Asta Fabiani n. 66 - 21 Aprile 2018 - Montecatini Terme, Dipinti, Disegni, Sculture e Grafica di Artisti del ‘900, Moderni e Contemporanei - Immagini Courtesy fabianiarte.com

Paolo Scheggi, Agostino Bonalumi e un importante Vasco Bendini da Fabiani Arte (Asta n. 66)

L’Asta n. 66 “Dipinti, Disegni, Sculture e Grafica di Artisti del ‘900, Moderni e Contemporanei” della Casa d’Aste Fabiani Arte di Montecatini Terme avrà luogo sabato 21 Aprile 2018 in prima sessione e domenica 22 in seconda sessione alle ore 15.30. Si segnalano un’opera storica del fiorentino Paolo Scheggi, l'”Intersuperficie a zone riflesse” del 1965 al lotto n. 199; una bella opera ‘geometrica’ di Agostino Bonalumi al lotto n. 191, e la storica “Strage di innocenti”  di Vasco Bendini del 1962 al lotto n. 118. La TopTen di SenzaRiserva.

Gianni Dova, Giochi nell’aria, olio su tela, 40×30, 1963 – Lotto n. 49 – Immagine da fabianiarte.com
Gianni Dova, Giochi nell’aria, olio su tela, 40x30, 1963
Gianni Dova, Giochi nell’aria, olio su tela, 40×30, 1963 – Lotto n. 49 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

Gianni Dova nasce a Roma nel 1925. Frequenta a Milano il Liceo Artistico di Brera. Nel capoluogo lombardo il giovane Dova si avvicina al Gruppo raccoltosi intorno alla rivista “Corrente” promossa da Ernesto Treccani, per poi aderire, dopo la guerra, nel 1976, alle istanze di rinnovamento  estetico e sociale di “Oltre Guernica”.

A cavallo fra gli anni ’40 e ’50 Dova partecipa attivamente al Gruppo Spazialista (con, fra gli altri, Lucio Fontana, Roberto Crippa, Beniamino Joppolo, Cesare Peverelli), gruppo vicino alla Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo.

Fra il 1951 ed il 1952 l’artista romano ne firma tre manifesti. In seguito è vicino al movimento nucleare di Enrico Baj e Sergio Dangelo, prima di trovare un proprio linguaggio autonomo, di matrice surreale e onirica, ispirato alle soluzioni di Max Ernst (Dova rimase molto colpito dalla sala dedicata all’artista tedesco alla XXVII Biennale di Venezia del 1954), alla fine degli anni ’50; stile ben testimoniato dall’opera in asta al lotto n. 49 “Giochi nell’aria”. Con tali opere, nel 1962, Dova approda alla Biennale di Venezia con sala personale.

Sono opere che, sulla scia di Ernst, recuperano la figurazione in senso metamorfico e nelle quali convergono tutte le sperimentazioni condotte da Dova nel dopoguerra: la pittura a smalto colorato, steso con la tecnica del dripping, e insieme le tensioni materiche, informali ed organiche connaturate alle idee nucleari, nonché un senso della spazialità che Dova veicola riportando le tre dimensioni sfacciatamente e consapevolmente nella distorsione bidimensionale della figura, riuscendo a restituire un’interpretazione sintetica, potentissima e ancestrale della realtà. Stima: 8.000€/10.000€.

Lucio Del Pezzo, Cerchi cromatici, acrilico su legno, 100×71, 1967 – Lotto n. 54 – da fabianiarte.com
Lucio Del Pezzo, Cerchi cromatici, acrilico su legno, 100x71, 1967
Lucio Del Pezzo, Cerchi cromatici, acrilico su legno, 100×71, 1967 – Lotto n. 54 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

Nato a Napoli nel 1933 Lucio del Pezzo si diploma, nel 1955, all’Istituto d’Arte. Alla fine degli anni ’50 collabora con il Movimento Nucleare milanese di Enrico Baj e Sergio Dangelo e partecipa all’esperienza del napoletano Gruppo ’58. All’inizio degli anni ’60, su invito di Baj, si trasferisce a Milano.

Fra il 1962 ed il 1963 Del Pezzo collabora con i fondatori dello Studio Marconi alla realizzazione di arredamenti d’interni.

Nel 1964 viene premiato alla Triennale di Milano e partecipa alla Biennale di Venezia dove tornerà nel 1966, con sala personale, dopo l’ennesima esperienza parigina.

Nel 1967, anno di realizzazione dell’opera in asta al lotto n. 54 “Cerchi cromatici”  partecipa alla mostra “De Metafisica” presso la Galleria Kruger a Ginevra: espone con Morandi, De Chirico, Carrà, Sironi. L’anno successivo terrà la sua prima personale a Parigi.

Sono gli anni in cui in Del Pezzo si compie il passaggio artistico dal nuclearismo magmatico e ancora disordinato, dall’anarchia folkloristica dell’oggetto di recupero scovato dai rigattieri all’equilibrio metafisico dell’oggetto lavorato con sapienza d’artigiano.

È lo spirito neoclassico di Del Pezzo che emerge in quest’opera, misto a quella giocosità che fa parte delle sue origini partenopee. Del Pezzo usa un vocabolario di emblemi che negli anni ’60 perdono d’individualità per divenire oggetti assoluti, ‘stampi’ che anticipano e rappresentano il pretesto della realtà.

La premessa a ciò è l’individuazione di uno spazio, una cornice, un luogo che sia ricettacolo per la costruzione, anzi ri-costruzione di un mondo fantastico fatto di forme e colori, surreali “teatrini” d’oggetti in bilico fra sogno e realtà. Stima: 17.000€/25.000€. Stima: 6.000€/9.000€.

Gualtiero Nativi, Senza titolo, tempera su cartone, 19.8×12.4, 1948 – Lotto n. 115 – da fabianiarte.com
Gualtiero Nativi, Senza titolo, tempera su cartone, 19.8x12.4, 1948
Gualtiero Nativi, Senza titolo, tempera su cartone, 19.8×12.4, 1948 – Lotto n. 115 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

“Un filtro mentale, una ricerca di estrema contenutezza nella ostruzione dei rapporti, degli equilibri, delle forme e degli elementi negli spazi. Una volontà e capacità estrema (‘capacità critica’ la chiamava Migliorini) di controllo, che nella perfezione delle connessioni delle forme e delle valenze cromatiche esprime un rigore di razionalità, una concentrazione, ‘una moralità che esce dai confini dell’opera’ (ancora Migliorini)'”.

Così Enrico Crispolti, nel 1982, in Appunti sull'”Astrattismo classico” fiorentino (1947-1950) in AA.VV., “Astrattismo Classico”, catalogo della mostra a cura di S. Mecatti e S. Salvi, Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, 22 dicembre 1980 – 15 febbraio 1981, Vallecchi Editore, 1980, p. 23, descrive la ricerca che animò i componenti dell’astrattismo classico fiorentino (con Nativi, Vinicio Berti, Bruno Brunetti, Mario Nuti e Alvaro Monnini) alla fine degli anni ’40 e all’inizio dei ’50.

Il grande critico coglie con esattezza alcune delle caratteristiche precipue dell’artista pistoiese Gualtiero Nativi (1921-1999), in particolare il minimalismo geometrico e purista delle opere di fine anni ’40 (lotto n. 115 “Senzatitolo”): un estremo rigore compositivo e cromatico che raggiunge un perfetto adempimento  nella “semplificazione dei valori plastici [che] è in definitiva un tentativo […] di creare per mezzo di forme semplici riconoscibili da tutti, esatte geometricamente e cromaticamente, un linguaggio universale che non parli più a una provincia o a un gruppo di persone ma attinga a una narrazione comprensibile a tutti attraverso forme comuni, generali, universali. […]” (da E.Migliorini, Discussione su “Arte d’Oggi” in “Toscana nuova”, 2 aprile 1948). Stima: 3.500€/5.500€.

Vasco Bendini, Strage di innocenti, olio su tela, 190×290, 1962 – Lotto n. 118 – da fabianiarte.com
Vasco Bendini, Strage di innocenti, olio su tela, 190x290, 1962
Vasco Bendini, Strage di innocenti, olio su tela, 190×290, 1962 – Lotto n. 118 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

Vasco Bendini nasce a Bologna nel 1922. Studia alla locale Accademia di Belle Arti con Giorgio Morandi e Virgilio Guidi. La prima personale risale al 1953, presso la Galleria La Torre di Firenze, dove Bendini presenta una serie di carte dal gusto astratto in cui è già forte la componente evocativa e memoriale.

Nel corso degli anni ’50 tale componente si accentua in senso materico ed informale abbandonando ogni richiamo figurale e svolgendosi in senso esistenziale.

Sono gli anni delle grandi mostre personali in Italia: alla Galleria del Milione di Milano con introduzione di Francesco Arcangeli nel 1956 e nel 1958); all’Attico di Roma nel 1959 e poi, ancora nel  1961 e nel 1963, all’Apollinaire di Milano nel 1961; e all’estero, con la partecipazione alla Biennale di San Paolo in Brasile nel 1961 e alla Biennale di Tokyo del 1962, anno in cui Bendini realizza questa grande opera in asta al lotto n. 118 “Strage di innocenti”.

Scrive il critico Francesco Arcangeli a proposito di questa opera, introducendo il catalogo della mostra tenutasi presso lo Studio Bentivoglio di Bologna dal 23 al 30 settembre 1967: “Interessa notare, anche, come lo staccarsi di Bendini dalla sua fase più antica abbiamo avuto qualche passaggio esistenzialmente similare a quelli del New Dada. Fin dal ’62, infatti, il suo vecchio ‘informale’ (per dialettica fra lento accumulo o sfoltimento di materia profondamente insistente in se stesso, e specificamente europeo) era sfociato in una sorta di ‘pittura di gesto’, di cui la Strage di innocenti (di quell’anno ’62, appunto) era stato, e per dimensione e per accanimento, un episodio rilevante. Ma l’aver portato la sua introversione di fondo a una violenta dichiarazione di sé, quasi a scontro, o a sfida con gli altri, non risolveva il tentativo di aprirsi al mondo”.

Quell’aprirsi al mondo che porterà Bendini alle poco note ma fondamentali opere del biennio 1966 e 1967: “La scatola U”, “Com’è”, “La mano di Vasco”, “Cabina solare”, “Quadro per Momi (la mano)”: installazioni vicine all’arte povera, concettuali, che invadono lo spazio, coinvolgono lo spettatore, mettono in discussione il concetto stesso di opera e autore; opere sensoriali anche, ri-esposte in una importante mostra al MACRO nel 2013. Stima: 20.000€/30.000€.

Piero Dorazio, Bluenote, olio su tela, 35×50, 1976 – Lotto n. 119 – da fabianiarte.com
Piero Dorazio, Bluenote, olio su tela, 35x50, 1976
Piero Dorazio, Bluenote, olio su tela, 35×50, 1976 – Lotto n. 119 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

Scrive Piero Dorazio proprio nel 1976, anno di realizzazione della piccola ma bella opera al lotto n. 119 “Bluenote”: “l’esperienza pittorica è per sua natura legata alla percezione dello spazio attraverso le sensazioni di colore (luce) e forma (disegno e composizione), che inducono nell’osservatore le caratteristiche spaziali, nonché la fisionomia formale e cromatica dell’immaginazione”.

Redattore del Manifesto del formalismo Forma 1 nel 1947, Piero Dorazio, nato a Roma nel 1927 è stato uno dei protagonisti dell’affermazione dell’arte astratta nel dopoguerra. Nel 1948 e nel 1951 organizza a Roma le prime mostre nazionali di arte astratta. Con Mino Guerrini e Achille Perilli promuove la Libreria/Galleria Age d’or a Roma e a Firenze. Nel 1952 partecipa alla Costituzione della Fondazione Origine promossa da Mario Ballocco e pubblica la rivista “Arti Visive”. Nel 1956 è alla Biennale di Venezia.

È però sul finire degli anni ’50 che Dorazio definisce il suo personale linguaggio, con i celebri “reticoli”, sovrapposizioni lineari e incidenti di ‘strisce’ di colore, più o meno opache, più o meno spesse, che proprio per queste loro caratteristiche risultano percettivamente instabili e, allo stesso tempo, sensibili a vibrazioni ritmiche spazio-temporali: l’opera vive con lo spettatore, dipende da dove questi guarda, dalle condizioni di illuminazione; e allo stesso tempo tali ‘eventi’ fenomenici sono ‘cause’ di uno spazio mentale ma reale per chi guarda e si trova ‘immerso’ nei colori, nelle linee e nei punti che prendono vita, nel senso di movimento, sulla tela.

Pur nella variazione dei cicli pittorici, durante gli anni Dorazio rimarrà sempre fedele a questi principi ispiratori.

Dal 1974 l’artista si stabilisce a Todi dove il Comune gli riserva una grande personale nella Sala delle Pietre. Le opere anni ’70 sono caratterizzate da un gusto impressionista fatto di linee spezzate e combinazioni quasi puntinistiche di colori analoghi e complementari che ripercorrono, quasi analiticamente, le soluzioni più istintive dei “reticoli”. Stima: 25.000€/33.000€.

Giorgio Griffa, Rosa discendente, tempera acrilica su tela, 43×67, 2003 – Lotto n. 176 – da fabianiarte.com
Giorgio Griffa, Rosa discendente, tempera acrilica su tela, 43x67, 2003
Giorgio Griffa, Rosa discendente, tempera acrilica su tela, 43×67, 2003 – Lotto n. 176 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

Nato a Torino nel 1936 Giorgio Griffa è stato uno dei pionieri della “nuova astrazione” italiana degli anni ’60, la pittura analitica, che ha saputo declinare, contrariamente a molti altri dello stesso gruppo, in maniera poetica, tutt’altro che freddamente razionalista.

Nondimeno l’arte di Griffa si sviluppa dal 1967 sul concetto di recupero di una spazialità dove sia possibile la messa in atto di una nuova processualità. La tela grezza, senza cornice, rappresenta e contiene per Griffa tale potenzialità: prima di tutto è un continuum sensoriale, non mediato, con l’ambiente e la natura stessa; una materia su cui poter agire con i gesti, con tutto il corpo; in secondo luogo è un supporto concettuale che richiama subito ad un approccio artigianale che valorizza il ‘da farsi’ più che il fatto, diversamente dalle coeve ricerche e soluzioni della pop art.

E poi ci sono i segni che da ‘primari’ (negli anni ’60) arrivano ad articolarsi concettualmente ma sempre con controllo, sobrietà, chiarezza; come in questo lotto n. 176 “Rosa discendente”, fino a farsi musica e quasi richiamo paesaggistico: l’intensità del colore e il ritmo della ripetizione sembrano qui essersi liberati da ogni rigido geometrismo e anzi la linea traballa in pioggia, la curva s’inarca in un continuum d’onda rosa e quasi sbeffeggia un campo di pausa rimasto optical e indecifrabile. Stima: 5.600€/8.000€.

Agostino Bonalumi, Giallo, tela estroflessa e tempera, 100x80x4, 1977 – Lotto n. 191 – da fabianiarte.com
Agostino Bonalumi, Giallo, tela estroflessa e tempera, 100x80x4, 1977
Agostino Bonalumi, Giallo, tela estroflessa e tempera, 100x80x4, 1977 – Lotto n. 191 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

Agostino Bonalumi emerge sulla scena artistica milanese alla fine degli anni ’50 (fra le più importanti da ricordare la mostra alla Galleria Pater del 1958). All’epoca, insieme a Piero Manzoni l’artista si muove ancora nell’ambito di un informale intessuto delle idee nucleariste di Enrico Baj e Sergio Dangelo.

Bonalumi imbeve stoffe e paglia nel colore, poi le stende e organizza sulla tela: di fatto si tratta già di pitture-oggetto che segnano il tentativo di far emergere qualcosa dal magma turbinoso di un colore che in Manzoni contemporaneamente si fa monocromo, soglia d’attesa per una nuova rivelazione.

Rivelazione che arriva con le estroflessioni dal biennio 1959-1960: la tela monocroma si avalla o si protrude attraverso strutture di ferri e imbottiture retrostanti alla stessa. Una nuova corporeità organica prende forma e invade lo spazio fisicamente, per mezzo di volumi che si espandono e contraggono dipendentemente dal gioco di luci ed ombre che l’oggetto mette in atto.

Si rovescia di fatto l’assunto del padre spirituale di questi artisti (Bonalumi, Manzoni, Castellani), Lucio Fontana, che in quegli anni scrive: “Io buco, passa l’infinito di lì, passa la luce…” descrivendo i suoi celebri “tagli” e “buchi”.

Mentre Fontana aspira a uno spazio altro, a raggiungere un barlume di conoscenza, Bonalumi dilata lo spazio che conosciamo, lo tocca in modo sensoriale, ci gioca e quasi scherza sulla sua natura metafisica quando predilige, negli anni ’60, le forme circolari, quella simbologia della sfera e dell”uovo’ che riporta all’inizio della dimensionalità.

Gli anni ’70 invece (lotto n. 191 “Giallo”), inaugurati con la celebrazione dell’artista con la sala personale alla Biennale di Venezia, saranno il decennio della linea, della geometria perfetta del rigore percettivo, della presa di coscienza di un rapporto simbiotico e ‘produttivo’ fra uomo e mondo. Stima: 80.000€/100.000€.

Vincenzo Agnetti, Progetto panteistico – Foglia, fotografia su tela emulsionata e scrittura, 75×60, 1972 – Lotto n. 198 – da fabianiarte.com
Vincenzo Agnetti, Progetto panteistico - Foglia, fotografia su tela emulsionata e scrittura, 75x60, 1972
Vincenzo Agnetti, Progetto panteistico – Foglia, fotografia su tela emulsionata e scrittura, 75×60, 1972 – Lotto n. 198 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

“Progetto panteistico: arrampicarsi su un albero. aspettare… aspettare che crescano foglie dalla propria pelle”. Così scrive Vincenzo Agnetti (Milano, 1926) sul bel riporto fotografico su tela emulsionata al lotto n. 198 “Progetto panteistico”.

Vicino al Gruppo Azimut (Manzoni, Bonalumi e Castellani) e ideologo della rivista Azimuth, Vincenzo Agnetti è stato soprattutto un filosofo e critico del linguaggio, visuale e testuale, che ha cercato durante tutta la sua attività di scarnificare, nel contesto dell’uso quotidiano ma anche letterario, per raggiungere un nucleo di senso di carattere prettamente esistenziale.

“Anche se talvolta Agnetti vuole tornare al linguaggio letterario, la concettualità della sua arte tende a concretizzarsi in opere come i Progetti Panteistici (1972/73) che sono un affascinante documento fotografico ambivalente. Da un lato essi si adagiano sull’aspettativa ecologica [espressa nell’enunciato scritto sul riporto]. Dall’altro è la stessa informazione fotografica che ci testimonia le tappe della difficoltà di arrivare a produrre ‘una foglia’. E così essa ci mostra chiaramente come sia impossibile annullare l’opposizione fra il progetto ecologico e il suo carattere ironico” scrive Daniela Palazzoli in Vincenzo Agnetti oltre il linguaggio pubblicato nel Catalogo della Mostra “Vincenzo Agnetti. Oltre il linguaggio” tenutasi dal 24 marzo al 27 maggio 2017 presso la Osart Gallery di Milano.

I “progetti panteistici” furono presentati da Agnetti nel 1972 in una personale alla Galleria Toselli di Milano: opere che esemplificano bene il modo di procedere dell’artista alla ricerca sempre di una ragione di sintesi fra i motivi dell’individualità, dell’essere nel mondo e dello svelamento del modo in cui sia possibile e si attui l’interazione fra queste componenti. In questo senso quella di Agnetti è una studiata ricerca di associazioni e corrispondenze gnoseologiche che, attraverso l’arte, provano a dare una risposta all’eterna domanda del ‘chi siamo’, del ‘dove andiamo’. Stima: 40.000€/50.000€.

Paolo Scheggi, Zone riflesse, acrilico rosso su tre tele sovrapposte, 50x40x5.5, 1965 – Lotto n. 199 – da fabianiarte.com
Paolo Scheggi, Zone riflesse, acrilico rosso su tre tele sovrapposte, 50x40x5.5, 1965
Paolo Scheggi, Zone riflesse, acrilico rosso su tre tele sovrapposte, 50x40x5.5, 1965 – Lotto n. 199 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

Nato a Firenze nel 1940, Paolo Scheggi muore giovanissimo a Roma nel 1971. È dal 1961 a Milano che l’appena ventunenne Scheggi entra fecondamente in contatto con il Gruppo di Azimut (Manzoni, Castellani, Bonalumi) ed elegge Lucio Fontana a guida ideale di una ricerca che vada oltre l’informale. Si tratta di una sperimentazione che riguarda soprattutto il concetto di spazio, divenuto, nell’ambiente culturale milanese dell’epoca, premessa e contesto per un nuovo senso del reale.

E se Fontana è l’iniziatore, lo scopritore di questa nuova dimensione e possibilità, gli altri sono coloro che ci vengono a patti, che lo studiano, che, per mezzo di esso, ricostruiscono.

Si potrebbe dire che Scheggi, attraverso le sue “intersuperfici curve” (tele sovrapposte dove si estendono intersecandosi aperture ellissoidali), sia colui che riceve dalle mani del cercatore d’oro (Fontana), la prima pepita, e che sia lui a indagarla per primo nelle sue componenti, a verificarne la purezza. Scheggi raccoglie lo spazio nella tela, ne fa teatro, lo protegge, lo mette in mostra sottoponendolo a verifica. Non lo invade come Bonalumi, non lo organizza punteggiandolo in geometrie come Castellani, se non musicalmente, in una anaforica e lieve ripetizione. Scheggi insegue voluttuosamente lo spazio partecipando all’opera di costruzione di ‘nidi’ che sono ricettacoli di nuova vita, potenzialità che si fanno potenza.

Il 1965 è un anno fondamentale nella realizzazione di opere come questa in asta al lotto n. 199 “Zone riflesse”.  Nel 1966 Scheggi sarà presente alla XXXIII Biennale di Venezia con quattro “Intersuperfici curve” dal rosso, dal blu, dal bianco e dal giallo, ed al XXI Salon de Réalités Nouvelles al Musée d’Art Moderne di Parigi. Stima: 250.000€/380.000€.

Bruno Munari, Negativo – Positivo, acrilico su tela, 100.5×100.5, 1965 – Lotto n. 202 – da fabianiarte.com
Bruno Munari, Negativo - Positivo, acrilico su tela, 100.5x100.5, 1965
Bruno Munari, Negativo – Positivo, acrilico su tela, 100.5×100.5, 1965 – Lotto n. 202 – Immagine da fabianiarte.com – Asta Fabiani Arte n. 66

Pittore e designer italiano di fama internazionale (Milano, 1907-1998), Bruno Munari è stato un esponente di spicco dell’arte cinetica. Una delle prime creazioni di natura cinetica dell’artista lombardo sono certamente le “macchine inutili”, sculture a struttura mobile realizzate negli anni ’40.

Nel 1948 a Milano Munari fu fra i fondatori del M.A.C. Movimento Arte Concreta, convinto sostenitore di un rinnovamento dell’arte, che l’artista considera processo in continua evoluzione e rapporto biunivoco ed interdisciplinare con la realtà, la scienza, la didattica, il gioco.

Nel 1949, nel Manifesto del Meccanismo, Munari scrive: “Le macchine si moltiplicano più rapidamente degli uomini, quasi come gli insetti più prolifici; […] Gli artisti sono i soli che possono salvare l’umanità da questo pericolo. Gli artisti devono interessarsi delle macchine, abbandonare i romantici pennelli, la polverosa tavolozza, la tela e il telaio; devono cominciare a conoscere l’anatomia meccanica, il linguaggio meccanico, capire la natura delle macchine, distrarle facendole funzionare in modo irregolare, creare opere d’arte con le stesse macchine, con i loro stessi mezzi […]“.

È una dichiarazione programmatica, che dal punto di vista artistico, sebbene si usino qui ancora la tela e i pennelli, ha una corrispondenza immediata nel ciclo dei “Negativi – Positivi” (lotto n. 202 del 1965), iniziato da Munari nei primissimi anni ’50.

Non si tratta infatti soltanto della facile e consueta lettura dell’opera basata sullo studio di rapporti di colore che fanno aggettare in primo piano o degradare in secondo le figure dipendentemente dal focus localizzato dell’attenzione dello spettatore e delle sollecitazioni retiniche; ma anche  di cogliere la vicinanza di tali forme a quegli oggetti ‘meccanici’ che costituiscono la società moderna descritta nel Manifesto e che è sicuramente coerente all’interesse di Munari per i principi e le idee del futurismo nel pieno degli anni ’30. Stima: 38.000€/48.000€.

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