Asta Fabiani n. 63 - 2 Dicembre 2017 - Montecatini Terme, Dipinti, Disegni, Scultura e Grafica di Artisti del ‘900, Moderni e Contemporanei - Immagini Courtesy fabianiarte.com

Asta Fabiani n. 63 – 2 Dicembre 2017 – Montecatini Terme, Dipinti, Disegni, Scultura e Grafica di Artisti del ‘900, Moderni e Contemporanei

L’Asta n. 63 “Dipinti, Disegni, Scultura e Grafica di Artisti del ‘900, Moderni e Contemporanei” della Casa d’Aste Fabiani Arte di Montecatini Terme avrà luogo sabato 2 dicembre 2017 alle ore 15.30 in prima sessione. La TopTen di SenzaRiserva.

Bruno Ceccobelli, L’alba del giudizio, tecnica mista su legno, 110x170x8 – Lotto n. 38 – da fabianiarte.com
Bruno Ceccobelli, L’alba del giudizio, tecnica mista su legno, 110x170x8
Bruno Ceccobelli, L’alba del giudizio, tecnica mista su legno, 110x170x8 – Lotto n. 38 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Nato in Umbria, in provincia di Perugia, nel 1952 Bruno Ceccobelli studia all’Accedemia di Belle Arti di Roma con Toti Scialoja. Fin da subito la sua arte si connota per una vicinanza ad alcune istanze dell’arte povera, soprattutto nell’uso di materiali di recupero e nella concettualità.

In particolare in Ceccobelli la ricerca pittorica e simbolica è indissolubile da quella filosofica e interpretativa. Ceccobelli crea riferimenti a principi teosofici, cita i culti orientali e le culture ermetiche cercando un messaggio di pacificazione universale che ha sempre al suo centro l’uomo.

Importanti a questo proposito sono le frequentazioni dell’artista umbro con Emma Cusani, teosofa; con Francesco Albanese, profondo conoscitore della cabala e dell’alchimia; e con l’antroposofo di strada Donato Margotta.

La  prima personale è a Roma nel 1977 alla galleria Spazio Alternativo con invito di Cesare Vivaldi.

Alla fine degli anni ’70 e negli anni ’80 Ceccobelli partecipa all’esperienza della Nuova Scuola Romana (l’Officina di San Lorenzo) negli spazi dell’ex pastificio Cerere con Piero Pizzi Cannella, Marco Tirelli, Giuseppe Gallo, Gianni Dessì, Nunzio Di Stefano e Domenico Bianchi.

Nel 1984 e nel 1986 Ceccobelli è stato invitato alla Biennale di Venezia chiamato rispettivamente da Achille Bonito Oliva e da Arturo Schwartz (nel contesto della sezione Arte e Alchimia). Bello e di notevoli dimensioni il lotto in asta al n. 38 “L’alba del giudizio” di un artista di valore, un po’ dimenticato, ma da riscoprire. Stima: 6.700€/8.700€.

Gianni Dova, Senza titolo, olio su cartoncino intelato, 100×150, anni ’50 – Lotto n. 123 – da fabianiarte.com
Gianni Dova, Senza titolo, olio su cartoncino intelato, 100x150, anni ’50
Gianni Dova, Senza titolo, olio su cartoncino intelato, 100×150, anni ’50 – Lotto n. 123 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Gianni Dova si forma alla fine degli anni ’40 nel contesto di quel ‘neo-picassismo’ che segna la giovane generazione di artisti desiderosi di un rinnovamento della pittura nell’immediato dopoguerra. In quegli stessi anni la sua sperimentazione si svolge su più fronti.

Nel 1948 Dova aderisce infatti allo spazialismo di Fontana con l’amico Roberto Crippa e, al pari dell’artista monzese, nei primi anni ’50 (lotto n. 123 “Senza titolo”), la sua pittura risente dell’influenza del surrealismo un linguaggio che si confà perfettamente all’instabilità emotiva, fra razionalità e volontà di ricostruire un mondo e consapevolezza di aver partecipato all’abisso della sragione, vissuta durante il dramma della guerra.

“L’immagine e la forma dovevano ricostituirsi (simboli nuovi di una originale presa di coscienza di una condizione umana e storica attuali) dell’immediato rapporto dell’artefice con la materia bruta e con gli elementi primari del ‘dipingere’ […]

Apparentemente astratti, informali, spaziali, gestuali, materici – sulla via cioè delle allusioni ed evocazioni sensibilistiche, irrazionali, emotive, energetiche, o dei suggerimenti analogici – [i dipinti di Dova dei primi anni ’50] si rivelano, a un esame appena più attento, come lucide immagini, in vitro, del primo stadio di individuazione di un organismo dal corpo indistinto della materia generante.

Nel caos originario Dova già cercava e metteva a fuoco l’alter ego, l’immagine ambigua, naturale e fantastica insieme, di qualcosa che si forma e vive tanto per lo spontaneo disporsi della materia pittorica, quanto per l’illuminazione dell’artista che vi ‘riconosce’ la realtà, e vi si riconosce. Egli ritrovava, con le proprie forze, il procedimento dell’automatismo e dell’evocazione surrealista” (da Franco Russoli. Gianni Dova, catalogo della mostra, a cura di F. Russoli, Galleria d’Arte Cortina Verona 1972). Stima: 9.000€/15.000€.

Hermann Nitsch, Senza titolo, acrilico su tela, 100×100, 2013 – Lotto n. 125 – da fabianiarte.com
Hermann Nitsch, Senza titolo, acrilico su tela, 100x100, 2013
Hermann Nitsch, Senza titolo, acrilico su tela, 100×100, 2013 – Lotto n. 125 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Bella e materica opera di Hermann Nitsch, protagonista dell’azionismo viennese per tutta la seconda metà del ’900 ad oggi, al lotto n. 125 “Senza titolo”.

Nato a Vienna nel 1938, nel 1957 Nitsch dà origine al Teatro delle Orge e dei Misteri, un teatro performativo che coinvolge i partecipanti in una esperienza multisensoriale che sposta le pulsioni ‘violente’ all’interno di una ritualità vissuta come pratica liberatoria.

I primi Schüttbilder, cioè le opere realizzate versando colore e sangue sulla tela, datano a partire dagli anni ’60 e costituiscono una particolarissima forma di arte informale che va oltre la separazione fra onirismo, automatismo psichico, opera ed esperienza reale. L’opera diviene luogo dove si compie un qualcosa che non è solo immaginato o immaginario, ma su cui si lascia l’impronta delle dita, con cui si può graffiare, per cui scaturisce sangue.

In Nitsch c’è tutta la forza delle gocciolature di un Pollock, le scene di caccia della pittura rupestre primitiva, fatta di bisogni concreti, di carne e sangue; c’è il buio della coscienza rischiarato da vampe di rossi purificatori che ricordano il ‘grado zero’ e la rinascita della pittura e anche, si potrebbe dire, una vena analitica che rimanda agli elementi costitutivi del fare.

Come nel Teatro delle orge in cui l’universo della parola passa a quello dell’azione; così le sillabe del visuale, i colori, le pennellate passano all’ambito del reale: “il passo successivo – scrive Nitsch – fu la dissoluzione del linguaggio. L’eccesso divenne indicibile. Nacque una voluttà di dilaniamento della lingua e di distruttiva fisicità sillabica. […] La lingua si dissolse fino a raggiungere il nudo accecamento dell’urlo. La lingua frantumata dovette lasciare il posto alla carne dilaniata dell’animale uomo dio” (daHermann Nitsch, La composizione testuale del Teatro delle orge e dei misteri, Napoli, edizioni Morra, 1994, p. 12). Stima: 15.000€/18.000€.

Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 81×100, 1985 – Lotto n. 160 – da fabianiarte.com
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 81x100, 1985
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 81×100, 1985 – Lotto n. 160 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

La scrittura segnica di Emilio Scanavino, artista ligure classe 1922 (morto 1986), si sviluppa a partire dagli anni ’50 in un percorso di assoluta originalità che ha origine nell’informale e approda ad un simbolismo gestuale che aderisce da un lato agli accordi, alle pulsioni ed alle intime sofferenze della coscienza dell’autore e dall’altra alle ‘strutture’ sintattiche che Scanavino individua nella sua visione dell’esistenza.

Le graffiature di Scanavino tendono negli anni ’80 (lotto n. 160 “Alfabeto senza fine”) ad una essenzialità ritmica che si dipana in scrittura orizzontale, condotta grammaticalmente, le cui lettere sono aperte e chiuse, gravi e acuti, suoni di un mondo zoo bio-morfo dove ci si immagina il razzolio del lombrico, il rosicchio del topo, il salto della rana.

Un mondo surreale di apparizioni mai evidenti ma suggerite, in cui si svolge una narrazione che è il rumore di fondo dell’universo e che allo stesso tempo segna l’indifferenza del procedere di ogni elemento organico verso il suo simile. Il bianco e nero, il bit vita morte rappresenta l’essenza di questo linguaggio Morse ad intermittenza: sussulti che sono il battito dei polsi e del cuore, il movimento molle, dolce, graduale e progressivo della glottide prima della vibrazione delle corde vocali.

Importanti tra il 1984 e il 1985 le mostre personali dell’artista a Firenze al Palazzo dei Congressi e a Tours, presso lo Chateau de ToursStima: 25.000€/35.000€.

Gianni Dova, Figura, olio su tela, 70×80, 1958 – Lotto n. 161 – da fabianiarte.com
Gianni Dova, Figura, olio su tela, 70x80, 1958
Gianni Dova, Figura, olio su tela, 70×80, 1958 – Lotto n. 161 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Altro bellissimo Gianni Dova, questa volta un olio dalla potente carica surreale, al lotto n. 161 “Figura” opera del 1958.

Nato a Roma nel 1925, nel 1939 Dova è a Milano con la famiglia dove frequenta l’Accademia di Brera. Fra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 l’artista si avvicina ai protagonisti dello spazialismo propendendo per un informale liquido, dalle forme ameboiche, vicino, in seguito, agli esiti della pittura nucleare.

Dal 1954 Dova è a Parigi dove inizia una nuova fase della sua pittura a contatto con esponenti della pittura surrealista quali Wilfredo Lam, Max Ernst, Roberto Sebastian Matta e Victor Brauner. Dal 1958 l’artista è nuovamente a Milano dove riporta una pittura fantastica in cui si animano figure zoomorfe rese con smalti brillanti: paesaggi lunari e terrestri, marini, arborei, aerei dove la fantasia e il dinamismo vitalistico trasformano, torcono, compongono quasi lussuriosamente le forme.

Nel 1960 Dova è invitato alla mostra Possibilità di Relazione alla Galleria La Salita a Roma, mostra organizzata da Roberto Sanesi, Enrico Crispolti ed Emilio Tadini. In merito alla vecchia guardia degli artisti presenti: Dova stesso, Bendini, Scanavino, Peverelli, chiosa Crispolti come “nell’ambito Informale, quanto agli episodi più recenti, la parte più viva sembra una zona ove, in rinnovata connessione con matrici surrealiste, si ripropongono motivi magici, a volte quasi misterici, segnando un netto riscatto della funzionalità del mezzo espressivo di fronte alle determinazioni […] di una specifica necessità” a rimarcare come viva sia nell’esperienza di Dova e degli altri una necessità di affermazione che sia alternativa all’afonia dell’informale.

Nel 1962 Gianni Dova è invitato alla Biennale di Venezia con sala personale ed introduzione di Guido Ballo. Stima: 15.000€/20.000€.

Joe Colombo, Esplo – Composizione, china e aerografo su carta applicata sul tela, 68×166, 1951 – Lotto n. 163 – da fabianiarte.com
Joe Colombo, Esplo - Composizione, china e aerografo su carta applicata sul tela, 68x166, 1951
Joe Colombo, Esplo – Composizione, china e aerografo su carta applicata sul tela, 68×166, 1951 – Lotto n. 163 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Designer e architetto italiano Joe Colombo ci ha lasciato poche e bellissime testimonianze artistiche, in particolare per quanto riguarda quelle relative alla sua adesione, nei primi anni ’50, al movimento nucleare di Enrico Baj e Sergio Dangelo.

Joe Colombo infatti nell’Aprile del 1952, un’anno dopo l’esecuzione di questa fantastica opera al lotto n. 163 “Composizione”, partecipa alla prima collettiva del Gruppo Nucleare a Milano presso l’Associazione Amici della Francia, e poi nuovamente in Maggio con l’adesione anche di Enzo Preda, Antonino Tullier e Umberto Mariani.

“In Colombo è presente una rappresentazione di forme microorganiche, di corpuscoli materici descritti con perizia oleografica. Nell sue ‘composizioni nucleari’, è preponderante la vena surrealista nell’accezione di Yves Tanguy, talora caratterizzata da una forte vicinanza alle forme subacquee di Dova” scrive Luciano Caramel in Arte in Italia 1945-1960, Vita e Pensiero, Milano, 1994, pp. 136-137.

Spermatozoi, forme cigliate, embrioni popolano le tele di Tanguy degli anni ’30, così come queste più belle di Colombo nei ’50: simboli ermetici che appartengono ad universo liquido di germinazione, iniziatico e atomico, sciamanico e così confacente a quella visione allo stesso tempo scientifica, visionaria ed elettiva, contraria ad ogni ‘ismo’ e stile, attribuita dai nucleari all’artista. Stima: 23.000€/28.000€.

Luca Alinari, Doppio bianco – Prima prova equazione, tecnica mista su doppia tela sovrapposta, 80×80, 2014 – Lotto n. 178 – da fabianiarte.com
Luca Alinari, Doppio bianco - Prima prova equazione, tecnica mista su doppia tela sovrapposta, 80x80, 2014
Luca Alinari, Doppio bianco – Prima prova equazione, tecnica mista su doppia tela sovrapposta, 80×80, 2014 – Lotto n. 178 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Nato a Firenze nel 1943, Luca Alinari è artista, scenografo, intellettuale a tutto campo. Un’arte intima la sua, fatta di mondi fantastici di autorappresentazione dove trovano posto simboli che rimandano ad una infanzia mitica, all’eterno che è universale e particolare in ognuno di noi.

L’artista stesso ha affermato che ogni sua opera è un autoritratto e non potrebbe essere altrimenti: che siano equazioni dell’anima, più o meno coerenti, o stelline su fondo nero e bianco, la rappresentazione tratta sempre di un discorso con se stessi, poetico, bellissimo in questo lotto n. 178 “Doppio bianco” poiché Alinari lavora su più strati, su diversi livelli memoriali e affettivi, ricordi più o meno svaniti di un essere che però è sempre.

Dopo l’esordio nel 1972 alla Galleria Michaud di Firenze con opere dal sapore pop e presentazione di Enrico Crispolti, nel 1982 Alinari ha partecipato alla Biennale di Venezia; nel 1986 alla Quadriennale di Roma. Il Museo degli Uffizi nel 1999 ha acquistato un suo autoritratto che è esposto nel celebre Corridoio Vasariano.

Nel 1976 l’amico Alfonso Gatto, nel presentare una personale dell’artista, sottolinea il valore poetico del segno di Alinari, che va oltre una evidente auto-ironia compositiva: “i valori di pittura possono dare e danno scacco alla ironia che tenta di sconsacrare il quadro abilmente costruito per piacere e non sottolineare il rifiuto della stessa realtà che raffigura”. Stima: 5.000€/7.000€.

Enrico Baj, 0302149, tecnica mista su tela, 64×76, 1957 – Lotto n. 193 – da fabianiarte.com
Enrico Baj, 0302149, tecnica mista su tela, 64x76, 1957
Enrico Baj, 0302149, tecnica mista su tela, 64×76, 1957 – Lotto n. 193 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Bisogna avere ben presenti i due fronti delle prove artistiche di Enrico Baj dalla seconda metà degli anni ’50 in poi per comprendere l’evoluzione del linguaggio dell’artista milanese (classe 1924).

È ad allora infatti che risalgono i primi esemplari dei collage o pitture-oggetto di Baj che crea di fatto uno ‘stile’ (si ricordi che Baj è fra gli autori del Manifesto Contro lo Stile del 1957), che è parodia di se stesso in quanto rappresentazione e sintassi, e non atto conoscitivo, oltre che critica sociale (in particolare nella serie dei “Generali”, contro ogni forma di guerra e violenza).

Nel 1964 Gillo Dorfles mette in evidenza come Baj ha fatto “sin dai suoi primi Generali […] ampio uso […] di materiali ormai invecchiati e fuori uso: di vecchie passamanerie ottocentesche, di antiche medaglie ormai scadute, di fronzoli e di trine delle nostre nonne o bisnonne, ci dice come l’artista abbia avvertito l’importanza di dare vita a un universo che è al tempo stesso superato e ricordato; un regno della memoria, della nostra comune memoria, dove ancora vivono e si aggirano le larve d’un’epoca che sembra già lontana da noi ma nella quale tutti noi riconosciamo le nostre origini prime”.

Un’epoca allo stesso tempo magmatica e primordiale, la stessa che esce riazzerata, distrutta dalla bomba atomica ad Hiroshima e che Baj racconta nell’informale ‘scientifico’ e oggettuale delle composizioni nucleari degli stessi anni ’50, come questa in asta al lotto n. 193 “0302149” del 1957, in cui l’artista guarda in faccia, anzi analizza da entomologo gli effetti della mostruosità chimica nella realtà dell’era atomica. Stima: 35.000€/45.000€.

Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 115×145, 1951 – Lotto n. 231 – da fabianiarte.com
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 115x145, 1951
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 115×145, 1951 – Lotto n. 231 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Bella, lavoratissima e grande “Spirale” di Roberto Crippa del 1951 al lotto n. 231. Nato a Monza nel 1921 Crippa si diploma all’Accademia di Brera. La prima personale risale al 1947 alla Galleria Bergamini. Nel 1948 è già alla Biennale di Venezia con i primi esemplari di pittura concreta e delle famose “Spirali” o “discorsi nello spazio” come amava chiamarli.

Nel 1951, anno in cui esegue quest’opera in asta, Crippa firma il Manifesto dell’Arte Spaziale; espone alla Galleria Alexander Jolas a New York ma anche a Dallas, Venezia, Stoccolma, Firenze.

“Nelle Spirali l’artista immette la volontà di far uscire il gesto in dinamica piena, vorticosa, libera, indipendente, atomica: a Milano, dove ha sede il quartier generale dello Spazialismo, l’artista è in contatto con Fontana, con Dova, firma alcuni dei manifesti della poetica, si muove in un clima di esaltante innovazione […].
Il segno di Crippa non è sciabolante come quello di Hartung, che in sé fa vibrare il dramma cristologico e la ferita della redenzione, e nemmeno fiorettante come quello di Mathieu, che apre a nuovi mondi fra il vessillo medievale e il turbinio della metropoli, e nemmeno come quello neuronico di Pollock, verso cui l’italiano nutre una grande ammirazione e che ha la possibilità di vedere dal vivo, no […] in esso si condensa il desiderio di collegare terra e cielo senza la sindrome gotica del tedesco, senza la vitesse del francese, senza la disperazione esistenziale dell’americano: Crippa vola nella vita e nell’arte [attraverso gli ingranaggi e le traiettorie del suo aereo acrobatico], sciorina la sua espressività elettromorfa come se egli stesso fosse sceso nel grembo della materia più raffinata e si fosse trasformato in elettrone per una serie di orbite infinite e gioiose.
Eccolo sulla giostra della vita, sulla montagna russa del destino: […] vibra come una fiamma inesauribile di voluttà” ha scritto Roberto Pasini in La terra, il cielo. Il sogno di Icaro in “Roberto Crippa. Il segno, la materia, il volo. Retrospettiva 1947-1971″ catalogo della mostra tenutasi alla Galleria Box Art nel 2007. Stima: 45.000€/60.000€.
Victor Vasarely, Méh-Gris, tempera su tavola, 45.5×45.7, 1967 – Lotto n. 232 – da fabianiarte.com
Victor Vasarely, Méh-Gris, tempera su tavola, 45.5x45.7, 1967
Victor Vasarely, Méh-Gris, tempera su tavola, 45.5×45.7, 1967 – Lotto n. 232 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 63

Nato in Ungheria nel 1906, Victor Vasarely è il capostipite della op art occidentale e dell’illusionismo percettivo del ’900. I suoi studi sono all’insegna del Bauhaus prima in Ungheria, poi dagli anni ’30 a Parigi dove a fine decennio espone alla Galleria Denise René presentando opere ispirate a Paul Klee.

Della fine degli anni ’40 sono le prime sperimentazioni optical e cinetiche realizzate attraverso geometrismi negli spettri del nero, del verde e del giallo.

Il 1955 è l’anno della teorizzazione del suo linguaggio nel famoso Manifesto Giallo in cui si propugna un’arte dove forme e colori convergano verso una “unità plastica” di contrasti che se parte dall”attuale’ della tela sconfina nel ‘fattuale’ dell’esperienza: sarà l’arte cinetica.

Gli anni sessanta e settanta vedono in Vasarely un periodo di grande fermento produttivo e di sperimentazione. Importantissime le due mostre: la prima al MoMA (Museum of Modern Art) di New York The Responsive Eye e la seconda nel 1967 (stesso anno in cui realizza l’opera al lotto n. 232 “Méh-Gris”), al Musée de l’Art Moderne de la Ville de Paris, dal titolo di “Lumière et Mouvement”. Stima: 38.000€/45.000€.

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