Asta Cambi n. 342 - 8 Maggio 2018 - Milano, Arte Moderna e Contemporanea - Immagini Courtesy cambiaste.com

Tancredi Parmeggiani, Giuseppe Santomaso, Gianni Dova: il dopoguerra da Cambi (Asta n. 342)

L’Asta n. 342 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Cambi di Milano si terrà il giorno 8 maggio in due sessioni, ore 10.00 (lotti 1-233) e ore 15.00 (lotti 234-441). Guidano l’asta tre grandi opere degli anni ’50 e ’60: un Tancredi Parmeggiani del 1959 al lotto n. 322, un Giuseppe Santomaso del 1963 al lotto n. 333 ed il bellissimo Gianni Dova del 1957 al lotto n. 336. La TopTen di SenzaRiserva.

Gregorio Sciltian, Senza titolo, olio su tela, 50×60 – Lotto n. 306 – da cambiaste.com
Gregorio Sciltian, Senza titolo, olio su tela, 50x60
Gregorio Sciltian, Senza titolo, olio su tela, 50×60 – Lotto n. 306 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

Gregorio Sciltian nasce a Rostov, in Armenia, nel 1900. Si forma all’Accademia di San Pietroburgo dove inizia una ricerca vicina alle tendenze cubo-futuriste. In seguito alla rivoluzione d’Ottobre è a Costantinopoli, studia all’Accademia di Vienna, espone a Berlino; nel 1923 si trasferisce a Roma e già nel 1925 è invitato alla Biennale di Venezia.

Fin da questi anni la pittura di Sciltian si caratterizza per un realismo che si richiama all’arte antica e rinascimentale, caratterizzata da contrasti di influenza caravaggesca e fiamminga.

Negli anni ’30 è ricchissima l’attività espositiva di Sciltian culminata con le presenze alla Biennale del 1936 e del 1942, in quest’ultima occasione con sala personale. Dopo la guerra, sul finire degli anni ’40, Sciltian partecipa all’esperienza del Gruppo fiorentino dei “Pittori Moderni della Realtà” con i quali nel 1947 espone alla galleria dell’Illustrazione di Milano (con i fratelli Bueno, Pietro Annigoni, Giovanni Acci, Carlo Guarienti e Alfredo Serri) e nel 1948 alla Galleria La Margherita di Roma.

La dichiarazione del Manifesto si confà perfettamente alla ‘storia’ dell’arte di Sciltian, sempre fedele alla ‘verità’ della pittura, a quei valori plastici che cercano, nell’illusione della realtà, un valore dell’umano che non ceda alle derive del nichilismo modernista: “Noi, ‘Pittori moderni della realtà’, siamo riuniti in un gruppo fraterno per mostrare al pubblico le nostre opere. La simpatia e la comprensione con le quali esso ha accompagnato e assecondato in questi anni i nostri sforzi, la certezza di essere nel vero, di aver ragione noi e gli altri torto, ci hanno convinto dell’opportunità e della necessità di questa mostra. Siamo compatti con la nostra forza, la nostra fede, i nostri ideali e la nostra assoluta reciproca stima”.

Dagli anni ’50 e ’60 il campo di applicazione e la notorietà dell’arte di Sciltian si allarga e diviene popolare. L’artista lavora alle sceneggiature e ai costumi degli spettacoli per il Teatro della Scala e del Maggio Musicale Fiorentino; lavorerà per la filatelia, eseguirà grandi interventi pittorici per i transatlantici, numerosissimi ritratti ‘mondani’, produrrà illustrazioni per i ‘fotoromanzi’. Il suo linguaggio di conseguenza, pur nella fedeltà al ‘vero’, si fa più narrativo, lezioso, meno introspettivo ma mai viene meno l’incredibile talento figurativo dell’artista, come testimoniato da questo lotto n. 306 “Senza titolo”, attribuibile a questi anni. Stima: 8.000€/9.000€.

Michele Cascella, olio su tavola, 76×108.5, 1933 – Lotto n. 309 – da cambiaste.com
Michele Cascella, olio su tavola, 76x108.5, 1933
Michele Cascella, Senza titolo, olio su tavola, 76×108.5, 1933 – Lotto n. 309 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

Nato in provincia di Chieti nel 1892, nel 1924 Michele Cascella parteciperà giovanissimo alla Biennale di Venezia. Vi sarà ancora, continuativamente dal 1928 al 1942, anno in cui esporrà in sala personale, a conferma dello straordinario successo e riconoscimento della sua pittura fra gli anni ’30 e ’40.

La pittura di Cascella nasce nell’ambito della figurazione e a questa rimarrà sempre fedele: l’artista rappresenta dal vero scorci di paesaggi e città (lotto n. 309 “Senza titolo”), nature morte, scene di vita urbana e campestre; lo fa guardando alla lezione post-impressionista, solleticando l’occhio con un sovrapporsi di stesure dai contrasti forti e tenui che smussano il reale e ne catturano la fugacità, fino a condensarlo in “une petite sensation“.

Nel 1933, anno di esecuzione dell’opera in asta, Cascella collabora con il Corriere della Sera alla realizzazione di disegni che rappresentano varie località italiane; nel 1934, in Libia, riceve dalla Principessa di Piemonte l’incarico di realizzare un ciclo di opere che raffigurano vedute dei paesaggi dell’Italia meridionale.

“La pittura di Michele Cascella è accurata e, allo stesso tempo, sfarfallante. Un gradevole incrocio tra Maurice Utrillo e Filippo de Pisis” ha scritto il critico d’arte Maurizio Fagiolo dell’Arco dandone una definizione che ha colto così bene la natura della pittura dell’artista di Ortona che nel 2016, presso il Museo Paparella-Treccia di Pescara, fu allestita una bellissima mostra che ha messo a confronto le opere dei tre autori. Stima: 8.000€/12.000€.

Ottone Rosai, Paesaggio, olio su tela, 55.5×65.5, 1943 – Lotto n. 310 – da cambiaste.com
Ottone Rosai, Paesaggio, olio su tela, 55.5x65.5, 1943
Ottone Rosai, Paesaggio, olio su tela, 55.5×65.5, 1943 – Lotto n. 310 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

La celebrata e grottesca terra dei primitivi rappresentata da Ottone Rosai nelle opere della fine degli anni ’20, la rappresentazione degli amati popolani dei quartieri fiorentini, raccontati da Vasco Pratolini e Romano Bilenchi, simboli di una umanità vera e in qualche modo ‘pura’ ha lasciato il campo, all’inizio degli anni ’40 a ‘omini’ rimpiccioliti, di schiena, paffutelli, con le mani in mano, di una bruttezza non più rinascimentale e in qualche modo eroica ma sfuggente, inafferrabile, muta.

Così muta che se esiste si può solo intuire e immaginare come fosse in un luogo fuori dal tempo: è l’umanità che aleggia in questo paesaggio cupo, fatto di fabbricati senza finestre o dalle finestre piccolissime, abitati da gente arroccata che osserva delle feritoia, pronta ad aggredire ma al contempo svogliata di farlo.

Non c’è in questo Rosai l’entusiasmo dell’inizio degli anni ’30, quando l’artista partecipava con Soffici e Maccari al movimento Strapaese e alla redazione de “Il Selvaggio”.

Nel 1934 Rosai espone alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno si trasferisce nello studio/rifugio di Via San Leonardo a Firenze. Nel 1935 il pittore fiorentino illustra il volume L’architettura delle case coloniche in Toscana di Mario Tinti, mentre nel 1936 esegue i due grandi pannelli raffiguranti Paesaggi toscani nella sala ristoro della stazione ferroviaria di Firenze Santa Maria Novella, progettata da Giovanni Michelucci. Sono gli anni dei riconoscimenti, che culmineranno nel 1942 con la nomina a docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Nel 1936, nella celebre Difesa (1936), letta dall’artista in occasione della personale al Lyceum di Firenze, scriveva Rosai riguardo alla sua pittura: “Io voglio scoprire l’anima della mia creatura, il suo viso interno; voglio trovare il suo dramma: essere quella santità di luce e di spazio dipinti in cui si esala il suo grido”. Grido che esala fortissimo da queste case. Stima: 10.000€/12.000€.

Tancredi Parmeggiani, tempera su faesite, 115×89 – Lotto n. 322 – da cambiaste.com
Tancredi Parmeggiani, tempera su faesite, 115x89
Tancredi Parmeggiani, Senza titolo tempera su faesite, 115×89, 1959 – Lotto n. 322 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

Bellissima e importante tempera di Tancredi Parmeggiani (Feltre, 1927) al lotto n. 322 “Senza titolo”, opera ‘manifesto’ di un espressionismo astratto potentissimo che ha le sue radici da un lato nella vicinanza a certi modelli americani, su tutti Jackson Pollock, dall’altro nella formazione del giovane artista di Feltre che frequenta, negli anni ’40, il Liceo Artistico a Venezia.

A Venezia Tancredi ebbe per insegnanti, fra gli altri, Luciano Gaspari e Gino Morandis, e partecipò, al fermento culturale della città lagunare dove protagonisti erano figure quali Edmondo Bacci, Mario Deluigi, Virgilio Guidi.

Del 1949 la prima personale, alla Galleria Sandri di Venezia. Nel 1951, dopo l’esperienza romana a contatto con il Gruppo Forma 1, Tancredi partecipa alla grande mostra “Arte astratta e concreta in Italia” presso la Galleria d’Arte Moderna. In quest’anno conosce Peggy Guggenheim, la magnate americana che lo prenderà sotto la sua ala protettrice e che lo sosterrà all’estero. Tancredi inoltre allaccia rapporti con Carlo Cardazzo che lo porterà ad esporre alla Galleria del Naviglio di Milano ed a quella del Cavallino di Venezia.

Il 1959, anno di esecuzione dell’opera in asta, è fecondo di cambiamenti. Tancredi, con la moglie, viaggia in Svezia e Norvegia, trasferendosi in seguito a Parigi. La sua pittura rimane nel segno di uno spazialismo astratto ed emozionale, anche se nel 1959 la figurazione tornerà nella sua opera con il ciclo delle “Facezie”.

La forza di Pollock e Hartung, i colori di Matisse, il segno di Tobey trovano in quest’opera una sintesi che si rivela attraverso la generazione di una luce che se di base è tipicamente veneta e orientale, spirituale, si vena anche del ricordo delle esperienze di vita dell’artista, dei colori dei paesaggi nordici, di quelli dei nevrotici e sofferti cieli parigini. Stima: 70.000€/90.000€.

Giuseppe Santomaso, Minaccia, olio su tela, 162×130, 1963 – Lotto n. 333 – da cambiaste.com
Giuseppe Santomaso, Minaccia, olio su tela, 162x130, 1963
Giuseppe Santomaso, Minaccia, olio su tela, 162×130, 1963 – Lotto n. 333 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

Artista veneziano, classe 1907, Giuseppe Santomaso è stato uno dei protagonisti dell’affermazione dell’arte astratta italiana del dopoguerra. A Milano, negli anni ’30, partecipa al Gruppo anti-novecentista e impegnato nel sociale di “Corrente”, attento per quanto riguarda lo stile alle soluzioni delle avanguardie provenienti d’Oltralpe.

Negli anni ’40 a Venezia Santomaso è fra i promotori e gli animatori dell’Associazione Culturale L’Arco con Emilio Vedova e Armando Pizzinato, esperienza che confluirà, alla fine del decennio, nel Fronte Nuovo delle Arti.

Dal 1948 partecipa con continuità alla Biennale di Venezia dove, nel 1954, riceve il Gran Premio per la Pittura. Alla Biennale del 1952 intanto Santomaso ha aderito al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi nell’ambito di una pittura astratto-concreta e di “elaborazione del visibile” che non rinuncia del tutto alla figurazione.

Dalla seconda metà degli anni ’50 la pittura dell’artista veneto si fa sempre più astratta cedendo, alla fine del decennio, ad un informale gestuale, pur sempre ‘narrativo’, di cui un bellissimo esemplare è quest’opera in asta al lotto n. 333 “Minaccia”: una composizione di estrema forza formale dove gli elementi del ‘racconto’ sembrano emergere direttamente dalla materia, accadimenti spaziali cui l’artista assiste distante e quasi impotente; in una contemplazione partecipata ad una battaglia che non è metafora ma piuttosto sguardo e comprensione sulla realtà. Stima: 120.000€/180.000€.

Gianni Dova, Senza titolo, olio su tela, 114×146, 1957 – Lotto n. 336 – da cambiaste.com
Gianni Dova, Senza titolo, olio su tela, 114x146, 1957
Gianni Dova, Senza titolo, olio su tela, 114×146, 1957 – Lotto n. 336 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

Non si può capire la pittura e il linguaggio coniato negli anni ’50 dall’artista romano Gianni Dova, classe 1925, senza collocarlo nelle dinamiche del fervente contesto culturale milanese dalla fine degli anni ’40.

Nel 1951 infatti Enrico Baj e Sergio Dangelo pubblicano il Manifesto della Pittura Nucleare cui in seguito aderiranno anche Dova, Mario Colucci, Gianni Bertini.

Il Movimento rifiuta le derive “decorative” dell’arte astratta riservando un’attenzione nuova al reale, alla materia, all’analisi e all’interpretazione della natura, all’atomo e all’energia, alle scoperte scientifiche, nella percezione e attraverso la presa di coscienza dell’appartenenza dell’uomo ad una realtà da comprendere ed ancora in parte sconosciuta e oscura; un’atteggiamento insomma di apertura ‘meravigliata’ ai progressi della fisica ed al relativismo delle teorie einsteiniane.

D’altra parte questa ricerca dell’invisibile e dell’altrove, si sposa con la rincorsa di quegli anni all’esplorazione spaziale (nel 1957 L’Unione Sovietica lancia lo Sputnik I, primo satellite ad essere messo in orbita, seguiranno gli Stati Uniti nel 1958) e con l’immaginario di mondi alieni, onde cosmiche e gravitazionali, paesaggi lunari; temi che, quasi per assurdo, trovano una corrispondenza nella coeva ripresa d’attenzione per le poetiche visuali di stampo surrealista di approfondimento degli automatismi psichici e delle dinamiche percettive dell’inconscio (si pensi alla pittura coeva di Ernst, Wifredo Lam, Sebastian Matta, ma anche a quella dell’amico e compagno di studi di Dova Roberto Crippa).

In questo senso l’arte di Dova si colloca come una perfetta sintesi e ricerca del rapporto fra pittura e natura, uomo e universo: i suoi paesaggi ‘onirici’, come questo in asta al lotto n. 336 “Senza titolo”, sono vedute fantastiche sui fantasmi del mondo interiore di ognuno di noi, paure che si materializzano nell’abisso dell’indagine e della scoperta della realtà organica, sogno di un mondo cosmico lontanissimo ma alla nostra portata. Stima: 15.000€/18.000€.

Agostino Bonalumi, Nero, cirè estroflesso, 30×20, 1967 – Lotto n. 345 – da cambiaste.com
Agostino Bonalumi, Nero, cirè estroflesso, 30x20, 1967
Agostino Bonalumi, Nero, cirè estroflesso, 30×20, 1967 – Lotto n. 345 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

Nato a Viemercate, Milano, nel 1935, Agostino Bonalumi è stato uno dei protagonisti della nuova generazioni di artisti che ha rinnovato il linguaggio visuale nel capoluogo meneghino della fine degli anni ’50 e ’60.

Erano gli artisti che frequentavano lo studio di Enrico Baj e Lucio Fontana, intellettuali alla ricerca di una ri-significazione dell’oggetto artistico attraverso una sua ricollocazione mentale e fisica nell’ambito della realtà: operazione che consentisse allo stesso tempo un’ appropriazione pienamente ‘umana’, razionale, del progetto estetico, non più esistente o comunque da rifondare nell’azzeramento compiuto dall’informale.

Del 1956 è la prima personale alla Galleria Totti di Milano. Nel 1958 con Manzoni e Castellani, Bonalumi fonda la rivista Azimuth. Ai primi anni ’60 risalgono le prime estroflessioni: pitture-oggetto in cui fortissima è la componente d’innovazione, al confine fra design, installazione, arte cinetica.

Attraverso supporti e strutture in ferro sottostanti la tela monocroma Bonalumi realizza opere come questo piccolo capolavoro in asta al lotto n. 355 “Nero”.

Per tutti gli anni ’60 le estroflessioni di Bonalumi hanno per oggetto soprattutto elementi sferici e curvilinei, dischi che fanno aggettare lo spazio mentale della composizione verso l’ambiente reale: sicuramente l’aspetto ‘concettuale’ nelle opere di questi anni è molto più forte rispetto ai linearismi ritmici usati a partire dagli anni ’70.

Bonalumi sembra ancora quasi suggerire, in un certo senso come Fontana, un altrove fatto di perfezione, un hortus conclusus che è l’origine e la chiusura del cerchio, una componente ‘magrittiana’ e surreale che, dentro di noi, diviene espressione materializzata, oggetto di conoscenza e contemplazione. Stima: 30.000€/40.000€.

Piero Dorazio, Kiotari, acrilico su tela, 200×100, 1985 – Lotto n. 393 – da cambiaste.com
Piero Dorazio, Kiotari, acrilico su tela, 200x100, 1985
Piero Dorazio, Kiotari, acrilico su tela, 200×100, 1985 – Lotto n. 393 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

Chissà se Piero Dorazio avesse in mente la bellissima località greca di Kiotari sulla costa orientale di Rodi, in Grecia, con la sua solatia spiaggia di sabbia e ciottoli, quando ha realizzato l’opera in asta al lotto n. 393 “Kiotari”, di due metri per un metro.

Dagli studi di architettura nella sua Roma, dove nasce nel 1927, alla partecipazione al Gruppo Arte Sociale, passando per l’esperienza di Forma 1, fino ad approdare a quella del Gruppo Origine di Mario Ballocco e della rivista “Arti Visive”, diretta con Ettore Colla, all’inizio degli anni ’50, quello di Dorazio è un percorso di costante ricerca, motivato da una coerenza formale e coloristica che ha rinnovato dall’interno la tradizione pittorica italiana, pur rimanendo fedele ad una predilezione per le proporzioni e gli equilibri tipica del bel paese.

Arte astratta, spaziale, cinetica, pop con soluzioni e motivi liberty, la pittura di Dorazio racconta sempre un’emozione che scaturisce da un ricordo, una veduta, un luogo, una citazione letteraria, un’esperienza; un racconto che si nasconde dove le stesure, stratificate, d’intreccio, ripetute, lasciano spazio ad una percezione, ad una intuizione che è ispirazione per iniziati, elitaria partecipazione che solo il poeta/pittore sa attingere.

Negli anni ’80 Dorazio ripercorre la celebre serie dei “reticoli” dell’inizio degli anni ’60: lo fa in maniera più ariosa e semplice, anche più ‘felice’ nel multiforme uso del colore lontano dal monocromo. Eppure vi si colgono le stesse sensazioni di cui parlava l’amico Ungaretti parlando di quelli: una “concentrazione e fissazione su un punto di luce riaffiorato da abissi, iterato all’infinito”, “raggi di colore” e “pungiglioni” che danno vita ad “alveoli custodi di pupille pregne di luce”. Stima: 50.000€/60.000€.

Piero Pizzi Cannella, dittico, olio su tavola, 220×122 cad., 1987 – Lotto n. 410 – da cambiaste.com
Piero Pizzi Cannella, dittico, olio su tavola, 220x122 cad., 1987
Piero Pizzi Cannella, dittico, olio su tavola, 220×122 cad., 1987 – Lotto n. 410 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

Nato a rocca di Papa nel 1955 Piero Pizzi Cannella studia negli anni ’80 con Alberto Viveri all’Accademia di Belle Arti di Roma.

Nel 1977 espone nella Galleria romana autogestita “La Stanza” (c’erano anche Bruno Ceccobelli, Giuseppe Gallo e Stefano Di Stasio), con un primo nucleo di artisti che poi saranno i protagonisti dell’esperienza del “Gruppo di San Lorenzo” (si aggiungeranno Nunzio, Gianni Dessì e Marco Tirelli) negli spazi dell’ex Pastificio Cerere, esperienza consacrata nella mostra Ateliers (1984), organizzata da Achille Bonito Oliva.

Artisti che trovano nell’indagine della realtà il mezzo per una nuova evocazione dell’umano: gli oggetti di Pizzi Cannella sono muti ma raccontano una storia: anfore, vele, vestiti, gioielli, fiori secchi, lacerazioni, lampadari, ventagli, lucertole. Il suo è uno spazio liquido, mobile, fatto di accensioni e rarefazioni, pronto a svelare segreti, qui in maniera evidente attraverso l’utilizzo del dittico, della ‘porta’.

Le opere di Pizzi Cannella danno l’impressione di geroglifici stesi da bambini, immobili nel raccontare un dinamismo istantaneo catturato da un’immediatezza visiva che quasi non possiede delle parole adatte ad esaurirne il significato. Sembrano suggerire una presenza: di chi è stato, ha vissuto molto, ne ha avuta l’intenzione, ha iniziato, ma poi, dopo aver disegnato, ha dimenticato. Stima: 10.000€/15.000€.

Salvo, Guardando Claudio, olio su tela, 80×130, 2008 – Lotto n. 440 – da cambiaste.com
Salvo, Guardando Claudio, olio su tela, 80x130, 2008
Salvo, Guardando Claudio, olio su tela, 80×130, 2008 – Lotto n. 440 – Immagine da cambiaste.com – Asta Cambi n. 342

“Guardando Claudio”, al lotto n. 440, bellissima opera di Salvo Mangione, nato in Sicilia, in provincia di Enna, nel 1947, rappresenta a pieno il ritorno alla pittura dell’artista negli anni ’70.

Salvo nasce infatti come artista concettuale nella Torino dell’arte povera, dove trascorre l’adolescenza ed esordisce nel 1963 all’Esposizione della Società Promotrice di Belle Arti.

“Con un coraggio formidabile, andando contro l’ideologia politicizzata che anche l’arte viveva in quel momento, negli anni Settanta aveva deciso di tornare alla pittura. Aveva cioè scelto la forma considerata più borghese e reazionaria, il pittore da atelier. E questo ne fece un modello per tanti giovani artisti che dagli anni Ottanta tornarono anche loro a dipingere.

Il suo immaginario era un mondo dalle forme forti ed evocative, dai colori netti e pieni, sospeso tra realtà e onirismo, tra classicità e contemporaneo. Primitivismo italiano, architettura, Paolo Uccello, cubismo, surrealismo, metafisica ma anche set cinematografici e linguaggio letterario si fondevano in uno stile inconfondibile.

Una sottile inquietudine sovvertiva sempre la calma apparente e razionale delle sue composizioni, la stessa che vibrava nelle sue lapidi anni ’70, dove incideva semplicemente ‘Io sono il migliore’, o ancora prima, nei suoi autoritratti in forma di collage fotografici”. (da Repubblica del 13 settembre 2015).

Inquietudine che qui si cogli nell’essenzialità e semplicità perfetta dei colori, delle prospettive, delle forme curvilinee e tonde di ascendenza giottesca e che, quasi volutamente, escludono citandola quella presenza autoriale che Mangione aveva sempre esaltato, insieme seriamente e ludicamente, all’interno della propria opera (le autocitazioni delle “lapidi”, i collage con il riporto fotografico della sua faccia) e che qui aleggia come un’intuizione di quella morte con cui il narcisismo dell’artista ha a lungo ‘giocato’. Stima: 20.000€/30.000€.

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