Asta Fabiani n. 65 - 17 e 18 Febbraio 2018 - Montecatini Terme, Dipinti, Disegni, Scultura e Grafica di Artisti del ‘900, Moderni e Contemporanei - Immagini Courtesy fabianiarte.com

Arte Cinetica, Pittura Analitica e Astrattismo Classico nell’Asta Fabiani Arte n. 65

L’Asta Fabiani n. 65 Dipinti, Disegni, Scultura e Grafica di Artisti del ‘900, Moderni e Contemporanei avrà luogo sabato 17 e domenica 18 febbraio 2018 alle ore 15.30 (in due sessioni: lotti 1-206 e lotti 221-419). Belle e datate le opere degli astrattisti fiorentini Nuti e soprattutto Nativi; un’opera minimale di Nangeroni degli anni ’70 e una importante tela degli anni ’50 di Scanavino aprono al panorama internazionale con Hartung e Vasarely. Da non perdere anche il Griffa del 1976. La TopTen di SenzaRiserva.

Mario Nuti, Senza titolo, olio su tela, 60×50, 1955 – Lotto n. 40 – da fabianiarte.com
Mario Nuti, Senza titolo, olio su tela, 60x50, 1955
Mario Nuti, Senza titolo, olio su tela, 60×50, 1955 – Lotto n. 40 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

Mario Nuti (classe 1923) è stato un’artista fiorentino che nel secondo dopoguerra ha partecipato attivamente allo slancio utopista e di rinnovamento promosso dall’esperienza dell’Astrattismo Classico, di cui firma il Manifesto nel 1950 (con Vinicio Berti, Gualtiero Nativi, Bruno Brunetti e Alvaro Monnini).

Già nel 1948 e nel 1949 Nuti si era avvicinato alle sperimentazioni d’avanguardia partecipando alle esposizioni del gruppo “Arte d’Oggi”.

L’artista si unì al gruppo in occasione della Terza Mostra Internazionale “Arte d’Oggi” pur avendo avuto i primi contatti con gli altri membri nel 1945, nel contesto di una collettiva allestita presso il convento di San Marco a Firenze.

La pittura di Nuti, alla fine degli anni ’40, dopo una stagione neocubista, rigidamente geometrica; si caratterizza nel corso degli anni ’50 per un più accentuato e felice cromatismo ed una essenzialità dal potente dinamismo compositivo e costruttivo, come evidente nell’opera in asta al lotto n. 40 “Senza titolo” del 1955.

Dinamismo in quest’opera ancora carico di quella passione e speranza ideale, ma concreta, tesa “non più a interpretare e a descrivere ma a intervenire nella realtà” come scrisse il teorico del gruppo “astrattismo classico” Ermanno Migliorini nell’opuscolo di presentazione intitolato Manifesto. Una poetica dell’astrattismo nel contesto della mostra organizzata presso la Galleria della Vigna Nuova di Firenze nel 1950, promossa in risposta all’esclusione del gruppo fiorentino dalla Biennale di Venezia.

L’opera in asta è dunque carica delle aspirazioni e dell’ideologia dell’esperienza del gruppo, e in essa ancora non c’è traccia della più tarda, sofferta gestualità ‘iconoclasta’ di Nuti, riscontrabile soprattutto nelle opere ceramiche realizzate nell’Officina “La Cava” di Lastra a Signa, in provincia di Firenze, e poi in quella, dalla vita breve, avviata in collaborazione con Bruno Brunetti. Stima: 2.200€/3.500€.

Carlo Nangeroni, Elementi dinamici, olio su tela, 80×80, 1972 – Lotto n. 49 – da fabianiarte.com
Carlo Nangeroni, Elementi dinamici, olio su tela, 80x80, 1972
Carlo Nangeroni, Elementi dinamici, olio su tela, 80×80, 1972 – Lotto n. 49 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

Charles John Nangeroni nasce a New York nel 1922 da emigranti lombardi. A Brera, alla fine degli anni ’30, è allievo di Mauro Reggiani. Dal 1946 è nuovamente a New York dove ‘vive’ l’ambiente e i fermenti culturali della stagione dell’Action Painting (conosce e frequenta de Kooning, Kline, Archipenko).

Negli anni ’50 Nangeroni dipinge opere di matrice espressionista ed astratta, visibilmente influenzato da quelle esperienze; allo stesso tempo si dedica alla scenografia per il teatro.

Il rientro in Italia nel 1958 segna la fine del periodo “informale”: nella pittura di Nangeroni cominciano ad apparire quegli ‘stilemi’ geometrici e razionali che hanno caratterizzato la pittura dell’artista fino ai giorni nostri.

L’evoluzione si origina da una gestualità controllata che tramuta la rotazione del braccio in elementi compositivi circolari e semi-circolari. Su di essi l’artista innesta un ‘gioco’ di stampo concretista basato su ripetizioni ritmiche e dinamiche delle forme (importantissimo in Nangeroni l’elemento musicale, testimoniato dall’interesse verso le sperimentazioni su suoni e rumori del compositore Edgar Varèse, di cui Nangeroni frequenta, nel periodo newyorkese, lo studio in Mac Dougal street).

Dal 1963 al 1973 Nangeroni lavora in esclusiva per il gallerista Bruno Lorenzelli, nella cui galleria espone per la prima volta a Milano nel 1965. Nel 1972, anno di esecuzione dell’opera in asta al lotto n. 49 “Elementi dinamici”, l’artista è invitato alla Biennale di Venezia per la grafica. In questo periodo, come evidente nel lotto in asta, l’artista attraversa una fase in cui riduce al minimo l’uso del colore per sviluppare giochi percettivi di profondità, trasparenze e ripetizioni che rimandano anche a quelle ricerche sul rilievo in assenza di colore, un dialogo fra pittura e architettura, già sperimentate nei primi anni ’60.

Così Raphael Rubinstein, in un testo recente, racconta l’origine della griglia geometrica di cerchi di Nangeroni: “Così l’artista stesso descrive la scoperta; non è arrivato alla sua griglia di cerchi in una volta sola. L’idea è nata dalla comprensione che il movimento che il suo braccio compiva mentre dipingeva era radiale. Che cosa sarebbe successo, si era chiesto, se avesse cominciato a tagliare la pennellata, a rompere le sue bande di colore leggermente piegate? Accorciandole e poi ricombinando questi frammenti radiali, dipinti ora con bordi freschi e superfici soffici, si era trovato presto a lavorare con serie di cerchi” (da Raphael Rubinstein, Carlo Nangeroni: un’arte di sfumature modulari, in Carlo Nangeroni, edited by Raphael Rubinstein, catalogo della mostra, New York, Esso Gallery, 15 giugno-29 luglio 2006, Brescia, Shin edizioni, 2006, pp. 13-15, 2012). Stima: 7.500€/10.000€.

Emilio Scanavino, Gli altoforni, tecnica mista su cartone, 51×72.5, 1957 – Lotto n. 55 – da fabianiarte.com
Emilio Scanavino, Gli altoforni, tecnica mista su cartone, 51x72.5, 1957
Emilio Scanavino, Gli altoforni, tecnica mista su cartone, 51×72.5, 1957 – Lotto n. 55 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

Parlare di un’opera dell’artista ligure Emilio Scanavino (Genova, 1922) degli anni ’50 significa tornare a quella stagione della storia dell’arte italiana del dopoguerra in cui Milano era protagonista dello spazialismo e dell’informale europeo.

Emilio Scanavino è uno dei principali attori di quella stagione artistica: negli anni in cui Albisola è la fucina delle sperimentazioni d’avanguardia, siamo nel biennio 1950-1951, Scanavino conosce Carlo Cardazzo, dal 1946 a capo della Galleria del Naviglio, che sarà il centro di quelle esperienze culturali. Con il gallerista nel 1958 firmerà una feconda esclusiva per la vendita delle sue opere, nello stesso anno del trasferimento con la famiglia a Milano.

È in questi anni che Scanavino comincia ad elaborare in seno all’informale un suo segno personale, espressionista, talvolta ancora legato alla rappresentazione del reale come in questo bel lotto n. 55 “Gli altoforni”; segno che già preannuncia quel linguaggio maturo, calligrafico, tachista, scritturale, concettuale ed esistenziale dei primi anni ’60.

Ci sono, in quest’opera, tutti gli elementi che sempre avranno posto nella pittura di Scanavino: la spazialità geometrica, quasi un’intelaiatura del reale; il segno scomposto e imprevedibile della sensibilità informale; il fuoco acceso del lavoro, del sangue, della realtà; i colori primari della vitalità; i non colori dell’incomprensibilità dell’esistenza.

Ma basti ricordare, a sottolineare il valore delle opere di questo decennio, le importantissime esposizioni cui Scanavino partecipa: nel 1950, 1954, 1958, 1960 con sala personale, alla Biennale di Venezia; a Documenta 2 a Kassel nel 1959, alla Quadriennale a Roma nel 1960; e il consenso di critici quali Enrico Crispolti, Gillo Dorfles, Umbro Apollonio, Guido Ballo. Stima: 16.000€/20.000€.

Roberto Crippa, Composizione, olio su cartone, 37.5×54, 1957 – Lotto n. 70 – da fabianiarte.com
Roberto Crippa, Composizione, olio su cartone, 37.5x54, 1957
Roberto Crippa, Composizione, olio su cartone, 37.5×54, 1957 – Lotto n. 70 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65
“L’opera di Roberto Crippa è stata sempre regolata da questo limpido accordo tra attuale sigla stilistica e primordiale simbolo di entità e di energia naturale” ha scritto Franco Russoli nel volume Crippa, per le Edizioni Galleria Cortina.
Frase che coglie alla perfezione la natura ossimorica di uno dei protagonisti dello spazialismo milanese del dopoguerra, sempre diviso fra un tentativo di razionalizzazione del mondo, come l’artista fosse vedetta delle vicende umane da un osservatorio lunare, e la vicenda esperienziale di un Crippa astronauta protagonista di un volo extraterrestre nonché di un viaggio terrestre vissuto con vitalistica necessità.
Dopo gli studi a Brera alla fine degli anni ’40 quello di Crippa è un linguaggio di matrice neocubista, comune fra gli artisti interessati ad un rinnovamento del linguaggio pittorico in quegli anni.
Da qui all’adesione dell’artista di Monza all’astrattismo geometrizzante del M.A.C. Movimento Arte Concreta nel 1950 il passo sarà breve, ma tuttavia non sufficiente ad esaurire quell’esigenza di comunicazione controllata ed energetica, fra anima e cuore, che in seno a quelle idee prenderà forma parallelamente nelle celebri “Spirali”, ma anche in composizioni geometriche realizzate attraverso uno svilupparsi di labirinti di linee nere che incastonano forme dai colori squillanti e contrastanti.
Luigi Cavallo (in Crippacatalogo Centro Tornabuoni, Firenze, 1990) definirà i “sugheri” di Crippa degli anni ’70 “quadri come vascelli con le vele gofie, carichi di ricche mercanzie”, ma questa è certo una definizione che si addice alla perfezione a qualsiasi opera dell’artista monzese; anche a quest’opera tardo-geometrizzante “Composizione” del 1957 al lotto n. 70Stima: 3.500€/5.500€.
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, olio su tela, 46×40, 1968 – Lotto n. 120 – da fabianiarte.com
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, olio su tela, 46x40, 1968
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, olio su tela, 46×40, 1968 – Lotto n. 120 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

Antonio Sanfilippo, nato a Partanna in Sicilia nel 1923, è certamente stata una delle figure chiave nell’affermazione dell’astrattismo italiano del primo dopoguerra.

Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, nel 1947 a Roma l’artista è fra i fondatori del Gruppo Forma 1 con Achille Perilli, Pietro Consagra, Carla Accardi che sposerà nel 1949, Giulio Turcato, Piero Dorazio.

Alla fine degli anni ’40 e all’inizio dei ’50 la pittura di Sanfilippo è orientata verso un deciso concretismo ispirato al M.A.C. Movimento Arte Concreta e alle soluzioni di Alberto Magnelli. Ma ben presto l’artista concederà più libertà al segno per approdare, alla metà degli anni ’50, ad un linguaggio maturo articolato in forme e tratti brevi in una originale ricerca di ritmo e accordi cromatici.

“L’espressione per mezzo dei semplici segni posti sulla tela con immediatezza riporta la pittura agli inizi e dà ad essa un grande possibilità di sviluppo. Il segno è l’elemento essenziale dell’espressione, il primo grado della forma, l’articolazione del linguaggio. Alla base di questa ricerca vi è la volontà di scoprire una primordialità innata, necessaria. In un quadro l’immagine viene determinatada un complesso di articolazioni di segni legati o sovrapposti in raggruppamenti che creano spazio ed emozione. Una rappresentazione concentrata ed essenziale. Occorre però che il segno sia suggestivo in sé stesso e abbia una capacità evocatrice. Si dovra dimenticare ogni altro luogo comune attraverso questo segno povero che non ha né storia né tradizione” scrive l’artista nel 1955 (da Fabrizio D’Amico, Antonio Sanfilippo 1923-1980, Milano 2001, pp. 169).

Negli anni ’60 l’artista sviluppa questo linguaggio di segni, più concentrato sulla composizione, con tratti aggregati in isole d’assonanza e colore, che sul segno stesso che ha ormai acquisito forma compiuta in linee che si fanno punti e punti che si uniscono a linee, come qui al lotto n. 120 “Senza titolo”. Linguaggio di estrema capacità emotiva ed espressione formale celebrato e riconosciuto anche dalla critica: nel 1964 Sanfilippo è alla Biennale di Venezia, come nel 1966 con sala personale. Stima: 10.000€/15.000€.

Hans Hartung, P1973-Z13, acrilico e pastello su cartone applicato su tela, 52.4×75, 1973 – Lotto n. 124 – da fabianiarte.com
Hans Hartung, P1973-Z13, acrilico e pastello su cartone applicato su tela, 52.4x75, 1973
Hans Hartung, P1973-Z13, acrilico e pastello su cartone applicato su tela, 52.4×75, 1973 – Lotto n. 124 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

Artista francese di origini tedesche Hans Hartung (1904-1989) è giustamente considerato uno dei protagonisti europei dell’astrattismo.

Le prime prove astratte di Hartung possono infatti essere fatte risalire agli anni ’20 e posseggono già quelle caratteristiche della sua produzione matura: l’uso di colori squillanti e contrastanti, l’impiego di lettere come elementi visuali in tensione, l’utilizzo di forme elementari gestuali quali la linea, la spirale ma anche geometriche, a comporre una ‘spazialità’ organizzata in campi di forza.

Dal 1935 l’artista si stabilisce a Parigi partecipando nel corso degli anni ’40 a collettive di ambito informale con artisti quali Wols, Mathieu, Picabia, Tàpies, Bryen.

Nel 1944 la guerra: arruolatosi nella Legione Straniera, Hartung perde una gamba durante un combattimento presso Belfort, evento per il quale fu congedato e che segnò l’evolversi della sua pittura non solo nell’accentuazione di una lacerazione esistenziale, d’altronde già presente e che l’artista cerca di ricomporre sulla tela, ma anche praticamente, nelle modalità di esecuzione delle proprie opere: Hartung è spesso costretto ad utilizzare l’aerografo, a spruzzare il colore; vi interviene poi con graffiature, freghi stando seduto sulla sedia a rotelle, anche faticosamente quando la tela è di grandi dimensioni.

E in questo sforzo di creazione Hartung cerca metaforicamente sempre di alzarsi in piedi, di ritrovare una perfezione, di conciliare maschio e femmina, orizzontale e verticale, linea e cerchio (lotto n. 124 “P1973-Z13”). Lo fa aspirando ad una armonia compositiva fatta di campiture, forme e colori in equilibrio.

“Sempre, sempre ho cercato una legge, la regola d’oro, alchimista del ritmo, dei movimenti, dei colori. Trasmutazione di un disordine apparente il cui solo scopo era di organizzare un movimento perfetto, per creare l’ordine nel disordine, creare l’ordine dal disordine. In questo, avevo il sentimento di partecipare alle forze che sostengono la natura. Volevo tradurre con delle forme, delle immagini, le leggi della materia che potevano sembrare disordinate, arbitrarie, ma che nondimeno si organizzano in una volontà che, in fin dei conti, le armonizza e mantiene l’ordine. In un periodo della mia vita ho fatto alcuni dipinti molto caotici a prima vista, disordinati, complicati, come se il pennello corresse da sinistra a destra per caso senza obbedire a nessuna regola. Ma l’insieme, tuttavia, dona un’impressione d’unità, di armonia” (da Hans Hartung, Autoportrait, récit recueilli par Monique Lefebvre, Grasset, Paris, p. 74). Stima: 25.000€/35.000€.

Carla Accardi, Sicofoil, 45×25, in teca in plexiglas, 1967 – Lotto n. 125 – da fabianiarte.com
Carla Accardi, Sicofoil, 45x25, in teca in plexiglas, 1967
Carla Accardi, Sicofoil, 45×25, in teca in plexiglas, 1967 – Lotto n. 125 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

“1966: Accardi usa il sicofoil (materia trasparente lucida) e attiva maggiormente il rapporto segno/spazio: spazio ‘decollato’, sempre più frammentato (a croce, diagonale, spicchi o strisce) creando una moltiplicazione di piani, di possibilità di sovrapposizione dei segni (la tela sottostante scompare) e di abbinamento dei colori rudimentali. Quando non è bloccato il sicofoil tende ad arrotolarsi […]

Questa fase creativa corrisponde ad una istanza d’unità, al rifiuto della parcellizzazione (la donna presente come emancipata culturale ma assente come ipotesi diversa sul mondo). La fine degli anni ’60 rappresentò per Carla l’introspezione feroce, il reperimento della propria condizione storica, l’immersione nel sogno/segno” ha scritto Annemarie Boetti in Carla Accardi in “Data #20”, Marzo-Aprile 1976, pp. 72-74 a proposito della produzione su sicofoil dell’artista trapanese Carla Accardi (1924-2014).

L’Accardi fu l’anima femminile dell’astrattismo romano promosso dal Gruppo Forma 1, fondato nel 1947 con Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Concetto Maugeri, Achille Perilli e Antonio Sanfilippo.

La Boetti evidenzia due importanti aspetti che sottostanno alla produzione artistica della Accardi a partire dalla seconda metà degli anni ’60: da un lato una ricerca introspettiva che trova sbocco nell’originalissimo linguaggio segnico che l’artista mette a punto all’inizio degli anni ’50. Dall’altro un bisogno di contestualizzazione di tale ricerca con una affermazione, venata di rivendicazioni femministe, nello spazio del reale.

Attraverso il sicofoil l’artista, con un procedimento vicino a quello dell’arte povera, raggiunge una tensione concettuale che organizza il segno strutturalmente su una superficie per sua natura metaforica: il tratto s’intesse nel tessuto del reale, disvela un’eterno femminino che vive tra nudità e pudore; e di più l’artista lo conclama con vernici squillanti, come in quest’opera al lotto n. 125 “Sicofoil”, vernici che la Accardi ha iniziato ad usare alla fine degli anni ’50, .

Da ricordare che nel 1970 Carla Lonzi e Carla Accardi daranno vita a “Rivolta femminile”, uno dei primi gruppi femministi in Italia, improntato sulla pratica dell’autocoscienza e del separatismo. Stima: 18.000€/25.000€.

Gualtiero Nativi, Costruzione pluridimensionale, tempera su carta intelata, 91×112, 1948 – Lotto n. 177 – da fabianiarte.com
Gualtiero Nativi, Costruzione pluridimensionale, tempera su carta intelata, 91x112, 1948
Gualtiero Nativi, Costruzione pluridimensionale, tempera su carta intelata, 91×112, 1948 – Lotto n. 177 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

Nato a Pistoia nel 1921, Gualtiero Nativi frequenta giovanissimo lo studio del pittore tedesco Hans Joachim Staude la cui pennellata lirica ed espressionista, mitigata dalla moderna classicità fiorentina, influenza le prime prove dell’artista pistoiese.

Ben presto però Nativi viene in contatto all’Università di Lettere con il gruppo di rinnovamento artistico e culturale “Torrente”; fa la conoscenza di Vinicio Berti e Bruno Brunetti e nel 1945, con questi e altri artisti, fonda il movimento “Arte d’Oggi” con un programma di rinnovamento della pittura concepito in seno ad un astrattismo che tenga conto delle armonie classiche.

Ma è solo nel 1948, anno in cui esegue la bellissima tempera al lotto n. 177 “Costruzione pluridimensionale” che Nativi espone per la prima volta con il gruppo alla Galleria Firenze e poi alla Galleria Bergamini di Milano con Berti, Silvano Bozzolini, Alvaro Monnini, Bruno Brunetti e Arrigo Parnisari.

Ancor prima dell’esperienza dell’astrattismo classico nel 1950, la pittura di Nativi si caratterizza (e vi sarà sempre fedele) per un estremo rigore geometrico e costruttivo, in quest’opera in asta particolarmente evidente nel purismo estremo dell’impianto ‘archiettonico’ e quasi ‘contrappesistico’ delle forme e nella riduzione cromatica che supporta un meccanismo di perfetta sinergia fra estetica e funzione.

D’altronde nei primi anni ’50 Nativi allaccerà contatti con il parigino Groupe Espace, approfondendo le tematiche di contaminazione fra architettura e decorazione che furono per lui di grande interesse; allo stesso tempo collaborerà con un importante architetto quale Giovanni Michelucci, soprattutto per quanto riguarda contributi grafici a progetti e riviste da questi promosse, quali “La Nuova città” ed “Esperienza artigiana”, attraverso le quali Michelucci portò avanti un progetto di creazione di nuovi rapporti fra architettura, arte, design e società, per certi versi nel solco delle idee degli astrattisti classici dei primissimi anni del dopoguerra. Stima: 9.500€/11.500€.

Giorgio Griffa, obliquo policromo, acrilico su tela, 31×50, 1976 – Lotto n. 179 – da fabianiarte.com
Giorgio Griffa, obliquo policromo, acrilico su tela, 31x50, 1976
Giorgio Griffa, obliquo policromo, acrilico su tela, 31×50, 1976 – Lotto n. 179 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

Correva l’anno 1975 quando gli artisti Enzo Cacciola, Carlo Battaglia, Giorgio Griffa, Paolo Cotani, Claudio Verna, Gianfranco Zappettini e Carmen Gloria Morales vennero invitati alla mostra Analytische Malerei promossa da Klaus Honnef e Catherine Millet prima alla Galleria La Bertesca di Genova e poi a Düsserdolf.

Fra questi artisti è senza dubbio Giorgio Griffa il portabandiera della riscoperta della pittura analitica in corso ormai da più di un decennio, inaugurata dalla mostra del 2007 alla Permanente di Milano “Pittura Analitica. I percorsi italiani. 1970-1980”.

La prima personale di Griffa risale al 1968 presso la Galleria Martano di Torino con introduzione del critico Paolo Fossati, dopo un apprendistato dell’artista torinese prima nello studio di Filippo Scroppo e poi con Aldo Mondino.

La pittura di Griffa si caratterizza fin da subito per una originalità che riguarda non solo la pittura in sé, ma anche il modo in cui viene eseguita. Per Griffa non vale la definizione di pittura astratta poiché di fatto non c’è pittura ma traccia: le composizioni dell’artista torinese costituiscono un libero svilupparsi del segno su una superficie che non ha cornice e quindi limite, e che nella sua scabrosità grezza viene a configurarsi come una diretta continuazione del luogo in cui essa si trova, per non dire della natura stessa.

Griffa è di fatto uno spettatore dell’articolarsi delle forme in rapporti perfetti, secondo le leggi auree, nel ritmo istintivo delle cromie complementari, slavate, stemperate, fregate via dall’artista con una spugna; ma come dilavate dalla pioggia, soggette alla memoria, al tempo eppure indelebili.

L’opera in asta al lotto n. 179 “Obliquo policromo” appartiene al primo ciclo dei cosiddetti “segni primari”, collocabile fra il 1973 ed il 1975, nel quale l’artista esegue quasi esclusivamente linee parallele ripetute in sequenza. Si tratta dei lavori esposti in numerose, importanti mostre personali: nel 1974 alla Galleria Templon di Parigi, alla Galleria Mikro di Berlino, allo Studio Lia Rumma di Napoli; e poi nel 1975 da Annemarie Verna a Zurigo, alla Galleria Sperone di Roma, al Kunstraum di Monaco. Stima: 10.000€/15.000€.

Victor Vasarely, ION-VEGA, acrilico su tavola, 42.5×40.5, 1970 – Lotto n. 182 – da fabianiarte.com
Victor Vasarely, ION-VEGA, acrilico su tavola, 42.5x40.5, 1970
Victor Vasarely, ION-VEGA, acrilico su tavola, 42.5×40.5, 1970 – Lotto n. 182 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 65

L’artista di origine ungherese Victor Vasarely (1906-1997) è stato, con Bridget Riley, il fondatore della optical art europea.

Dopo una formazione ispirata ai principi del Bauhaus, negli anni ’30, a Parigi, Vasarely si dedica all’attività di grafico pubblicitario. Negli anni ’40 conosce la gallerista Denise René interessata all’arte cinetica. Nella Galleria René l’artista espone nella sua prima personale del 1946.

È nel corso degli anni ’50 che Vasarely va definendo quel principio di “unità plastica” che elegge il movimento ed insieme l’ambiguità duale percettiva delle forme e dei colori a principio fondante delle sue ricerche ottico-cinetiche.

Nell’interessante articolo Musicalità nell’opera plastica di Victor Vasarely (in “Le Carre Bleu, n. 2, 2007) Frédéric Rossille scrive: “[…] Vasarely ha studiato i principi della Gestalt Theorie […]. Ricordiamone brevemente gli assi portanti: il tutto è diverso dalla somma delle parti; la percezione consiste nello stagliarsi di una figura su uno sfondo; la mente struttura la percezione delle forme secondo delle leggi naturali […]. I principi e le leggi della Gestalt Theorie si applicano alla percezione della musica […]. In accordo con la legge d’intervento sfondo-forma, l’analisi musicale tiene conto delle nozioni di sfondo, di secondo piano e di primo piano.

[…] Ricordiamo che molte opere del periodo ‘Gestalt‘ presentano figure che si possono leggere sia come concave che convesse. Le musiche polifoniche sovrappongono svariate linee melodiche e possiedono perciò molteplici griglie di lettura. La nostra attenzione può concentrarsi sull’una o l’altra voce messa così in rilievo rispetto alle altre parti. Qualunque musica complessa presenta allo stesso modo più griglie di lettura. Basta pensare alle poliritmie e alle altre ambiguità ritmiche. Una battuta in due tempi, in 6/8, può così essere intesa come una battuta in tre tempi, in 3/4, a seconda che il nostro orecchio raggruppi le sei crome per tre o per due. Nei due campi che interessano, le ambiguità d’interpretazione sono fattori di ricchezza che creano degli spazi di libertà che vengono attivamente investiti dai nostri sensi”.

Attraverso la deformazione della figura del cerchio, il sapiente accostamento dei colori e l’uso dei gradienti Vasarely riesce a originare al lotto n. 182 “ION-VEGA” l’inganno di una bolla che aggetti o si ritiri sulla superficie, creando, per l’epoca, una magia complessa e semplice come una mutevole sensazione musicale. Stima: 45.000€/55.000€.

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