Asta Capitolium Art n. 236 - 14 Marzo 2018 - Brescia, Arte del Novecento, Moderna e Contemporanea - Immagini Courtesy capitoliumart.it

Grandi dell’Astrazione: Reggiani, Rotella, Hartung da Capitolium Art (Asta n. 236)

L’Asta n. 236 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Capitolium Art di Brescia si terrà il giorno 14 marzo in due sessioni (lotti 1-90 e lotti 91-180) rispettivamente alle ore 17.00 ed alle ore 20.00. La TopTen di SenzaRiserva. I grandi dell’astrazione del ’900 guidano la topten: una bella composizione di Mauro Reggiani del 1952 al lotto n. 47, un importante decollage del 1957 di Mimmo Rotella al lotto n. 110 e il potente Hans Hartung al lotto n. 66 del 1963. Si segnalano anche il lotto n. 65 “Pianeta” della trapanese Carla Accardi, protagonista femminile dell’astrazione romana degli anni ’50 e la poetica “bambina” di Xavier Bueno al lotto n. 82.

Mauro Reggiani, Comp., olio su tavola, 31×44, 1952 – Lotto n. 47 – da capitoliumart.it
Mauro Reggiani, Comp., olio su tavola, 31x44, 1952
Mauro Reggiani, Comp., olio su tavola, 31×44, 1952 – Lotto n. 47 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Originario di Nonantola, dove nacque nel 1897, Mauro Reggiani è stato fra i primi artisti italiani ad introdurre un linguaggio completamente astratto nella Milano della prima metà degli anni ’30, linguaggio che l’artista presenta in quegli anni soprattutto nell’ambito delle esposizioni organizzate dalla Galleria del Milione e poi alla Biennale di Venezia del 1936.

Il decennio successivo segnò un’inversione di tendenza nell’opera di Reggiani a causa dell’opposizione del regime verso una forma artistica ritenuta ‘degenerata’ e ‘bolscevizzante’. L’artista comunque continuò, seppur discontinuamente, la produzione astratta, accentuando sempre più l’aspetto concretista e ‘architettonico’ delle composizioni, influenzato dalla vicinanza e frequentazione del gruppo degli architetti razionalisti, in particolare di Alberto Sartoris.

Dopo l’esperienza del fronte russo durante la guerra, nel 1945 Reggiani è nuovamente a Milano dove riprende l’insegnamento di pittura all’Accademia di Brera, iniziato nel 1935. Nel 1950 partecipa, quasi naturalmente, all’esperienza del M.A.C. Movimento Arte Concreta con l’amico Atanasio Soldati.

Il biennio 1951-1952, quest’ultimo anno di esecuzione della vibrante opera al lotto n. 47 “Comp.”, è fondamentale per il riconoscimento critico dell’opera dell’artista romagnolo. Nel 1951 infatti Reggiani prende parte alla importante mostra “Arte astratta e concreta in Italia” alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, mentre nel 1952 gli viene riservata una sala personale alla XXVI Biennale di Venezia con introduzione critica di Gillo Dorfles.

La parabola artistica dell’opera di Reggiani si è articolata, nell’arco del ’900, nel segno di una pittura astratta che, pur coprendo più di un quarantennio (Reggiani muore nel 1980), mai si è cristallizzata in una ‘maniera’.

Se infatti negli anni ’30 le opere dell’artista romagnolo hanno come riferimenti diretti il neoplasticismo di Mondrian e van Doesburg, nel corso degli anni i suoi cromatismi si fanno più accesi e la composizione si bilancia attorno ad un equilibrio armonico instabile, mai quieto, anzi perennemente in tensione nella timbrica e nel colore, nell’accostamento delle forme, nella ricerca di un movimento che è di supporto ad un messaggio ed una affermazione non solo estetica, ma anche simbolicamente politica e morale. Stima: 6.000€/8.000€.

Lucio del Pezzo, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 48×48, 1962 – Lotto n. 53 – da capitoliumart.it
Lucio del Pezzo, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 48x48, 1962
Lucio del Pezzo, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 48×48, 1962 – Lotto n. 53 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Nato a Napoli nel 1933, Lucio Del Pezzo studia alla locale Accademia di Belle Arti. Nel 1958 fonda il napoletano “Gruppo 58” insieme ai giovani artisti partenopei Guido Biasi, Luca Castellano, Bruno Di Bello, Sergio Fergola e Mario Persico.

Il movimento si ispira alle idee del Movimento Nucleare milanese di Sergio Dangelo ed Enrico Baj. Nel 1959 si tiene infatti, presso la Galleria San Carlo di Napoli, la mostra “Gruppo 58+Baj”: nell’occasione viene redatto il Manifeste de Naples nel quale i sottoscrittori prendono le distanze dall’astrattismo e dal surrealismo.

Vi si legge: “[…] Riteniamo insomma che sia giunto il momento di chiudere il tormentoso rubinetto dell’inconscio e di gettare un ponte fra il presente della nostra civiltà spirituale e l’Origine, dimostrando quanto questa civiltà sia ancora capace di cantare con semplicità le albe primordiali pulsanti nella memoria del suo sangue […]”. Gli artisti negano ogni introspezione soggettiva che sia fine a se stessa in favore di una riscoperta de “la più primitiva delle nostre diecimila nature [che] tenta di ricreare il gesto più spontaneo e più puro, di stabilire il più autentico rapporto fra la nostra civiltà e i miti primordiali che ancora abitano i suoi tessuti”.

L’opera di Lucio Del Pezzo, del 1962, in asta al lotto n. 53 “Senza titolo”, è ben rappresentativa di queste idee e denota quel materialismo ‘nucleare’ che proprio in quegli anni, dopo il trasferimento milanese, Del Pezzo sta rielaborando verso un linguaggio più metafisico e sincretico (quello dei suoi esoterici e studiatissmi collage e assemblaggi di forme, simboli e oggetti).

In quest’opera invece il suo linguaggio è ancora magmatico e aderente agli enunciati del Manifeste: ché “siano le nostre opere meteore, lava e lapilli, polvere cosmica, carburo in accensione, orbite di violenza, traiettorie di sensi, intuizioni radioattive, zolfo, fosforo e mercurio”. Stima: 5.000€/6.000€.

Carla Accardi, Pianeta, tempera alla caseina su cartone, 68×48, 1959 – Lotto n. 65 – da capitoliumart.it
Carla Accardi, Pianeta, tempera alla caseina su cartone, 68x48, 1959
Carla Accardi, Pianeta, tempera alla caseina su cartone, 68×48, 1959 – Lotto n. 65 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Nata a Trapani nel 1924, Carla Accardi studia a Firenze nel 1946, viaggia a Parigi, per poi trasferirsi di lì a poco a Roma, con il compagno Antonio Sanfilippo.

Il 15 marzo del 1947 i due firmano con Pietro Consagra, Piero Dorazio, Ugo Attardi, Mino Guerrini, Achille Perilli e Giulio Turcato il manifesto “Forma”, testo programmatico dell’avanguardia astratta della capitale.

Negli anni successivi la Accardi partecipa alle principali rassegne dell’arte astratta italiana: nel 1950 ad Arte astratta e concreta presso l’Age d’Or di Roma; nel 1951 ad Arte astratta e concreta in Italia alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

La pittura della Accardi dei primi anni ’50 è nel segno di un geometrismo surreale ed emotivo, quasi kandiskiano, nel quale forme e colori emanano da se stessi espandendosi nello spazio in un articolarsi espressivo che in qualche modo già preannuncia quel linguaggio segnico, testimoniato dall’opera in asta al lotto n. 65 “Pianeta”,  che la Accardi presenterà nel 1954 alla Galleria L’Asterisco di Roma e che susciterà l’interesse di Michel Tapié.

La piena formalizzazione di questa sintassi pittorica può essere fatta risalire all’opera “Labirinto a settori” del 1957. L’artista riduce la palette alla bicromia e indaga, attraverso una lingua ideale, i rapporti biunivoci fra forma e sfondo, dentro e fuori, enunciato e sotteso.

La Accardi in questo modo torna all’origine dell’espressione riportando su tela un brulichio organico, curvilineo e femminile; un mormorio visuale e dinamico che conia di nuovo e risemantizza il già detto e il troppe volte detto collocandolo come nuovo sulla scena del mondo. È un “pianeta” sconosciuto, una placenta di senso che alla fine degli anni ’50 si colora e si appresta a guardare il mondo da uno spiraglio, da quelle fessure che nel 1961 l’artista realizzerà negli originalissimi “sicofoil”. Stima: 50.000€/60.000€.

Hans Hartung, T1963-U22, acrilico su tela, 65×81, 1963 – Lotto n. 66 – da capitoliumart.it
Hans Hartung, T1963-U22, acrilico su tela, 65x81, 1963
Hans Hartung, T1963-U22, acrilico su tela, 65×81, 1963 – Lotto n. 66 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Opera di grandissima forza espressiva quella di Hans Hartung, pittore tedesco naturalizzato francese nato a Lipsia nel 1904, al lotto n. 66 “T1963 – U22”.

Protagonista dell’astrazione lirica internazionale, Hartung ha sviluppato una pittura di matrice gestuale fatta di contrasti, nel segno di una “spontaneità controllata”, in cui stilemi basilari sono l’espressione diretta ma consapevole di stati d’animo ed emozioni.

Spazio e colore, monocromo e graffiature, linee verticali, diagonali rette o curvilinee, spirali, sono la trasposizione non mediata, sul piano del senso e del sentire, di mondi interiori di chi ha vissuto; sillogi cosmiche di un altrove che l’artista, novello Orfeo nel mondo dei morti, ha visitato.

Dal 1935 a Parigi, l’artista tedesco durante la guerra si arruola nella Legione straniera. Ferito nei combattimenti di Belfort nel 1944, fu amputato di una gamba. Alla fine del conflitto riprenderà l’attività pittorica, fino a vincere il Gran Premio per la Pittura alla Biennale di Venezia del 1960.

E il 1960 è l’anno di svolta per Hartung che sviluppa in maniera originale e va oltre la precedente produzione condotta nel solco di un puro ‘espressionismo astratto’ memore della lezione liberatoria di Kline, de Kooning e Pollock, del tonalismo cromatico di Mark Rothko, degli automatismi di Georges Mathieu e Mark Tobey.

È in questo anno infatti che Hartung inizia a lavorare su opere di formato maggiore e ad indagare i rapporti fra segno e sfondo. L’artista usa campiture assolute, che ricordano lo spazio metafisico ed esistenziale di Rothko, ottenute a spruzzo; le graffia con gli strumenti della quotidianità: pettini, attrezzi da giardinaggio, spatole. Così tutta la forza dell’hic et nunc, dell'”essere adesso”, si riappropria di quella piena ‘significanza’ da “effetto farfalla” che è ogni ragionata e casuale azione scaturita dalla nostra individualità.

Nel 1963, anno di esecuzione dell’opera in asta, si inaugura una grande retrospettiva itinerante che passa per Vienna, Zurigo, Düsseldorf, Amsterdam, Bruxelles con 120 opere su tela, una scultura e 150 disegni. Stima: 100.000€/120.000€.

Emilio Scanavino, Acrilico 41, tecnica mista su carta, 40×40, 1971 – Lotto n. 71 – da capitoliumart.it
Emilio Scanavino, Acrilico 41, tecnica mista su carta, 40x40, 1971
Emilio Scanavino, Acrilico 41, tecnica mista su carta, 40×40, 1971 – Lotto n. 71 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Se si parla di pittura segnica italiana è certamente l’artista ligure Emilio Scanavino che viene fra i primi subito alla memoria insieme ad altri grandissimi del nostro dopoguerra quali Giuseppe Capogrossi, Carla Accardi, Antonio Sanfilippo, Achille Perilli, Gastone Novelli.

Quella di Scanavino, artista genovese classe 1942, è un’arte che non può essere distinta dalla vita. In questo senso si è parlato per l’artista ligure di “pittura biografica”.

“Ogni segno nuovo della mia pittura” ha scritto Scanavino “rappresenta una tappa nella mia vita, una nuova tappa faticosamente raggiunta”. E in questa affermazione c’è tutta la tensione esistenziale di un uomo inquieto, in continua riflessione sul dilemma dell’esistenza, alla ricerca fattuale di un ‘senso’ universale e spirituale.

Nutrito delle letture di Dylan Thomas, Eugenio Montale, Sartre, Edoardo Sanguineti e formatosi alla scuola di Wols, Bacon, Sutherland e Philip Martin, Scanavino è un poeta del segno che dipinge le pareti di una turris eburnea da cui l’uomo, non visto, può intuire le sagome velate e diafane, svelanti l’anima, di una realtà inafferrabile e vicina, desiderata e temuta, fatta di fiori e spari, geometrie, architetture e natura selvaggia, bestialità e artefatti umani.

Schizzi e folate di polline, in un tappeto geometrico di fiori, ribaltati di fronte alla coscienza, perenne singolare ferita in ogni direzione di cielo; e in basso a terra un supporto, la terra, un orizzonte marino, un confine d’approdo fatto di cuciture, suture, e che sono il mondo in cui viviamo e l’esistenza, sempre in bilico, in procinto di affondare, ma che resiste: l’opera in asta al lotto n. 71 “Acrilico 41”. Stima: 4.000€/5.000€.

Gianni Dova, Senza titolo, olio su tela, 40×50 – Lotto n. 72 – da capitoliumart.it
Gianni Dova, Senza titolo, olio su tela, 40x50
Gianni Dova, Senza titolo, olio su tela, 40×50 – Lotto n. 72 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Opera non datata, ma probabilmente risalente ai primi anni ’70, dell’artista romano Gianni Dova al lotto n. 72 “Senza titolo”.

Nato nel 1925 a Roma, Dova si diploma a Milano all’Accademia di Brera nel 1945. Nel 1946 firma il Manifesto del Realismo “Oltre Guernica”. Nel 1950 partecipa al M.A.C. Movimento Arte Concreta ma è da subito chiaro che le geometrie concrete non gli si confanno e che il suo fare pittura è orientato istintivamente verso un gesto più libero e materico.

Nel frattempo Dova aderisce allo spazialismo di Fontana risolto attraverso un’arte vicina agli embrionalismi “nucleari” di ambito informale.

A metà degli anni ’50 Dova, come l’amico Roberto Crippa, si avvicina al surrealismo di Max Ernst.  Nel 1956 apre uno studio a Anversa, in Belgio, e intensifica i rapporti con i pittori ‘surrealisti’ Wilfredo Lam, Sebastian Matta e Asger Jorn. Iniziano ad apparire nelle opere dell’artista romano quelle forme e quei soggetti fitomorfi e zoomorfi che saranno propri del linguaggio maturo: rappresentazioni ancora nucleari, primordiali, magmatiche, in cui il becco di un uccello si confonde, anzi è tutt’uno, con i rami dell’albero, con la vista del cielo in velocità, con i colori sgargianti delle penne. Opere che porteranno la pittura di Dova in sala personale a Palazzo Reale nel 1964, e poi, ancora in sala personale, alla Biennale di Venezia del 1966.

Nel 1968, durante un lungo soggiorno in Bretagna, scrive l’artista, rivelando tutta la tensione panica della sua anima: “Sto in Bretagna. L’ho scelta perché cercavo una luce diversa dalla nostra, cosi colorata. Avevo bisogno di luce fredda tesa metallica, con lunghe ombre viola. Ho seguito gli itinerari degli impressionisti; di Gauguin che amo e di Picasso a Dinard. Mi sono trovato a volare in un mare di leggende, di magie, di sortilegi. I Dolmen e I Menir, in quegli spazi, mi sono apparsi come visioni folgoranti; immagini che sono diventate racconto. Mi lascio andare al flusso dell’oceano e nuoto come un cormorano a picco sulle dune”. Stima: 3.000€/4.000€.

Carlo Mattioli, Paesaggio, tecnica mista su carta, 34.5×45.5 – Lotto n. 82 – da capitoliumart.it
Carlo Mattioli, Paesaggio, tecnica mista su carta, 34.5x45.5
Carlo Mattioli, Paesaggio, tecnica mista su carta, 34.5×45.5 – Lotto n. 82 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Carlo Mattioli è stato definito “poeta dell’albero e del paesaggio”. Nato a Modena nel 1911, Mattioli ha trascorso tutta la sua esistenza, fin dal 1925, a Parma dove ha frequentato l’Istituto d’Arte.

Nel 1940 partecipa alla Biennale di Venezia. La prima personale è a Firenze nel 1943, organizzata per l’interessamento di Ottone Rosai.

Artista sempre fedele alla rappresentazione del reale, Mattioli non restò però costretto nelle pastoie realismo; anzi l’artista romagnolo ha ideato negli anni una figurazione poetica carica di suggestioni, in cui l’elemento reale si carica di valenze simboliche, emotive, orfiche. Queste sono comunicate attraverso soluzioni formali che uniscono una forte connotazione materica ad un sapiente senso della composizione.

Mattioli isola e decontestualizza il paesaggio, l’albero, in istantanee di percezioni visive; li trasfigura attraverso il contrasto e la gestione quasi cinematografica dei campi di ripresa; allo stesso tempo ferisce lo spettatore con i grovigli violenti di una pennellata corposa, con la stesura di un colore primario (come qui al lotto n. 82 “Paesaggio”).

Proprio per questa sua sentita e passionale aderenza alla realtà e al contempo per il desiderio implicito di andare al nocciolo di senso, si strappare il velo, di arrivare al noumeno, Carlo Mattioli fu artista assai amato da poeti quali Attilio Bertolucci e Mario Luzi.

Quest’ultimo di lui ha scritto:  “[…] Mattioli è un artista elementare, assorbito dalla osservazione delle forme e degli episodi della natura fino a un certo purissimo grado di immedesimazione sensuale e mentale non mai però fino al punto di comprimere la sua propria misura contemplativa, da farle torto.

Per quella sua elementarità, unita alla rara delizia del suo dipingere (è dei pochi pittori ad averne custodito il gusto) per quel suo affidamento contemplativo a Mattioli è accaduto di cimentarsi in prove che avrebbero dissuaso chiunque, e a ragione: infatti a nessun altro sarebbe stato possibile non soccombere alla ovvietà dell’assunto e alla pedanteria da erborista o da minerologo di certe suites da lui puntigliosamente allineate, le suites dedicate a cespi, pietre, rovi; più recentemente ai cieli” (Da Vittorio Sgarbi, Carlo Mattioli. La Pioggia Nel Pineto. Venticinque Acquarelli Inediti Per La Poesia Di Gabriele D’Annunzio. Pref. di Mario Luzi, Il Bulino, 1984). Stima: 2.000€/2.500€.

Xavier Bueno, Senza titolo, tecnica mista su tela, 40×30, 1968 – Lotto n. 82 – da capitoliumart.it
Xavier Bueno, Senza titolo, tecnica mista su tela, 40x30, 1968
Xavier Bueno, Senza titolo, tecnica mista su tela, 40×30, 1968 – Lotto n. 82 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Quanta poesia in questa bellissima bimba dell’artista spagnolo Xavier Bueno al lotto n. 82 “Senza titolo” del 1968.

Sono lontani ormai per Xavier gli anni dell’esperienza dei “Pittori Moderni della Realtà”, condotta nella Firenze della fine degli anni ’40 con il fratello Antonio, Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni.

Eppure quanto sono ancora vere per Xavier, che mai rinuncerà alla figurazione, le parole del Manifesto programmatico di quella esperienza, redatto nel 1947: “[…] Di fronte a un nuovo accademismo o passatismo, fatti di avanzi di formule cubiste e di sensualità impressionista standardizzata, noi abbiamo esposto una pittura che, incurante di mode e di teorie estetiche, cerca di esprimere i nostri sentimenti attraverso quel linguaggio che ognuno di noi, a seconda del proprio temperamento, ha ritrovato guardando direttamente la realtà”.

È certamente il sentimento che non manca nella pittura di Xavier dalla fine degli anni ’50 fino alla morte, avvenuta a Fiesole, nella ormai sua Firenze, nel 1979: nei volti di questi bambini sospesi in uno spazio metafisico, quasi scolpiti in basso e altorilievo, aggettanti, immobili, sfuggenti; e se li guardi imbalsamati, scolpiti nell’avorio, impossibilitati a raccontare una storia di sofferenza che è stata ma il cui dettaglio non conta poiché universale.

Nel 1968 le figure di Xavier sono spesso ritratte in un un mezzo profilo la cui parte nascosta si può solo intuire, completamente in ombra, come a rimarcare un non detto che è spazio di oscurità, contenitore assoluto di sentimento. A questo spazio converge tutta la luminosità della tela, una luce diffusa, una divinità presente che parla solo attraverso ombre impossibili. Stima: 6.000€/8.000€.

Aligi Sassu, Il Tram, olio su tela, 70×100, 1953 – Lotto n. 94 – da capitoliumart.it
Aligi Sassu, Il Tram, olio su tela, 70x100, 1953
Aligi Sassu, Il Tram, olio su tela, 70×100, 1953 – Lotto n. 94 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

Nato nel 1912, Aligi Sassu si forma nella Milano del primo futurismo. Dalla fine degli anni ’20 quella dell’artista milanese è una pittura originale, non in linea con il “novecentismo” di regime del clima del “ritorno all’ordine” del dopoguerra.

La sua è una pittura ‘primitivista’, dalla grande forza espressiva, che celebra il sovrannaturale umano non attraverso le soluzioni ‘iconiche’ e l’astratta maestosità classica, ma cercando nel quotidiano i simboli al contempo della sofferenza e della forza dei singoli uomini: i cicli dei “ciclisti”, colti quasi in uno sforzo sovrumano di ascesi, e degli “uomini rossi” sono certamente i più rappresentativi di questa tendenza.

Durante la guerra Sassu è un fervente antifascista, fatto evidente anche nei temi metaforicamente politici delle sue opere, tanto da venire condannato a dieci anni di reclusione per sovversione. Verrà comunque graziato dal re.

Alla fine della guerra e per tutti i primi anni  ’50 Sassu è attivo nelle officine ceramiche di Albisola. Nel 1954, un anno dopo la realizzazione dell’opera in asta al lotto n. 94 “Il Tram”, Sassu partecipa per la quarta volta alla Biennale di Venezia (la prima partecipazione risale al 1928 su invito di Filippo Tommaso Marinetti).

Episodi mitici o esemplari, battaglie, ma soprattutto i temi del lavoro, della quotidianità e della politica popolano le opere di Sassu dei primi anni ’50, quando l’artista è particolarmente vicino alla corrente del realismo nel cui ambito continuerà a lavorare almeno fino ai primi anni ’60 passando attraverso l’esperienza del gruppo di Corrente e quella del Fronte Nuovo delle ArtiStima: 6.000€/8.000€.

Mimmo Rotella, Perduto, decollage su tavola, 42×44, 1957 – Lotto n. 110 – da capitoliumart.it
Mimmo Rotella, Perduto, decollage su tavola, 42x44, 1957
Mimmo Rotella, Perduto, decollage su tavola, 42×44, 1957 – Lotto n. 110 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 236

È su invito del critico romano Emilio Villa che Mimmo Rotella espone per la prima volta, su un barcone ancorato sulla riva del Tevere, nel 1954, alle Zattere del Ciriola, i famosi decollage (lotto n. 110 “Perduto”) realizzati strappando i manifesti, gli affiches attaccati sui muri della città.

Nato a Catanzaro nel 1918, Rotella ottiene il diploma di maturità artistica a Napoli nel 1944. Dal 1945 è a Roma dove entra in contatto con i protagonisti dell’astrattismo della capitale: Perilli, Dorazio, Guerrini, ed espone all’Art Club di Enrico Prampolini opere ancora vicine all’astrattismo geometrico.

La svolta matura in pochi anni, dopo un viaggio negli Stati Uniti fra il 1951 ed il 1952, durante il quale Rotella ha occasione di conoscere di prima mano l’espressionismo astratto; origina fra i sussulti e i singhiozzi delle poesie “epistaltiche” di sua invenzione: poemi fonetici che uniscono citazione e non-sense in una sorta di collage verbale.

Nel 1953 Rotella abbandona il pennello, esce nelle strade, recupera brandelli di manifesti e li ricompone, quasi in preda ad un raptus.

Importantissima, per questa svolta, la vicinanza dell’artista calabrese in quegli anni a due artisti quali Enrico Prampolini, con le sue sperimentazioni materiche d’avanguardia, e ad Alberto Burri, che proprio nel 1953 espone i celebri “Sacchi” alla Fondazione Origine. Se le soluzione di questi due, al pari di Rotella, rappresentano simbolicamente, ma anche di fatto, una ‘riappropriazione’ del mezzo e del mondo, una ricostruzione del linguaggio ed una ridefinizione d’opera d’arte; in più Rotella, al pari di Fontana a Milano negli stessi anni, riesce anche a definire un nuovo spazio della pittura che è sia concettuale che rappresentativo.

Se infatti sia Fontana che Rotella aprono finestre verso un altrove, il loro procedimento è però inverso: mentre l’artista di origine argentina ‘va oltre’ attraverso l’immaginazione e scopre, per mezzo dell’azione, una dimensione che è fuori dallo studio dell’artista; Rotella invece riporta lo spazio d’azione dell’artista dal mondo in studio: non ridefinendo così solo l”oggetto trovato’, ma anche recuperando l’estensione del fare, dell’aver fatto nel tempo; e riuscendo, in questo modo, a persisterla. Stima: 60.000€/80.000€.

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