Asta Finarte n. 50 - 31 Maggio 2017 - Milano, Arte Moderna e Contemporanea - Immagini Courtesy finarte.it

Afro, Tozzi e Cagnaccio di San Pietro: artisti affermati e da rivalutare da Finarte (Asta n. 50)

L’asta n. 50 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Finarte si terrà il prossimo 31 maggio 2018 a Milano, presso Open Care, Frigoriferi Milanesi,
via G.B. Piranesi 10, in tornata unica (lotti 1 – 246), alle ore 16.00. Si segnalano in particolare l’Afro al lotto n. 80, un bellissimo Mario Tozzi del 1950 al lotto n. 55, e una intensa opera di un artista da riscoprire, Cagnaccio di San Pietro, al lotto n. 61. La TopTen di SenzaRiserva.

Galileo Chini, Tavola apparecchiata con fruttiera e fiori, olio su tavola, 87.5×120.5, 1933 ca. – Lotto n. 22 – da finarte.it
Galileo Chini, Tavola apparecchiata con fruttiera e fiori, olio su tavola, 87.5x120.5, 1933 ca.
Galileo Chini, Tavola apparecchiata con fruttiera e fiori, olio su tavola, 87.5×120.5, 1933 ca. – Lotto n. 22 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Nato a Firenze nel 1873, Galileo Chini studia decorazione alla Scuola d’Arte di Santa Croce. Fra il 1895 ed il 1897 frequenta la Scuola Libera del Nudo presso l’Accademia di Belle Arti ma non consegue alcun diploma.

Intanto il giovane Chini si dedica all’arte ceramica e ottiene numerosi premi anche a livello internazionale. Nel 1906 fonda, insieme al cugino, la manifattura artistica le “Fornaci di San Lorenzo”, nel Mugello. I due si dedicano alla ceramica, ma anche agli arredi e alle decorazioni d’interno, caratterizzate da una forte impronta liberty.

Nel 1907 l’artista fiorentino partecipa alla Biennale di Venezia, dove tornerà nel 1924 e ancora nel 1930, inaugurando un decennio ricchissimo di esposizioni personali nazionali ed internazionali.

Importantissimo è stato il contributo di Chini al modernismo decorativo italiano dall’inizio del ’900, fino alla prima guerra mondiale. La sua attività, in questo senso, si svolse nel contesto di opere pubbliche, fra le quali si ricordano quelle per l’impianto termale di Montecatini e le decorazioni realizzate nel 1914, al ritorno da un viaggio di lavoro in Siam, su diciotto pannelli per la sala dedicata all’opera dello scultore slavo Ivan Mestrovic alla Biennale di Venezia: pannelli per i quali Chini ebbe come motivi ispiratori gli stilemi dell’artista austriaco Gustav Klimt.

Nello stesso 1914 Chini partecipa, sulla spinta delle innovazioni espressionistiche provenienti d’oltralpe, alla mostra della secessione romana.

Illustratore, scenografo, urbanista, Chini fu pittore eclettico spaziando dal simbolismo al divisionismo, da un post-impressionismo tonale e chiarista, quale quello testimoniato dall’opera in asta al lotto n. 22 “Tavola apparecchiata con fruttiera e fiori”, del 1933, a una fase finale più cupa ed espressiva, vissuta sempre nel solco della figurazione. Stima: 10.000€/12.000€.

Gino Severini, Melone su carta rosa, olio su tela, 46×55, 1948 – Lotto n. 48 – da finarte.it
Gino Severini, Melone su carta rosa, olio su tela, 46x55, 1948
Gino Severini, Melone su carta rosa, olio su tela, 46×55, 1948 – Lotto n. 48 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Gino Severini è stato uno dei protagonisti del futurismo o meglio del cubofuturismo dell’inizio del ’900. Nel 1910 firma il Manifesto del Futurismo con Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Luigi Russolo.

Dinamismo, luce, ed una compenetrazione di piani fra aspetti percettivi e spaziali caratterizzano una pittura originalissima che risente nei primi anni ’10 delle teorie divisioniste per poi trovare la piena maturità, alla fine del decennio, nella definizione di uno stile che il critico d’arte Theo van Doesburg ha etichettato come psychisch kubisme, ovvero “cubismo psichico”.

Dopo la riscoperta, negli anni ’20, dei “valori plastici” con la pubblicazione del trattato Du cubisme au classicisme (Dal Cubismo al Classicismo), nel clima del ritorno all’ordine del dopoguerra; sarà nel secondo dopoguerra che Severini tornerà al cubismo di gioventù, nel contesto dell’affermazione delle nuove istanze astratte d’oltralpe. È un cubismo più riflessivo ed equilibrato di quello degli inizi, con inserti figurativi che rimandano a tematiche esistenziali e filosofiche cui l’artista si interessa in questi anni.

Nel 1948, anno di esecuzione dell’opera in asta al lotto n. 48 “Melone su carta rosa”, l’Accademia di Belle Arti di Ravenna gli conferisce il titolo di accademico. Nello stesso anno Severini tiene numerose personali: alla Galleria del Naviglio di Milano ed a quella del Cavallino di Venezia, a Tunisi, alla Galleria La Margherita di Roma.

È presente anche alla XXIV Biennale di Venezia con tre lavori recenti e con un’opera del 1914. Poi a collettive a Chicago, Stoccolma ed alla Galleria Nazionale di Roma. Stima: 40.000€/60.000€.

Mario Tozzi, La Margherita, olio su tela, 174×68, 1950 – Lotto n. 55 – da finarte.it
Mario Tozzi, La Margherita, olio su tela, 174x68, 1950
Mario Tozzi, La Margherita, olio su tela, 174×68, 1950 – Lotto n. 55 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Nato a Isola di Fano, in provincia di Fossombrone, nel 1895, Mario Tozzi studia all’Accademia di Bologna con Giorgio Morandi, Osvaldo Licini e Sepo Pozzati. Nel 1915 si diploma e riceve il gran premio del Ministero dell’Istruzione Pubblica.

Partecipa alla prima guerra mondiale, venendo congedato nel 1919, quando sposa la francese Marie Therèse Lemair e si trasferisce a Parigi.

Negli anni ’20 a Parigi Tozzi sarà uno dei protagonisti dell’Ecole Italienne de Paris con Giorgio De Chirico, Massimo Campigli, Filippo De Pisis, Alberto Savinio, Gino Severini e Renato Paresce, gruppo conosciuto anche come il Groupe des Sept.

Sono gli anni della pittura monumentale, dall’impianto mitico e architettonico; delle opere ammirate anche da Picasso e che Tozzi esporrà, in piena adesione al Novecento di Margherita Sarfatti, alle Biennali del 1928, 1930 e 1932.

Sono le architetture che sposano alla perfezione la forza plastica della figura femminile del bellissimo lotto n. 55 “La Margherita”, del 1950. La donna sembra quasi emergere da un impianto di linee geometriche rese astratte dal gioco di luci. L’opera assurge così ad un simbolismo di rinascita che pacifica la sensualità dei seni scoperti e dei gesti quasi lascivi attraverso una verticalità d’impianto con cui l’artista la rende invece del tutto ascetica. Stima: 30.000€/40.000€.

Cagnaccio di San Pietro, La tempesta (Terribile attesa), olio su tela, 125×85, 1920 – Lotto n. 80 – da finarte.it
Cagnaccio di San Pietro, La tempesta (Terribile attesa), olio su tela, 125x85, 1920
Cagnaccio di San Pietro, La tempesta (Terribile attesa), olio su tela, 125×85, 1920 – Lotto n. 61 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Natalino Bentivoglio Scarpa, conosciuto, o meglio grande artista poco conosciuto, come Cagnaccio di San Pietro è stato uno dei rappresentanti italiani più vicini al movimento della tedesca Neue Sachlickeit “nuova oggettività”.

Nato a Desenzano del Garda nel 1897, studia all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove espone alla Ca’ Pesaro negli anni ’10 con artisti del calibro di Tullio Garbari, Felice Casorati, Gino Rossi.

L’opera in asta al lotto n. 80 “La tempesta (Terribile attesa)”, è dunque un dipinto giovanile di Cagnaccio ma che già mostra in nuce la forza espressiva e contraddittoria dell’artista lombardo. Se Cagnaccio è vicino nella resa pittorica alle soluzioni del Novecento italiano mai però vi aderirà ufficialmente, preferendo alla celebrazione l’introspezione del soggetto.

Da un lato infatti c’è il realismo mistico della figura, una popolana resa plastica, monumentale, muscolare, quasi scolpita, dai piedi possenti e fuori scala a comunicare la sfida dell’uomo di fronte alla natura e allo stesso tempo il suo farne parte. Dall’altro la resa astratta, dai colori secessionisti, dello sfondo della tempesta che si accende nelle cromie e nel tratto contorto, involuto, per niente realistico e che, in qualche modo. racconta i pensieri di quella popolana, le ansie, le paure di un mondo dove il connubio dell’esserci testimonia la presenza del magico.

Cagnaccio di San Pietro parteciperà alla sua prima Biennale di Venezia nel 1924. Qui sarà presenza costante fino al 1942. Morirà prematuramente nel 1946, dopo una lunga malattia, a soli quarantanove anni. Stima: 40.000€/60.000€.

Afro, Senza titolo (progetto per il Grande Rosso), collage e tecnica mista su carta intelata, 51.5×109.5, 1963 – Lotto n. 80 – da finarte.it
Afro, Senza titolo (progetto per il Grande Rosso), collage e tecnica mista su carta intelata, 51.5x109.5, 1963
Afro, Senza titolo (progetto per il Grande Rosso), collage e tecnica mista su carta intelata, 51.5×109.5, 1963 – Lotto n. 80 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Formatosi negli anni ’20 e ’30 nel solco della tradizione friulana, Afro Basaldella (Udine, 1912 – Zurigo, 1976) inizia, già a partire dal 1933, a formulare un linguaggio espressivo, plastico e sintetico assai personale. La sua è una pittura che se risente del tonalismo romano lascia spazio ad una sensualità magica, così pacata da risultare metafisica. In essa si avverte infatti un primordialismo tipico della Scuola Romana attraverso il quale l’artista rende mitica una condizione esistenziale di sensazione di decadenza e disfacimento.

Sono tutte caratteristiche, queste della pittura figurativa di Basaldella, che in qualche modo si possono ritrovare nelle opere del dopoguerra, quando, dopo una breve parentesi neocubista, l’artista intraprende la svolta astratta.

All’inizio intrappolato nella griglia cubista, che coniuga con elementi simbolici, magici e sentimentali propria della sua personalità, sarà l’incontro con la pittura di Arshile Gorky negli anni ’50 a liberare la fantasia, l’istinto dell’artista: “Gorky faceva confluire il proprio soggettivo mondo d’immagini che aveva radici nelle memorie dell’infanzia e nei vecchi miti del suo paese anch’egli cercava giorno dopo giorno, dipinto dopo dipinto, disegno dopo disegno, di estrarre, anzi di aiutare ad affiorare, attraverso un processo di decantazione sentimentale, che si collegava ad un parallelo processo di alleggerimento formale, ciò che era sedimentato nel profondo” (da Afro, “Gorky”, testo di presentazione, Roma, 1957).

Sono gli anni in cui Afro aderisce al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi nel tentativo di una conciliazione fra aderenza alla realtà e astrattismo; una ricerca che si evolve negli anni successivi.

“[non] rappresentare una realtà di fantasia, di sogno o di memoria esistente oltre il quadro, e di cui il quadro era specchio o tramite, ma volevo che quella realtà si identificasse con la pittura e la pittura divenisse la realtà stessa del sentimento, non la sua rappresentazione”: quello che Afro riesce a fare nel bellissimo lotto n. 80 “Senza titolo (progetto per il Grande Rosso)” (da Afro, “Pittori Italiani d’oggi”, Roma, 1958, pag. 93 ). Stima: 70.000€/90.000€.

Roberto Crippa, Senza titolo, collage, sughero su compensato, 100×81, 1960 – Lotto n. 87 – da finarte.it
Roberto Crippa, Senza titolo, collage, sughero su compensato, 100x81, 1960
Roberto Crippa, Senza titolo, collage, sughero su compensato, 100×81, 1960 – Lotto n. 87 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Non uno dei “sugheri” degli anni ’70 questo di Roberto Crippa al lotto n. 87 “Senza titolo”. Si tratta infatti di un’opera eseguita nel 1960, di buone dimensioni.

Dopo la Biennale di Venezia del 1958 nella quale Crippa presenta la produzione degli anni ’50: le “spirali”, i “totem” e la scultura neoprimitiva e surrealista; l’artista monzese intraprende un tour espositivo in tutto il mondo, al termine del quale, proprio nel 1960, inaugura un nuovo ciclo pittorico.

Nascono così le amiantiti, i collages con sugheri e giornali, come questo in asta, realizzati con veline plastificate e i materiali più disparati.

“Credo che al simbolo tenda piuttosto la mia composizione. Essa diventa la rappresentazione emblematica dell’uomo di oggi” ebbe a dire Crippa a chi accostava la sua opera a quella di Alberto Burri, poiché se questi è più spostato sull’oggetto e l’esercizio di forza che ne trasforma la materia, Crippa è più interessato a rappresentare, anzi raggiungere, l’uomo; se Burri constata una situazione universale, Crippa parla attraverso di sé, con le sue vedute aeree, i fatti di cronaca, le forme antropomorfe, degli altri. Stima: 10.000€/15.000€.

Pinot Gallizio, L’orologio a cucù, olio su tela, 130×105, 1961 – Lotto n. 91 – da finarte.it
Pinot Gallizio, L’orologio a cucù, olio su tela, 130x105, 1961
Pinot Gallizio, L’orologio a cucù, olio su tela, 130×105, 1961 – Lotto n. 91 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Nato e vissuto ad Alba fra il 1902 ed il 1964, Pinot Gallizio è stato un protagonista sui generis del superamento dell’informale italiano nel dopoguerra, facendo quasi da contraltare alle coeve ricerche d’avanguardia guidate da Lucio Fontana e Piero Manzoni.

Farmacista, chimico, inventore, politico, buongustaio Gallizio ha partecipato con artisti quali Enrico Baj, Asger Jorn ed il filosofo Guy Debord alla fondazione dell’Internazionale Situazionista a Coscio d’Arrosia nel 1957. Un movimento dalla forte spinta libertaria, venato di pulsioni anarchiche e comuniste, surreali, in cui larga parte hanno il gioco e l’evento comunitario quale stimoli per una valorizzazione delle istanze primarie, sentimentali, immaginiste, emotive, sociali dell’esistenza.

Inventore nel 1958 della pittura industriale, una pittura realizzata e tagliata al metro, in un intento dissacrante di decretare la fine del ruolo dell’arte nella società contemporanea, Gallizio di fatto ha stimolato con le sue invenzioni che passano attraverso l’azione e l’evento quelle ricerche di azzeramento e superamento della pittura astratta e della non-forma che si svilupperanno solo nel corso degli anni ’60.

Opere come questa, grande, in asta al lotto n. 91 “L’orologio a cucù” rappresentano bene i molteplici stimoli alla base della ricerca di Gallizio: il richiamo al reale, il tentativo di organizzare l’informe da un lato strizzando l’occhio alle griglie dell’astrattismo geometrico, dall’altro convogliandolo in una esplosione coloristica quasi nucleare nell’amalgamarsi e nei contrasti materici delle cromie. E così, su tutto, domina il gioco combinatorio, chimico, fantastico, quasi sonoro, degli elementi. Stima: 18.000€/20.000€.

Tancredi Parmeggiani, Senza titolo, tempera su compensato, 66.6×99.5, 1954 – Lotto n. 145 – da finarte.it
Tancredi Parmeggiani, Senza titolo, tempera su compensato, 66.6x99.5, 1954
Tancredi Parmeggiani, Senza titolo, tempera su compensato, 66.6×99.5, 1954 – Lotto n. 145 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Nato a Feltre in provincia di Belluno nel 1927, Tancredi Parmeggiani studia all’accademia di Belle Arti di Venezia dove, dal 1946, frequenta Emilio Vedova.

Negli anni seguenti  si muove fra Parigi e Venezia. A Venezia, nel 1949, tiene la prima personale. Nel 1950 si trasferisce a Roma dove entra in contatto con gli artisti astratti della libreria Age d’Or (Dorazio, Perilli, Guerrini). Nello stesso anno partecipa alla celebre mostra dell’arte astratta in Italia alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Nel 1951 è nuovamente a Venezia; conosce la magnate americana Peggy Guggenheim che nel 1954, anno di realizzazione dell’opera in asta al lotto n. 145 “Senza titolo”, gli procura uno studio nel suo palazzo veneziano (Palazzo Venier dei Leoni, dove nel 1954 Peggy organizza una grande mostra personale). Intanto nel 1952 Tancredi ha sottoscritto il Manifesto dell’Arte Spaziale di Lucio Fontana. Espone alla Galleria del Cavallino e del Naviglio, punti di riferimento dello spazialismo.

Nello stesso 1954 partecipa con Jackson Pollock, Wols, Georges Mathieu alla mostra Tendances Actuelles alla Kunsthalle di Berna.

In questi anni Tancredi trova il proprio linguaggio, basato sulla frammentazione del segno, intimo, veneziano, sensibile, tenue, nucleare, soffuso, lagunare, fatto di punti e accensioni di spatola; linguaggio con cui l’artista supera l’informale e quasi richiama a suggestioni orientali, familiarissime nella marittima Venezia.

Di opere come questa sembra parlare la Guggenheim nella sua autobiografia “Una vita per l’arte”, quando, a proposito di quei primi anni, scrive di Tancredi: “[…] poi finalmente sviluppò uno stile tutto personale: era quello che in Italia si chiama uno spazialista e le sue gouaches riempirono presto casa mia. Erano delicate ed aeree [..]”. Stima: 40.000€/60.000€.

Michele Zaza, Duo celeste, Fotografie, quattro elementi, 27×37.5, 1978 – Lotto n. 169 – da finarte.it
Michele Zaza, Duo celeste, Fotografie, quattro elementi, 27x37.5, 1978
Michele Zaza, Duo celeste, Fotografie, quattro elementi, 27×37.5, 1978 – Lotto n. 169 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Nato a Molfetta nel 1948 Michele Zaza si forma all’Accademia di Belle Arti di Brera dove si laurea in scultura nel corso di Marino Marini.

La prima personale è del 1972 alla Galleria Diagramma di Milano. Seguono numerose esposizioni personali che lo portano nel 1977 a New York ad esporre con Giulio Paolini al Fine Arts Building. Nel 1980 è presente, con sala a lui dedicata, alla Biennale di Venezia.

Irreale e reale, presenza e assenza, vita e morte, moto e stasi, corporale e spirituale, tempo e memoria sono gli opposti concettuali che trovano espressione nelle opere di Zaza: spesso fotografie o riporti fotografici su cui l’artista interviene, sequenze che indagano la dimensione familiare dell’autore stesso.

Nel 1978 Zaza realizza opere intitolate “Racconto celeste”, “Duo celeste” (lotto n. 169), dove approfondisce il rapporto fra l’umano ed il sovumano, il corporeo e l’incorporeo. Il colore blu della parete di casa diviene un cielo che avvolge i volti del padre e della madre, uniti quasi corporalmente, tracciando un segno con le dita, dall’artista demiurgo, figlio dell’opera, legato ad essa e al filo che unisce la composizione allo spazio-tempo, al senso: dell’opera, del tutto, dell’uomo Zaza. È questo che rende lo spazio familiare “spazio celeste”.  Stima: 8.000€/10.000€.

Daniel Spoerri, Tableu-piège, assemblaggio, 70x70x4, 1972 – Lotto n. 181 – da finarte.it
Daniel Spoerri, Tableu-piège, assemblaggio, 70x70x4, 1972
Daniel Spoerri, Tableu-piège, assemblaggio, 70x70x4, 1972 – Lotto n. 181 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte n. 50

Danzatore, pittore e coreografo rumeno Daniel Spoerri inizia a studiare danza nel dopoguerra a Zurigo, in Svizzera, dove la famiglia si era rifugiata in seguito alle persecuzioni naziste.

Negli anni ’50 si dedica alla danza, come danseur-étoile presso il Berner Stadttheater e poi come coreografo.

Trasferitosi nel 1959 a Parigi, qui Spoerri entra in contatto con l’avanguardia artistica europea (Marcel Duchamp, Man Ray, Pol Bury, Jesús Rafael Soto, Robert Filliou) e,  ospite della camera 13 dell’Hôtel Carcassonne, in Rue Mouffetard,  inventa i cosiddetti i tableaux-pièges o “Quadri-trappola” (lotto n. 181), realizzati fissando su tavola gli oggetti quotidiani della sua stanza d’albergo.

Scrive l’artista nalla Topographie anecdotée du hasard pubblicata in occasione della mostra alla Galleria Lawrence di Parigi (9 febbraio – 7 marzo 1962): “Nella mia camera n° 13 dell’Hôtel Carcassonne, in Rue Mouffetard 24, al quarto piano a destra della porta, tra lo scaldavivande e il lavello, c’è un tavolo che Vera, un giorno, ha dipinto di blu per farmi una sorpresa. Ho voluto vedere che cosa potevano suggerirmi gli oggetti che si trovavano su questo tavolo, e dei quali avrei potuto fare un ‘quadro-trappola’; ho cercato di capire cosa evocavano in me, descrivendoli come Sherlock Holmes che partendo da un oggetto poteva risolvere un caso, o come gli storici che, da secoli, ricostruiscono un’intera epoca a partire dal più celebre ‘fissaggio’ della storia: Pompei… In seguito alla descrizione degli oggetti, si reperisce un prospetto la cui forma irregolare è la stessa del tavolo. Questo prospetto contiene la rivelazione esatta di una topografia dovuta al caso e al disordine, che ho fissato il 17 ottobre 1961 alla ore 15.47”.

Prima, il 27 ottobre del 1960, Spoerri aveva firmato il Manifesto del Nouveau Réalisme, movimento promosso dal critico Pierre Restany.

Le opere di tutto il decennio, i tableaux-pièges, saranno oggetto di due importanti retrospettive nel biennio 1971 e 1972, ad Amsterdam, a Zurigo e a Parigi (Centre national d’art contemporain). Stima: 15.000€/20.000€.

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