Asta Meeting Art n. 837 - 20,21 e 27 gennaio 2018 - Vercelli, Arte Moderna e Contemporanea - Immagini Courtesy meetingart.it

Novelli e Afro fra astrattismo e pittura segnica nell’Asta Meeting Art n. 837 – Sessioni I-III

Le prime tre sessioni dell’Asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 837 della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terranno nei giorni 20, 21 e 27 gennaio alle ore 14.30 (lotti 1-110, 111-220, 221-330). Novelli e Afro guidano la TopTen di SenzaRiserva; fra le altre opere da segnalare spiccano due belle opere dei fratelli Bueno, un “cronotopo” della milanese Nanda Vigo, il minimalismo astratto di Bice Lazzari, artista da rivalutare, protagonista di una prossima mostra a Londra da Sothebey’s, e ‘gioielli’ di artisti storicizzati ancora accessibilissimi: Albino Galvano e Ideo Pantaleoni.

Bice Lazzari, Attraverso lo spazio, olio su tela, 72×90.5, 1957 – Lotto n. 87 – da meetingart.it
Bice Lazzari, Attraverso lo spazio, olio su tela, 72x90.5, 1957
Bice Lazzari, Attraverso lo spazio, olio su tela, 72×90.5, 1957 – Lotto n. 87 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Nata a Venezia nel 1900, Bice Lazzari studia musica e si diploma in decorazione alla locale Accademia di Belle Arti nel 1918. Dal 1935 è a Roma dove si dedica e collabora, anche con celebri artisti (Gino Severini) e architetti (Attilio La Padula), alla decorazione di edifici pubblici e privati.

La pittura dell’artista veneta sin da subito si orienta verso una ricerca al confine tra figurazione e tensione astratta, già riscontrabile in alcune prove degli anni ’20. In quegli anni la Lazzari alterna un tipico paesaggismo veneto di impronta post-impressionista e matissiana ad un accennato razionalismo coltivato anche attraverso le frequentazioni con artisti quali Carlo Scarpa e Mario De Luigi.

Ma sarà solo nella seconda metà degli anni ’50, dopo un primo periodo informale, che la Lazzari formulerà un linguaggio segnico dalla forte carica spaziale ed emotiva che proietta una originale ricerca astratto-geometrica, fatta di vibrazioni e pause musicali, all’interno di una spazialità emotiva e coloristica di pura tradizione veneta.

Importante fino alla metà degli anni ’60 l’aspetto materico del lavoro della Lazzari che in questo periodo, oltre all’olio (lotto n. 87 “Attraverso lo spazio”), sperimenta colle, sabbie e tempera in una produzione che presenterà nel 1958 nel contesto della mostra Segno e materia alla Galleria La Medusa di Roma e poi alla Galleria del Cavallino a Venezia.

Alla fine degli anni ’60 risale l’ultimo ciclo pittorico dell’artista veneta, ciclo nel quale prevarrà una ricerca geometrico-minimale non estranea all’analisi degli effetti ottico-percettivi. Stima: 12.000€/14.000€.

Nanda Vigo, Cronotopo, telaio in alluminio satinato, vetri stampati e specchio, 100x100x5.5, 1963 – Lotto n. 109 – da meetingart.it
Nanda Vigo, Cronotopo, telaio in alluminio satinato, vetri stampati e specchio, 100x100x5.5, 1963
Nanda Vigo, Cronotopo, telaio in alluminio satinato, vetri stampati e specchio, 100x100x5.5, 1963 – Lotto n. 109 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Si può affermare che la ricerca di Nanda Vigo (Milano, 1936) si sia costantemente mossa all’interno di una visione dell’arte quale azione in uno spazio-tempo (Lotto n. 109 “Cronotopo”).

Dopo gli studi di design e architettura all’Istituto Politecnico di Losanna e a San Francisco, dal 1956 la Vigo è a Milano dove frequenta Lucio Fontana e l’ambiente artistico culturale che ruota intorno al Gruppo Azimut (Enrico Castellani, Vincenzo Agnetti, Piero Manzoni).

Con questi intellettuali la Vigo condivide le teorie di rinnovamento artistico e di sinergia fra le arti (in particolare fra pittura e architettura), teorie fondate su un nuovo patto con la tecnologia e le ricerche scientifiche. Non mancano inoltre, negli stessi anni, i contatti con il tedesco Gruppo Zero.

Nel Manifesto Cronotopico del 1964, la Vigo sottolinea come il concetto di cronotopo rimandi ad un “postulato cinquedimensionale introducente all’adimensione”. Attraverso il materiale satinato, che consente processi di riflessione e distorsione della luce, l’artista cerca di creare o almeno suggerire illusionisticamente uno ‘spazio altro’ e imprevedibile. Tale spazio rappresenta un processo di liberazione dalle cesoie di una realtà determinata e stringente, fatta di materiali muti e mimesi, e al contempo individua la possibilità per un ‘altrove’ concretamente raggiungibile dall’azione artistica d’avanguardia.

Si tratta di telai che sono rivelazioni oggettuali di ‘una via di fuga’; porte di accesso a galassie inesplorate; ambienti ‘scatola-magica’ che la Vigo nel ’64 presenta alla galleria La Salita di Roma, realizzando uno spazio immersivo e abitabile che annulla ogni confine fisico e immaginativo: una stanza penetrata dalla luce, delimitata da pareti di plastica, alluminio e vetro; un’ascensore per l”oltre’, non solo della coscienza. Stima: 50.000€/70.000€.

Gastone Novelli, Archeo, olio su tela, 100×100, 1962 – Lotto n. 110 – da meetingart.it
Gastone Novelli, Archeo, olio su tela, 100x100, 1962
Gastone Novelli, Archeo, olio su tela, 100×100, 1962 – Lotto n. 110 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Alla fine degli anni ’50 Gastone Novelli (Vienna, 1925) è fra i protagonisti dell’avanguardia artistica romana. Con Achille Perilli è fondatore della rivista L’esperienza moderna nel 1957, periodico che contribuì al rinnovamento e alla teorizzazione estetica di quegli anni. La rivista ebbe vita breve, solo di cinque numeri, ciascuno dedicato ad un artista contemporaneo, fino al 1959.

Con lo stesso editore della rivista, nel gennaio del 1958, Novelli pubblica Scritto sul muro, un libro che consta di ventisei tavole litografiche, per ciascuna lettera dell’alfabeto, precedute da un testo teorico e programmatico.

“Queste pagine saranno scritte nel segno dell’anti-nozione, non si potranno né guardare né leggere per abitudine, le parole che vi saranno segnate nascono da sole e così le macchie e i graffi che vi si andranno raggrumando. Scritto con un alfabeto ancora da inventare” afferma l’artista sottolineando la predilezione e la convinzione di un’arte in stretto dialogo prima con il linguaggio e poi anche con la letteratura.

“[…] un segno può alludere all’organico (curve sessuali, grovigli, vegetali) oppure all’inorganico (segmenti, angoli acuti ecc.) […] la calligrafia può quindi fornire alle parole più larghi e precisi significati. La S di serpente e quella di seno non possono essere rappresentate dallo stesso segno senza limitare il senso della parola […]”.

Importante fu, negli anni in cui Novelli realizza l’opera al lotto n. 110 “Archeo”, che illustra al meglio le parole dell’artista, la frequentazione degli ambienti letterari vicini alla rivista Il Verri di Luciano Anceschi e quella dei Nuovissimi e del Gruppo 63 con i quali l’artista condivise ricerche visuali e linguistiche sperimentali. Stima: 150.000€/160.000€.

Antonio Bueno, Fiori e libro, olio su tavola, 50×40, 1947 – Lotto n. 190 – da meetingart.it
Antonio Bueno, Fiori e libro, olio su tavola, 50x40, 1947
Antonio Bueno, Fiori e libro, olio su tavola, 50×40, 1947 – Lotto n. 190 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Splendida opera di uno dei “Pittori moderni della Realtà” come si definirono il gruppo dei setti artisti capeggiati da Gregerio Sciltian, Pietro Annigoni, Xavier e Antonio Bueno (con loro anche Giovanni Acci, Carlo Guarienti e Alfredo Serri) al lotto n. 190 “Fiori e libro”.

La vicenda artistica del Gruppo fiorentino ebbe vita piuttosto breve, esauritasi nell’arco di cinque mostre collettive fra il 1947 ed il 1949.  La prima mostra ufficiale si tenne a Milano nel novembre del 1947, alla Galleria de “L’Illustrazione Italiana”.

In quell’occasione fu redatto l’opuscolo che ne recitava il Manifesto: “[…] Non ci interessa né ci commuove una pittura cosiddetta ‘astratta’ e ‘pura’ che, figlia di una società in sfacelo, si è vuotata di qualsiasi contenuto umano ripiegandosi su se stessa, nella vana speranza di trovare in sé la sua sostanza.

Noi rinneghiamo tutta la pittura contemporanea dal post-impressionismo a oggi, considerandola l’espressione dell’epoca del falso progresso e il riflesso della pericolosa minaccia che incombe sull’umanità. Noi riaffermiamo invece quei valori spirituali e più precisamente morali senza i quali fare opera di pittura diventa il più sterile degli esercizi.

Noi vogliamo una pittura morale nella sua più intima essenza, nel suo stile stesso, una pittura che in uno dei momenti più cupi della storia umana sia impregnata di quella fede nell’uomo e nei suoi destini, che fece la grandezza dell’arte nei tempi passati […]”.

L’esperienza d’altra parte ebbe grande successo di pubblico, ma non di critica, che etichettò gli artisti del gruppo come “copisti” e “passatisti”, non comprendendo invece quella tensione morale e metafisica che stava dietro la riscoperta della mimesi del reale e gli intenti “poveristi”, riscontrabili in particolare nelle nature morte di Antonio e Xavier.

L’ultima mostra del Gruppo si tenne a Firenze o forse a Modena, dal 19 al 24 maggio 1949, presso la “Saletta degli Amici dell’Arte”. Stima: 8.000€/9.000€.
Xavier Bueno, Bambina, olio su tela, 50×40, 1969 – Lotto n. 191 – da meetingart.it
Xavier Bueno, Bambina, olio su tela, 50x40, 1969
Xavier Bueno, Bambina, olio su tela, 50×40, 1969 – Lotto n. 191 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Di un altro dei componenti dei “Pittori moderni della realtà” è la “Bambina” di Xavier Bueno al lotto n. 191.

Si tratta di un’opera del 1969, lontano dunque da quell’esperienza ‘purista’ di cui Xavier fu certamente la figura più intransigente.  Esperienza che Xavier mai rinnegherà, pur nell’evoluzione del proprio linguaggio pittorico che nei decenni successivi si svolge nel solco dell’accentuazione di una espressività pittorica che sposta la figurazione ad una dimensione sempre più umana, esistenziale e metafisica.

Xavier arriva a Firenze nel 1939 con il fratello Antonio, tappa di quel grand tour naturale per una famiglia cosmopolita come la sua (erano figli del giornalista spagnolo Javier Bueno): da Madrid a Ginevra fino a Parigi. Ma sarà invece a Firenze che i due artisti rimarranno sempre, da un lato per lo scoppiare della guerra, dall’altro per l’incontro con un panorama artistico congeniale (anche forse perché storicamente e inconsciamente diffidente verso i ‘modernismi’); congeniale probabilmente più a Xavier che ad Antonio, e che li portò a vivere fino alla morte con le rispettive famiglie sulle colline di Fiesole.

E propio nel 1969, anno di esecuzione dell’opera in asta,  Xavier Bueno acquista l’antico mulino ‘le Molina’, sopra Fiesole, dove trascorre l’ultima stagione della propria vita con la seconda moglie Eva Forster, ritirato e lontano da ogni ‘circolo’ e gruppo artistico, tra vita familiare e dedizione a un lavoro che si fa quasi ricerca ascetica: nel poverismo dei materiali (olio, garze, sabbia), nel riduzionismo del colore, nel minimalismo sintetico ed espressivo della composizione e della figurazione, nei sui celebri bimbi dall’inquadratura frontale, sospesi in uno spazio indefinito, raccolti nell’empatia estrema di una emozione. Stima: 12.000€/14.000€.

Giosetta Fioroni, Sulla spiaggia, pittura argento e grafite su carta, 100×70, 1968 – Lotto n. 198 – da meetingart.it
Giosetta Fioroni, Sulla spiaggia, pittura argento e grafite su carta, 100x70, 1968
Giosetta Fioroni, Sulla spiaggia, pittura argento e grafite su carta, 100×70, 1968 – Lotto n. 198 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

“Voglio risponderti che a me un quadro piace farlo anche se diventa un’azione sempre più privata, se sento che non è più possibile appenderlo alla parete, non si sa bene a cosa serve, ai critici non piace, la gente si circonda di carta, tu lo trovi ‘indisponente’… che vuol dire ‘irritante’ […]. Lo vedo come documento individuale: non oggetto in un mondo dominato dagli oggetti. Come non-oggetto, in questo periodo, mi interessa anche molto una specie di ‘quadro visivo’ qualcosa che ha il tempo variabile e incerto dell’apparizione” risponde Giosetta Fioroni a Plinio De Martiis in un’intervista tenutasi nel dicembre del 1968 in occasione della mostra Caduta della parete svoltasi a Napoli.

E un’apparizione è la figura “Sulla spiaggia” al lotto n. 198, realizzata ancora con quella pittura argento che l’artista romana inaugura all’inizio degli anni ’60 e che la collocherà nel novero degli artisti della Scuola di Piazza del Popolo con Tano Festa e Mario Schifano alla Biennale veneziana del 1964.

Il biennio 1967/1969 è tuttavia ricco di sperimentazioni non ‘pittoriche’ per la Fioroni. L’artista disegna i costumi per la Carmen di Bizet rappresentata da Alberto Arbasino al Teatro Comunale di Bologna nel 1967; collabora con Pino Pascali e Umberto Bignardi alla realizzazione di una serie di film; nel maggio del 1968 infine dà vita alla installazione/performance “La spia ottica”: attraverso uno spioncino i visitatori possono osservare l’attrice Giuliana Calandra che abita per un giorno la stanza da letto dell’artista.

Ed è proprio quest’interesse per gli aspetti percettivi dell’immagine che si riscontra, stavolta pittoricamente, nel lotto in asta. Si tratta di una figura colta frontalmente, appiattita in una visione monoculare quale quella risultante dallo spioncino de “La spia ottica”. L’artista insomma riconduce l’azione e la performance al dominio della visione, e allo stesso tempo conferisce alla rappresentazione bidimensionale un’aura di fugacità che la immerge in una atmosfera malinconica, intima e metafisica. Stima: 16.000€/18.000€.

Afro, Senza titolo, olio su tavola, 118×63, 1947 – Lotto n. 220 – da meetingart.it
Afro, Senza titolo, olio su tavola, 118x63, 1947
Afro, Senza titolo, olio su tavola, 118×63, 1947 – Lotto n. 220 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Il 1947, anno di esecuzione dell’importante opera in asta al lotto n. 220 “Senza titolo”, fu un anno cruciale per l’evoluzione artistica di Afro Basaldella (Udine, 1912), che proprio nel primissimo dopoguerra si dedica a quei processi di scomposizione cubista (più Braque che Picasso) ritenuti necessari per il superamento di una concezione puramente figurativa della pittura, svoltasi per lui negli anni ’30 nel solco del tonalismo della scuola romana.

“Può una forma pittorica avere anche valore come apparizione? Può il rigoroso organismo formale di un dipinto contenere la luminosità, l’alito vivente di un’ evocazione, lo scarto o il brivido della memoria? Questo è il mio problema” ha scritto l’artista mettendo in evidenza quella tensione verso una scomposizione informale che sarà allo stesso tempo ricerca orfica, scoperta, intuizione, in una produzione di fortissima potenza immaginativa.

Quella di Basaldella sarà dunque sempre una figurazione non-figurale, un confine e uno schermo verso una percezione di qualcosa che è solo per iniziati, un simulacro o fantasma di un’idea platonica.

Basaldella raggiunse la maturità artistica nei primi anni ’50, dopo il lungo soggiorno compiuto negli Stati Uniti nel 1950 stesso, che fu decisivo per la sua formazione (qui ebbe modo anche di conoscere ed essere influenzato anche dal grande pittore Arshile Gorky). Stima a richiesta.

Albino Galvano, Senza titolo, olio su cartone, 48×33, 1950 – Lotto n. 226 – da meetingart.it
Albino Galvano, Senza titolo, olio su cartone, 48x33, 1950
Albino Galvano, Senza titolo, olio su cartone, 48×33, 1950 – Lotto n. 226 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Un’opera del critico e filosofo torinese, oltreché pittore, Albino Galvano del 1950 è certamente l’esempio migliore per capire le innovazioni del M.A.C. Movimento Arte Concreta (fondato nel 1947) di cui Galvano stesso fu uno dei protagonisti ed il fondatore della fronda piemontese (Annibale Biglione, Filippo Scroppo, Carol Rama, Adriano Parisot, Paola Levi Montalcini).

Galvino fu infatti uno dei teorici del movimento e tuttavia non ne rimase imbrigliato riuscendo ad esprimere un linguaggio originale che affonda le radici nella cultura teologica, antropologica e folkloristica oltre che nella naturale, felice espressività e sensibilità dell’artista.

La conversione astratta di Galvano del dopoguerra fu innanzitutto l’atto ideologico di un uomo contrario ad ogni identificazione fra arte e potere e al contempo un modo di esprimere il proprio mondo, in una visione panica fatta di intertestualità e riferimenti (espressi attraverso simboli), difficilissimi sovente da interpretare.

Per Galvano la pittura astratta, come ebbe a spiegare in un saggio del 1953, prendeva origine direttamente dalla ottocentesca art nouveau di cui l’artista sviluppa il formalismo scevro da ogni narrazione e realismo, per reintrodurre, attraverso il simbolo, una componente di ispirazione archetipica che rendesse nuovamente universale, e non solamente soggettivo e interpretativo, l’atto creativo. Stima: 1.500€/2.000€.

Achille Perilli, La mia gabbia, gouche su carta, 49×67, 1969 – Lotto n. 263 – da meetingart.it
Achille Perilli, La mia gabbia, gouche su carta, 49x67, 1969
Achille Perilli, La mia gabbia, gouche su carta, 49×67, 1969 – Lotto n. 263 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Achille Perilli è stato una delle anime del movimento astratto romano del dopoguerra, fondatore nel 1947 del Gruppo Forma 1 con Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Giovanni Guerrini, Carla Accardi, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato.

Dalla fine di quell’esperienza l’arte di Perilli si è mossa in stretto dialogo con le avanguardie europee ma sempre con un ‘taglio’ personale che unisce la ricerca filosofica, calligrafica e semiotica sul linguaggio ad una intenzione interpretativa e di comunicazione che non si è allontanata mai dall’aspetto umano e narrativo, nonché da quello percettivo.

Attraverso il dripping di Pollock, lo zoomorfismo surreale di Matta, il tachismo francese e poi gli stilemi e le ‘teorie’ dell’amato Klee, alla fine degli anni ’60 Perilli arriva a realizzare opere come questa al lotto n. 263 “La mia gabbia”: è l'”irrazionale geometrico”, composizioni di forme simili alle proiezioni sul piano di parallelepipedi ma che risultano inverosimili ed irregolari, e che innescano idiosincrasie e mutevolezze percettive, non risolte allo sguardo.

“È un’operazione che tende all’ampliamento non alla riduzione; che sposta continuamente la ricerca dal percettivo al mentale, rifiutando ogni minimalizzazione delle problematiche concentrate oggi nel visivo: anzi dilatandole fino ad intervenire su quegli spazi ancora ignoti tra codice e codice, coinvolgendo strutture linguistiche aliene” scrive Perilli in Machinerie, Ma Chère Machine, testo teorico del 1975. Stima: 8.000€/9.000€.

Ideo Pantaleoni, Senza titolo, olio su tela, 73×100, 1959 – Lotto n. 279 – da meetingart.it
Ideo Pantaleoni, Senza titolo, olio su tela, 73x100, 1959
Ideo Pantaleoni, Senza titolo, olio su tela, 73×100, 1959 – Lotto n. 279 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 837

Ideo Pantaleoni nasce a Legnago in provincia di Verona nel 1904. Compie gli studi a Ferrara, studi che poi interrompe dopo il primo anno a Bologna all’Accademia di Belle Arti. Trasferitosi a Milano, nel 1939 tenne la prima personale presso la Galleria Gian Ferrari.

Negli anni ’30 la pittura di Pantaleoni si svolge nell’ambito del realismo di Novecento italiano, anche se nel decennio successivo viene filtrata attraverso un intimismo familiare e paesaggistico del tutto personale.

Nel dopoguerra l’artista veronese cambia il suo linguaggio in senso astratto e concretista. Nel 1948 è fra i primi ad aderire al M.A.C. Movimento Arte Concreta, appena fondato da Gillo Dorfles, Atanasio Soldati, Bruno Munari e Gianni Monnet e contestualmente si trasferisce a Parigi. Qui fino al 1957 Pantaleoni fece da ponte fra il gruppo milanese ed il francese gruppo Espace, da lui promosso.

Dallo stesso anno lo stile pittorico di Pantaleoni si evolve verso un’informale (lotto n. 279 “Senza titolo”) dai sapienti effetti cromatici e tonali, realizzati con campiture di colore soprattutto nella gamma dei grigi, per le cui raffinate stesure in trasparenza e sovrapposizioni fu in seguito appellato dai francesi “Maître des Gris” Stima: 4.000€/5.000€.

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