Asta Meeting Art n. 841 - 17 e 18 Marzo 2018 - Vercelli, Opere dell’Arte Moderna e Contemporanea - Sessioni I-II - Immagini Courtesy meetingart.it

Grandi misure: Omar Galliani ed Eugenio Carmi da Meeting Art (Asta n. 841 – Sessioni I-II)

Le sessioni I-II dell’Asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 841 della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terranno il 17 e 18 marzo 2018 alle ore 14.30 (lotti 1-110 e 111-220). La TopTen di SenzaRiserva. Due grandi ed importanti tele nelle prime due sessioni dell’asta: quella dell’artista emiliano Omar Galliani al lotto n. 202 ed una storica opera di Eugenio Carmi al lotto n. 96. Si segnalano inoltre l’Adami del 1960 al lotto n. 101 ed il “Totem” di Roberto Crippa dello stesso anno al lotto n. 45.

Mario Bionda, Senza titolo, olio su tela, 73×54, 1965 – Lotto n. 19 – da meetingart.it
Mario Bionda, Senza titolo, olio su tela, 73x54, 1965
Mario Bionda, Senza titolo, olio su tela, 73×54, 1965 – Lotto n. 19 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

Mario Bionda nasce a Torino nel 1913. È a Milano dal 1939 e nel primo dopoguerra è attivo nel gruppo degli artisti che adottano un linguaggio di ascendenza neo-cubista. Fra il 1955 ed il 1965 Bionda adotta una sintassi segnica informale di grande potenza espressiva, dopo aver abbandonato la figurazione e dopo una breve parentesi espressionista astratta.

Allievo di Felice Casorati dal 1927 al 1932, Bionda è stato pittore prodigio, alla Biennale di Venezia del 1930 a soli diciassette anni, e riscosse in brevissimo tempo un grande successo di critica. Nel 1935, nel 1955 e nel 1959 partecipò alla Quadriennale di Roma, nel 1958 fu nuovamente alla Biennale di Venezia.

Nel periodo milanese l’artista torinese fu amico e vicino alle idee di Alfredo Chigine, con cui condivise lo studio per diversi anni, fino al 1960, in via Mac Mahon e poi in via Rossini. E un certo “naturalismo” è evidente nella produzione materica di questi anni: l’artista utilizza sabbia, argilla, caolino, pigmenti; impasta la materia, la graffia come mettendo le mani direttamente nel ‘cuore pulsante’ insieme dell’universo e della coscienza, senza distacco, anzi con una piena partecipazione ‘sensoriale’ all’opera nella convinzione che “un quadro è un oggetto in sé, non è un lusso d’arredamento. Un quadro è ambientativo, non è ambientato. Un quadro è generato da forze che coinvolgono, non è composto di forme che sconvolgono” come Bionda ebbe a scrivere nel Manifesto antiestetico del 1956, redatto con Ralph Rumney e Costantino Guenzi, in occasione della mostra alla Galleria Apollinaire di Guido Le Noci di quell’anno.

La metà degli anni ’60 (lotto n. 19 “Senza titolo”) segna un periodo particolarmente importante nella carriera dell’artista torinese vista l’importanza delle esposizioni: nello stesso 1965 in personale presso la Galleria del Milione, nel 1966 Bionda è presente alla “III Mostra di Arte Contemporanea” a Palazzo Reale, nel 1967 alla “I Mostra di Arte Moderna e Trame Contemporanee” al Palazzo della Permanente. Stima: 3.000€/4.000€.

Emanuela Fiorelli, Box, plexiglass, serigrafia e filo elastico in diagonale, 71x71x14 – Lotto n. 25 – da meetingart.it
Emanuela Fiorelli, Box, plexiglass, serigrafia e filo elastico in diagonale, 71x71x14
Emanuela Fiorelli, Box, plexiglass, serigrafia e filo elastico in diagonale, 71x71x14 – Lotto n. 25 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

Le opere di Emanuela Fiorella, artista romana classe 1970, sono ‘pitture oggetto’, piccole e grandi architetture, divertissement d’equilibrio, giochi d’abilità, congegni raffinati, enigmi percettivi.

Proprio per questa molteplice prospettiva interpretativa che l’artista offre al visitatore, questi ne rimane affascinato, come di fronte ad una ‘scatola magica’, ad una nuvola di labile senso e non senso, alla geometria cristallina di un fiocco di neve, agli studiati e spietati rapporti della tela del ragno, ai temuti intrichi del rovo che nasconde la mora.

La sensazione è amplificata dalla consapevolezza della natura industriale di cui le opere stesse sono fatte e, allo stesso tempo, dalla evidente percezione di etereo e fragilità che l’artefatto trasmette, come nell’opera in asta al lotto n. 25 “Box”: nella trasparenza irraggiungibile e isolante del plexiglass,  nella deperibilità flessibile del filo elastico, nella freddezza turbata dell’imprimitura serigrafica resa vibrante dalle occlusioni parziali e cangianti dell’intricarsi del filo.

Una recente mostra di Emanuela Fiorelli e Paolo Radi si è tenuta a Roma, presso i Musei di San Salvatore in Lauro dal 20 gennaio al 28 febbraio 2018, organizzata da “Il Cigno Edizioni”, in collaborazione con “Ferrarin Arte”, e curata da Giovanni Granzotto. Il titolo, azzeccatissimo, era Identità improbabili: a rimarcare come queste opere siano ‘eventi’, parti di un processo evolutivo che sta in piedi miracolosamente, che vive ed è in bilico, che resiste o sta solo un attimo, sia un esistenza, un’emozione, un’azione.

Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Roma la Fiorelli ha vinto nel 2004 il Premio Accademia Nazionale di San Luca per la Pittura. Nel 2005 è stata invitata alla mostra Lucio Fontana e la sua eredità, mostra che sottolineava la continuità delle soluzioni ‘spaziali’ dell’artista argentino nella nuova generazione di artisti contemporanei Stima: 3.000€/4.000€.

Gottardo Ortelli, Senza titolo, acrilico su tela, 60x60x4, 1975 – Lotto n. 28 – da meetingart.it
Gottardo Ortelli, Senza titolo, acrilico su tela, 60x60x4, 1975
Gottardo Ortelli, Senza titolo, acrilico su tela, 60x60x4, 1975 – Lotto n. 28 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

“[…] Ortelli si confronta con le metamorfosi cromatiche di spazi immaginari, dialoga con le forze imponderabili del vuoto, lascia che sia il colore a indicare le cadenze idonee alla sua gestualità espressiva. La pittura assume le sembianze di un evento potenziale legato alla memoria del visibile, ai voli sensoriali del trasfigurare, alle soglie astraenti del paesaggio interiore, attraversamenti immaginari suscitati dall’ininterrotto trasalire della luce” ha scritto Claudio Cerritelli nell’introduzione al Catalogo della Mostra Astrazione Fluida. Italo Bressan, Gottardo Ortelli, Tetsuro Shimizu tenutasi alla Galleria de “Il Milione” ed alla Galleria Antonio Battaglia nel 2015.

Il critico sottolinea come la pittura dell’artista, nato a Viggiù nel 1938 e poi docente all’Accademia di Brera, si collochi nell’ambito di quella ‘potenzialità’ che contraddistingue la stagione della pittura-pittura o pittura analitica.

In particolare la ricerca di Gottardo Ortelli si orienta, all’inizio degli anni ’60, verso l’approfondimento degli aspetti percettivi di un segno che si sviluppa ritmicamente nello spazio. Nel ‘solco’ fisico di un tratto soggetto ad evoluzioni temporali, negli allargamenti, nei restringimenti, si origina quella vibrazione sensoriale che conduce lo spettatore all’intuizione di una ‘origine’ in cui lui stesso si trova ‘immersivamente’ imprigionato.

E proprio “Immersione totale” è il titolo di un ciclo di opere, fra cui questa al lotto n. 28 “Senza titolo” del 1975, che l’artista realizza fra il 1974 ed il 1977: linee parallele e diagonali che scandiscono superfici monocrome e talvolta sagomate alla ricerca di una profondità del colore che riacquisisca lo stesso quale elemento semantico e significante del fare arte. Stima: 4.000€/5.000€.

Roberto Crippa, Totem, olio su tela, 60×50, 1960 – Lotto n. 45 – da meetingart.it
Roberto Crippa, Totem, olio su tela, 60x50, 1960
Roberto Crippa, Totem, olio su tela, 60×50, 1960 – Lotto n. 45 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

Se Roberto Crippa (Monza, 1921) è conosciuto soprattutto per lo spazialismo delle “Spirali” di inizio anni ’50, è tuttavia forse dalla metà del decennio che l’artista produce cicli di opere che rivelano la vera natura del suo carattere e del suo linguaggio.

Furono sempre infatti la materia e il mondo nelle sue forme ad interessare la ricerca di Crippa, ricerca che proprio alla fine degli anni ’50 sboccia in una riscoperta di simbolismi arcaici e neo-primitivi come diretta conseguenza di una rielaborazione delle “spirali” in senso ‘materico e totemico’.

È il surreale che irrompe in Crippa a partire dal 1955. L’artista inizia a realizzare, accanto ai tradizionali oli come questo in asta al lotto n. 45 “Totem”, opere polimateriche; crea sculture in legno, bronzo, ferro, acciaio, che richiamano mostruosità organiche, corpi ‘nucleari’ ed extraterrestri. La natura si anima.

Riguardo a questi nuovi cicli scrive Raffaele De Grada: “non si può fare a meno di accorgersi, davanti a queste carte ferite da legni, a questi simboli totemici del consumismo a questi personaggi arborei tagliati […] che in Crippa si era fatta luce una inquietudine che noi usiamo chiamare surreale” come si legge nel catalogo della mostra Crippa anni ’50 e’60 a cura di Tino Gipponi, tenutasi presso la Galleria Poleschi Arte di Milano dal 27 ottobre 2005 al 22 gennaio 2006.

Va inoltre ricordato che Crippa fu collezionista di arte africana, soprattutto scultura; e che all’inizio degli anni ’50 ci fu una riscoperta di tali simbologie di origine tribale e oceanica, evidenti per esempio nelle cubanidad di Wifredo Lam, amico di Crippa, o nel biomorfismo esistenziale di Graham Sutherland, presente alle Biennali veneziane del ’52 e del ’54.

Rispetto all’esistenzialismo e al torbido sciamanico dei due autori però Crippa conserva una dimensione confidente e giocosa che tende a una conciliazione pacifica di ogni aspetto dell’esistenza, nella fiducia di un mondo vivo da scoprire, cui partecipare senza paure. Stima: 7.000€/8.000€.

Giorgio Bellandi, Senza titolo, olio su tela, 60×50, 1959 – Lotto n. 49 – da meetingart.it
Giorgio Bellandi, Senza titolo, olio su tela, 60x50, 1959
Giorgio Bellandi, Senza titolo, olio su tela, 60×50, 1959 – Lotto n. 49 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

Nato a Milano nel 1931, Giorgio Bellandi compie gli studi all’Accademia di Brera. Dopo un inizio come scenografo presso il Teatro della Scala, negli anni ’50 approda alla pittura. La prima personale è alla alla Galleria Pater nel 1957.

La pittura di Bellandi dall’inizio degli anni ’50 si caratterizza per un esistenzialismo che alterna e resta sempre al confine di realismo ed astrazione nella convinzione della inesistenza di una dieresi netta fra le due forme d’arte, entrambe funzionali ad un messaggio.

Bellandi partecipò infatti attivamente al Gruppo del Realismo Esistenziale milanese fondato da Giuseppe Guerreschi, Mino Ceretti e Bepi Romagnoni cui successivamente si uniranno Gianfranco Ferroni, Tino Vaglieri, Floriano Bodini, Giuseppe Banchieri, Giancarlo Cazzaniga, Mario Bardi, Dimitri Plescan, Giuseppe Martinelli, Liberio Reggiani, Sandro Luporini, Giulio Scapaticci, Adolfo Borgognoni, Giorgio Bellandi appunto con l’amico Rodolfo Aricò.

Il Gruppo mostrava una tensione di modernità verso nuove forme espressive che andassero oltre l’informale stesso e la crisi esistenziale causata dai tragici eventi della seconda guerra mondiale: i membri si espressero così con quegli stilemi che avevano a disposizione, ma mischiandoli con la realtà, sforzandola, oppure iper-descrivendola nel tentativo di scalfirla, di trovarci un significato nascosto che avesse un nuovo valore e che condurrà a sperimentazione neo-dadaiste ed al Nouveau Réalisme.

Giorgio Bellandi partecipa alla Biennale di Venezia del 1964 ed alla Quadriennale di Roma nel 1965. Vince il Premio del Fiorino nel 1971. Muore prematuramente nel 1976. Stima: 2.000€/3.000€.

Eugenio Carmi, Segnale immaginario con sipario nero, olio su tela, 130×100, 1970 – Lotto n. 96 – da meetingart.it
Eugenio Carmi, Segnale immaginario con sipario nero, olio su tela, 130x100, 1970
Eugenio Carmi, Segnale immaginario con sipario nero, olio su tela, 130×100, 1970 – Lotto n. 96 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

Opera storicamente importante quella del genovese Eugenio Carmi al lotto n. 96 “Segnale immaginario con sipario nero” poiché realizzata nel 1970, l’anno cioè che segna il passaggio dall’informale degli assemblaggi di materiali industriali di recupero, dall’arte seriale e dalle sperimentazioni installative relative all’arte cinetica e programmatica, ma anche sonora ed elettronica, alla pittura geometrica: cerchi, quadrati, triangoli, partecipano ad un gioco delle parti totalmente autoreferenziale, in cui la sintassi stessa delle forme, assieme al colore ed ai rapporti di piano, diviene semantica rappresentata.

Formatosi in chimica al Politecnico di Zurigo, Carmi inizia l’attività pittorica sotto la guida di Felice Casorati, da cui impara il rigore compositivo delle soluzioni formali.

Fra il 1956 ed il 1965 l’artista è responsabile dell’immagine e della comunicazione presso l’impianto dell’Italsider di Cornigliano. Per l’azienda ligure Carmi inventa, alla fine degli anni ’60, originali ed essenziali segnali infortunistici, soluzioni lodate da Umberto Eco, che sono probabilmente l’origine delle immaginazioni astratte che Carmi ha poi sviluppato su tela fino alla morte, avvenuta nel febbraio del 2016.

Fu Pierre Restany, incontrato da Carmi alla Biennale di Venezia del 1966 dove l’artista ligure esponeva la grande installazione elettronica SPCE (struttura policiclica a controllo elettronico), a presentare le opere di Carmi nella importante mostra parigina del 1970 al Musée d’art moderne. Il critico francese, per l’occasione, sottolinea come questi ‘segnali’ “non portano alcun messaggio coercitivo e repressivo. Esistono per affermare, nella loro totale gratuità, il diritto all’essenziale libertà del non senso”.

Un non senso che Carmi coniuga secondo un sapiente gioco cromatico e timbrico, regolato da un’armonia musicale che trova nei rapporti aurei la chiave di un discorso che fa dell’inutilità bellezza. Stima: 20.700€/23.000€.

Valerio Adami, Fatto n. 3, olio su tela, 60×73, 1960 – Lotto n. 101 – da meetingart.it
Valerio Adami, Fatto n. 3, olio su tela, 60x73, 1960
Valerio Adami, Fatto n. 3, olio su tela, 60×73, 1960 – Lotto n. 101 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

Valerio Adami nasce nel 1935 a Bologna. Studia all’Accademia di Brera. Nel 1960, anno in cui realizza l’opera al lotto n. 101 “Fatto n. 3”, è fra i partecipanti alla famosa collettiva “Possibilità” di relazione”, organizzata in maggio alla Galleria L’Attico di Roma da Enrico Crispolti, Roberto Sanesi ed Emilio Tadini.

La mostra, nelle parole di Crispolti tenta “una prima definizione d’un’area problematica di riproposizione iconica” dopo le ceneri dell’informale. Alla stessa mostra, con Adami, partecipano i giovanissimi Rodolfo Aricò, Bepi Romagnoni, Concetto Pozzati ma anche artisti già affermati quali Gianni Dova ed Emilio Scanavino.

Dopo un inizio pittorico negli anni ’50 nel segno dell’espressionismo astratto ed esistenziale di Francis Bacon, Matta e Kokoshka infatti, in Adami presto prevale il bisogno di ristabilire una nuova ‘figuralità’.

Alla fine del decennio in particolare il linguaggio di Adami subisce una evoluzione passando da una pittura introspettiva e di soggetto ad una rappresentativa e fattuale. In particolare l’artista riprende il concetto di “fatto” dal pensiero del filosofo austriaco Ludwig Josef Johann Wittgenstein il quale considerava la realtà stessa un insieme di fatti quali strutture organizzate e strutturate di ‘cose’.

Adami negli anni ’60 riproduce questi ‘fatti’ adottando un metodo attraverso il quale viene annullata ogni temporalità: i soggetti della rappresentazione sono rappresentati in simultaneità, come strutture molecolari in cui i singoli oggetti appartengono a sistemi ciclici, polifonici e polimorfi, dove ogni istanza si trasforma e continua l’altra.

Anche le soluzioni fumettistiche e colorate che l’artista reintrodurrà di lì a poco rispondono di fatto a questa esigenza di summa e fissazione della realtà: elementi disarticolati o definiti, circoscritti da contorni neri, separati ma inseparabili in una realtà mutante e immutabile, come quella delle vetrate policrome delle cattedrali gotiche. Stima: 9.000€/10.000€.

Nicola De Maria, Testa artistica, Romanticismo, olio su tela, 50×40, 1986 – Lotto n. 108 – da meetingart.it
Nicola De Maria, Testa artistica, Romanticismo, olio su tela, 50x40, 1986
Nicola De Maria, Testa artistica, Romanticismo, olio su tela, 50×40, 1986 – Lotto n. 108 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

Con Sandro Chia, Francesco Clemente, Mimmo Paladino ed Enzo Cucchi, Nicola De Maria, artista campano nato nel 1954, ha dato origine al cosiddetto movimento della Transavanguardia italiana, teorizzato dal critico Achille Bonito Oliva nel 1978.

Cresciuto a Torino, De Maria negli anni ’70 si laurea in medicina e ottiene una specializzazione in psichiatria. Intanto si dedica alla pittura, in particolare all’arte murale, mostrando un vivace interesse verso l’invasione pittorica dello spazio.

L’incontro con il gruppo della Transavanguardia fu per lui incidentale; l’artista infatti bene presto se ne distaccò per continuare una ricerca prettamente astratta di forme, segno e colore, seppure elementi figurativi trovino largo spazio nella sua pittura in un tentativo di trasmettere messaggi perlopiù simbolici e spirituali.

De Maria dipinge spazi evocativi in cui immergere quasi sensorialmente lo spettatore, con stesure di colori corposi e accesissimi, con modalità volutamente e sentitamente infantili, articolate in ideogrammi prenatali, in segni di cui si intuisce il significato ma non si riconosce, in campiture punteggiate di ‘macchie’ che invogliano a posare l’opera a terra, a staccarla e separarla da un verticalità che ti dichiara in faccia l’invito ad entrare il prato fantastico di un mondo meraviglioso e originario, lontanissimo nella memoria e vicinissimo nell’immaginazione.

De Maria ha esposto alla Biennale di Venezia del 1980, del 1988, e del 1990. L’opera al lotto n. 108 “Testa artistica, Romanticismo” evidenzia l’accentuarsi della formulazione astratta nella pittura dell’artista campano a partire dal 1985. Stima: 36.000€/40.000€.

Elio Mariani, Sogni di fiori selvaggi, tela emulsionata, 120×83, 1970 – Lotto n. 136 – da meetingart.it
Elio Mariani, Sogni di fiori selvaggi, tela emulsionata, 120x83, 1970
Elio Mariani, Sogni di fiori selvaggi, tela emulsionata, 120×83, 1970 – Lotto n. 136 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

“Questo introverso [Mariani] vive dal di dentro gli uragani senza fondo ed i cicloni devastatori di un istinto grezzo controllato da una ragione metodica. L’unica apertura al mondo è la sua arte. La sua opera è l’unico suo linguaggio, l’unica sua possibilità di comunicare direttamente con gli altri […]

Se l’iper-realismo vuol essere più vero della natura, Elio Mariani, lui, è naturalmente vero […] In ogni tempo, al di là persino del mutamento antropologico che si rivela imminente e che sconvolgerà radicalmente il nostro modo di vivere, di pensare e di agire, gli uomini, cioè gli individui percettivi hanno avuto ed avranno bisogno di questo genere di richiamo all’ordine. All’ordine della natura, della natura stessa delle cose, di queste cose semplici necessarie sufficienti che Mariani con il suo immenso talento ci dà continuamente da vedere e rivedere” ha scritto nel 1973 il critico francese Pierre Restany riguardo ad Elio Mariani (1943), protagonista italiano della Mec-Art con Gianni Bertini, Bruno Di Bello, Mimmo Rotella e Aldo Tagliaferro.

Mariani è rimasto sempre fedele ai motivi ispiratori del movimento imperniati sull’uso della tecnica del riporto fotografico e sul processo ‘meccanico’ di riproduzione dell’immagine attraverso il riutilizzo di estratti visuali dalla stampa popolare.

Il linguaggio di Elio Mariani ha trovato una espressione altamente felice nell’uso della tela emulsionata. L’artista, attraverso una combinazione ‘astratta’ di elementi, riesce a creare corrispondenze dal significato esistenziale ed emozionale (lotto n. 136 “Sogni di fiori selvaggi”) che compiono a pieno quel processo di risignificazione semantica tipico del movimento della Mec-Art italiana rispetto alle soluzioni più fredde della pop art americana.

Nel 1970, anno di realizzazione dell’opera in asta, Mariani partecipa alla XXXV Biennale internazionale di Venezia; nel 1974 alla XXVII Biennale Nazionale d’Arte Moderna presso il Palazzo della Permanente a Milano. Stima: 2.000€/3.000€.

Omar Galliani, Fiori Insetti Santi, grafite su tavola di pioppo, 100x185x7 – Lotto n. 202 – da meetingart.it
Omar Galliani, Fiori Insetti Santi, grafite su tavola di pioppo, 100x185x7
Omar Galliani, Fiori Insetti Santi, grafite su tavola di pioppo, 100x185x7 – Lotto n. 202 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 841

Opera bellissima per qualità e dimensioni questa dell’artista emiliano Omar Galliani al lotto n. 202 “Fiori Insetti Santi”.

Nato nel 1954 a Montecchio Emilia, Galliani studia all’Accademia di Belle Arti di Bologna. All’inizio degli anni ’80 il suo disegno, di stampo figurativo e ‘surreale,’ si inserisce nell’ambito delle ricerche dell’anacronismo di Maurizio Calvesi e del magico primario teorizzato dal critico Flavio Cairoli. In questo ambito si collocano le partecipazioni dell’artista emiliano alle Biennali di Venezia del 1982, 1984 e 1986.

In quel solco, ma con una libertà che non lo imbriglia in definizioni, si muove ancora la ricerca di Galliani, che mai abbandona il disegno, in cui è maestro, tecnica che lo accomuna ai grandi del passato. Il mondo di Galliani è popolato da figure umane, animali, motivi fitomorfi e anatomici, simboli esoterici e religiosi di culture occidentali ed orientali, che costituiscono una summa per così dire leonardiana dell’universo, nella consapevolezza che l’arte è mezzo di conoscenza e pacificazione, conciliatrice ed onnicomprensiva di ogni fatto, evento ed emozione.

In Galliani c’è la storia del mondo che arriva naturalmente alla mano dell’artista che la traduce in disegno. Ha scritto benissimo Enrico Fornaroli in Frammenti di un viaggio interrotto nel Catalogo della mostra “Omar Galliani. Croquis de voyage. I libri dei ritorni”, a cura di Eleonora Frattarolo, corsiero editore, tenutasi nell’Aula Magna (ex chiesa di Sant’Ignazio) dell’Accademia di Belle Arti di Bologna dal 15 gennaio al 15 febbraio 2015 (realizzata in collaborazione con la Galleria Menhir Arte Contemporanea)”[…] l’intensità simbolica e poetica della rappresentazione è inscindibile dalla tecnica magistrale di Galliani, diventata ormai canone, scenario della trasformazione del segno in lirica e sogno, dove appaiono barbagli e balenii sommessi di un mondo cieco, sottostante e denso, come quello delle impressioni radiografiche su acetilene, dove la vista richiede una capacità tattile e profeticamente visionaria, immersa nello spleen creativo di una bile nera, melanconia artistica nonché classica” (p. 10). Stima: 18.000€/20.000€.

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