Asta Meeting Art n. 834 - 6-8 Dicembre 2017 - Vercelli, Opere dell’Arte Moderna e Contemporanea - Sessioni V-VII - Immagini Courtesy meetingart.it

Asta Meeting Art n. 834 – 6-8 Dicembre 2017 – Vercelli, Opere dell’Arte Moderna e Contemporanea – Sessioni V-VII

Le sessioni V-VII dell’Asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 834 della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terranno il 6, 7 e 8 dicembre 2017 alle ore 14.30 (lotti 401-450, 451-500, 501-600). La TopTen di SenzaRiserva.

Cesare Peverelli, Composizione, olio su tela, 100×70, 1948 – Lotto n. 491 – da meetingart.it
Cesare Peverelli, Composizione, olio su tela, 100x70, 1948
Cesare Peverelli, Composizione, olio su tela, 100×70, 1948 – Lotto n. 491 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Cesare Peverelli nacque a Milano nel 1922. Compiuti gli studi all’Accademia di Brera negli anni ’40 la sua pittura si svolge in seno al neo-cubismo. Nel 1946 l’artista milanese firma il Manifesto Oltre Guernica.

Intanto l’artista collabora alla rivista Argine Numero e con la casa editrice Einaudi per la quale nel 1948 disegna la copertina de La Nausea di Jean Paul Sartre.

In questi anni Peverelli approfondisce l’interesse per la psicanalisi di Freud, l’etnografia e gli automatismi psichici di derivazione surrealista, ma il giovane non riesce ancora a trovare un suo linguaggio né alla Biennale del 1948, cui partecipa con tre dipinti, né a quella del 1950, dove introduce suggestioni organiche alla Wols.

Riguardo al 1948, anno in cui dipinge questa bella e materica opera post-cubista al lotto n. 491 “Composizione” in cui l’artista esprime una poco regolata ma forte potenza espressiva, scrive Peverelli nella sua autobiografia: “sono scontento del mio lavoro, dipingo poco e senza convinzione, nel frattempo leggo Freud e tutto quello che trovo sulla psicanalisi e libri d’etnologia: Frazer, Lévy-Bruhl, Durkheim, Lévi Strauss ecc., queste letture mi convincono di più in più del Surrealismo.”

Linguaggio cui approderà solo nel biennio 1951-1952 con l’adesione al gruppo spazialista ed il sodalizio con Roberto Crippa e Gianni Dova che lo avvicineranno anche all’esperienza nucleare, coltivata poi in senso segnico e surreale sulla scia di Brauner ed Ernst, conosciuti alla Biennale di Venezia del 1954. Stima: 2.000€/3.000€.

Ferruccio Bortoluzzi, Composizione n. 306, legno, ferro e terre refrattarie, 49×42, 1978 – Lotto n. 508 – da meetingart.it
Ferruccio Bortoluzzi, Composizione n. 306, legno, ferro e terre refrattarie, 49x42, 1978
Ferruccio Bortoluzzi, Composizione n. 306, legno, ferro e terre refrattarie, 49×42, 1978 – Lotto n. 508 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Ferruccio Bortoluzzi, veneziano classe 1920, non ha avuto, potremmo dire immeritatamente, un gran fortuna critica. In particolare per quanto riguarda il ciclo delle “Composizioni”, nate negli anni ’60 (lotto n. 508 “Composizione n. 306”), e che invece costituiscono una produzione assai originale nel panorama culturale dell’epoca.

L’artista vive un’infanzia difficile, anche a causa della precoce morte del padre, ed è costretto in povertà. La prima esposizione risale al 1943 alla Fondazione Bevilacqua La Masa. La pittura di Bortoluzzi degli anni ’40 è ancora figurativa: vi fanno la comparsa nudi, figure dimesse, scorci di lande abbandonate.

La svolta avviene dopo l’esperienza parigina degli anni ’50. Le sue opere divengono opere-oggetto. Bortoluzzi usa materiali di recupero, legni, ferro, terra, corde, chiodi. L’artista crea composizioni ascrivibili all’informale ma che contengono anche una fortissima carica simbolica dalla forza primaria, derivata direttamente dalla realtà.

Le opere di Bortoluzzi sono come il simulacro di ciò che è stato, luoghi in cui si è vissuto e che sono la testimonianza sigillata del ‘potrebbe essere’ ancora. Raccontano un’assenza e allo stesso tempo fanno sentire l’energia di una distante presenza. Sono memorie perdute e ritrovate, anche cittadine, fasciami di barche ormai arrivate, ancora non abbastanza. Gridano una parola, ma chiusa in una stanza vuota. Una stanza dove le mura si sono scrostate, i rubinetti arrugginiti; stanze e portoni di case che avevano un cane guardiano, che ha rotto la catena, perso in qualche posto da anni, ormai gli inquilini se ne sono andati, morti o lontani; ma chissà, sembra sussurrare l’artista, potrebbe ancora tornare.

Nel 1966 Ferruccio Bortoluzzi ha partecipato alla XXXIII Biennale di Venezia. Stima: 2.000€/3.000€.

Rino Carrara, Composizione, olio su tela, 100×50, 1958 – Lotto n. 530 – da meetingart.it
Rino Carrara, Composizione, olio su tela, 100x50, 1958
Rino Carrara, Composizione, olio su tela, 100×50, 1958 – Lotto n. 530 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Nato a Bergamo nel 1921 Rino Carrara ha partecipato al fervore artistico e culturale degli anni ’50 nella Milano del Bar Giamaica. Carrara fu amico e collega di Lucio Fontana (di cui organizzò la prima mostra a Bergamo presso la Galleria La Torre), Enrico Castellani, Renato Birolli, Dadamaino, solo per citarne alcuni.

Le opere di Carrara degli anni ’50 rivelano un’artista completamente a suo agio nell’espressione più alta e all’avanguardia della pittura informale italiana con esiti non minori alle vicine esperienze di un Bionda e di un Bendini.

Esperienza informale che Carrara rinnegherà nel decennio successivo a favore di una progettualità del fare che lo porterà a realizzare originali opere di fili intessuti e trapunti su superfici monocrome.

Scriverà l’artista nel 1975 al critico d’arte Franco Russoli: “mi interessa un fatto di recupero della natura, come difesa dell’uomo dalla società odierna. Un recupero della mano dell’uomo nel fare, un recupero artigianale; in contrasto con l’utilizzo in voga oggi dei mezzi meccanici in arte, foto, multipli, il bel fare”.

Alla fine degli anni ’50 Carrara ha partecipato a numerose mostre collettive. Le principali personali furono alla Galleria Totti di Milano nel 1957 ed alla Galleria Pater nel 1958 (anno in cui realizza l’opera al lotto n. 530 “Composizione”) e nel 1959 con presentazioni rispettivamente di Emilio Tadini e Franco Russoli. Stima: 2.000€/3.000€.

Nino di Salvatore, Relazione di archetipi, olio su tela, 73×92, 1979 – Lotto n. 525 – da meetingart.it
Nino di Salvatore, Relazione di archetipi, olio su tela, 73x92, 1979
Nino di Salvatore, Relazione di archetipi, olio su tela, 73×92, 1979 – Lotto n. 525 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Nato in provincia di Verbania nel 1924 Nino di Salvatore studia a Milano. Nel 1948 aderisce al M.A.C. Movimento Arte Concreta svolgendo una ricerca sul colore e la forma ispirata alle teorie della Gestalt. Grandissima rilievo hanno nei decenni successivi le analisi e l’attività critica condotta da Di Salvatore sul rapporto arte e industria e gli studi sul design.

Importante anche l’attività didattica che lo portò a fondare nel 1954 il Centro Studi Arte-Industria a Novara, poi trasferito nel 1970 a Milano con il nome Scuola Politecnica di Design (SPD), dove fra gli altri insegneranno anche Bruno Munari, Giò Ponti, Max Huber, Pino Tovaglia, Isao Hosoe e saranno approfondite quelle tematiche relative alla teoria della forma e dello spazio percettivo care a Di Salvatore.

Le opere di Di Salvatore, come questa in asta al lotto n. 525 “Relazione di archetipi”, mostrano uno studiatissmo approccio compositivo dove il focus non è tanto nei singoli elementi, che sono spazio, forme, colori e linee, ma appunto i rapporti dinamici che questi stabiliscono fra loro a livello percettivo.

Nel 1970 Di Salvatore inizia la stesura del libro “Teoria dello spazio”. Nel testo l’artista indaga i rapporti tra fisiologia e neurofisiologia della percezione e lo spazio psico-percettivo, nonché quelli fra l’arte e il design. Nel 1986 fu invitato alla Biennale di Venezia. Stima: 4.000€/5.000€.

Giuseppe Uncini, Spazio di ferro n. 6 – Officina di Gorgia, cartoncino acquarellato e ferro, 46.5×61, 1996 – Lotto n. 547 – da meetingart.it
Giuseppe Uncini, Spazio di ferro n. 6 - Officina di Gorgia, cartoncino acquarellato e ferro, 46.5x61, 1996
Giuseppe Uncini, Spazio di ferro n. 6 – Officina di Gorgia, cartoncino acquarellato e ferro, 46.5×61, 1996 – Lotto n. 547 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Giuseppe Uncini è un artista umbro, nato a Fabriano nel 1929, protagonista dell’arte povera e dell’arte analitica italiana del dopoguerra.

Giovanissimo, nel 1953 Uncini si trasferisce a Roma nello studio del conterraneo Edgardo Mannucci. Qui ha occasione di frequentare Burri, Afro, Capogrossi, Colla e molti degli artisti d’avanguardia del panorama romano degli anni ’50.

Fra il 1956 ed il 1957 Uncini produce opere materiche di sapore informale con tufi, terre e pigmenti. Sarà solo nel 1958 che l’artista creerà il primo Cementoarmato, un assemblaggio-pittura / oggetto costituito da ferri, cemento e rete metallica.

Come ha notato Giovanni Maria Accame in queste opere di Uncini “la materia non è più come nell’Informale, metafora di una condizione esistenziale, ma diventando ricettiva alle stimolazioni esterne e confrontandosi con la realtà storica, si presenta come materiale”.

L’artista indaga lo spazio abitabile in modo concettuale, riducendo ai minimi termini le “funzioni” dell’esistere e ponendo particolare attenzione a sottolineare il carattere di artificialità, nel senso latino del termine, delle proprie composizioni. Le opere di Uncini sono rappresentazioni dello spazio umano dell’homo faber con tutte le implicazioni dell’essere fattuale e spirituale nel mondo: se da una parte l’artista constata la necessità della struttura, della geometria e della massa, dall’altra riflette anche sulla fragilità, sull’infinitesima grandezza del punto, sull’ombra, il vuoto, l’energia, la socialità, la solitudine.

Nel 1990 Uncini partecipa alla rassegna L’Altra Scultura a Madrid, Barcellona e Darmstadt presentando il nuovo ciclo “Spazi di ferro”, cui quest’opera in asta al lotto n. 547 “Spazio di ferro n. 6 – Officina di Gorgia” appartiene.

“[…] negli Spazi di ferro (1987-1992) […] approfondiscono intuizioni risalenti al periodo dei Cementarmati, introducendo l’idea dinamica del movimento con reticoli di ferro che invadono lo spazio tra i cementi e saturano il vuoto tra i solidi con una fitta trama di diagonali passanti. Qui si avverte già, in nuce, il passo seguente di Uncini. I solidi generano un campo di forza nello spazio che è riconducibile solo alla loro presenza, al loro ingombro e alla loro massa statica, che trasforma il vuoto circostante in un corpo energeticamente compatto” (da Giuseppe Uncini. L’artista come homo faber, catalogo della mostra a cura di Erminia Colossi ed Eduardo Caputo, tenutasi dal 12 dicembre 2015 al 14 febbraio 2016 presso la Galleria d’Arte L’Incontro Arte Moderna e Contemporanea, testo di Ivan Quaroni, p. 11). Stima: 14.000€/16.000€.

Sergio Lombardo, 7-Chromatic minimal toroidal map, olio su 4 tele, 60×100 – Lotto n. 553 – da meetingart.it
Sergio Lombardo, 7-Chromatic minimal toroidal map, olio su 4 tele, 60x100
Sergio Lombardo, 7-Chromatic minimal toroidal map, olio su 4 tele, 60×100 – Lotto n. 553 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Sergio Lombardo è un artista italiano che è gravitato nei primi anni ’60 nell’ambito delle sperimentazioni pop della Scuola di Piazza del Popolo con Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Cesare Tacchi, Renato Mambor, Giosetta Fioroni.

La pittura di Lombardo negli anni ’60 rappresenta personaggi e situazioni attraverso sagome in bianco e nero e colorate che mettono in scena una stereotipizzazione ironica e dissacrante. Attraverso la decontestualizzazione e la generalizzazione del segno ogni gesto e ogni valore morale rappresentato divengono un “tipo” o meglio un “gesto tipico”, che va fatto, ma privo di autenticità.

Nel 1968, alla Galleria La Salita di Roma e poi alla Galleria Il Sagittario di Bari, Lombardo presenta il nuovo ciclo dei Supercomponibili, strutture e pannelli geometrici lineari componibili nello spazio architettonico, a rimarcare un rifiuto per il soggettivismo solipsistico di tradizione informale a favore di una oggettivizzazione e privazione di autorialità dell’opera d’arte tipica dell’approccio pop.

Al periodo 1980-1995 appartiene invece la ‘pittura stocastica’ dell’artista romano (lotto n. 553 “7-Chromatic minimal toroidal map”) che di fatto prosegue il discorso sulla modularità e la stimolazione della partecipazione dello spettatore inaugurata nei Supercomponibili. Si tratta di opere generate automaticamente da metodi stocastici secondo precisi rapporti nella proporzione dei colori, nella percentuale fra linee curve e rette, nel grado di ordine e disordine, di continuità e discontinuità. L’obiettivo è quello di stimolare la risposta percettiva dello spettatore, piuttosto che la volontà espressiva dell’autore.

“Al contrario di quanto potrebbe pensare un osservatore superficiale, la pittura stocastica non è una pittura astratta, non vuole mostrare la bellezza ‘in sé’ delle armonie matematiche, né ha uno scopo espressivo o comunicativo dell’animo o della fantasia dell’artista. Si tratta invece di una ricerca sperimentale, scientificamente valutabile nell’ambito della teoria eventualista, che ha come scopo l’invenzione dello stimolo visivo più adatto a suscitare nello spettatoreuna specifica risposta interattiva: l’interpretazione proiettiva non conformista. […]” (da Sergio Lombardo, Pittura stocastica: tassellature modulari che creano disegni aperti, in “Rivista di Psicologia dell’Arte”, anno XV, Nuova Serie, nn. 3/4/5, 1994, p. 64). Stima: 3.000€/4.000€.

Arnaldo Pomodoro, Lettera solare, scultura in bronzo dorato, 45×35, esemplare 1/3, 1977 – Lotto n. 560 – da meetingart.it
Arnaldo Pomodoro, Lettera solare, scultura in bronzo dorato, 45x35, esemplare 1/3, 1977
Arnaldo Pomodoro, Lettera solare, scultura in bronzo dorato, 45×35, esemplare 1/3, 1977 – Lotto n. 560 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Nato in Romagna nel 1926 Arnaldo Pomodoro fa studi tecnici per poi lavorare all’ufficio del Genio Civile di Pesaro, dove inizia a frequentare l’Istituto d’Arte. Abbandonata questa occupazione, dal 1954 l’artista è a Milano dove apre uno studio assieme al fratello Giò. Espone opere pittoriche per la prima volta, in questi anni ,alla Galleria Numero di Firenze ed alla Galleria Montenapoleone di Milano. Di lì a poco seguirà una grande mostra di scultura alla Galleria del Naviglio di Milano.

Nel 1956 e poi nel 1964 con sala personale Pomodoro è invitato alla Biennale di Venezia. Nel 1963 per la prima volta ha realizzato una delle sue famose “sfere”.

Fra il 1960 ed il 1963 importante è la partecipazione di Pomodoro al Gruppo Continuità formato a Roma da Achille Perilli, Pietro Consagra, Gastone Novelli, Giulio Turcato, Piero Dorazio e Giò Pomodoro. La ricerca del gruppo verte su un rifiuto deciso dell’informale a favore di un’arte astratta che valorizzi le componenti formali dell’espressione estetica.

Le opere di Pomodoro degli anni successivi proseguiranno le idee del gruppo, con un linguaggio originale al limite fra scrittura e ‘progetto cosmico’. Simboli archetipici e geometrici spazializzano la superficie che acquisisce nel calibrato groviglio dei segni un’aurea antica e primitiva. La opere di Pomodoro sono come tesori, d’oro (lotto n. 560 “Lettera solare”), appena riscoperti durante uno scavo archeologico, recuperati intatti e con ancora tutta la forza di un messaggio potentissimo, risolutivo, nella complessità, di una confusione del reale invece attuale. Stima: 36.000€/40.000€.

Luigi Veronesi, Costruzione Scin 16, olio su tela, 80×60, 1991 – Lotto n. 563 – da meetingart.it
Luigi Veronesi, Costruzione Scin 16, olio su tela, 80x60, 1991
Luigi Veronesi, Costruzione Scin 16, olio su tela, 80×60, 1991 – Lotto n. 563 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Milanese, classe 1908, Luigi Veronesi è uno dei rappresentanti più precoci dell’arte astratta italiana. È infatti nel 1934, dopo un inizio figurativo in seno al post-cubismo, che, in occasione di un viaggio a Parigi, aderisce al Gruppo Abstraction-Création mostrando un marcato interesse soprattutto per la pittura di  Kandinskij ed El Lissitskij. L’artista gravita intanto attorno alla Galleria del Milione.

Cinema, musica, scenografia, fotografia, grafica e design sono i molteplici campi di applicazione in cui Veronesi dipana un eclettismo astratto che, pur impregnato di un elegante razionalismo di forme e colori, non è scevro da un accentuato lirismo musicale e dinamico.

Nel 1948 Veronesi aderisce al M.A.C. Movimento Arte Concreta. Dopo un periodo di tentazione dell’informale alla fine degli anni ’50 ed all’inizio dei ’60, l’artista milanese torna ben presto agli equilibri geometrici, rappresentati qui al lotto n. 563 “Costruzione Scin”: opera che, pur tarda, esprime ancora una grandissima qualità pittorica e compositiva, raggiunta attraverso un perfetto bilanciamento dei pesi figurali e accordi cromatici.

Non per nulla Veronesi fra il 1973 ed il 1977 fu docente del corso di composizione e cromatologia all’Accademia di Brera; aspetti che (la composizione ed il cromatismo), insieme all’importanza riservata nell’opera al rapporto sinestetico con la musica, sono fondamentali per capire l’esito delle ricerche dell’artista milanese.

“Lo stesso Kandinsky non superò mai una certa idea di arbitrarietà nella correlazione suono-colore quando, nel 1912, pubblicò Il suono giallo. Pensavano che fosse una questione di intuito e di emozioni? Veronesi, invece, cercava le basi scientifiche […]. Nel ’60, mentre insegna all’università di Venezia, [Veronesi] comincia a usare un particolare spettrometro che misurava esattamente la lunghezza d’onda di un colore: il re era un blu di una certa onda; il do, viola; ilmi, verde; il fa, giallo; il sol, arancione; il la, rosso; il si, rosso intenso. Veronesi si accorge che la stessa operazione poteva avvenire col suono. E i suoi colori invasero la tastiera di un pianoforte” (da Sebastiano Grasso, C’è del colore nelle note musicali, in “La Lettura”, Domenica 13 Novembre, 2011). Stima: 9.000€/10.000€.

Mario Bionda, Luminosità grigia, polimaterico su tela, 81×100, 1961 – Lotto n. 587 – da meetingart.it
Mario Bionda, Luminosità grigia, polimaterico su tela, 81x100, 1961
Mario Bionda, Luminosità grigia, polimaterico su tela, 81×100, 1961 – Lotto n. 587 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

“Una vibrazione intensa di luci che coinvolgono le forme, accidentate da scattanti segni e da accensioni – o meglio, da resti di combustioni – di qualcosa che fu colore e resta tono”. Così Franco Russoli descrive le opere di Mario Bionda presentato alla Galleria del Milione di Milano nel 1958, lo stesso anno in cui l’artista partecipò alla Biennale di Venezia.

In entrambe queste occasioni Bionda propone una pittura informale di netta contrapposizione allo spazialismo dilagante, osteggiato fortemente nel Manifesto antiestetico firmato con Ralph Rumney e Costantino Guenzi nel 1956, dove si legge: “noi siamo contro il gusto e l’antigusto. […] Un quadro è un oggetto in sé, non è un lusso d’arredamento. Un quadro è ambientativo, non è ambientato. Un quadro è generato da forze che coinvolgono, non è composto di forme che sconvolgono” quasi a richiamare una interiorizzazione dell’opera d’arte che dev’essere logorio individuale, rappresentazione concreta di una emozione”.

Nato a Torino nel 1913, Bionda fu allievo di Felice Casorati. Nel dopoguerra sarà protagonista della scena artistica milanese, vicino in particolare ad artisti quali Alfredo Chigine ed Edoardo Giordano, con cui condivise lo studio in via Rossini alla fine degli anni ’50.

Terre, caolino, pigmenti materici e organici, sabbia fanno la loro comparsa sulla tela, impiegati da Bionda in un espressionismo astratto riservato, quasi pudico, che ritrova la dimensione della materialità emotiva, dello sporcarsi delle mani nella natura viva avvertita nelle vibrazioni delle sensazioni del cuore come toccata con i polpastrelli nel freddo della terra. Stima: 6.000€/7.000€.

Bruna Gasparini, Notturno, olio su tela, 90×70, 1960 – Lotto n. 598 – da meetingart.it
Bruna Gasparini, Notturno, olio su tela, 90x70, 1960
Bruna Gasparini, Notturno, olio su tela, 90×70, 1960 – Lotto n. 598 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 834

Spazio, luce e colore furono le tre declinazioni dell’arte della mantovana Bruna Gasparini nella Venezia degli anni ’50 (la prima personale risale al 1955 alla Fondazione Bevilacqua La Masa).

La Gasparini, pur non aderendo ufficialmente allo spazialismo veneziano, in quegli anni mostra una evidente affinità espressiva con le idee e il modus operandi del movimento. Modi e idee che l’artista mantovana coniuga attraverso una particolare resa organicistica, prima luminosa, poi a partire dagli anni ’60 più cupa (lotto n. 598 “Notturno”) che la porterà a celebrare lo spleen bodleriano alla Biennale di Venezia del 1964, dove è inviata da Carlo Scarpa con sala personale.

Organicismo che si origina su fondi terrei, micotici, in soluzioni acquose e ameboiche, su cui la Gasparini si muove gestualmente e matericamente quasi ad indagare lo spazio, esprimendo, come ha ben detto Luciano Caramel, una “liricità cosmica” che suggerisce una mondo magico, imperscrutabile, confuso ma rivelatore, soprattutto vivo: la tensione alla visione di un mondo poetico che, con la diversità di linguaggio propria a ciascuna individualità, accomuna la ricerca degli artisti del Gruppo veneziano (fra gli altri Edmondo Bacci, Vinicio Vianello, Gino Morandis, Virgilio Guidi, Bruno De Toffoli, Mario Deluigi e Tancredi Parmeggiani). Stima: 10.000€/12.000€.

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