Asta Pananti n. 124-II – 12 Luglio 2017 – Firenze, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 124-II di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Pananti di Firenze si terrà il giorno 12 luglio 2017 in tornata unica alle ore 17.00. La TopTen di SenzaRiserva.

Domenico Purificato, Senza titolo, olio su tela, 80.5×54 – Lotto n. 293 – da pananti.com
Domenico Purificato, Senza titolo, olio su tela, 80.5x54
Domenico Purificato, Senza titolo, olio su tela, 80.5×54 – Lotto n. 293 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Domenico Purificato nasce a Fondi, Latina nel 1915. Critico d’arte, scenografo, saggista, autore per il teatro e la televisione, Purificato fu protagonista del neorealismo nel clima culturale della capitale del dopoguerra.

Le sue tele sono abitate da gente comune e da scene della vita popolare quotidiana.

L’artista partecipa attivamente e idealmente alla Scuola Romana con artisti quali Scipione (Gino Bonichi), Mario Mafai, Corrado Cagli e Renato Guttuso da cui è assai influenzato per la pennellata carica d’energia (Scipione e Cagli) e la tavolozza (Mafai).

La pittura di Purificato vive di emotività e partecipazione nella resa espressiva dei soggetti e si caratterizza per un lirismo intimista e introspettivo ben riuscito in quest’opera al lotto n. 293 “Senza titolo”. Opera collocabile dopo gli anni ’60 quando Purificato si dedica ad una pittura di matrice narrativa di stampo ottocentesco con motivi mitici e fiabeschi in cui ricorrono popolani e paesaggi con animali, contadini e nature morte.

L’artista ha partecipato a numerose edizioni della Quadriennale di Roma e della Biennale di Venezia. Stima: 4.500€/5.500€.

Ottone Rosai, Uomo seduto, carboncino su carta, 176×109, 1935 – Lotto n. 306 – da pananti.com
Ottone Rosai, Uomo seduto, carboncino su carta, 176x109, 1935
Ottone Rosai, Uomo seduto, carboncino su carta, 176×109, 1935 – Lotto n. 306 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Il 1935, anno di esecuzione del bel cartoncino in asta al lotto n. 306 “Uomo seduto”, fu un anno importante per Ottone Rosai. In quell’anno fu infatti conferito l’incarico al pittore toscano di dipingere due grandi affreschi per la sala bar dell’appena inaugurata stazione di Firenze Santa Maria Novella.

Restano molti disegni preparatori a carboncino di questi due grandi dipinti, che, come per il lotto in asta, mettono in luce la sapiente capacità di semplificazione delle forme e l’abile uso del chiaroscuro trecentesco di Rosai.

Nato a Firenze nel 1895, Rosai debutta come pittore futurista già nel 1913. Ma è fra il 1919 ed il 1922 che l’artista definisce una originalissima pittura che unisce figurazione e metafisica, realismo popolano ad armonie compositive di ispirazione quattrocentesca.

Nel 1928 Rosai partecipa alla XVI Biennale di Venezia e nel 1929 alla seconda mostra di Novecento Italiano. Nel 1932 è invitato nuovamente alla Biennale e nel 1935 è presente con cinque dipinti alla Quadriennale romana.

È in opere come questa in asta, di un Rosai ancora giovane e appena uscito dall’esperienza attiva come militante fascista, che si svela la vera anima dell’artista fiorentino. Si tratta di ritratti di uomini pacifici e rassegnati, figure anti-eroiche ed anti-dannunziane per definizione che sembrano fluttuare nel limbo di una sconsolata attesa che il mondo risponda alla loro costante, muta, frequentazione. Stima: 4.000€/6.000€.

Xavier Bueno, Maternità, olio su tela, 73×60 – Lotto n. 322 – da pananti.com
Xavier Bueno, Maternità, olio su tela, 73x60
Xavier Bueno, Maternità, olio su tela, 73×60 – Lotto n. 322 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Opera bellissima di Xavier Bueno al lotto n. 322 “Maternità”.

Un’infanzia al seguito del padre giornalista, corrispondente da Berlino al momento della sua nascita il 16 gennaio del 1915 in Spagna, quella di Xavier Bueno e del fratello Antonio.

Entrambi frequentatori negli anni ’30 dell’Accademia di Belle Arti di Ginevra, i due fratelli saranno prima e Parigi e poi a Firenze dal 1940 dove, insieme a Pietro Annigoni e Gregorio Sciltian, daranno origine all’esperienza dei “Pittori Moderni della Realtà”, che fu attiva solamente fra il 1946 e il 1949.

La loro era una pittura moderna fatta con strumenti antichi e nutrita da un’abilità tecnica di cui tutti e quattro gli artisti erano naturalmente dotati. La critica stroncò fortemente le mostre del Gruppo fraintendendone però le soluzioni originali, quali per esempio l’intento poverista e la figurazione ‘oggettiva’ emotivamente connotata e interpretativa.

Negli anni ’60 Xavier, dopo una breve esperienza all’interno del Gruppo di Nuova Corrente (Pietro Tredici, Manfredi Lombardi, Piero Midollini, Giuliano Pini), conduce la propria ricerca in totale isolamento.

Convinto che “le aquile hanno fatto il nido. Spento il grido, soffocata la protesta, le avanguardie si sono infilate la vestaglia del conformismo, le pantofole dell’ufficialità” (dall’articolo Rottura o alienazione in “Nuova Corrente”, 1960), l’impegno sociale e neorealista assume sempre più toni esistenziali ma non abbandona mai la figurazione.

Anche la sua pittura ne risente. Il colore tende a sparire, insieme agli sfondi e alle ambientazioni; le figure in primo piano si caricano di connotazioni metafisiche, i grigi si fanno bituminosi e materici, i tratti diventano graffi e le forme sempre più sintetiche tanto che la sua arte è veramente l’espressione della ricerca di quell'”immagine di un sentimento universale” che Xavier vagheggiava nel “Manifesto dei Pittori Moderni della Realtà”. Stima: 15.000€/20.000€.

Concetto Pozzati, Il volto, tecnica mista su carta, 70×105, 1973 – Lotto n. 344 – da pananti.com
Concetto Pozzati, Il volto, tecnica mista su carta, 70x105, 1973
Concetto Pozzati, Il volto, tecnica mista su carta, 70×105, 1973 – Lotto n. 344 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Nato in provincia di Padova nel 1935, Concetto Pozzati esordisce come grafico pubblicitario. Dopo un inizio materico-informale in pittura negli anni ’50, la sua arte si orienta presto verso una pop art interpretata in chiave concettuale, che fa uso di immagini tratte dai mass media, intertestualità e citazioni dalla storia dell’arte, accostate e strutturate, anche geometricamente, in modo da creare associazioni di senso, spesso ironiche.

La memoria, la libertà, la percezione, il rapporto fra antico e moderno sono i temi che tornano continuamente nel calderone della pittura di Pozzati che custodisce sempre più livelli di significato e si svolge su più piani: quello della scrittura, della figura, del colore, tutti dipanati con diversa granularità in un procedimento analitico sempre al confine col gioco.

“Memoria, ri-memoria, storia, ri-storia. Sono i quadri che ti guardano e che hanno gli occhi, oltre una loro oralità, anche dietro la nuca. Sono loro che si confrontano, si scelgono o si isolano individuando però il perché di quell’occhio sempre spalancato” ha scritto l’artista (da Concetto Pozzati. La pittura come inventario, Cambi editore, Settembre 2011).

La prima partecipazione di Pozzati alla Biennale risale al 1964; seguiranno quelle del 1972, 1982, 2007 e del 2009. Fino al 1973, anno in cui esegue l’opera al lotto n. 344 “Il volto”, l’artista è stato direttore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino (in seguito lo sarà anche a Firenze, Venezia e Bologna). Stima: 2.500€/3.500€.

Tano Festa, Senza titolo, acrilici su tela, 60×120, 1976 – Lotto n. 406 – da pananti.com
Tano Festa, Senza titolo, acrilici su tela, 60x120, 1976
Tano Festa, Senza titolo, acrilici su tela, 60×120, 1976 – Lotto n. 406 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Tano Festa affronta, al lotto n. 406 “Senza titolo”, il tema del grande affresco “Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” che Michelangelo Buonarroti dipinse nel 1510 sulla volta della Cappella Sistina, a Roma.

L’artista della Scuola di Piazza del Popolo in particolare mutua dal dipinto  il tronco d’albero secco che spunta dalle pietre che fanno da sfondo alla scena del peccato originale, dove il serpente in forma semi-umana porge il frutto proibito ad Eva mente Adamo si allunga per afferrare un altro frutto.

La tecnica usata da Festa è quella del ricalco su proiezione da diapositiva. Tale tecnica consente all’artista di seguire il tracciato di elementi che Festa decontestualizza dall’opera originaria fino a capovolgerli, come in questo caso, semplicemente invertendo il verso della proiezione.

Festa crea in quest’opera uno spazio ‘altro’ attraverso un’operazione anaforica che prende a pretesto un simbolo (il tronco) per compiere una operazione subliminale rispetto alla percezione di una memoria. In questo modo crea uno scenario immaginario che in qualche modo è lo spazio della nostra coscienza.

Scrive Achille Bonito Oliva che “Festa sa bene come sia impossibile superare di slancio la distanza e come la storia non sia un impaccio ma piuttosto l’esito di un tracciato e di un percorso capace di armare il procedimento creativo con strumenti di dialogo. La fotografia e la conquista bidimensionale dello spazio pittorico diventano strumenti di consapevolezza e di uso che fondano un linguaggio differente.

Gli echi della Cappella Sistina si smorzano felicemente sugli schermi pittorici di Festa che ravvivano l’impiego di un’iconografia classica mediante la pratica della citazione. L’artista non vuole emulare nella tecnica gli antichi maestri, Michelangelo, Van Eyck o Ingres. Egli ne riconosce la distanza e ne amplifica il distacco attraverso l’iscrizione iconografica nei fotogrammi della sua pittura (da A. Bonito Oliva, “Il tallone di Achille. Sull’arte contemporanea”, Feltrinelli, Roma 1988)”. Stima: 17.000€/25.000€.

Riccardo Licata, Composizione, olio su tela, 50.5×70.5, 1958 – Lotto n. 408 – da pananti.com
Riccardo Licata, Composizione, olio su tela, 50.5x70.5, 1958
Riccardo Licata, Composizione, olio su tela, 50.5×70.5, 1958 – Lotto n. 408 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Un bel Riccardo Licata materico e datato al lotto n. 408 “Composizione” del 1958.

Nato a Torino il 20 dicembre del 1929 Riccardo Licata studia a Venezia, all’Accademia di Belle Arti, fra il 1947 ed il 1955. Nel 1957 ottiene una borsa di studio dal governo francese per sperimentare nuove tecniche di incisione a colori. A Parigi vi lavora in collaborazione con Friedlaender, Hayter e Goetz. Nello stesso anno è assistente di Gino Severini all’Ecole d’Art Italienne de Paris.

Licata ha già partecipato nel 1952 alla sua prima Biennale di Venezia con un grande mosaico, disciplina in cui fu maestro, quando nel corso degli anni ’50 formalizza quel linguaggio astratto segnico che ne contraddistinguerà la maturità artistica negli anni ’70.

Un linguaggio che, come ha affermato lo stesso maestro, deve molto alla partitura musicale e che sprigiona un lirismo controllato ma spontaneo, che conserva il contatto con l’organizzazione architettonica, sempre importante nelle composizioni di Licata.

Ricerca sullo spazio e sulle geometrie particolarmente evidente negli anni ’50, con opere dove i segni sono appena accennati, come nella composizione in asta; la stesura del colore e della materia è quasi musiva, e i blocchi di colore cercano, attraverso il contrasto, di trovare una collocazione, di organizzare di nuovo un senso. Stima: 1.500€/2.500€.

Vinicio Berti, Scontro cosmico, olio su faesite, 90×130, 1959 – Lotto n. 414 – da pananti.com
Vinicio Berti, Scontro cosmico, olio su faesite, 90x130, 1959
Vinicio Berti, Scontro cosmico, olio su faesite, 90×130, 1959 – Lotto n. 414 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Grande e importante opera di Vinicio Berti, teorico dell’astrattismo classico fiorentino, al lotto n. 414 “Scontro cosmico”.

Dopo lo scioglimento del Gruppo nel 1950 dopo una collettiva alla Galleria Vigna Nuova, Berti continua negli anni ’50 e lungo tutto il suo percorso artistico quella ricerca astratta sviluppata in senso politico e costruttivista sostenuta fin dall’interno del movimento “Arte d’Oggi” di cui fu un animatore con Gualtiero Nativi, Silvano Bozzolini, Bruno Brunetti, Alvaro Monnini e lo scultore Lardera.

Lontano da ogni visione nostalgica, romantica e idealista in senso ottocentesco dell’arte, Berti non poteva che rifiutare l’informale che pure segna il modo di fare pittura dell’artista fiorentino negli anni ’50.

Berti sembra lottare con la materia, articolarla in masse a cui dà connotazione attraverso prima i colori puri: il nero, il rosso, il blu, il giallo; poi tracciando direzioni, frecce, diagonali; quindi inserendo sigle, allusioni al reale e ai simboli del potere. E negli anni ’50 lo fa probabilmente con una potenza ed una ‘azione’ pittorica innovativa che più troverà negli anni a venire. Stima: 2.500€/3.000€.

Giulio Turcato, Collage, tecnica mista su tela, 70×100, anni ’70 – Lotto n. 418 – da pananti.com
Giulio Turcato, Collage, tecnica mista su tela, 70x100, anni ’70
Giulio Turcato, Collage, tecnica mista su tela, 70×100, anni ’70 – Lotto n. 418 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Affioramenti, reperti, lacerti, bagliori, isole, macchie, colature, velature, pastiglie, bruciature segnano le tele monocrome di Giulio Turcato (Mantova, 1912), fra i maggiori esponenti dell’arte astratta italiana del dopoguerra.

Nel 1952 Turcato fa parte del Gruppo degli Otto manifestando la convinzione di una conciliazione fra astrazione e figurazione nel contesto di una soggettività imprescindibile alla sua visione artistica.

Convinzione che Turcato manterrà nel corso di tutta la produzione artistica dalle “Superfici lunari” alle “Orme”, fino agli “Arcipelaghi” (lotto n. 418 “Collage”); produzione che negli anni come ha ben scritto Francesco Moschini in “Costruire” (n. 102/103, 1977) è un “continuo interrogarsi sui più cogenti temi del Moderno quali il corpo, la ragione, la memoria, la storia, il tempo e lo spazio. Il tutto riproposto in una sorta di viaggio alla luce di situazioni spaziali e temporali sempre rimesse in discussione sino a conferire all’intero itinerario artistico […] una connotazione da arabesco continuo […].

[Turcato] tende ad accreditare una ragione che si rappresenta irregolare ed asimmetrica ed attraverso la quale contrappone ad un caos indistinto il primato dell’intelligenza. E proprio sotto il segno dell’arabesco, anche se non certo dal punto di vista formale, sembra snodarsi la sua più recente produzione artistica quasi ad evidenziarne, nella sua negazione di qualsiasi strutturazione labirintica, la sua predilezione per una sorta di negazione indefinita di qualsiasi struttura chiusa”.  Stima: 6.000€/8.000€.

Renato Mambor, Senza titolo, olio su carta, 70×100, 1966 – Lotto n. 424 – da pananti.com
Renato Mambor, Senza titolo, olio su carta, 70x100, 1966
Renato Mambor, Senza titolo, olio su carta, 70×100, 1966 – Lotto n. 424 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

La pittura di Renato Mambor nasce alla fine degli anni ’50 e nei ’60 come esigenza di ‘risignificazione’ sulle ceneri dell’informale.

I compagni di viaggio dell’artista romano in quegli anni sono Tano Festa e Mario Schifano. Nel 1959 Mambor condivide l’appartamento con Festa e conosce Francesco Lo Savio. Insieme frequentano l’ambiente milanese che ruota attorno a Enrico Castellani.

Frequentazioni che sottendono una comune ricerca di rioggettivazione e autoreferenzialità dell’opera d’arte che tende ad una ‘anespressività’ autoriale che lascia spazio creativo allo spettatore. È quest’ultimo che viene invitato da Mambor a partecipare ad una ‘non profondità’, a lasciarsi sorprendere dai significati da scoprire piuttosto che da ritrovare nell’opera.

Un uomo anziano ed il nipote vengono presentati da Mambor di schiena, in primo piano, mentre il bimbo indica al nonno un tavolo inutilizzato con tre sedie inclinate il cui schienale poggia sul piano (lotto n. 424 “Senza titolo”). Il significato resta sospeso, ma una cosa è chiara: lo spettatore è la sedia mancante di un dialogo ancora tutto da scrivere e che carica lui stesso di una responsabilità.

Da ricordare che fra il 1966 ed il 1970 Mambor dà vita al ciclo delle “Azioni fotografate” che affronta attraverso la riproduzione di gesti semplici e quotidiani il tema dello sconfinamento fra arte e vita. Stima: 13.000€/20.000€.

Mario Schifano, Senza titolo, smalto su tela e perspex, 95×104 – Lotto n. 425 – da pananti.com
Mario Schifano, Senza titolo, smalto su tela e perspex, 95x104
Mario Schifano, Senza titolo, smalto su tela e perspex, 95×104 – Lotto n. 425 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Bellissima e particolare opera di un’altro degli artisti della Scuola di Piazza del Popolo, Mario Schifano, al lotto n. 425 “Senza titolo”.

La particolarità del lotto in asta è dovuta soprattutto all’utilizzo di quattro lastre di perspex (dal latino perspicio “vedo attraverso”) colorate che contengono e fanno da filtro con effetti cangianti sulle quattro sezioni di un quadrato quasi perfetto.

L’albero è uno dei grandi temi della pittura dell’artista romano che ha sempre avuto un approccio dicotomico al ‘sentire’ la vita. Da una lato in Schifano c’è la passione per la tecnologia, la televisione, l’artificio dell’immagine, i mezzi di comunicazione di massa, lo stereotipo prodotto dalla possibilità della riproducibilità data dalle potenzialità del mezzo. Dall’altro c’è in lui il richiamo della natura, delle cose autentiche, della linfa che scorre nelle vene della terra (i “paesaggi anemici”, i “campi di pane”, il sole, gli “orti botanici”, gli “acerbi”, i “pesci”).

Ed è questa dicotomia che l’artista rappresenta al meglio in quest’opera: tentativo di imprigionare un simbolo, di proteggerlo con un materiale infrangibile, di poterlo osservare al meglio da un lato mentre dall’altro la consapevolezza di non poter mai arrivare al noumeno se non per visioni parziali, attraverso filtri e contraffazioni, consustanziali alle ‘costruzioni’ umane e al nostro corpo stesso. Stima: 17.000€/20.000€.

Asta Blindarte n. 83 – 30 Maggio 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea + Design

La prossima Asta (n. 83) di Arte Moderna e Contemporanea + Design della Casa d’Aste Blindarte si terrà il prossimo 30 Maggio 2017 a Milano. La TopTen di SenzaRiserva.

Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40×50, 1966 – Lotto n. 38 – da blindarte.com
Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40x50, 1966
Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40×50, 1966 – Lotto n. 38 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

“Un’attenzione particolare meritano le nature morte di Bueno sollevate nello spazio senza fondo, in cui gli spessori sono creati dal ritmo degli oggetti, sottratti ad una assenza metafisica” ha scritto Salvatore Quasimodo in merito alle “nature morte” (lotto n. 38) dell’artista di origini spagnole Xavier Bueno (Vera de Bidasoa, 1915).

Protagonista con il fratello Antonio, Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni dell’esperienza fiorentina dei Pittori Moderni della Realtà, Xavier, al contrario del fratello, non abbandonerà mai la vocazione al realismo che distingue tutte le sue opere.

Negli anni ’50 quello del pittore spagnolo è un realismo marcatamente sociale, di rappresentazione e denuncia del mondo dello sfruttamento sul lavoro, della povertà, di ricordi della guerra civile spagnola; ma negli anni l’ispirazione si fa sempre più esistenziale, le figure sospese in una trepidazione che quasi più non fa campeggiare gli oggetti e le figure in un contesto quotidiano.

Opera materica, realizzata col tipico impasto di olio e sabbia, che sospende gli oggetti su un piano privo di prospettiva e che preannuncia ad un puro spazio metafisico. Stima: 4.000€/6.000€.

Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5×194.5, 1964 – Lotto n. 54 – da blindarte.com
Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5x194.5, 1964
Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5×194.5, 1964 – Lotto n. 54 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Opera di notevoli dimensioni di Antonio Corpora al lotto n. 54 “Passaggio a Gibilterra” del 1964.

Nato a Tunisi nel 1909, ben presto Corpora si trasferì in Europa: a Firenze nel 1930, poi a Milano dove frequentò i protagonisti delle prime ricerche astratte che esponevano alla Galleria del Milione e quindi a Parigi.

Tornato in Italia, nel dopoguerra è fra i propugnatori delle nuove istanze neocubiste, partecipa al Fronte Nuovo delle Arti e quindi, nel 1952, al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi, esperienza a partire dalla quale formula il suo personalissimo linguaggio astratto maturo, caratterizzato da un paesaggismo lirico che unisce lo spunto del reale ad una sensibilità soggettiva trasfigurante.

Fino alla metà degli anni ’60 si collocano forse le opere migliori dell’artista, ancora lontane dalle geometrie e dalle campiture più definite dai ’70  in poi. È come se Corpora accettasse in pieno il linguaggio informale per farlo completamente suo, ‘guazzabuglio’ d’anima che intride la materia di emozioni coloristiche di un mondo ancora puro, del blu del mare, dei colori tenui e caldi della Tunisia. Stima: 12.000€/18.000€.

Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100×80, 1978 – Lotto n. 95 – da blindarte.com
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100x80, 1978
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100×80, 1978 – Lotto n. 95 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

“L’Aurora” qui raffigurata da Tano Festa al lotto n. 95 “Da Michelangelo” è una celebre scultura di Michelangelo Buonarroti collocata nella Sagrestia Nuova della Chiesa di San Lorenzo a Firenze a destra sul sarcofaco di Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino.

Le prime versioni dell’Aurora dell’artista della Scuola di Piazza del Popolo risalgono al 1965, quando Festa rientra dall’America e introduce fra le sue tecniche esecutive quella del ricalco a mano su proiezioni da diapositive.

Le campiture di colore (verde) servono all’artista per accentuare la dimensione plastica dell’opera mentre le riquadrature, per stessa ammissione dell’artista, derivano da influenze derivanti dall’optical art americana.

Scrive Duilio Morosini in Le ‘personali’ romane di Tano Festa e Franco Sarnari. Due giovani pittori d’avanguardia, “Paese sera”, 16 novembre 1965 in merito ad una “Aurora”:

“riproduzione d’un dettaglio d’affiche per le celebrazioni michelangiolesche (questa volta realizzato coi bianchi e neri della pittura) che Festa proietta su di uno ‘schermo’ azzurro, sovrapponendo, poi, alla tormentata figura delle tombe medicee, dei grigi regoli da disegno geometrico […] dischi, filigrane, reticoli che lo hanno colpito in occasione d’una visita ad una mostra della optical art americana”.

Ma qual’è il significato dell’opera? Perché non si tratta solo di una operazione concettuale. L’Aurora è il risveglio, la negazione della morte (quella del fratello Francesco Lo Savio), il simbolo di un gesto ripetuto e seriale ma che è sempre un miracolo, la contraddizione stessa di un mondo della comunicazione che attraverso la televisione appiattisce l’immagine, uniforma i significati. L’Aurora è la poesia stessa di vivere. Stima: 5.500€/7.500€.

Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60×60, 2004 – Lotto n. 111 – da blindarte.com
Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60x60, 2004
Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60×60, 2004 – Lotto n. 111 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Considerato dal critico Federico Zeri il “Caravaggio del ventesimo secolo”, apprezzato fra gli altri da Achille Bonito Oliva e Vittorio Sgarbi, Luciano Ventrone è un pittore ‘iperrealista’ di grandissimo talento.

Nato a Roma nel 1942, frequenta il Liceo Artistico. Si iscrive poi alla Facoltà di Architettura fino al 1968 anno nel quale abbandona gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla pittura.

Scrive Alessandro Lorenzetti nell’introduzione al catalogo della mostra tenutasi alla Albemarly Gallery nel 2010 Luciano Ventrone, Il Velo di Maya, Edizioni Paperback: “La prima associazione che questi dipinti suscitano nell’osservatore é con il pensiero del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. Un’evoluzione del Mito della Caverna […] il suo Velo di Maya descrive correttamente il potenziale filosofico insito nell’opera di Ventrone.

Maya – dea dell’illusione – incarna la realtà, come é percepita attraverso i sensi, che offusca con il suo velo gli occhi dell’uomo impedendo un’autentica conoscenza. Nell’estetica schopenhaueriana l’arte ha il compito di ‘esprimere’ e ‘rappresentare’ le idee platoniche. Attraverso l’arte si può temporaneamente contemplare l’essenza delle cose e questo é precisamente il processo che avviene davanti a una natura morta, un nudo o una marina di Luciano Ventrone. […]

La straordinaria padronanza del mezzo tecnico fa di Ventrone il caposcuola di una nuova tradizione figurativa. […] É un dato di fatto che ogni momento chiave della storia dell’arte é stato contrassegnato da un dichiarato ritorno alla figurazione naturalistica”.

I limoni (lotto n. 111 “Indifferenti”) e in generale le nature morte sono un soggetto ricorrente in Ventrone. Limoni, frutti sfacciatamente belli e aperti, disinibiti nella loro naturalezza, indifferenti alle scene mitologiche di un contenitore antichissimo, senza un ubi sunt da chiedere nel muto spettacolo della morte, del sesso e della rinascita della natura.  Stima: 6.000€/8.000€.

Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79×110, 1978 – Lotto n. 152 – da blindarte.com
Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79x110, 1978
Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79×110, 1978 – Lotto n. 152 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Nato a Kansas City nel 1923 Paul Jenkins è stato uno degli artisti più originali della corrente dell’espressionismo astratto americano. Nel 1948 si trasferì a New York entrando in contatto con Mark Rothko, Jackson Pollock e Barnett Newman. Dal 1953 fu in Europa, prima in Italia e poi a Parigi.

La prima personale parigina dell’artista si tenne alla Galleria Paul Facchetti. Seguirono quelle americane alla Galleria Zoe Dusanne a Seattle nel 1954 e alla Galleria Martha Jackson di New York nel 1956.

La pittura degli anni ’50 di Jenkins mostra già le caratteristiche distintive con opere realizzate versando il colore sul supporto e lasciandolo ‘fluire’ liberamente. L’artista usa olio su tela, ma soprattutto lavora con inchiostri e tempere su carta. La sua arte concettualmente si ispira alla Teoria dei Colori di Johann Wolfgang von Goethe pubblicata a Tubinga nel 1810.

Respingendo le teorie di Newton che analizzava i colori solo partendo dalla luce, il grande poeta tedesco riteneva che luce ed oscurità fossero responsabili della percezione sensibile. Irradiamento e offuscamento della luce nell’oscurità, in un elemento torbido, sono per Goethe all’origine dei colori che non sono ‘primari’: il giallo è il colore più vicino alla luce, l’azzurro il più prossimo all’oscurità. Da qui hanno origine i “Phenomena” di Jenkins.

Negli anni ’60 l’artista introduce nella realizzazione dell’opera un nuovo strumento, il coltello d’avorio attraverso la cui lama l’artista dirige il diffondersi del colore versato su supporti inclinati. Jenkins riprende la visione’filosofica’ goethiana in cui l’artista contribuisce sensibilmente alla creazione stessa e alla percezione del ‘fenomeno’. Fenomeno che è allo stesso tempo rappresentazione delle forze del reale e di quelle dell’anima espressa attraverso una interpretazione panteistica della natura di cui l’uomo è parte e allo stesso tempo l’idea platonica dell’artista quale tramite di rivelazione. Stima: 10.000€/15.000€.

Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966 – Lotto n. 155 – da blindarte.com
Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966
Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966 – Lotto n. 155 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Artista, designer e architetto milanese Nanda Vigo ha portato avanti dagli anni ’60 una ricerca difficilmente inquadrabile in movimenti artistici.

Sicuramente le sue opere hanno affinità con le teorie del Gruppo Zero lungamente frequentato e l’arte cinetica ma non si esauriscono in esse essendo il prodotto di un concettualismo e di un pensiero metafisico più profondo, vicino alle ricerche di Lucio Fontana e Piero Manzoni (quest’ultimo diverrà anche suo compagno).

Nel ’64 presenta alla Galleria La Salita di Roma il Manifesto cronotopico dove spiega la nascita di opere come questa al lotto n. 155 “Cronotopo”: spazi di alluminio, vetro, plastica che materializzano un “postulato cinquedimensionale introducente all’adimensione”.

Tali spazi fisici filtrando e riflettendo variamente la luce proveniente dall’ambiente circostante di fatto distorcono la percezione dell’oggetto/ambiente stesso, trasformando lo spazio definito in un contenitore indefinito, non topograficamente misurabile. Un luogo in cui tempo e spazio sono funzione cangiante l’uno dell’altra, un’apparenza imperscrutabile. Stima: 30.000€/40.000€.

Getulio Alviani, Superficie a testera vibratile 71076, alluminio, 72×72, 1971 – Lotto n. 156 – da blindarte.com
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 71076, alluminio, 72x72, 1971
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 71076, alluminio, 72×72, 1971 – Lotto n. 156 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Le “Superfici a testura vibratile” (lotto n. 156) nella definizione di Carlo Belloli, sono le opere più originali e importanti di Getulio Alviani, artista, progettista, grafico, designer nativo di Udine (1939).

“Le opere possono” afferma l’artista “essere moltiplicabili, riproducibili in serie, perché sono il risultato di una precisa programmazione”. Si tratta di opere eseguite scalfendo la superficie di alluminio dapprima a mano libera e poi con la fresa elettrica secondo rapporti geometrici studiati per voluti effetti dinamici e cinetici di riflessione della luce.

L’opera in asta, pur perfettamente bidimensionale e di forma rettangolare è opera instabile: per le dimensioni delle file di lastre che sembrano variare e provocare un effetto scalare sui lati, per la complessiva distorsione e restringimento verso il basso dell’intera figura, per la scabrosità tridimensionale dell’oggetto, effetti che mutano al mutare del punto di vista.

Nel 1964 Alviani espone in sala con Enrico Castellano alla Biennale di Venezia. Nel 1965 partecipa alla celebre mostra The Responsive Eye al MoMA di New York. Nel 1968 a Documenta 4 a Kassel. Stima: 40.000€/60.000€.

Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100×70, 1970, 301/450 – Lotto n. 157 – da blindarte.com
Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100x70, 1970, 301/450
Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100×70, 1970, 301/450 – Lotto n. 157 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Lastre di acciaio inox lucidate a specchio sulle quali vengono applicate immagini ottenute attraverso una tecnica di riporto fotografico: l’artista ricalca la fotografia, a punta di pennello su carta velina.

Questa è la tecnica messa a punto da Michelangelo Pistoletto, artista biellese, classe 1933, nel corso del 1962 dopo gli studi di grafica pubblicitaria e un’inizio artistico caratterizzato da opere figurative ed autoritratti.

Anche per queste opere di Pistoletto, al pari di quelle di Nanda Vigo, si potrebbe parlare di ‘cronotopo’. C’è infatti il tempo, poiché l’opera si crea ad ogni specchiarsi in un eterno presente, c’è lo spazio esterno che viene rappresentato nell’opera quale “autoritratto del mondo”.

In questo modo non c’è opera ma l’opera è l’essere sempre in attesa della possibilità dell’opera. E infine c’è la miccia, la situazione che è, con terminologia montaliana, l”occasione’ che riesce a rompere le maglie della catena, l’oggetto liberatorio che squarcia il velo dei phenomena e consente di sbirciare, anzi di fare esperienza virtuale del noumeno. E che altro è questo, sembra dirci l’artista, se non l’astrazione di vedersi vivere. Stima: 8.000€/12.000€.

Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157×103, 2001 – Lotto n. 162 – da blindarte.com
Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157x103, 2001
Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157×103, 2001 – Lotto n. 162 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Nato a Fabriano nel 1929 Giuseppe Uncini si forma nel fervente ambiente artistico e culturale della Roma degli anni ’50 recependo soprattutto gli stimoli provenienti dalle prime sperimentazioni informali. Già tuttavia alla fine del decennio le sue opere mostrano una tensione verso il superamento dell’involuzione e della materica sterilità informale con sculture in cemento e ferro che si richiamano a motivi geometrici ed architettonici.

La ricerca di Uncini culmina con l’adesione al Gruppo Uno nel 1962, gruppo romano composto dagli artisti Nato Frascà, Pasquale Santoro, Achille Pace, Nicola Carrino, e Gastone Biggi che, nella dichiarazione di intenti presentata alla Galleria La Medusa di Roma il 16 dicembre 1963 affermano: “[…] la nostra scelta è in stretta connessione con la reazione che ognuno di noi portava dentro di sé alle istanze tardo-romantiche contenute nell’Informale, corrente storica nella quale si erano sviluppate le nostre individualità. Ma ci muovevamo già in una lucida indagine della necessità di una stretta relazione tra superficie e segno in un rapporto di essenzialità. Aspiravamo a partecipare attivamente alla volontà e all’azione di ricostruzione dopo la ‘tabula rasa’ dell’Informale”.

C’è dunque nelle opere in cemento e ferro di Uncini (soprattutto i “Cementiarmati” della fine degli anni ’50, i “Ferrocementi” della prima metà dei ’60 e i “Muri di cemento” degli anni ’90: lotto n. 124) prima di tutto un ritorno alla concretezza del materiale e del ‘costruire’, sia come riappropriazione degli elementi base del fare artistico come nell’arte analitica sia quale fiducia nella tecnica come strumento di intervento sulla società.

Non manca però una chiave più concettuale e plurisemantica: muri di cemento ‘disossati’ che rendono ambigua la distinzione fra l’aldiqua e l’aldilà attraverso un confine ‘sbarrato’, annullamento della soggettività dell’artista, ready-made, arte quale finestra e supporto a un universo incomprensibile, ancora informale; testimonianza di struttura, simbolo d’umanità e resistenza. Stima: 60.000€/80.000€.

Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183×304.5×11, 1980 – Lotto n. 165 – da blindarte.com
Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183x304.5x11, 1980
Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183×304.5×11, 1980 – Lotto n. 165 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Eseguita a New York nell’ottobre del 1980, la grande opera al lotto n. 165 “Pasto” è assai rappresentativa delle idee e del contesto storico in cui si colloca la vicenda artistica di Mimmo Paladino nell’ambito della nuova figurazione sulla scena italiana degli anni ’80.

Nel 1980, anno di esecuzione dell’opera, Paladino viene invitato da Achille Bonito Oliva nella sezione Aperto ’80 alla Biennale di Venezia. Con lui ci sono  Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente e Nicola De Maria, ovvero i rappresentanti della cosiddetta Transavanguardia italiana.

Nello stesso anno l’artista pubblica il libro EN-DE-RE con Emilio Mazzoli a Modena, con la riproduzione di alcune sue opere e un testo di Achille Bonito Oliva “Il sonno del re” dove si descrive la casa del linguaggio, in cui i mobili sono suoni prodotti dal Re che non solo impartisce ordini ma produce anche fonemi incomprensibili, soprattutto di notte, che i sudditi devono interpretare. Suoni come en-de-re il cui significato, dopo moltissime possibili interpretazioni, alla fine del dibattito il giullare interpreterà con il suono stesso, il puro significante.

Qual’è il significato di questo racconto? Si tratta di una metafora dell’opera d’arte che non ha un’unica spiegazione ma molte possibili interpretazioni che spettano ai critici. Un’arte primitiva, simbolica, dove la forza comunicativa, pur disarticolata, ne rappresenta l’essenza stessa, secondo il ‘credo’ per cui l’opera d’arte pone questioni e non dà risposte; ma è puro specchio della ‘linfa vitale’ del reale.

Anche l’opera “Il Pasto” ricorda questi concetti. È tripartita in pannelli, come il suono del Re, e sembra al centro rappresentare proprio una figura umana. Magari un Re? Gli elementi che contornano la figura nei pannelli laterali contengono forme bio e zoomorfe e ne sembrano costituire il pasto. Si tratta dunque nuovamente della rappresentazione di un essere potente, primitivo, ciclopico, padrone dei segreti e delle forze della realtà, la visione personificata di un caos di energia che sta dietro alle nostre quotidiane apparenze e di cui, attraverso l’arte, partecipiamo. Stima: 100.000€/150.000€.