e in particolare la pietra grezza della Tolfa.

“Oratore”, lotto n. 184, del 1963 è una scultura concepita come un ritrovamento archeologico, segnata dalla forza degli elementi naturali (un’idea che oggi si ritrova nella mostra di Damien Hirst, Treasures from the wreck of the unbelievable, a Palazzo Grassi a Venezia). Opere che risentono inoltre delle ricerche sul ‘non finito’ e sulle torsioni di Michelangelo e che vivono di una intensa drammaticità. Stima: 5.000€/7.000€.

Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965 – Lotto n. 190 – da minervaauctions.com
Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965
Mirko Basaldella, Maschera solare, bronzo, d. 90, 1965 – Lotto n. 190 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Mirko Basaldella nasce ad Udine nel 1910. Studia a Venezia, all’Accademia di Belle Arti di Firenze e All’Accademia di Arti Applicate di Monza.

La scultura dell’artista, fin dagli anni ’30, riesce a coniugare un gusto arcaizzante ed una innata tensione espressionista ai principi dell’arte e della scultura classica (in particolare con riferimenti a Donatello e al Pollaiolo).

Al biennio 1946/1947 risalgono le prime opere caratterizzate da un linguaggio postcubista e surrealista dove Basaldella esprime al meglio quel ‘gusto per il mito’ che ha ereditato dagli insegnamenti di Arturo Martini.

Mito che si caratterizza nella sua scultura in varie forme: come recupero arcaizzante, dispiegarsi di forze e linee astratte, reciproca comunicazione fra opera e spazio.

Nel 1954 è alla Biennale di Venezia e sue opere vengono acquistate da Peggy Guggenheim. Nel 1957 è nominato direttore del Laboratorio di design della Harvard University in Massachusetts.

Dal 1963 alternerà stagioni in America e in Italia. La stagione estiva spesso in Italia, a Roma, col lavoro in fonderia, fra giugno e luglio; poi a Forte dei Marmi e infine nel suo Friuli.

“Mirko non è un puro e semplice ‘ladro d’immagini’, ma un creatore che sa come e quanto l’elevazione di forme simboliche sia importante per la costruzione di una nuova e diversa civiltà. […] tutto ciò appare positivo a Carol Giedion Welcker secondo la quale – è una nota del ’61 – Mirko ‘da anni, sta sviluppando tutta una serie di audaci esperimenti per immettere nella plastica moderna qualcosa di quell’arcaico sapore che era andato totalmente perduto nel secolo scorso e negli esperimenti costruttivisti di questo secolo'” (da Tito Maniacco,”Mirko Basaldella”, Edizioni Studio Tesi, Civiltà della Memoria, 1993, pag. 66). Stima: 8.000€/12.000€.

Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936 – Lotto n. 218 – da minervaauctions.com
Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936
Pericle Fazzini, Ritratto di Ungaretti, bronzo patina dorata, 27x23x16, 1936 – Lotto n. 218 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Pericle Fazzini nasce il 4 maggio 1913. Artista, progettista, insegnante all’Accademia di Firenze a partire dal 1955.

La sua opera “Ritratto di Giuseppe Ungaretti” di cui il lotto n. 218 in asta è una ‘prova’ prima della realizzazione, è esposto all’interno del Museo Novecento di Firenze. Una versione in legno a mezzo busto si trova invece nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

Dal 1930 Fazzini segue i corsi della Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Roma. Nel 1936 stabilisce il suo studio in via Margutta. Invitato alla Biennale di Venezia nel 1935 e poi nel 1938.

Gli anni ’30 rappresentano senza dubbio la vetta della produzione artistica di Fazzini. Le opere di questo periodo sono improntate a un deciso superamento dei canoni classici ottenuto attraverso un accentuato e riuscitissimo lirismo delle figure.

Scrive l’artista: “voglio che la figura umana, fisica, sia sempre il mio limite, o meglio, il mio punto di riferimento”. Stima: 10.000€/15.000€.

Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35×40, 1966 – Lotto n. 224 – da minervaauctions.com
Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35x40, 1966
Achille Perilli, La retorica irreale, tecnica mista su tela, 35×40, 1966 – Lotto n. 224 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

“La retorica irreale” al lotto n. 224 è una piccola ma significativa opera di Achille Perilli del 1969.

La fine degli anni ’60 è un passaggio importante nella  pittura dell’artista di Forma 1. Perilli infatti in questi anni continua da una parte un ciclo improntato alla geometrizzazione ed alla razionalizzazione di un discorso tachista di espressione della soggettività emotiva ed impressionistica (evidente in questo lotto).

Dall’altra inaugura le opere della produzione fino ai giorni nostri e che caratterizzano al meglio quell’irrazionale geometrico che è la sua invenzione.

Un passo dello scritto teorico di Perilli, Indagine sulla prospettiva, “Grammatica”, n. 3, Roma, luglio 1969, risulta particolarmente illuminante rispetto alle opere dell’artista come questa in asta: “Se il linguaggio è universo a se stante (ogni universo è in primo luogo un universo in quanto è proprio una morfologia ed è sottoposto a tutto il rigore e a tutta l’arbitrarietà della morfologia) e se la pittura è un linguaggio che si propone di volta in volta con la presenza esistenziale del pittore e con la sequenza del suo lavoro ( e non con la singola opera) di determinare la condizione del suo esistere: allora la verifica che noi possiamo operare sulla validità linguistica, all’interno delle leggi stesse che regolano quel linguaggio, all’interno delle sue proprie contraddizioni, che creano il movimento e lo sviluppo.

La sequenza annulla il valore singolo dell’intuizione e introduce il concetto della ricerca contrapposto a quello della creazione. Il lavoro della fantasia si compie quindi non più per gesti isolati, ma realizzando una struttura elaboratrice di dati, atta nel suo svolgersi ad analizzare i nuovi materiali emersi ad organizzarli in nuovi moduli espressivi”. Stima: 10.000€/15.000€.

Tano Festa, 15 – N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50×70, 1961 – Lotto n. 243 – da minervaauctions.com
Tano Festa, 15 - N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50x70, 1961
Tano Festa, 15 – N. 6, tecnica mista e collage su cartoncino, 50×70, 1961 – Lotto n. 243 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

L’anno scorso da Christie’s Milano un’opera di Tano Festa (intitolata “Via Veneto 2”), certo più grande, in cui Tano Festa sostituisce le strisce di carta verticali, che scandiscono l’opera con listelle di legno, ha segnato il record di battuta d’asta per l’artista a 517.000 euro.

Si tratta di opere storiche, come questa al lotto n. 243 “N. 6”. Sono le prime opere di uno dei protagonisti della “Giovane Scuola di Roma” (Schifano, Angeli, Renato Mambor e Sergio Lombardo inizialmente) nella definizione di Cesare Vivaldi.

Dopo un inizio informale venato di surrealismo alla Sebastian Matta, dal 1960 Festa dà il via ad un azzeramento del linguaggio artistico con opere di cui questa in asta è un esempio. Scansioni verticali di rossi e bianchi, un richiamo da una parte attraverso il rosso ad una materia organica primaria, il sangue, e dall’altra alla purezza della luce col bianco; rosso ancora della luce della camera fotografica, tecnica tanto amata; riquadri che rimandano al concetto base di immagine, frame, successione temporale da cui si svilupperà tutta lasuccessiva ricerca pop dell’artista. Stima: 35.000€/45.000€.

Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34×25.7, olio su tavola, 1916 – Lotto n. 245 – da minervaauctions.com
Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34x25.7, olio su tavola, 1916
Alberto Gleizes, Natura morta, olio su tavola, 34×25.7, olio su tavola, 1916 – Lotto n. 245 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Alberto Gleizes è a pieno titolo uno dei più importanti rappresentanti francesi del cubismo. Dal 1911 Gleizes fu fra i principali espositori di opere cubiste nei saloni parigini tanto da fondare il cosiddetto “Gruppo dei Saloni”.

Allo scoppio della grande guerra, prima arruolato e poi riformato, nel 1915 si trasferisce a New York. Nel 1916 è nuovamente in Europa a Barcellona con la moglie Juliette Roche.

L’opera al lotto n. 245 “Natura morta” porta testimonianza dell’originalità del contributo di Gleizes alla pittura cubista. La decostruzione geometrica delle forme Picassiane mantiene un realismo formale di grande spessore in Gleizes, anche se esso è più evidente nelle opere con le figure umane, per esempio si vedano L’Homme au balcon del 1912 e La Dame aux bêtes del 1914.

La tavolozza di questi primi anni è scura, nella tonalità dei marroni, ma già tende ad accendersi in campiture vivide di colore caratteristiche della successiva produzione. Stima: 50.000€/70.000€.

Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5×50.5×2.5, 1970 – Lotto n. 249 – da minervaauctions.com
Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5x50.5x2.5, 1970
Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria, libro svuotato e fustellato al centro, 69.5×50.5×2.5, 1970 – Lotto n. 249 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Nato a Milano nel 1926 Vincenzo Agnetti frequenta l’Accademia di Brera e la scuola del Piccolo Teatro. Esordisce come artista alla fine degli anni ’50. In quegli anni partecipa con Piero Manzoni ed Enrico Castellani alla redazione di Azimuth.

Nel 1962 è in Argentina dove lavora nel campo dell’automazione elettronica inaugurando un periodo che l’artista stesso definisce “liquidazionismo o arte no” e che finirà solo nel 1967 con la prima personale presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Da allora Agnetti è stato uno dei protagonisti, insieme a Piero Manzoni, dell’arte concettuale italiana.

Il primo esemplare del ciclo “Libro dimenticato a memoria” (lotto n. 249) risale al 1969. L’opera è una sintesi perfetta della ricerca epistemologica, sul linguaggio e la memoria, dell’artista milanese.

Agnetti riporta la definizione ossimorica “dimenticato a memoria” in un immaginario visuale che vive di pieno e vuoto e che sostanzialmente riporta il processo della conoscenza al concetto di cornice, equivalenza di una strutturazione gnoseologica dell’apprendimento.

Siamo la nostra memoria sembra dirci Agnetti non in quanto ricordiamo ma poiché abbiamo conosciuto, ed essa è il repertorio delle possibilità nell’ambito di una possibilità di condivisione. Guardare dentro e oltre un libro è ritrovare noi stessi. Stima: 30.000€/40.000€.

Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50×60, 1977 – Lotto n. 260 – da minervaauctions.com
Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50x60, 1977
Carla Accardi, Verde rosso, tempera alla caseina su tela, 50×60, 1977 – Lotto n. 260 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Opera bellissima della trapanese Carla Accardi al lotto n. 260 “Verde rosso”. Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Palermo, l’Accardi vive il dibattito fra astrattismo e realismo nella Roma del dopoguerra.

Nel 1947 è fra i fondatori del Gruppo Forma 1 con Antonio Sanfilippo che sposerà nel 1949, Ugo Attardi, Piero Dorazio, Pietro Consagra, Mino Guerrini, Concetto Maugeri, Achille Perilli e Giulio Turcato.

Ben presto e fino all’inizio degli anni ’60 la ricerca dell’Accardi si orienta verso l’astrattismo segnico, ripreso, dopo una decennale parentesi più ottico-cinetica, alla fine degli anni ’70, approfondendo un discorso percettivo sul colore che evidenzia la scansione ritmica coscienziale delle sue opere.

“Frammenti di labirinto […] e ‘arcieri’ si schierano in ‘assedi’. L’organizzazione di questi spazi nuovi è autentica ma non ingenua: rispecchia la conoscenza sottile dei ritmi, echi e modulazioni della pratica pittorica. […] Rispettare le distanze giuste, ripetere la calligrafia […] ripercorrere gli stessi ‘labirinti’, le stesse ‘battaglie’ – questo per Carla Accardi è esercizio di coscienza di sé, non di stile” (da Anne Marie Boetti Sauzeau, “Carla Accardi”, in DATA n. 20, marzo-aprile 1976, pp. 72-74). Stima: 30.000€/40.000€.

Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76×54, 1946 – Lotto n. 263 – da minervaauctions.com
Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76x54, 1946
Filippo De Pisis, Venezia, Canale con ponte e gondole, olio su tela, 76×54, 1946 – Lotto n. 263 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Luigi Filippo Tibertelli de Pisis nasce a Ferrara nel 1896. Conosce a Ferrara, fin dal 1915, i pittori metafisici: Giorgio De Chirico, Alberto Savinio e poi Carlo Carrà. Gli inizi infatti della sua pittura risentono dell’influenza di questi ultimi.

Ben presto però l’artista trova la sua cifra originale, con quella particolarissima pittura carica di suggestioni ed impressioni definita da Eugenio Montale “pittura a zampa di mosca”.

Dal 1925 De Pisis è a Parigi, dove soggiornerà per 14 anni, instaurerà rapporti e verrà influenzato dalla pittura di Manet, Corot, Matisse e dei Fauves.

Nel 1943 si trasferisce a Venezia dove, ispirato dalla pittura di Francesco Guardi e di artisti del XVIII secolo veneziano, De Pisis accentua le caratteristiche interpretative tese a descrivere una realtà evanescente ed evocativa, in cui le forme tendono a sfaldarsi e le emozioni a scomporsi in luci ed ombre. Esemplare a tal proposito il lotto n. 263 “Canale con ponte e gondole”. Stima: 10.000€/15.000€.

Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80×100 – Lotto n. 284 – da minervaauctions.com
Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80x100
Ugo Attardi, Nudo e tramonto, olio su tela, 80×100 – Lotto n. 284 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 137

Opera non datata, ma bella, del genovese Ugo Attardi al lotto n. 284 “Nudo e tramonto”.

Artista assai bistrattato dal mercato nonostante la sua storia. Attardi è stato fra i firmatari del Manifesto del Gruppo Forma 1 nel 1947. Ha partecipato a numerose Biennali di Venezia quale esponente, dagli anni ’50, di un realismo dai fortissimi tratti espressionisti.

Colori caldi ed una grande sapienza compositiva distinguono il “nudo” in asta. Nudo che rivela la capacità plastica di Attardi anche come scultore, in particolare dagli anni ’60.

La bellezza del corpo femminile è una delle tematiche costanti di Attardi insieme alla violenza, ad immagini tratte da opere epiche quali l’Eneide e l’Odissea, oppure dalla Divina Commedia e dal Don Chisciotte, fino ai paesaggi siciliani e a quelli della periferia di Roma.

Attardi fu anche un dotato scrittore. Vinse il Premio Viareggio nel 1971 con il romanzo “L’Erede selvaggio”. Stima: 2.000€/3.000€.