Asta Blindarte n. 83 – 30 Maggio 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea + Design

La prossima Asta (n. 83) di Arte Moderna e Contemporanea + Design della Casa d’Aste Blindarte si terrà il prossimo 30 Maggio 2017 a Milano. La TopTen di SenzaRiserva.

Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40×50, 1966 – Lotto n. 38 – da blindarte.com
Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40x50, 1966
Xavier Bueno, Natura morta, olio e tecnica mista su tela, 40×50, 1966 – Lotto n. 38 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

“Un’attenzione particolare meritano le nature morte di Bueno sollevate nello spazio senza fondo, in cui gli spessori sono creati dal ritmo degli oggetti, sottratti ad una assenza metafisica” ha scritto Salvatore Quasimodo in merito alle “nature morte” (lotto n. 38) dell’artista di origini spagnole Xavier Bueno (Vera de Bidasoa, 1915).

Protagonista con il fratello Antonio, Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni dell’esperienza fiorentina dei Pittori Moderni della Realtà, Xavier, al contrario del fratello, non abbandonerà mai la vocazione al realismo che distingue tutte le sue opere.

Negli anni ’50 quello del pittore spagnolo è un realismo marcatamente sociale, di rappresentazione e denuncia del mondo dello sfruttamento sul lavoro, della povertà, di ricordi della guerra civile spagnola; ma negli anni l’ispirazione si fa sempre più esistenziale, le figure sospese in una trepidazione che quasi più non fa campeggiare gli oggetti e le figure in un contesto quotidiano.

Opera materica, realizzata col tipico impasto di olio e sabbia, che sospende gli oggetti su un piano privo di prospettiva e che preannuncia ad un puro spazio metafisico. Stima: 4.000€/6.000€.

Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5×194.5, 1964 – Lotto n. 54 – da blindarte.com
Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5x194.5, 1964
Antonio Corpora, Passaggio a Gibilterra, olio su tela, 128.5×194.5, 1964 – Lotto n. 54 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Opera di notevoli dimensioni di Antonio Corpora al lotto n. 54 “Passaggio a Gibilterra” del 1964.

Nato a Tunisi nel 1909, ben presto Corpora si trasferì in Europa: a Firenze nel 1930, poi a Milano dove frequentò i protagonisti delle prime ricerche astratte che esponevano alla Galleria del Milione e quindi a Parigi.

Tornato in Italia, nel dopoguerra è fra i propugnatori delle nuove istanze neocubiste, partecipa al Fronte Nuovo delle Arti e quindi, nel 1952, al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi, esperienza a partire dalla quale formula il suo personalissimo linguaggio astratto maturo, caratterizzato da un paesaggismo lirico che unisce lo spunto del reale ad una sensibilità soggettiva trasfigurante.

Fino alla metà degli anni ’60 si collocano forse le opere migliori dell’artista, ancora lontane dalle geometrie e dalle campiture più definite dai ’70  in poi. È come se Corpora accettasse in pieno il linguaggio informale per farlo completamente suo, ‘guazzabuglio’ d’anima che intride la materia di emozioni coloristiche di un mondo ancora puro, del blu del mare, dei colori tenui e caldi della Tunisia. Stima: 12.000€/18.000€.

Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100×80, 1978 – Lotto n. 95 – da blindarte.com
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100x80, 1978
Tano Festa, Da Michelangelo, acrilico su tela in teca di legno e plexiglass, 100×80, 1978 – Lotto n. 95 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

“L’Aurora” qui raffigurata da Tano Festa al lotto n. 95 “Da Michelangelo” è una celebre scultura di Michelangelo Buonarroti collocata nella Sagrestia Nuova della Chiesa di San Lorenzo a Firenze a destra sul sarcofaco di Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino.

Le prime versioni dell’Aurora dell’artista della Scuola di Piazza del Popolo risalgono al 1965, quando Festa rientra dall’America e introduce fra le sue tecniche esecutive quella del ricalco a mano su proiezioni da diapositive.

Le campiture di colore (verde) servono all’artista per accentuare la dimensione plastica dell’opera mentre le riquadrature, per stessa ammissione dell’artista, derivano da influenze derivanti dall’optical art americana.

Scrive Duilio Morosini in Le ‘personali’ romane di Tano Festa e Franco Sarnari. Due giovani pittori d’avanguardia, “Paese sera”, 16 novembre 1965 in merito ad una “Aurora”:

“riproduzione d’un dettaglio d’affiche per le celebrazioni michelangiolesche (questa volta realizzato coi bianchi e neri della pittura) che Festa proietta su di uno ‘schermo’ azzurro, sovrapponendo, poi, alla tormentata figura delle tombe medicee, dei grigi regoli da disegno geometrico […] dischi, filigrane, reticoli che lo hanno colpito in occasione d’una visita ad una mostra della optical art americana”.

Ma qual’è il significato dell’opera? Perché non si tratta solo di una operazione concettuale. L’Aurora è il risveglio, la negazione della morte (quella del fratello Francesco Lo Savio), il simbolo di un gesto ripetuto e seriale ma che è sempre un miracolo, la contraddizione stessa di un mondo della comunicazione che attraverso la televisione appiattisce l’immagine, uniforma i significati. L’Aurora è la poesia stessa di vivere. Stima: 5.500€/7.500€.

Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60×60, 2004 – Lotto n. 111 – da blindarte.com
Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60x60, 2004
Luciano Ventrone, Indifferenti, olio su tela, 60×60, 2004 – Lotto n. 111 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Considerato dal critico Federico Zeri il “Caravaggio del ventesimo secolo”, apprezzato fra gli altri da Achille Bonito Oliva e Vittorio Sgarbi, Luciano Ventrone è un pittore ‘iperrealista’ di grandissimo talento.

Nato a Roma nel 1942, frequenta il Liceo Artistico. Si iscrive poi alla Facoltà di Architettura fino al 1968 anno nel quale abbandona gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla pittura.

Scrive Alessandro Lorenzetti nell’introduzione al catalogo della mostra tenutasi alla Albemarly Gallery nel 2010 Luciano Ventrone, Il Velo di Maya, Edizioni Paperback: “La prima associazione che questi dipinti suscitano nell’osservatore é con il pensiero del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. Un’evoluzione del Mito della Caverna […] il suo Velo di Maya descrive correttamente il potenziale filosofico insito nell’opera di Ventrone.

Maya – dea dell’illusione – incarna la realtà, come é percepita attraverso i sensi, che offusca con il suo velo gli occhi dell’uomo impedendo un’autentica conoscenza. Nell’estetica schopenhaueriana l’arte ha il compito di ‘esprimere’ e ‘rappresentare’ le idee platoniche. Attraverso l’arte si può temporaneamente contemplare l’essenza delle cose e questo é precisamente il processo che avviene davanti a una natura morta, un nudo o una marina di Luciano Ventrone. […]

La straordinaria padronanza del mezzo tecnico fa di Ventrone il caposcuola di una nuova tradizione figurativa. […] É un dato di fatto che ogni momento chiave della storia dell’arte é stato contrassegnato da un dichiarato ritorno alla figurazione naturalistica”.

I limoni (lotto n. 111 “Indifferenti”) e in generale le nature morte sono un soggetto ricorrente in Ventrone. Limoni, frutti sfacciatamente belli e aperti, disinibiti nella loro naturalezza, indifferenti alle scene mitologiche di un contenitore antichissimo, senza un ubi sunt da chiedere nel muto spettacolo della morte, del sesso e della rinascita della natura.  Stima: 6.000€/8.000€.

Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79×110, 1978 – Lotto n. 152 – da blindarte.com
Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79x110, 1978
Paul Jenkins, Phenomena Earth Star Dipper, acquerello e tecnica mista su cartoncino, 79×110, 1978 – Lotto n. 152 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Nato a Kansas City nel 1923 Paul Jenkins è stato uno degli artisti più originali della corrente dell’espressionismo astratto americano. Nel 1948 si trasferì a New York entrando in contatto con Mark Rothko, Jackson Pollock e Barnett Newman. Dal 1953 fu in Europa, prima in Italia e poi a Parigi.

La prima personale parigina dell’artista si tenne alla Galleria Paul Facchetti. Seguirono quelle americane alla Galleria Zoe Dusanne a Seattle nel 1954 e alla Galleria Martha Jackson di New York nel 1956.

La pittura degli anni ’50 di Jenkins mostra già le caratteristiche distintive con opere realizzate versando il colore sul supporto e lasciandolo ‘fluire’ liberamente. L’artista usa olio su tela, ma soprattutto lavora con inchiostri e tempere su carta. La sua arte concettualmente si ispira alla Teoria dei Colori di Johann Wolfgang von Goethe pubblicata a Tubinga nel 1810.

Respingendo le teorie di Newton che analizzava i colori solo partendo dalla luce, il grande poeta tedesco riteneva che luce ed oscurità fossero responsabili della percezione sensibile. Irradiamento e offuscamento della luce nell’oscurità, in un elemento torbido, sono per Goethe all’origine dei colori che non sono ‘primari’: il giallo è il colore più vicino alla luce, l’azzurro il più prossimo all’oscurità. Da qui hanno origine i “Phenomena” di Jenkins.

Negli anni ’60 l’artista introduce nella realizzazione dell’opera un nuovo strumento, il coltello d’avorio attraverso la cui lama l’artista dirige il diffondersi del colore versato su supporti inclinati. Jenkins riprende la visione’filosofica’ goethiana in cui l’artista contribuisce sensibilmente alla creazione stessa e alla percezione del ‘fenomeno’. Fenomeno che è allo stesso tempo rappresentazione delle forze del reale e di quelle dell’anima espressa attraverso una interpretazione panteistica della natura di cui l’uomo è parte e allo stesso tempo l’idea platonica dell’artista quale tramite di rivelazione. Stima: 10.000€/15.000€.

Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966 – Lotto n. 155 – da blindarte.com
Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966
Nanda Vigo, Cronotopo, alluminio e vetri stampati, 155x40x20, 1966 – Lotto n. 155 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Artista, designer e architetto milanese Nanda Vigo ha portato avanti dagli anni ’60 una ricerca difficilmente inquadrabile in movimenti artistici.

Sicuramente le sue opere hanno affinità con le teorie del Gruppo Zero lungamente frequentato e l’arte cinetica ma non si esauriscono in esse essendo il prodotto di un concettualismo e di un pensiero metafisico più profondo, vicino alle ricerche di Lucio Fontana e Piero Manzoni (quest’ultimo diverrà anche suo compagno).

Nel ’64 presenta alla Galleria La Salita di Roma il Manifesto cronotopico dove spiega la nascita di opere come questa al lotto n. 155 “Cronotopo”: spazi di alluminio, vetro, plastica che materializzano un “postulato cinquedimensionale introducente all’adimensione”.

Tali spazi fisici filtrando e riflettendo variamente la luce proveniente dall’ambiente circostante di fatto distorcono la percezione dell’oggetto/ambiente stesso, trasformando lo spazio definito in un contenitore indefinito, non topograficamente misurabile. Un luogo in cui tempo e spazio sono funzione cangiante l’uno dell’altra, un’apparenza imperscrutabile. Stima: 30.000€/40.000€.

Getulio Alviani, Superficie a testera vibratile 71076, alluminio, 72×72, 1971 – Lotto n. 156 – da blindarte.com
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 71076, alluminio, 72x72, 1971
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 71076, alluminio, 72×72, 1971 – Lotto n. 156 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Le “Superfici a testura vibratile” (lotto n. 156) nella definizione di Carlo Belloli, sono le opere più originali e importanti di Getulio Alviani, artista, progettista, grafico, designer nativo di Udine (1939).

“Le opere possono” afferma l’artista “essere moltiplicabili, riproducibili in serie, perché sono il risultato di una precisa programmazione”. Si tratta di opere eseguite scalfendo la superficie di alluminio dapprima a mano libera e poi con la fresa elettrica secondo rapporti geometrici studiati per voluti effetti dinamici e cinetici di riflessione della luce.

L’opera in asta, pur perfettamente bidimensionale e di forma rettangolare è opera instabile: per le dimensioni delle file di lastre che sembrano variare e provocare un effetto scalare sui lati, per la complessiva distorsione e restringimento verso il basso dell’intera figura, per la scabrosità tridimensionale dell’oggetto, effetti che mutano al mutare del punto di vista.

Nel 1964 Alviani espone in sala con Enrico Castellano alla Biennale di Venezia. Nel 1965 partecipa alla celebre mostra The Responsive Eye al MoMA di New York. Nel 1968 a Documenta 4 a Kassel. Stima: 40.000€/60.000€.

Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100×70, 1970, 301/450 – Lotto n. 157 – da blindarte.com
Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100x70, 1970, 301/450
Michelangelo Pistoletto, Gabbia, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 100×70, 1970, 301/450 – Lotto n. 157 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Lastre di acciaio inox lucidate a specchio sulle quali vengono applicate immagini ottenute attraverso una tecnica di riporto fotografico: l’artista ricalca la fotografia, a punta di pennello su carta velina.

Questa è la tecnica messa a punto da Michelangelo Pistoletto, artista biellese, classe 1933, nel corso del 1962 dopo gli studi di grafica pubblicitaria e un’inizio artistico caratterizzato da opere figurative ed autoritratti.

Anche per queste opere di Pistoletto, al pari di quelle di Nanda Vigo, si potrebbe parlare di ‘cronotopo’. C’è infatti il tempo, poiché l’opera si crea ad ogni specchiarsi in un eterno presente, c’è lo spazio esterno che viene rappresentato nell’opera quale “autoritratto del mondo”.

In questo modo non c’è opera ma l’opera è l’essere sempre in attesa della possibilità dell’opera. E infine c’è la miccia, la situazione che è, con terminologia montaliana, l”occasione’ che riesce a rompere le maglie della catena, l’oggetto liberatorio che squarcia il velo dei phenomena e consente di sbirciare, anzi di fare esperienza virtuale del noumeno. E che altro è questo, sembra dirci l’artista, se non l’astrazione di vedersi vivere. Stima: 8.000€/12.000€.

Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157×103, 2001 – Lotto n. 162 – da blindarte.com
Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157x103, 2001
Giuseppe Uncini, Muri di cemento n. 124, 157×103, 2001 – Lotto n. 162 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Nato a Fabriano nel 1929 Giuseppe Uncini si forma nel fervente ambiente artistico e culturale della Roma degli anni ’50 recependo soprattutto gli stimoli provenienti dalle prime sperimentazioni informali. Già tuttavia alla fine del decennio le sue opere mostrano una tensione verso il superamento dell’involuzione e della materica sterilità informale con sculture in cemento e ferro che si richiamano a motivi geometrici ed architettonici.

La ricerca di Uncini culmina con l’adesione al Gruppo Uno nel 1962, gruppo romano composto dagli artisti Nato Frascà, Pasquale Santoro, Achille Pace, Nicola Carrino, e Gastone Biggi che, nella dichiarazione di intenti presentata alla Galleria La Medusa di Roma il 16 dicembre 1963 affermano: “[…] la nostra scelta è in stretta connessione con la reazione che ognuno di noi portava dentro di sé alle istanze tardo-romantiche contenute nell’Informale, corrente storica nella quale si erano sviluppate le nostre individualità. Ma ci muovevamo già in una lucida indagine della necessità di una stretta relazione tra superficie e segno in un rapporto di essenzialità. Aspiravamo a partecipare attivamente alla volontà e all’azione di ricostruzione dopo la ‘tabula rasa’ dell’Informale”.

C’è dunque nelle opere in cemento e ferro di Uncini (soprattutto i “Cementiarmati” della fine degli anni ’50, i “Ferrocementi” della prima metà dei ’60 e i “Muri di cemento” degli anni ’90: lotto n. 124) prima di tutto un ritorno alla concretezza del materiale e del ‘costruire’, sia come riappropriazione degli elementi base del fare artistico come nell’arte analitica sia quale fiducia nella tecnica come strumento di intervento sulla società.

Non manca però una chiave più concettuale e plurisemantica: muri di cemento ‘disossati’ che rendono ambigua la distinzione fra l’aldiqua e l’aldilà attraverso un confine ‘sbarrato’, annullamento della soggettività dell’artista, ready-made, arte quale finestra e supporto a un universo incomprensibile, ancora informale; testimonianza di struttura, simbolo d’umanità e resistenza. Stima: 60.000€/80.000€.

Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183×304.5×11, 1980 – Lotto n. 165 – da blindarte.com
Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183x304.5x11, 1980
Mimmo Paladino, Pasto, olio, colori fluorescenti, assemblaggio e tecnica mista polimaterica su tre tele, 183×304.5×11, 1980 – Lotto n. 165 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 83

Eseguita a New York nell’ottobre del 1980, la grande opera al lotto n. 165 “Pasto” è assai rappresentativa delle idee e del contesto storico in cui si colloca la vicenda artistica di Mimmo Paladino nell’ambito della nuova figurazione sulla scena italiana degli anni ’80.

Nel 1980, anno di esecuzione dell’opera, Paladino viene invitato da Achille Bonito Oliva nella sezione Aperto ’80 alla Biennale di Venezia. Con lui ci sono  Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente e Nicola De Maria, ovvero i rappresentanti della cosiddetta Transavanguardia italiana.

Nello stesso anno l’artista pubblica il libro EN-DE-RE con Emilio Mazzoli a Modena, con la riproduzione di alcune sue opere e un testo di Achille Bonito Oliva “Il sonno del re” dove si descrive la casa del linguaggio, in cui i mobili sono suoni prodotti dal Re che non solo impartisce ordini ma produce anche fonemi incomprensibili, soprattutto di notte, che i sudditi devono interpretare. Suoni come en-de-re il cui significato, dopo moltissime possibili interpretazioni, alla fine del dibattito il giullare interpreterà con il suono stesso, il puro significante.

Qual’è il significato di questo racconto? Si tratta di una metafora dell’opera d’arte che non ha un’unica spiegazione ma molte possibili interpretazioni che spettano ai critici. Un’arte primitiva, simbolica, dove la forza comunicativa, pur disarticolata, ne rappresenta l’essenza stessa, secondo il ‘credo’ per cui l’opera d’arte pone questioni e non dà risposte; ma è puro specchio della ‘linfa vitale’ del reale.

Anche l’opera “Il Pasto” ricorda questi concetti. È tripartita in pannelli, come il suono del Re, e sembra al centro rappresentare proprio una figura umana. Magari un Re? Gli elementi che contornano la figura nei pannelli laterali contengono forme bio e zoomorfe e ne sembrano costituire il pasto. Si tratta dunque nuovamente della rappresentazione di un essere potente, primitivo, ciclopico, padrone dei segreti e delle forze della realtà, la visione personificata di un caos di energia che sta dietro alle nostre quotidiane apparenze e di cui, attraverso l’arte, partecipiamo. Stima: 100.000€/150.000€.

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