Asta Pananti n. 123 – 27 Maggio 2017 – Firenze, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 123 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Pananti di Firenze si terrà il giorno 27 maggio 2017 alle ore 16.00. La TopTen di SenzaRiserva.

Xavier Bueno, Ragazzo di periferia, olio su tela, 70×50, 1957 – Lotto n. 84 – da pananti.com
Xavier Bueno, Ragazzo di periferia, olio su tela, 70x50, 1957
Xavier Bueno, Ragazzo di periferia, olio su tela, 70×50, 1957 – Lotto n. 84 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

La pittura cupa e materica del pittore spagnolo Xavier Bueno è protagonista al lotto n. 84 “Ragazzo di periferia”, del 1957. Nato a Vera de Badisoa nel 1915 Xavier frequenta l’Accademia di Belle Arti a Ginevra dove già mostra il suo interesse per il reale preferendo alle avanguardie di moda una pittura ispirata al classicismo di Goya e Velasquez. Del 1937 è la prima personale a Ginevra. Nel 1940 si trasferisce col fratello Antonio a Firenze, che rimarrà sua patria di elezione fino alla morte.

Nel dopoguerra l’artista amplifica l’interesse per le tematiche sociali. Con il fratello Antonio, Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni fonda il Gruppo dei Pittori Moderni della Realtà.

Scrivono nel Manifesto (un opuscolo distribuito alla prima mostra del Gruppo tenutasi a Milano, presso la Galleria de ‘L’Illustrazione Italiana’, nel novembre del 1947): “Noi rinneghiamo tutta la pittura contemporanea dal postimpressionismo a oggi, considerandola l’espressione dell’epoca del falso progresso e il riflesso della pericolosa minaccia che incombe sull’umanità.

Noi riaffermiamo invece quei valori spirituali e più precisamente morali senza i quali fare opera di pittura diventa il più sterile degli esercizi. Noi vogliamo una pittura morale nella sua più intima essenza, nel suo stile stesso, una pittura che in uno dei momenti più cupi della storia umana sia impregnata di quella fede nell’uomo e nei suoi destini, che fece la grandezza dell’arte nei tempi passati

Noi ricreiamo l’arte dell’illusione della realtà, eterno e antichissimo seme delle arti figurative.

Noi non ci prestiamo ad alcun ritorno, noi continuiamo semplicemente a svolgere la missione della vera pittura. Immagine di un sentimento universale, noi vogliamo una pittura capita da molti e non da pochi “raffinati”. […]

Di fronte a un nuovo accademismo o passatismo, fatti di avanzi di formule cubiste e di sensualità impressionista standardizzata, noi abbiamo esposto una pittura che, incurante di mode e di teorie estetiche, cerca di esprimere i nostri sentimenti attraverso quel linguaggio che ognuno di noi, a seconda del proprio temperamento, ha ritrovato guardando direttamente la realtà”.

E il linguaggio di Xavier, pur dopo lo scioglimento del Gruppo nel 1949 e l’evoluzione stilistica degli anni a venire, non tradirà mai questi concetti. Stima: 15.000€/20.000€.

Giuseppe Migneco, Operai in fabbrica, olio su tela, 90×70, 1953 – Lotto n. 97 – da pananti.com
Giuseppe Migneco, Operai in fabbrica, olio su tela, 90x70, 1953
Giuseppe Migneco, Operai in fabbrica, olio su tela, 90×70, 1953 – Lotto n. 97 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Nato a Messina nel 1903 Giuseppe Migneco compie gli studi di Medicina a Milano dove si trasferisce dal 1931. Intanto coltiva la passione per la pittura e frequenta artisti quali Aligi Sassu, Raffaele De Grada, Renato Birolli.

Nel 1937 è fra i fondatori del movimento artistico e culturale che ruota attorno alla rivista Corrente. La rivista porta avanti un acceso dibattito critico sulla cultura, non solo artistica, e sulle avanguardie nazionali ed internazionali.

Dopo la guerra Migneco è a pieno titolo fra gli esponenti di punta del realismo sociale, con una pittura figurativa di grande plasticismo, dai colori accesi e dai forti chiaroscuri.

L’artista siciliano fu definito “intagliatore di legno che scolpisce col pennello” per la linearità e la potenza del tratto con cui eseguiva le figure: contadini, pescatori, operai, sportivi. Bellissime le pieghe della giacca dell’operaio in primo piano al lotto n. 97 “Operai in fabbrica”, intento ad accendersi una sigaretta. Stima: 10.000€/15.000€.

Massimo Campigli, Bozzetto, tecnica mista su cartone, 64×140, 1938 – Lotto n. 106 – da pananti.com
Massimo Campigli, Bozzetto, tecnica mista su cartone, 64x140, 1938
Massimo Campigli, Bozzetto, tecnica mista su cartone, 64×140, 1938 – Lotto n. 106 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Di origine berlinese, Massimo Campigli vive dapprima a Firenze con la nonna materna e la madre, poi dal 1907 a Milano. Arruolato, fu prigioniero in Germania nel 1916 e successivamente deportato in Ungheria. Riuscito a fuggire, si rifugiò in Russia. Rientrato in Italia alla fine della guerra lavora come giornalista presso il Corriere della Sera che lo sposta come inviato a Parigi dal 1919.

Nel 1926 a Milano Campigli espone alla Prima mostra di Novecento Italiano nel clima del ritorno all’ordine post-bellico. Il movimento si caratterizza per il recupero di quei valori classici di armonia ed equilibrio per i quali fu anche definito “neoclassicismo semplificato”. A Parigi l’artista fa parte del Groupe des sept con Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Renato Paresce, Alberto Savinio, Mario Tozzi e Gino Severini.

Nel 1928 Campigli visita il Museo etrusco di Villa Giulia a Roma rimanendo affascinato da quelle forme e quelle stilizzazioni della figura che l’artista farà sue in seguito riuscendo a ‘codificare’ un linguaggio espressivo originale ed essenziale fin quasi al simbolismo figurativo.

Fra il 1937 ed il 1940 gli fu commissionato un affresco di trecento metri quadri nell’atrio di Palazzo Liviano a Padova che raffigurasse ‘l’archeologia’. Scrive l’artista nel 1940: “ho preferito trattare l’archeologia come fonte di conoscenze storiche, artistiche e di pensiero politico. Il mio affresco rappresenta infatti una idealizzazione del sottosuolo d’Italia, materiato di cose antiche, opere d’arte monumenti e anche di combattenti accatastati. Gli archeologi scavano trovano oggetti e libri, nell’affresco del Liviano io rinuncio ad ogni partito preso formale polemico e ciò perché mi rendo conto della funzione sociale della pittura monumentale”.

Al lotto n. 106 un “Bozzetto” preparatorio di questo bellissimo affresco. Il bozzetto rappresenta una delle scene del registro superiore dell’atrio:  una schiera di uomini in abiti contemporanei che osserva in alto il lavoro di tre operai che erigono una colonna istoriata (mancante la parte in alto).  Stima: 60.000€/70.000€.

Giorgio De Chirico, Battaglia equestre, olio su tela, 64×46.5 – Lotto n. 109 – da pananti.com
Giorgio De Chirico, Battaglia equestre, olio su tela, 64x46.5
Giorgio De Chirico, Battaglia equestre, olio su tela, 64×46.5 – Lotto n. 109 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Una bella scena di “Battaglia equestre” del grandissimo Giorgio De Chirico, padre della pittura metafisica, al lotto n. 109.

Il periodo dei capolavori metafisici dell’artista di Volos, città greca dove nacque, si può far risalire al decennio 1909-1919, con un ‘perfezionamento’ in senso surreale, architettonico e magico, dovute alle influenze parigine e a quelle dell’amico Carlo Carrà, che lo estende fino al 1925.

Tuttavia De Chirico non verrà mai meno ai “valori plastici” eredità di una formazione ed un talento per il quale eccelleva nel disegno. I “cavalli” in particolare rappresentano un soggetto assai ripetuto e che lega indissolubilmente l’artista alla pittura antica. Renoir, Gericault, Rubens, Velasquez sono gli artisti da cui De Chirico riprende e rielabora nell’eseguire questo tipo di opere dagli anni ’30 in poi.

“Nella pittura antica i due elementi della materia pittorica [la materia fisica e la materia metafisica] si sono completati e si sono sviluppati nel corso dei secoli, per arrivare alla perfezione ottenuta da Rubens, da Tiziano, da Velázquez ed altri maestri” scrive nell’articolo Discorso sulla materia pittorica pubblicato sul “Corriere Padano” del 5 maggio 1942.

Basti confrontare un’opera quale il “Bozzetto de’ La Battaglia di Anghiari” del 1603 di Rubens (Museo del Louvre, Parigi), copia eseguita a matita su carta del celebre dipinto di Leonardo da Vinci, per capire di cosa stiamo parlando. Stima: 150.000€/200.000€.

Carlo Maria Mariani, Quadro mutilato, olio su tela, 43×32.5, 2003 – Lotto n. 112 – da pananti.com
Carlo Maria Mariani, Quadro mutilato, olio su tela, 43x32.5, 2003
Carlo Maria Mariani, Quadro mutilato, olio su tela, 43×32.5, 2003 – Lotto n. 112 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Carlo Maria Mariani si forma all’Accademia di Belle Arti di Roma. Risiede a New York dal 1993. Esordisce con le prime opere nel 1973 con creazioni figurative formalmente perfette che rimandano ai canoni classici.

Mariani è stato collocato nell’ambito della pittura colta e dell’anacronismo da alcuni critici alla fine degli anni ’70 ed all’inizio degli ’80 (anni in cui si cominciarono ad avvertire i primi segni di stanchezza nelle avanguardie).

La pittura di Mariani infatti rimanda a quella rinascimentale e barocca, al neoclassicismo, al manierismo. Si tratta però anche di pittura concettuale che l’artista sviluppa a partire da una folgorazione, come racconta, nel momento in cui si riconosce anche “storico dell’arte”.

Mariani combina immagini classiche e soggetti tratti da epoche diverse, da Picasso, Magritte, Calder, Brancusi, Beyus ideando scenari surreali e metafisici che riflettono, con un retrogusto ironico, sulla vita e sull’arte stessa.

L’artista, oltre a importanti e numerosissime mostre nazionali ed internazionali è stato alla Biennale di Venezia nel 1982, nel 1984 e nel 1990. Stima: 13.000€/15.000€.

Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100×100, 1998 – Lotto n. 161 bis – da pananti.com
Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100x100, 1998
Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100×100, 1998 – Lotto n. 161 bis – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Un bel “tappeto natura” di Piero Gilardi in poliuretano espanso al lotto n. 161 bis “Oro e pietre”. Bello perché minimale, seppur di grandi dimensioni, ben bilanciato nella composizione e non sovraccarico come in altre prove.

Portare l’arte nella realtà e allo stesso tempo portare la realtà nell’arte è il concetto che potrebbe riassumere la ricerca dell’artista torinese, formatosi alla scuola provocatoria degli amici Aldo Mondino e Michelangelo Pistoletto. Se il primo lo fa con i cioccolatini e l’altro con le superfici specchianti e quindi l’ambiente e la figura umana, Gilardi ci riesce oggettivando la mimesi stessa, staccandola dalla pareti, usando la tridimensionalità e rimuovendo quel filtro autoriale che distingue il prodotto dal produttore.

La corporeità e l’esperienza sensoriale sono protagoniste delle opere di Piero Gilardi, vere e proprie esperienze di riflessione, ambienti didattici di educazione al rispetto, isole per respirare, attraverso la tecnologia e l’arte, la nostra vera natura. Stima: 7.000€/8.000€.

Piero Pizzi Cannella, Piccolo vaso a becco d’uccello, olio su tela, 80×40, 1994-1995 – Lotto n. 180 – da pananti.com
Piero Pizzi Cannella, Piccolo vaso a becco d’uccello, olio su tela, 80x40, 1994-1995
Piero Pizzi Cannella, Piccolo vaso a becco d’uccello, olio su tela, 80×40, 1994-1995 – Lotto n. 180 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Piero Pizzi Cannella è un artista concettuale romano formatosi inizialmente nell’ambito della cultura anacronista e poi animatore della Nuova Scuola Romana detta anche Scuola di San Lorenzo con Bruno Ceccobelli, Nunzio Di Stefano, Giuseppe Gallo e Gianni Dessì (1984).

La pittura di Pizzi Cannella ruota attorno ad oggetti simbolici ed evocativi: anfore, indumenti, mobili che l’artista usa come strumenti rituali che rimandano all’uomo ed al suo essere nel mondo, terreno ed ultraterreno.

Il grande assente dalle opere di Pizzi Cannella è l’uomo, di cui appunto si descrive l’essere perennemente altrove, l’essere stato, la speranza di un ritorno.

Al lotto n. 180 “Piccolo vaso a becco d’uccello” un’opera dal sapore “magico primario” ma più intellettualistica e simbolica; quasi un omaggio al mondo egizio, con un vaso che assomiglia a un sarcofago e la stilizzazione sacrale di un grande re uccello.

Un’arte di sapore ‘archeologico’, tant’è che nel 2001 il Museo Archeologico di Aosta ha esposto una selezione di sue opere su carta: Carte 1980-2001. Stima: 14.000€/15.000€.

Luciano Ventrone, È avventato dice la prudenza, olio su tela, 70×60, 2006 – Lotto n. 180 – da pananti.com
Luciano Ventrone, È avventato dice la prudenza, olio su tela, 70x60, 2006
Luciano Ventrone, È avventato dice la prudenza, olio su tela, 70×60, 2006 – Lotto n. 180 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Luciano Ventrone è un pittore iperrealista romano. Nato nel 1942, frequenta la Facoltà di Architettura fino al 1968 quando decide di dedicarsi interamente all’arte.

Vittorio Sgarbi (Il Giornale, 15 marzo 2010) ha definito Ventrone “il pittore dell’iperbole”, questo perché l’artista romano non solo riproduce la realtà ma la amplifica come succede per esempio con le altissime risoluzioni degli schermi televisivi di ultima generazione che in qualche modo sorprendono l’occhio attraverso la loro dichiarata ‘artificiosità’.

Solo che in questo caso a restituire un vero più vero del vero, il vero che vorremmo, non è la tecnologia ma l’artista Ventrone padrone assoluto dei rapporti, delle armonie di colore, degli effetti di luce. E la sua realtà è più o meno sfacciata a seconda del piano cinematografico, del taglio che l’artista sceglie di dare alla scena. In questo caso un taglio pudico nella nudità, limpido e puro come un limone (lotto n. 180 “È avventato dice la prudenza”). Stima: 18.000€/25.000€.

Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela, 60×60, 1975 – Lotto n. 200 – da pananti.com
Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela, 60x60, 1975
Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela, 60×60, 1975 – Lotto n. 200 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

La raffinatezza del ligure Emilio Scanavino contrassegna l’opera al lotto n. 200 “Dall’alto”. Scanavino è stato uno dei pochi grandissimi artisti del dopoguerra italiano, capace in modo assai precoce di superare la sterilità dell’informale attraverso l’elaborazione di un linguaggio personale e critico.

Critico perché si potrebbe affermare che i segni, geometrici o tachisti, calligrafici o figurali che l’artista utilizza durante tutta la sua storia artistica sono una specie di ‘bisturi’ per incidere, di ‘pinza’ per afferrare quella matassa di energia e sofferenza che è alla base di una visione nichilista ed esistenziale della parabola umana.

Scanavino compie, attraverso il segno (nodi, grovigli, geometrie) tentativi di razionalizzazione del reale più o meno riusciti, che non sono si badi bene opere più o meno riuscite, ma testimonianze di una soggettività inquieta e problematica che guarda la realtà oltre il fenomeno: talvolta intuita, altre sfuggita, raramente, ed è il caso dell’opera in asta, catturata. Stima: 15.000€/18.000€.

Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su tela, 200×150 – Lotto n. 180 – da pananti.com
Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su tela, 200x150
Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su tela, 200×150 – Lotto n. 180 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 123

Opera bellissima di Mario Schifano, il fuoriclasse della nostra scuola pop italiana sono i gigli d’acqua al lotto n. 180 “Senza titolo”. Opera di grandissime dimensioni (200×150) che vanta come pedigree il certificato di autenticità della sola Fondazione Schifano ma che reca su di sé i tratti forti, i colori accesi, la matericità di uno Schifano ispirato.

Sicuramente il grande pittore della Scuola di Piazza del Popolo dipinge l’opera nel corso degli anni ’80, anni in cui Schifano ritrova un nuovo fervore creativo e forse la vena più istintiva e caratteriale della sua storia artistica.

Non a caso gli anni ’80 sono contraddistinti dalla cosiddetta “fine delle avanguardie” nel segno di un “ritorno alla pittura”,che nel caso di Schifano però non è scelta pensata e impegnata ma necessità personale di un uomo che la realtà l’aveva incarcerata in una visione ma che adesso finalmente se ne riappropria aldilà della razionalizzazione comunicativa.

Se negli anni ’70 Schifano dipinge i paesaggi anemici e le vedute interrotte è perché l’artista si limita, magari ironicamente e/o in maniera sofferta, a riprodurre pittoricamente la cultura pop passata dal mezzo televisivo. Negli anni ’80 invece Schifano ridipinge la realtà o dipinge la realtà sul supporto fotografico, obliterando le stampe televisive, le tele emulsionate. Fa questo, e si vede, con una grandissima gioia espressiva. Opera che tutti vorrebbero nella propria collezione. Stima: 30.000€/50.000€.

Asta Farsettiarte n. 180 – 26 e 27 Maggio 2017 – Prato, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 180 della Casa d’Aste Farsettiarte di Prato si terrà in tre sessioni nei giorni 26 e 27 Maggio: Sessione I – lotti 1-317, 26 Maggio, ore 15.30; Sessione II – lotti 318-575, 27 Maggio, ore 11.00; Sessione III – lotti 601-702, 27 Maggio, ore 16.00.

Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2×41, 1937 – Lotto n. 264 – da farsettiarte.it
Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2x41, 1937
Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2×41, 1937 – Lotto n. 264 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Una tecnica mista su carta del 1937 di Luigi Veronesi “Senza titolo” come questa al lotto n. 264, di tale qualità, non è opera che si vede passare spesso in asta.

Nato a Milano nel 1908 la formazione pittorica di Veronesi fu perlopiù da autodidatta. Dopo un inizio figurativo, nel 1930 fu folgorato dalla ‘scoperta’ delle opere di Klee, Schlemmer, Kandinskij e gli altri artisti del Bauhaus esposti nel padiglione Germania alla Biennale di Venezia.

Gli anni ’30 dunque segnano il nascere del linguaggio geometrico astratto di Veronesi, una delle prime testimonianze astratte in Italia insieme a quelle di Mauro Reggiani e dei comaschi Manlio Rho e Mario Radice.

Uno spirito ‘illuministico’, una rinnovata fiducia nella scienza e nella collaborazione fra arte e tecnica, l’apertura alla molteplicità delle arti applicate e un approfondimento delle tematiche percettive animano le opere di Veronesi.

Veronesi che non accoglierà mai le teorie mistiche e spiritualiste propugnate da Carlo Belli all’interno del gruppo degli astrattisti milanesi, rimanendo sempre fedele ad una ispirazione che non trascende le forme naturali: “gli stimoli mi vengono tutti dal pensiero, dal cervello; però, siccome io studio molto la natura in tutte le sue manifestazioni, anche le meno appariscenti, e ricerco specialmente la geometria in essa, probabilmente mi arrivano degli stimoli anche da queste osservazioni” (da L. Marucci, Vivere la geometria. Incontro con Luigi Veronesi, in “Luigi Veronesi. Razionalismo lirico 1927-1997”, p. 33). Stima: 2.500€/3.500€.

Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89×119.5, 1961 – Lotto n. 310 – da farsettiarte.it
Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89x119.5, 1961
Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89×119.5, 1961 – Lotto n. 310 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Antonio Bueno è stato un’artista italiano di origini spagnole (ottenne la cittadinanza italiana nel 1970).

Nato a Berlino, nel 1940 si trasferì in Italia con il fratello Xavier. Entrambi parteciparono al Gruppo dei Pittori Moderni della Realtà con Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni.

Il Gruppo avrà vita breve anche per l’inquietudine di Antonio che fu uno sperimentatore aperto alle avanguardie e desideroso di crearsi uno stile personale.

A cavallo degli anni ’50 e ’60 il linguaggio di Bueno subisce profonde trasformazioni, passando da un decennio di sperimentazioni metafisiche dove la figura umana ha poco spazio (la fanno da padrone pipe, gusci d’uovo, pennelli) ad un altro in cui l’artista tocca l’arte monocromatica, la poesia visiva, l’arte multimediale, la pop art.

Le precocissime figure in asta nell'”Omaggio alla Scuola di Fontainebleau” al lotto n. 310 sono un interessantissimo e bellissimo esempio di quei personaggi neotenici che caratterizzeranno l’originale figurazione di Antonio.

L’opera compie una perfetta sintesi delle tensioni presenti nella personalità dell’artista di origini spagnole: quelle verso una pittura colta, allegorica, decorativa nel manierismo, rinascimentale nella perfezione formale, insieme erotica e investita di sacralità. Al lotto n. 310 c’è tutto questo, in una estremizzazione ‘astratta’ di quelle figure perfette di donna rappresentate, per esempio, nel celebre dipinto “Gabrielle d’Estrées e sua sorella” opera di ignoto della Scuola di Fontainebleau del 1595 circa dove nel tocco del capezzolo dell’amante dell’imperatore da parte della sorella si prefigura la nascita dell’erede al trono, il figlio di Enrico IV. Stima: 12.000€/20.000€.

Claudio Cintoli, Radice Fessura – Peso Morto n. 75, 1969-1970 – Lotto n. 492 – da farsettiarte.it
Claudio Cintoli, Radice Fessura - Peso Morto n. 75, 1969-1970
Claudio Cintoli, Radice Fessura – Peso Morto n. 75, 1969-1970 – Lotto n. 492 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Breve è stata l’esistenza di Claudio Cintoli, artista nato ad Imola nel 1935 e morto a Roma nel 1978. Le prime personali risalgono al 1958 al Palazzo Comunale di Recanati e poi alla Galleria La Medusa di Roma.

Le opere giovanili, fino alla prima metà degli anni ’60 mostrano dapprima una figuratività emotiva ed espressiva vicina ad autori quali Ennio Morlotti e Antonio Corpora, che presto però si apre all’informale europeo con echi da Kline ad Hartung.

L’opera al lotto n. 492 “Radice Fessura – Peso Morto n. 75” anticipa invece le ricerche successive dell’artista romagnolo. Queste saranno caratterizzate da una duplicità che mostra da un lato una tensione verso l’azzeramento dell’arte pop (in quest’opera riscontrabile nel framing e nella monocromia) dall’altro in un bisogno di riflessione esistenziale sull’essere al mondo e sulla sofferenza.

L’artista recupera infatti all’interno dell’inquadratura percettiva un elemento magmatico e naturale, legato anche al mondo contadino, che gli consente simbolicamente di toccare tematiche allo stesso tempo concrete e metafisiche: la vita, la morte, la nascita, la caduta.

Opera che preannuncia le originali sperimentazioni e performance di Cintoli sulla body art. Si pensi a “Crisalide”, azione presentata nel 1972 a Palazzo Taverna di Roma, performance estrema così descritta dall’artista: “sarò chiuso in un sacco sospeso a un muro, muovendomi dentro in modo che il sacco assuma posizioni sempre diverse; poi lo forerò pian piano per uscirne, come in una rinascita”. La radice che rinasce dalla fessura. Stima: 25.000€/35.000€.

Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81×54, 1958 – Lotto n. 541 – da farsettiarte.it
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81x54, 1958
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81×54, 1958 – Lotto n. 541 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Nato nel 1923 a Partanna in provincia di Trapani, Antonio Sanfilippo frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze e quella di Palermo. Nel primo dopoguerra sposa le istanze di rinnovamento neocubista ma ben presto aderisce, nel 1947 a Roma, al Gruppo Forma 1 nel desiderio di un’arte attenta al formalismo ma anche impegnata nel reale.

È alla Biennale di Venezia nel 1948, nel 1954, nel 1964 e nel 1966 con sala personale.

L’opera di Sanfilippo percorre il solco dell’informale segnico. Alla fine degli anni ’60 stretta si fa la sua conoscenza con Michel Tapié che lo coinvolge nel suo movimento dell’art autre portandolo fino ad esporre accanto a Pollock, Kline, de Kooning e i giapponesi del Gruppo Gutai ad Osaka.

Scrive Sanfilippo qualche anno prima di dipingere l’opera al lotto n. 541 “Senza titolo”, nel 1955: “l’espressione per mezzo dei semplici segni posti sulla tela con immediatezza riporta la pittura agli inizi e dà ad essa un grande possibilità di sviluppo. Il segno è l’elemento essenziale dell’espressione, il primo grado della forma, l’articolazione del linguaggio. Alla base di questa ricerca vi è la volontà di scoprire una primordialità innata, necessaria.

In un quadro l’immagine viene determinata da un complesso di articolazioni di segni legati o sovrapposti in raggruppamenti che creano spazio ed emozione. Una rappresentazione concentrata ed essenziale. Occorre però che il segno sia suggestivo in sé stesso e abbia una capacità evocatrice. Si dovrà dimenticare ogni altro luogo comune attraverso questo segno povero che non ha né storia né tradizione” (da Fabrizio D’Amico, Antonio Sanfilippo 1923-1980, Milano 2001 pp. 169). Stima: 30.000€/40.000€.

Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250×200, 1985-1986 – Lotto n. 552 – da farsettiarte.it
Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250x200, 1985-1986
Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250×200, 1985-1986 – Lotto n. 552 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Opera monumentale di Mario Schifano, “Il cacciatore” al lotto n. 552.

L’arco ebbe un ruolo assai importante nelle più antiche civiltà indoeuropee. La sua etimologia viene variamente riferita al sanscrito “filo”, al greco bios, all’albero cosmico dei miti nordici. Si tratta dunque di un simbolo primigenio di forza.

Non a caso il soggetto popola il nostro immaginario culturale fin dai racconti omerici: Ulisse per mezzo di esso riconquista la propria patria e uccide i Proci dopo un lungo peregrinare assurgendo attraverso di esso alla rinascita di una nuova vita.

Si tratta di un soggetto che calza perfettamente nella pittura degli anni ’80 dell’artista romano: gli acerbi, i soli, i pesci, i campi di pane, i gigli d’acqua, le case sole, i dinosauri che altro non sono se non la riappropriazione di una sensibilità ed una purezza espressiva che nasce con Mario Schifano e che l’artista riscopre in questo decennio dopo la stanchezza artistica e i problemi depressivi degli anni ’70. Schifano ritrova la realtà, l’amore per le cose, oltre lo schermo delle apparenze e l’artificiosità delle leggi mass-mediali della società contemporanea. Schifano in questi cicli riscopre, attraverso il mito, la forza della semplicità. Stima: 30.000€/40.000€.

Vincenzo Agnetti, Assioma – Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70×70, 1972 – Lotto n. 567 – da farsettiarte.it
Vincenzo Agnetti, Assioma - Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70x70, 1972
Vincenzo Agnetti, Assioma – Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70×70, 1972 – Lotto n. 567 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Vincenzo Agnetti nasce a Milano nel 1926. Frequenta l’Accademia di Brera e partecipa con Piero Manzoni, Enrico Castellani e in seguito Agostino Bonalumi alla redazione della rivista d’avanguardia Azimuth di cui è il vero teorico e animatore: arte concettuale e una smisurata fiducia nella possibilità d’intervento dell’arte nella società e sulla realtà è alla base del lavoro di questi artisti.

La prima personale è nel 1967 (Principia) presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Nel 1971 Agnetti espone alla Galleria Blu di Milano una serie di feltri e bacheliti. Il titolo della mostra è Ridondanza: paesaggi e ritratti Analisi: assiomi… Gli “Assiomi” (lotto n. 567) sono lastre di bachelite incise e trattate con colori ad acqua o nitro in cui l’artista propone proposizioni assiomatiche.

Si tratta spesso di contraddizioni, ossimori, paradossi, tautologie in cui Agnetti raffredda e analizza con rigore la “ridondanza” del paesaggismo coscienziale espresso nei “feltri”. “Territorialità” non è altro che una linea geometrica, una perentorietà vocale ridicola e crudele nell’espressione che demistifica il processo edulcorante della rappresentazione paesaggistica soggettiva basata su una emotività. Stima: 55.000€/75.000€.

Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84×70, 1993 – Lotto n. 572 – da farsettiarte.it
Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84x70, 1993
Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84×70, 1993 – Lotto n. 572 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Artista non assimilabile a correnti artistiche Gino De Dominicis è stato sicuramente un intellettuale che ha saputo, attraverso le sue opere e le sue performance, condurre una ricerca critica di matrice esistenziale di altissimo spessore filosofico.

Dagli esordi con il Gruppo Laboratorio ’70, formato da Gianfranco Notargiacomo, Paolo Matteucci e Marcello Grottesi l’artista si è espresso fino alla fine degli anni ’70 soprattutto con installazioni ed azioni performative nell’intento di esprimere un senso critico ed una riflessione esistenziale che uscisse fuori dalle gallerie d’arte.

Una profonda cesura nel sistema filosofico dell’artista di Ancona è riscontrabile all’inizio degli anni ’70. Al nichilismo degli anni ’60 il cui testo di riferimento, di suo pugno, è la “Lettera sull’immortalità del corpo”, De Dominicis fa succedere una visione dell’universo quale ente immobile e senza tempo, fase che l’artista inaugura con l’opera “Seconda soluzione d’immortalità (L’Universo è Immobile)” presentata alla Biennale di Venezia del 1972.

L'”Opera ubiqua” (lotto n. 572) è l’opera che può essere proiettata, il profilo che fa ombra, la pigolante bocca vivente di una presumibile e contemporanea esistenza in mondi paralleli; nata dal magma dell’esistenza, partecipe della foglia d’oro della sacralità, dualità di luce e ombra, insieme concavità e convessità, visibile e invisibile.

“Io, nell’arte, ho realizzato disegni, dipinti, ‘sculture’ (opere tridimensionali), opere invisibili, opere ubique, architetture, e in qualche occasione ‘ossimori fisici’ e opere ‘omeopatiche'” (da Frasi di Gino de Dominicis 1969-1996 raccolte da Cecilia Torrealta, p.142). Stima: 140.000€/220.000€.

Massimo Campigli, Donne al sole (L’attesa), olio su tela, 88.7×68.5, 1931 – Lotto n. 655 – da farsettiarte.it
Massimo Campigli, Donne al sole (L'attesa), olio su tela, 88.7x68.5, 1931
Massimo Campigli, Donne al sole (L’attesa), olio su tela, 88.7×68.5, 1931 – Lotto n. 655 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Nato a Berlino nel 1895 Massimo Campigli trascorre l’infanzia e la prima adolescenza a Firenze con la nonna materna e la zia, poi scoperta essere sua madre. Nel 1909 è a Milano dove lavora per il Corriere della Sera e frequenta gli ambienti ed intellettuali futuristi.

Arruolato dopo le vicende belliche è nuovamente corrispondente per il Corriere da Parigi. Intanto coltiva anche la pittura.

Nel 1925 è presente nei saloni parigini: al Salon des Indèpendants, al Salon des Tuileries, al Salon d’Automne. Nel 1926 a Milano espone alla “Prima Mostra del Novecento”.

E il linguaggio di Campigli si confà, almeno in apparenza, allo spirito del movimento di Margherita Sarfatti con la celebrazione patriottica dei fasti e della purezza dell’italianità. Donne ideali, madri, dipinte come ad affresco, etrusche (nel 1928 Campigli visita il Museo di Villa Giulia a Roma e le Terme di Diocleziono rimanendo affascinato dalla ritrattistica dei bassorilievi), antiche, tornite e forti come statue, dritte, con le braccia alzate a riparare non solo il sole ma qualunque male. Eppure anche donne dal volto in ombra, inconoscibili, come quelle della sua storia familiare al lotto n. 655 “Donne al sole (L’attesa)”. Stima: 90.000€/130.000€.

Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1×85.1, 1944 – Lotto n. 678 – da farsettiarte.it
Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1x85.1, 1944
Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1×85.1, 1944 – Lotto n. 678 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Atanasio Soldati è stato uno dei principali esponenti della ricerca astratta italiana nella Milano degli anni ’30.

Il lotto n. 678 in asta, oltre ad essere un olio su tela di notevole bellezza e qualità pittorica, documenta anche un periodo dell’attività dell’artista poco noto, poiché appartenente al triennio 1943-1945 quando l’artista partecipò alla Resistenza e fu eletto presidente del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Accademia di Brera.

Soldati nel dopoguerra condurrà invece una ricerca esclusivamente astratta in modo particolare dopo il nascere del M.A.C. Movimento Arte Concreta di cui l’artista parmense fu uno dei promotori nel 1948.

“L’opera di Atanasio Soldati risente di queste fondamentali matrici delle avanguardie che egli compendia in modo singolare ai fini della definizione di un personale mondo poetico, nel quale le immagini astratte si combinano naturalmente con le suggestive atmosfere metafisiche” (da M. Ursino, Nel centenario della nascita una retrospettiva di Atanasio Soldati a Parma, in “Riforma amministrativa”, gennaio-febbraio 1997, p. 18).

E ancora: “[…] la folta mitologia dechirichiana è sciolta da ogni riferimento troppo complesso e riproposta in termini francamente psicologici, svuotati da qualunque senso simbolico e da qualsiasi enigma” (da M. Meneguzzo, Atanasio Soldati, Milano 1983, p. 5). Stima: 55.000€/75.000€.

Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79×50, 1927 – Lotto n. 682 – da farsettiarte.it
Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79x50, 1927
Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79×50, 1927 – Lotto n. 682 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Un Ottone Rosai storico al lotto n. 682 “Carabinieri”, del 1927. Sregolato e saltuario frequentatore dell’Accademia di Belle Arti fiorentina Rosai fu amico di intellettuali e artisti quali Giovanni Papini e Ardengo Soffici.

Dopo un primo periodo futurista e cubista è negli anni ’20 e ’30 che l’artista acquisisce quella personalità e quel rigore formale che renderanno la sua opera unica.

Ci sono i volumi e i colori di Cézanne nella pittura di Rosai, c’è il rigore di Masaccio, ma c’è soprattutto lui, Rosai, col suo tormento di uomo inquieto, segnato dal suicidio del padre in Arno nel 1922, dall’omosessualità, dalle speranze anticlericali del primo Mussolini, dall’idea di un mondo bieco, fatto da persone incapaci di comunicare, condannate a un mutismo esistenziale che l’artista traduce nel loro porsi di schiena anche quando iperbolicamente giganteggiano in qualità di protettori per le vie strette di una città fantasma. Opera magnifica. Stima: 40.000€/55.000€.