Asta Federico II n. 6 - 17 Febbraio 2017 - Bari, Arte Moderna e Contemporanea - Immagini Courtesy casadastefedericosecondo.it

La Scuola di San Lorenzo e Jack Clemente alla Casa d’Aste Federico II di Bari (Asta n. 6)

L’Asta n. 6 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Federico II di Bari si terrà in sessione Unica, dal lotto 1 al lotto 157 il 17 febbraio 2018 alle ore 16.00. La TopTen di SenzaRiserva. Da non perdere tre opere degli artisti della Nuova Scuola Romana: Bruno Ceccobelli, Piero Pizzi Cannella e Gianni Dessì ai lotti 70, 94 e 141 e la bellissima opera dell’ultima stagione di Jack Clemente, artista da riscoprire, al lotto n. 75.

Aligi Sassu, Il cavaliere occidentale, olio su tela, 50×60, 1950 – Lotto n. 56 – da casadastefedericosecondo.it
Aligi Sassu, Il cavaliere occidentale, olio su tela, 50x60, 1950
Aligi Sassu, Il cavaliere occidentale, olio su tela, 50×60, 1950 – Lotto n. 56 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

Aligi Sassu, di origini sarde, nasce a Milano nel 1912. Compì gli studi discontinuamente fra la Sardegna e il capoluogo meneghino, facendo lavori saltuari come apprendista in una officine litografica e poi presso un decoratore murale.

A Milano, con Bruno Munari, Sassu entrò in contatto con il futurismo e con Filippo Tommaso Marinetti che lo invitò giovanissimo alla Biennale di Venezia del 1928. Con Munari, nello stesso anno, firma il Manifesto “Dinamismo e riforma muscolare” che preannuncia in nuce la futura direzione della pittura dell’artista milanese.

Scrivono infatti i due artisti nel Manifesto: “[…] Il meraviglioso genio del Grandissimo Boccioni ha scoperto per primo la legge del dinamismo, egli però annulla la materia oppure la diluisce nell’atmosfera. Con le nostre ricerche noi siamo giunti a questa conclusione che: un uomo, un cavallo, una bicicletta, non possono raggiungere la velocità che li trasporta fino al quasi totale annullamento. Perciò nel dinamismo un corpo conserva la forma più o meno delineata e trasformata dal corpo stesso moltiplicato per le linee dinamiche […]”.

L’antinaturalismo di Sassu si accentua nella prima metà degli anni ’30, dopo un soggiorno parigino, influenzato dalla tavolozza della pittura fauve (soprattutto Matisse) e dalla pennellata inquieta di Cézanne, Soutine e Van Gogh.

Nel corso del decennio Sassu dà vita ai famosi cicli dei “caffè”, dei “ciclisti”, dei “cavalli verdi” e dei “partigiani”, degli “uomini rossi”, composizioni in cui il colore e il dinamismo del tratto trasfigurano la realtà nel mito. Intanto l’artista si dedica anche alla ceramica nelle officine di Albisola Marina, attività che continuerà almeno fino a dopo la fine della seconda grande guerra.

Durante la guerra Sassu partecipa alla Resistenza. Nel 1947 si trasferisce con la famiglia a Castel Cabiaglio (in provincia di Varese) con l’intenzione di aprire un’officina artistica e ceramica che avrà vita breve.

Il 1950, anno in cui Sassu crea l’intensa opera al lotto n. 56 “Il cavaliere occidentale”, segna l’adesione completa dell’artista al movimento realista moderno, in sintonia con l’esperienza del Fronte Nuovo delle Arti e con le innovazioni della Secessione artistica della fine della prima metà del secolo. Stima: 10.000€/15.000€.

Bruno Ceccobelli, Scendi e guida, multimaterico su legno, 70×50, primi anni 80 – Lotto n. 70 – da casadastefedericosecondo.it
Bruno Ceccobelli, Scendi e guida, multimaterico su legno, 70x50, primi anni 80
Bruno Ceccobelli, Scendi e guida, multimaterico su legno, 70×50, primi anni 80 – Lotto n. 70 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

È il 1984 quando il critico Achille Bonito Oliva ‘scopre’ e valorizza un gruppo di giovani artisti romani, tutti nati negli anni ’50, nel contesto della mostra Ateliers, da lui promossa. Si tratta di Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Marco Tirelli, Giuseppe Gallo, Nunzio, Piero Pizzi Cannella, artisti che da qualche anno hanno stabilito il loro studio nell’Ex Pastificio Cerere nel quartiere popolare di San Lorenzo.

L’obiettivo primario e comune del gruppo, dalle individualità assai diverse, è quello di un superamento delle derive concettuali in favore di una riappropriazione dei mezzi tradizionali del ‘fare arte’, senza per questo abdicare alla ricerca di soluzioni nuove e d’avanguardia, che siano calate nella contemporaneità.

Nello stesso anno della mostra Ateliers e nel 1986 Bruno Ceccobelli è invitato alla Biennale di Venezia: nel 1984 nella sezione “Aperto ’84”, nel 1986 in quella “Arte e alchimia” a sottolineare il carattere cabalistico e teosofico, ispirato alle filosofie orientali, del linguaggio dell’artista umbro.

Probabilmente in quegli anni Ceccobelli fu la figura più in vista del gruppo, contrariamente ad oggi: poiché mentre le quotazioni sul mercato di artisti quali Nunzio, Pizzi Cannella e Gallo hanno raggiunto buoni livelli, lo stesso non si può dire per Ceccobelli che ha probabilmente pagato per un linguaggio divenuto nel tempo più figurale, refrattario alle mode, fatto di accumulazioni di significato e sottili intertestualità e per questo difficile da capire e troppo elitario rispetto a quello degli altri membri del gruppo.

“Non voglio essere un artista alla moda, ma appartenere a tutti i tempi ed è per questo che credo in un’arte preveggente, non storica né letteraria o sociologica, né stilistica; credo in un’arte simbolica, che dia un messaggio e sia di pacificazione con il mondo” (da Bruno Ceccobelli, Classico eclettico, a cura di O. Lottini, Il Cigno Edizioni, Roma 2003, p. 54).

In particolare negli anni ’80 le opere di Ceccobelli, nato a Todi, (opere come questa in asta al lotto n. 70 “Scendi e guida”) risentono dell’influenza del conterraneo Alberto Burri nell’uso e nel trattamento dei materiali cui l’artista lascia più libertà dalla ‘pittura’ rispetto agli anni ’90: gli assemblaggi di Ceccobelli, vicini alla terza dimensione della scultura e anzi desiderosi di invadere lo spazio, prendono forma quasi autonomamente, per simulata coincidenza; emergono dalla materia emettendo segnali, lanciando messaggi: difficili, incomprensibili nella struttura logica ma di forte impatto emotivo e sorprendente capacità d’intuizione conoscitiva. Stima: 6.000€/8.000€.

Antonio Corpora, Gli stendardi di Saladino, murale su tela, 81×64, 1978 – Lotto n. 74 – da casadastefedericosecondo.it
Antonio Corpora, Gli stendardi di Saladino, murale su tela, 81x64, 1978
Antonio Corpora, Gli stendardi di Saladino, murale su tela, 81×64, 1978 – Lotto n. 74 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

La pittura murale ed il dripping rappresentano una delle ultime fasi della pittura di Antonio Corpora, collocabile alla fine degli anni ’70 (lotto n. 74 “Gli stendardi di Saladino”).

Corpora, nato a Tunisi nel 1909, è stato uno dei protagonisti della pittura astratta italiana del ’900. Dopo gli studi fiorentini con Felice Carena, negli anni ’20 a Parigi familiarizzò con la pittura post-impressionista e fauve. Già nel 1934 creò i primi esperimenti di pittura astratta lavorando su alcuni paesaggi. Nel 1939 a Milano, dove tenne la prima personale italiana, conobbe i rappresentanti dell’astrazione milanese: Mauro Reggiani, Atanasio Soldati, Lucio Fontana.

Dal 1945 a Roma Corpora aderirà prima al Fronte Nuovo delle Arti di Renato Guttuso, condividendo l’assai diffuso linguaggio neo-cubista degli artisti del gruppo. In seguito farà parte, consacrato alla Biennale del 1952 (cui parteciperà anche nel 1948, 1954 e 1956), del Gruppo degli Otto di Lionello Venturi (con Afro Basaldella, Renato Birolli, Mattia Moreni, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova).

Scrive Venturi in merito al gruppo di artisti: “[…] essi rimangono fedeli al principio, che è essenziale per l’arte moder­na, e cioè che una pittura vale anzitutto per le sue linee, per le sue forme e per i suoi colori, per quella coerenza di visione che è l’intima forza di ogni opera d’’arte dipinta. I piaceri della bella materia o dell’esperienza della realtà devono essere subordinati alla coerenza formale, e possono esserne un accom­pagnamento opportuno se non pretendono di prevalere.

La visione degli otto pittori non ha quindi mai tagliato i ponti con la vita dei sensi e dei sentimenti, non è mai diventata un semplice gioco dell’imma­ginazione, e rivela sempre quell’impegno morale, totale, disinteressato, che è necessario all’opera d’arte” (da Lionello Venturi, Otto pittori italiani, Roma, 1952)

Sono artisti che cercano di conciliare l’avanguardia astratta e il linguaggio concreto alla realtà, che non rinnegano nulla della figurazione, che anzi ne estendono il campo alle sensazioni, alle emozioni, in una libertà espressiva che Corpora incentrerà sul colore e che non abbandonerà mai. Stima: 8.000€/9.000€.

Jack Clemente, Senza titolo, tecnica mista assemblaggio su tela, 100×100, 1974 – Lotto n. 75 – da casadastefedericosecondo.it
Jack Clemente, Senza titolo, tecnica mista assemblaggio su tela, 100x100, 1974
Jack Clemente, Senza titolo, tecnica mista assemblaggio su tela, 100×100, 1974 – Lotto n. 75 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

Nato a Novara nel 1926 Jack Clemente studia Lettere e Filosofia. Nei primi anni ’50 è a Parigi dove nel 1953 espone nella prima personale alla Galerie del la Mulette. La prima milanese è invece del 1956 con opere ispirate all’informale e all’astrazione lirica.

Negli anni milanesi Clemente partecipa a numerose collettive; nel 1958 entra in contatto con Carlo Cardazzo e Lucio Fontana e si avvicina allo spazialismo e all’ambiente culturale che ruota attorno alla Galleria del Naviglio intraprendendo una originale ricerca su spazio e materia che si estende allo studio di processi geologici minerali e che rimanda ad immagini preistoriche. Abbandonata la pittura ad olio alla fine degli anni ’60, Clemente introduce materiali originali quali la corda, la canapa e la juta che assembla in eleganti composizioni.

Come regista Jack Clemente ha vinto il “Leone d’Argento” con Balla e il futurismo alla Biennale di Venezia del 1972. Muore a Milano a soli 48 anni nel 1974, anno di esecuzione dell’opera in asta al lotto n. 75 “Senza titolo” che appartiene all’ultimo ciclo de “I nuovi feticismi”.

“Gli ultimi quadri di Clemente sono ispide geometrie esplose, efflorescenze fantastiche, chiome di sotterranei animali, prati all’inglese fatti di corda. Come tutti gli stregoni, Clemente ha qualcosa di diabolico, si diverte a sgomentare e a sorprendere: crede con ferocia in queste sue spettinate evocazioni dell’aldilà […]

Clemente si sente vicino a Bonalumi e ai suoi oggetti di plastica, ama Fontana e, fra i maestri ufficiali, Kandinsky e Mirò, ma è originale proprio per la sua fede disturbatrice della geometria, del prodotto rigoroso e organizzato attraverso (e qui è il paradosso) la geometria, il rigore e l’organizzazione del lavoro. ‘Se potessi – dice – farei anche le cornici dei quadri che espongo’. Ma non inganni questo amore per l’artigianato e per il ‘ben fatto’: i risultati mirano a emozioni opposte, a frecce, triangoli, comete, allucinazioni di corda (anche la marijuana è canapa) scapigliate al punto da minacciare ogni regola aurea della ragione” (da Giuliano Zincone, Corriere dell’Informazione, 1968). Stima: 5.000€/6.000€.

Jannis Kounellis, Senza titolo, catrame su carta, 35×43, 1999 – Lotto n. 78 – da casadastefedericosecondo.it
Jannis Kounellis, Senza titolo, catrame su carta, 35x43, 1999
Jannis Kounellis, Senza titolo, catrame su carta, 35×43, 1999 – Lotto n. 78 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

Pittore e scultore greco nato nel 1936 Jannis Kounellis ha fatto la storia dell’arte povera nel nostro paese fin da poco dopo il trasferimento a Roma, appena più che ventenne, per studiare all’Accademia di Belle Arti con Toti Scialoja. Da Scialoja l’artista greco presto ereditò l’inclinazione verso l’informale e l’espressionismo astratto.

La prima personale di Kounellis fu nel 1960 alla Galleria La Tartaruga di Roma: l’artista espose opere caratterizzate da segni tipografici che tentano un superamento dell’informale attraverso un approccio pubblico, qui segnico, di condivisione dell’opera d’arte e del messaggio. Da subito evidente infatti è in Kounellis la carica concettuale e critica, ancora fino agli anni ’90 positiva e volitiva, che l’artista sottende alla funzione dell’arte.

Funzione che dev’essere partecipativa e d’impatto sulle coscienze, purificatrice dello stesso fare arte, costretto ormai alle logiche del mercato; e che invece per l’artista deve tornare a rappresentare i grandi temi dell’esistenza: il rapporto fra natura e cultura, l’incomprensibilità sofferta di una presenza senziente da vivere con verità e pathos.

Che sia pittura, scultura, performance l’arte di Kounellis, dalla fine degli anni ’60, non concede infatti nulla alla rappresentazione. L’artista utilizza materiali industriali, occupa lo spazio, provoca e rigenera col fuoco. Nel 1969 Kounellis lega dei cavalli alle pareti della galleria L’Attico di Fabio Sargentini, in una provocazione che tenta demiurgicamente uno stimolo alla stanchezza del luogo comune attraverso lo straniamento, l’inaspettato, l’atavico.

I lavori e la carte col catrame degli anni ’90 segnano forse la stagione più nera dell’artista greco: e anche qui al lotto n. 78 “Senza titolo”, del 1999, ci sono tutti i temi di Kounellis: la forza del gesto, la realtà di un cielo astratto di nuvole nere, la materia: l’anafora ripetuta di vortici di materiale industriale che costruisce un muro geometrico, rigido e invalicabile. Stima: 7.000€/8.000€.

Alvaro Monnini, Memonemesi, olio su tela, 75×90, 1973 – Lotto n. 79 – da casadastefedericosecondo.it
Alvaro Monnini, Memonemesi, olio su tela, 75x90, 1973
Alvaro Monnini, Memonemesi, olio su tela, 75×90, 1973 – Lotto n. 79 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

Alvaro Monnini è stato uno dei fondatori del movimento dell’Astrattismo Classico nel 1950 a Firenze con Vinicio Berti, Gualtiero Nativi, Mario Nuti e Bruno Brunetti.

Nato nel 1926 a Firenze, Monnini si diploma al liceo artistico nel 1942 e poi studia all’Accademia di Belle Arti. Frequenta gli ambienti intellettuali della città ed è nel gruppo degli artisti di “Arte d’Oggi” prima di aderire all’esperienza dell’astrattismo classico.

Dopo la fine di quella, assai breve, Monnini continuerà una ricerca astratta che si farà sempre più intima e personale, improntata alla ricerca di una spazialità interiore fatta di reminiscenze mitiche e cosmiche, che cerca di smuovere memorie e sensazioni inconsce con elementi compositivi, formali e cromatici che divengono linguaggio fra gli anni ’60 e ’70, ma che sono già presenti nella seconda metà degli anni ’50.

Fino alla scomparsa dell’artista nel 1987 numerosissime sono state le partecipazioni a mostre collettive e personali. Da ricordare quella alla Galleria Schettini nel 1970 con la serie de “I demoni” e nel 1973, anno di esecuzione dell’opera in asta al lotto n. 79 “Memonemesi”, alla Galleria Schubert, entrambe a Milano.

Bellissimo il testo di Claudio Monnini, introduttivo al catalogo della mostra tenutasi ancora alla Galleria Schubert nel 2015 proprio sulla produzione degli anni ’70, che racconta il modus operandi dell’artista: “Funzionava così. Un mandala di tele veniva disposto a terra. Quattro, cinque, sei per volta. Poi lo sciamano, con uno spruzzatore a bocca tra le labbra ed un vasetto d’acqua tra le mani, si piegava appena sulle ginocchia e soffiava nuvole di perle d’acqua verso l’alto studiandone la caduta.

Piccole gelatine di acqua pura rotolavano sulla trama immacolata di cotone e si fermavano frementi; solo allora arrivava il colore […] da un altra cannuccia o da una bomboletta. […] Le gocce evaporavano di lì a poco lasciandosi dietro galassie di luci bianche, mantidi leopardo, pelli di salamandra […] poi agendo con sicurezza, poggiava oggetti che usava come maschere:  coperchi tondi, pezzi di lamiera, di gomma; geometrie primarie che una seconda passata di spruzzi ritagliava nello spazio […] L’opera prendeva vita, e i demoni che abitavano quell’universo primordiale iniziavano a muoversi e a guardarti beffardi, empatici o minacciosi, antichi e contemporanei. […] E il tempo ad abitare il quadro” (da Gli anni del colore, in Alvaro Monnini. Anni settanta, catalogo della mostra presso la Galleria Schubert, marzo 2015, pp. 8-10). Stima: 3.000€/4.000€.

Salvo, Senza titolo, olio su tela, 50×40, 1997 – Lotto n. 80 – da casadastefedericosecondo.it
Salvo, Senza titolo, olio su tela, 50x40, 1997
Salvo, Senza titolo, olio su tela, 50×40, 1997 – Lotto n. 80 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

Monumentalità e semplicità caratterizzano le opere di Salvatore Mangione, in arte Salvo, nato a Leonforte in provincia di Enna il 22 maggio del 1947, a partire dai primi anni ’70.

E infatti, a vedere questi paesaggi, come il minareto al lotto n. 80 “Senza titolo”, oppure le serie di quadri dedicati ai numerosi luoghi visitati dall’artista come i paesi arabi, il Tibet e il Nepal, l’Etiopia, l’Europa del Nord così intessuti dell’armonia dell’arte antica; nessuno potrebbe dire che queste sono opere di uno dei protagonisti dell’arte povera torinese alla fine degli anni ’60.

Eppure Salvo, in quegli anni a Torino, frequenta Alighiero Boetti, Mario Merz, Gilberto Zorio, Giuseppe Penone e gravita nell’ambito della galleria di Gian Enzo Sperone, il punto di riferimento dell’arte povera.

Ma nel 1973 l’artista siciliano torna alla pittura dopo aver sperimentato con il mezzo fotografico nella serie degli “autoritratti”, in cui si raffigura come incarnazione degli artisti del passato; dopo aver inciso lapidi in marmo con frasi come “Io sono il migliore” o “Idiota”, esasperando l’individualità peritura e banale dell’essere artista verso una dimensione arcaizzante di persistenza; dopo essersi reso protagonista, ironicamente senza ironia, di romanzi e “Tricolori”, introducendovi il suo nome.

Si può dire che la consistenza di Salvo sia nell’onda; nel tornare da dove è partito. Nella spiritualità essenziale delle geometrie e della luce, nella paffuta giottesca perfezione delle chiome degli alberi Mangione si è nascosto dove prima si era svelato; e non manca la sensazione di una presenza, o meglio di una consapevolezza di chi sa raccontare non una storia, ma la storia.

Nel 1997 Salvo espone in quattro personali: alla Galleria Santo Ficara di Firenze, alla Galerie Buchmann di Colonia in Germania, alla Galleria In Arco di Torino ed alla Galleria di Arte Moderna di Bologna. Stima: 9.000€/10.000€.

Gèrard Schneider, Senza titolo, tecnica mista su tela, 59×83, 1960 – Lotto n. 93 – da casadastefedericosecondo.it
Gèrard Schneider, Senza titolo, tecnica mista su tela, 59x83, 1960
Gèrard Schneider, Senza titolo, tecnica mista su tela, 59×83, 1960 – Lotto n. 93 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

Artista svizzero, classe 1896,  Gèrard Schneider è stato una delle figure di spicco dell’astrazione lirica internazionale insieme ad Hans Hartung e Pierre Soulages. In Francia, a Parigi, compie gli studi alla Scuola di Belle Arti per poi trovare un impiego come restauratore di quadri antichi ed ebanista.

Dopo un lungo periodo influenzato dal surrealismo e dal neo-cubismo è alla fine degli anni ’30 e all’inizio dei ’40 che Schneider comincia a realizzare opere completamente astratte, eseguite a larghe e brevi pennellate dai raffinati accordi cromatici, in cui l’artista presta particolare attenzione a scandire un ritmo multi-tonale di natura musicale (lotto n. 93 “Senza titolo”).

L’arte di Schneider, pur nella libertà compositiva, non concede però nulla al non-sense ed all’automatismo di tradizione surreale. Per l’artista svizzero la pittura deve essere una fedele rappresentazione dei moti interiori: in questo senso la ‘riproduzione’ non è il soggetto della composizione, poiché l’astrazione non è trasformazione di un qualcosa che possegga una forma. Nel gesto di Schneider significante e significato di fatto coincidono e non sanno l’un l’altro spiegarsi.

Già nel 1945 il Musée National d’Art Moderne acquisisce una sua opera astratta. La prima personale risale al 1947 alla Galleria Lydia Conti di Parigi. Nel 1948 è invitato alla Biennale di Venezia dove tornerà nel 1954 e nel 1966. Nel 1957 riceve il Gran Premio di Lissone a Milano per l’arte astratta. Stima: 15.000€/20.000€.

Piero Pizzi Cannella, Senza titolo, tecnica mista su cartoncino, 101.5×72, 1988 – Lotto n. 94 – da casadastefedericosecondo.it
Piero Pizzi Cannella, Senza titolo, tecnica mista su cartoncino, 101.5x72, 1988
Piero Pizzi Cannella, Senza titolo, tecnica mista su cartoncino, 101.5×72, 1988 – Lotto n. 94 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

Altra opera degli anni ’80 di un altro dei protagonisti della Scuola di San Lorenzo (o Nuova Scuola Romana), Piero Pizzi Cannella al lotto n. 94 “Senza titolo”.

Nato a Rocca di Papa nel 1955, Pizzi Cannella segue i corsi di Alberto Ziveri all’Accademia di Belle Arti di Roma fra il 1974 ed il 1977. Al contempo studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

La prima personale è del 1977 alla Galleria La Stanza, gestita da un gruppo di artisti fra i quali Bruno Ceccobelli e Giuseppe Gallo. Nel 1980 partecipa a una mostra ‘anacronista’ alla Galleria La Tartaruga di Roma prima di aderire all’esperienza ‘comunitaria’ della scuola romana nell’Ex Pastificio Cerere dal 1984.

L’artista romano riceve ben presto riconoscimento internazionale esponendo in importanti gallerie:  presso la Annina Nosei Gallery a New York, la Galerie Triebold a Basilea, la Galerie Folker Skulima a Berlino, la Galleria L’Attico a Roma; allo Studio d’Arte Cannaviello di Milano, alle Gallerie Vidal-Saint Phalle e Di Meo a Parigi, alla Galleria Bagnai di Siena a Firenze.

Sedie lampadari, letti, sarcofagi, vestiti femminili, ventagli, vasi, ampolle per profumi, gioielli sono gli elementi iconografici di Pizzi Cannella che rappresenta sempre oggetti senza soggetto, spazi di evocazione; opere realizzate spesso nella tonalità dei bruni, dei bianchi, dei grigi, del nero: come pitture murali, tracce, graffiti consunti dal tempo ma che ‘resistono’.

Sono opere poetiche quelle di Pizzi Cannella, poiché la poesia è una tensione di raggiungimento, una memoria, un’assenza, uno spazio chiuso e buio dietro sbarre invalicabili, come nel lotto in asta; e mai una trionfale presenza. Stima: 6.000€/7.000€.

Gianni Dessì, Del dire del fare, olio cera e stoppa su tela, 200×100, 2000 – Lotto n. 141 – da casadastefedericosecondo.it
Gianni Dessì, Del dire del fare, olio cera e stoppa su tela, 200x100, 2000
Gianni Dessì, Del dire del fare, olio cera e stoppa su tela, 200×100, 2000 – Lotto n. 141 – Immagine da casadastefedericosecondo.it – Asta Federico II n. 6

Opera importante, per qualità e dimensioni, quella di Gianni Dessì, anche lui fra i membri della Scuola romana di San Lorenzo negli anni ’80 con Bruno Ceccobelli, Nunzio di Stefano, Piero Pizzi Cannella, Domenico Bianchi e Marco Tirelli.

Finita quell’esperienza Gianni Dessì ha spostato la sua ricerca da un iniziale riduzionismo di ritorno al senso del ‘fare arte’, alla pratica del disegnare, verso una apertura allo e nello spazio che consentisse non solo di risemantizzare quella attività ma anche renderla ‘utile’, calarla nello spazio del vissuto e della percezione.

Sono nate così le grandi sculture, ma soprattutto le camere pictae: ambienti tridimensionali spesso colorati di giallo dove il tratto e giochi di aperture e schermi consentono allo spettatore non solo di partecipare ad una esperienza ma anche di imparare ad uscire da una concezione ‘inquadrata’ dell’arte.

“Del dire del fare” al lotto n. 141 è un’opera che pur nella sua bidimensionalità, porta questo messaggio: un’arte fatta con olio, cera, stoppa: materiali poveri e comuni, che da sempre sono usati dagli uomini nelle attività quotidiane, nell’illuminare le stanze, per poter vivere; un giallo squillante che è il simbolo della vita e della felicità, dell’attività; una superficie con un riquadro nero, trapezoidale, che apre lo spazio verso una pagina di diario dove si racconta una storia, la storia; e dentro, in sovra-impressione quel simbolo che riporta all’ancestrale, alla natura, all’origine dell’esistenza. Stima: 15.000€/20.000€.

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