Asta Minerva Auctions n. 149 - 19 Aprile 2018 - Roma, Arte Moderna e Contemporanea - Immagini courtesy minervaauctions.com

Antonio Ligabue, Boetti e un grande disegno di Viani da Minerva Auctions (Asta n. 149)

L’Asta n. 149 della Casa d’Aste Minerva Auctions di Roma si terrà in due tornate il 19 aprile, ore 11 (lotti 1-102) e ore 16 (lotti 103-235). Segnaliamo in particolare un Antonio Ligabue dalla stima bassissima al lotto n. 175, il bellissimo gioco combinatorio di Alighiero Boetti “Alternando da uno a cento e viceversa” al lotto n. 204 e il disegno carico di pathos del 1911 del viareggino Lorenzo Viani al lotto n. 30. La TopTen di SenzaRiserva.

Lorenzo Viani, Donna viareggina, olio e carboncino su cartone, 103×53, 1911 – Lotto n. 30 – da minervaauctions.com
Lorenzo Viani, Donna viareggina, olio e carboncino su cartone, 103x53, 1911
Lorenzo Viani, Donna viareggina, olio e carboncino su cartone, 103×53, 1911 – Lotto n. 30 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Nato a Viareggio, nella darsena vecchia, in provincia di Lucca, nel 1882, Lorenzo Viani trascorre l’infanzia in Versilia, dove il padre è alle dipendenze dei Borbone. Abbandonati gli studi, il giovane Viani lavora come garzone nella bottega di un barbiere. Nel 1997 aderisce al movimento anarchico.

Fra il 1900 ed il 1903 attende, per mezzo di un sussidio del Comune di Viareggio, le lezioni all’Istituto di Belle Arti di Lucca. Nel 1904 frequenta, per pochi mesi, la Scuola Libera del Nudo a Firenze. Intanto, a Torre del Lago, partecipa ai dibattiti del “Club della Bohème” intrattenendo rapporti con artisti quali Plinio Nomellini e Moses Levy. Nel 1907 è già alla Biennale di Venezia e nel 1909 al Salon d’Automne, a Parigi.

Gli anni fra il 1908 ed il 1911, anno di realizzazione del grande disegno al lotto n. 30 “Donna viareggina”, si riferiscono infatti al ‘periodo parigino’ del pittore, che a proposito della sua arte, proprio nel 1911, scrive: “non penso che la mia sia arte sociale nel senso gretto della parola; può essere, mi lusingo che sia nel senso vasto della parola solamente. Evito sempre la composizione e la cronaca, da elementi frammentari voglio che l’osservatore ricostruisca in cuor suo il significato animatore dell’opera. Come da macchie di colore discordanti voglio creare un’armonia, considero le cose e i colori schematicamente come pure i sentimenti, seguo diremo così una prospettiva psicologica […]”.

A Parigi Viani a contatto con il mondo dei diseredati della Ruche, partecipa al fermento della vita culturale parigina: conosce di prima mano le opere di Toulouse Lautrec, Van Gogh, Paul Gauguin, i Nabis che suscitano in lui grande impressione.

In questo contesto l’artista mette a punto un espressionismo personalissimo ispirato, dal punto di vista della composizione, ad un primitivismo ed una essenzialità formale di stampo quattrocentesco che nobilita il soggetto: perlopiù popolani, poveri, oppressi; l’umanità che Viani sentiva vicina a sé e che ritrae con una intensità realista che va aldilà del dato fenomenico e che l’artista porta nella sfera del profondo, della psicologia ma anche del ‘mondo là fuori’. Disegno storico e bellissimo. Stima: 5.000€/7.000€.

Angelo Biancini, L’uomo e il mare, ceramica smaltata policroma, 146x132x22 – Lotto n. 66 – da minervaauctions.com
Angelo Biancini, L’uomo e il mare, ceramica smaltata policroma, 146x132x22
Angelo Biancini, L’uomo e il mare, ceramica smaltata policroma, 146x132x22 – Lotto n. 66 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Angelo Biancini è stato un artista faentino (1911-1988) che ha raggiunto nel corso della sua carriera notevoli risultati nei campi della scultura e della ceramica.

Compì gli studi all’Istituto d’Arte di Firenze con Libero Andreotti che lo indirizzò a una rappresentazione classica ed essenziale del reale.

Nel 1934 l’artista faentino fu già alla Biennale di Venezia. Vince intanto prestigiosi premi: nello stesso 1934 la sezione Scultura ai Littoriali dell’Arte a Roma, nel 1940 il Gran Premio per le Ceramiche artistiche alla Triennale di Milano. Nel 1943 il premio “Nazionale” alla Quadriennale Romana.

Dal 1942 insegna all’Istituto d’Arte per la Ceramica di Faenza e, nel dopoguerra, gli viene assegnata la Cattedra di Plastica che manterrà fino alla pensione.

Nel dopoguerra le sue sculture tendono sempre di più all’essenzialità. L’artista lavora su masse sempre più geometriche che si incastrano volumetricamente e che Biancini tratta e incide con un segno forte e appassionato.

Nel 1946 Biancini è protagonista alla grande mostra della scultura italiana che si tenne alla Galleria della Spiga di Milano. Le due personali milanesi del 1948 e del 1956 alla Galleria San Fedele di Milano consacrano a livello nazionale la sua scultura.

Nel corso degli anni ’50 e ’60, cui probabilmente appartiene l’opera in asta al lotto n. 66 “L’uomo e il mare”, Biancini matura un linguaggio decisamente narrativo, che si apre alle più varie contaminazioni: decorativismi gotici, aulici, bizantineggianti, ma anche cubisti e futuristi, tutti asserviti a raccontare, con vena naturalistica e introspettiva, una storia fatta di personaggi ed eventi.

In questi stessi anni l’artista si avvicina ai temi religiosi, trattati con grande sensibilità, e intrattiene un lungo rapporto di committenza e amicizia con Papa Montini ed i Musei Vaticani. Stima: 1.500€/2.500€.

Gastone Biggi, Continuo 44, olio su tela, 60×80, 1962 – Lotto n. 127 – da minervaauctions.com
Gastone Biggi, Continuo 44, olio su tela, 60x80, 1962
Gastone Biggi, Continuo 44, olio su tela, 60×80, 1962 – Lotto n. 127 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Gastone Biggi, Nicola Carrino, Nato Frascà, Achille Pace, Pasquale Santoro e Giuseppe Uncini sono i primi pittori ad esporre, nel 1963, alla Galleria Il Quadrante di Firenze, nell’ambito del Gruppo Uno, fondato l’anno precedente, il 1962, lo stesso in cui Biggi realizza l’opera al lotto n. 127 “Continuo 44”.

“[…] Per il Gruppo Uno il rapporto tra arte e società è determinante, proprio in quanto la società non può fare a meno dell’arte. L’indagine estetica su superficie-forma-percezione ha un forte valore didattico in quanto aumenta i livelli conoscitivi e l’attitudine critica della coscienza del fruitore. L’arte deve realizzarsi nell’incontro con la scienza e la tecnologia” scriveranno gli appartenenti al Gruppo nella dichiarazione di poetica della mostra tenutasi il 16 dicembre del 1963 alla Galleria La Medusa di Roma.

In questo senso vanno interpretati i “continui” dell’artista romano (1925-2014), già sperimentati nel dopoguerra, ma realizzati sistematicamente e con piena consapevolezza teorica a partire dai primi anni ’60, quando Biggi redige “Nascita di un punto”, testo teorico poi pubblicato nel 1967, nel quale l’artista definisce i fondamenti teorici e la grammatica della sua pittura. Pittura che torna al ‘punto’ come mezzo interpretativo della realtà e allo stesso tempo elemento fondamentale per una consapevolezza ‘percettiva’ del reale e dell’opera d’arte.

Scrive Giulio Carlo Argan, sostenitore del Gruppo, nel 1963: “In Biggi, nel ripetersi meccanico di un segno continuo, all’infinito, si tradiscono come in un cardiogramma gli impulsi incontrollati di un ritmo interno che nelle sue precedenti pitture provocava nel fitto tessuto delle colature del colore zone improvvise di accumulo o di rarefazione, e un’infinità di piccole smagliature […]”.

Non arte cinetica dunque, o almeno non solo: c’è in essa una maggiore aderenza alla realtà, alla pelle, al cuore delle cose: i continui sono scritture su una superficie che è della stessa natura della realtà: come graffiti, come body artStima: 5.000€/7.000€.

Maria Lai, Pagina scritta, fotocopia e ricamo, 30×21.2, 1978 – Lotto n. 128 – da minervaauctions.com
Maria Lai, Pagina scritta, fotocopia e ricamo, 30x21.2, 1978
Maria Lai, Pagina scritta, fotocopia e ricamo, 30×21.2, 1978 – Lotto n. 128 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Maria Lai è stata una artista sarda, nata ad Ulassai nel 1919, la cui opera è finalmente e meritatamente all’attenzione della critica e del mercato.

La Lai studia al Liceo Artistico di Roma ed in seguito è allieva di Arturo Martini all’Accademia di Belle Arti di Venezia fra il 1942 ed il 1945.

Nel dopoguerra torna a Roma ed inizia a disegnare: schizzi di donne concentrate sul proprio lavoro, dai profili essenziali, stese con colori piatti: è la vita che riparte dalla tradizione sarda, dai mestieri antichi (presenterà questi disegni nel 1957 alla Galleria L’Obelisco di Roma).

Negli anni ’50 intanto l’artista sarda intrattiene stretti e fecondi rapporti con Salvatore Cambosu, suo insegnante di Liceo, che a lei detta Miele Amaro, raccolta di leggende, miti, tradizioni sarde e racconti pubblicati da Valsecchi nel 1954: a questo testo l’artista dedicherà negli anni numerose opere che riporteranno quella tradizione in seno ai linguaggi visuali moderni.

Sono le opere degli anni ’70: telai, libri cuciti, fogli ricamati (lotto n. 128 “Pagina scritta”, proprio del 1978), le opere con le quali Maria Lai parteciperà alla Biennale di Venezia del 1978 nel contesto della sezione “Materializzazione del Linguaggio”, a cura di Mirella Bentivoglio: una collettiva di artiste che affronta il tema del rapporto tra segno e identità quale binomio dialettico imprescindibile nella conservazione di una memoria collettiva ed individuale fatta di gesti, attività, corpo, realtà. Stima: 3.000€/5.000€.

Edgardo Mannucci, Composizione con due figure, metallo rivestito in cera, 43x30x17, 1948/1950 – Lotto n. 130 – da minervaauctions.com
Edgardo Mannucci, Composizione con due figure, metallo rivestito in cera, 43x30x17, 1948/1950
Edgardo Mannucci, Composizione con due figure, metallo rivestito in cera, 43x30x17, 1948/1950 – Lotto n. 130 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Edgardo Mannucci nasce a Fabriano, in provincia di Ancona, nel 1904. Studia alla Scuola Professionale per la Lavorazione del Cemento. Dal 1927 è a Roma dove vive prima nello studio del compaesano Quirino Ruggeri e poi anche con Franco Gentilini.

Nei primi anni ’30 è attivo nell’ambiente culturale romano: conosce Giacomo Balla, Filippo Tommaso Marinetti, Corrado Cagli, Enrico Prampolini; ben presto (dal 1935) espone in numerose edizioni della Quadriennale Romana. Insegna, prima della guerra (partecipò alla Campagna d’Albania), al Liceo Artistico di Roma.

Nel primo dopoguerra Mannucci stringe amicizia con Alberto Burri e si avvicina al Gruppo Origine promosso da Mario Ballocco.

Nel Manifesto del 1951 il teorico ne descrive i presupposti anti-decorativi, che trovano nella materia magmatica dell’informale la possibilità per la codifica di un nuovo linguaggio che non viva solo d’immaginazione ma che renda, per così dire, ‘immaginifica’ la realtà: “Di fronte al percorso storico dell”astrattismo’, avvertito ormai come problema artistico risolto e concluso, sia nel suo atteggiamento di reazione nei confronti di qualunque figuratività contenutistica, sia come sviluppo secondo una direzione, nel complesso, sempre più orientata verso la compiacenza decorativa e, insomma, in senso manieristico, il Gruppo Origine intende […] riproporre il punto moralmente più valido delle esigenze ‘non-figurative’ dell’espressione.

In altri termini, nella rinunzia stessa ad una forma scopertamente tridimensionale; nella riduzione del colore alla sua funzione espressiva più semplice ma perentoria ed incisiva; nella evocazione di nuclei grafici, linearismi e immagini pure ed elementari, gli artisti del Gruppo esprimono la necessità stessa di una visione rigorosa, coerente, ricca di energia.

Ma, primamente, antidecorativa e, in tal modo, schiva da qualsiasi compiacente allusione ad una forma di espressione, che non sia quella di un raccoglimento umile ma concreto, proprio in quanto decisamente fondato sul significato spirituale del ‘momento di partenza’ e del suo umano riproporsi in seno alla coscienza dell’artista […]”.

La bella “Composizione con due figure” di Mannucci al lotto n. 130, collocabile fra il 1948 ed il 1950,  rivela questa vicinanza con le idee del gruppo romano, e se pur ancora legata in un certo qual modo alla figurazione, preannuncia i “linearismi” della fine degli anni ’50.

Nel 1956 e nel 1962 Mannucci sarà invitato alla Biennale di Venezia con sala personale. Altre sue presenze risalgono al 1972 ed al 1976. Stima: 1.500€/2.000€.

Guglielmo Janni, Natura morta con piatto d’argento, olio su tela applicata su tavola, 54.5×57, 1929 – Lotto n. 150 – da minervaauctions.com
Guglielmo Janni, Natura morta con piatto d’argento, olio su tela applicata su tavola, 54.5x57, 1929
Guglielmo Janni, Natura morta con piatto d’argento, olio su tela applicata su tavola, 54.5×57, 1929 – Lotto n. 150 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Nato a Roma nel 1892 Guglielmo Janni, oltre per il fatto di essere stato un ottimo pittore, è noto per gli studi condotti sul bisnonno Giuseppe Giacchino Belli con la stesura di una monumentale Biografia (redatta dopo l’abbandono della pittura nel 1937).

Di famiglia benestante, il giovane Guglielmo viene avviato a rigidi studi classici e poi, per il volere paterno, a quelli in giurisprudenza, interrotti per il sopraggiungere della guerra. Tuttavia, dopo il conflitto, cui partecipò combattendo sul Carso, Janni decise di seguire la passione per la pittura iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti, dove fu allievo di Giulio Bargellini, con il quale poi collaborò nell’ambito delle decorazioni pubbliche del Viminale, del ministero di Giustizia e delle Terme di Montecatini.

La pittura di Janni fino al 1928 è caratterizzata da un primitivismo monumentale, essenziale e purista ispirato alla pittura quattrocentesca. Nell’opera in asta al lotto n. 150 “Natura morta con piatto d’argento” del 1929 è evidente invece, oltre alla scelta atipica del tema, dimesso e prosaico (rispetto ai fino ad allora consueti temi religiosi), una ricerca di espressione e sensualità, quasi dai risvolti metafisici, che trova nella materia, nella saturazione del colore e nel tratto teso una forza compositiva che già preannuncia quei modi pagani di trattare la figura umana, in particolare i nudi maschili (che mostrano una evidente tensione omosessuale), cui l’artista darà vita nei primi anni ’30.

L’opera è un esempio precoce dell’adesione dell’artista ai modi del tonalismo romano: abbandonata la rigidità compositiva dei modelli prospettici rinascimentali, Janni accentua la plasticità delle forme attraverso i rapporti tonali, le sfumature, l’intensità dei colori.

Adattissima a descrivere questa opera la bella definizione di tonalismo data da Flavio Caroli in un suo scritto sulla pittura di Pietro Longhi: una pittura il cui oggetto è “quello che impasta, per concrezioni e penombre, la luce del mondo con la materia delle cose”. Stima: 4.000€/6.000€.

Carlo Mattioli, Albero, olio su tela, 100×78 – Lotto n. 174 – da minervaauctions.com
Carlo Mattioli, Albero, olio su tela, 100x78
Carlo Mattioli, Albero, olio su tela, 100×78 – Lotto n. 174 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Nativo di Modena (1911), Carlo Mattioli frequenta l’Istituto d’Arte a Parma. Nel 1940 è già alla sua prima Biennale di Venezia (vi sarà anche nel 1952, 1954, 1956 e nel 1962).

Nel corso degli anni ’30 Mattioli ha coltivato a Parma una frequentazione culturale di natura prettamente letteraria che avrà grande influenza nella sua pittura poetica e fitta d’intertestualità. Suoi amici sono Attilio Bertolucci, Mario Luzi, Oreste Macrì, Ugo Guanda.

Dagli anni ’60 i soggetti delle sue opere sono i più vari; al pari la sua tecnica pittorica subisce una costante evoluzione difficilmente classificabile: “nudi”, “ritratti”, “nature morte”, “notturni”, “campi di lavanda”, “campi di papaveri”, le “ginestre” e infine gli “alberi” (lotto n. 174).

Ogni opera però è collegata all’altra: Mattioli indaga l’esistenza; la composizione ci parla di solitudine, di confronto, scrutinio; è indagine dell’universale, dell’ignoto e dell’assoluto, della bellezza struggente della natura, ma è soprattutto conoscenza innata e contemplazione del divino che solo all’artista è riservata.

“Dove mi porti, mia arte? / in che remoto / deserto territorio / a un tratto mi sbalestri? / In che paradiso di salute, / di luce e libertà, / arte, per incantesimo mi scorti? / Mia? non è mia questa arte, / la pratico, la affino, / le apro le riserve / umane di dolore, / divine me ne appresta / lei di ardore / e di contemplazione / nei cieli in cui m’inoltro…” (da Mario Luzi, Lui, la sua arte in Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini, 1994). Stima: 7.000€/10.000€.

Antonio Ligabue, Fiori alla finestra, olio su tela, 60×40 – Lotto n. 175 – da minervaauctions.com
Antonio Ligabue, Fiori alla finestra, olio su tela, 60x40
Antonio Ligabue, Fiori alla finestra, olio su tela, 60×40 – Lotto n. 175 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Trapela tutta l’inquietudine che solo un artista come Antonio Ligabue sa comunicare attraverso l’apparente serenità d’interno dei “Fiori alla finestra” al lotto n. 175.

Pittore naïf dal grandissimo talento, nato a Zurigo nel 1899, dopo una infanzia ed una adolescenza difficile, nel 1928 in Italia Ligabue fu preso sotto l’ala protettrice di Renato Marino Mazzacurati, che gli insegnò la pittura ad olio: pratica che in qualche modo fu curativa per la sua personalità tormentata ed autolesionista.

Ligabue lo si poteva trovare a girovagare per le sponde le Pò, mentre parlava agli animali replicandone i versi, oppure su una delle sue undici moto (fu un grande estimatore della rinomata Moto Guzzi).

La morte e la violenza, la sopraffazione, silenziosa, mai giudicata, semplicemente constatata e insieme la vanitas delle cose sono i soggetti che Ligabue continuamente ripropone attraverso un ‘bestiario’ raffigurato in una condizione di perenne lotta per la sopravvivenza e la conquista di un momentaneo piacere: i confronti fra galli, il boa e la vedova nera che sconfiggono il leone, il leopardo che azzanna lo scimpanzé sono il culmine prima dell’evento finale; ma anche, come qui, più semplicemente, come soleva fare nei ritratti, la presenza di un insetto, la mosca, che destabilizza la prosaicità della composizione, introduce un elemento più sottile di tànatos che crepa l’apparenza contemplativa della composizione.

La mosca, simbolo di disfacimento e morte, ingigantita a tal punto che non sembra più essere attaccata alla tenda della finestra ma ferma e presente sulla superficie del quadro, ricorda come anche quei fiori appassiranno e che il tempo di persistenza di quel mondo alla finestra “[…] è più corto / spazio a l’eterno, ch’un muover di ciglia / al cerchio che più tardi in cielo è torto” (da Dante Alighieri, Inferno, Canto XI nelle parole di Oderisi da Gubbio a Dante sulla considerazione della fama). Stima: 20.000€/30.000€.

Antonio Sanfilippo, Modo di vedere, olio su tela, 60×73, 1955 – Lotto n. 201 – da minervaauctions.com
Antonio Sanfilippo, Modo di vedere, olio su tela, 60x73, 1955
Antonio Sanfilippo, Modo di vedere, olio su tela, 60×73, 1955 – Lotto n. 201 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Una pittura caratterizzata “dalla decisa tendenza ad impostare il dipinto su un piano di ricerche spaziali e dinamiche” come amava precisare l’artista trapanese Antonio Sanfilippo parlando delle sue opere.

Le opere segniche di Sanfilippo, come questa in asta al lotto 201 “Modo di vedere”, nascono proprio inseguendo quell’intenzione programmatica, in una continuazione personale e ideale della allora recente esperienza, maturata fra il 1947 ed il 1952, che fu la partecipazione al Gruppo romano Forma 1, avanguardia e portabandiera dell’astrattismo italiano.

Con Sanfilippo c’erano Achille Perilli, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Carla Accardi, Pietro Consagra, Ugo Attardi, Giulio Turcato e propugnavano come “[…] mezzi di espressione il colore, il disegno e le masse plastiche e come fine un’armonia di forma pura” (dal Manifesto del 15 marzo del 1947).

Ma, a conti fatti, fu proprio questa esigenza che non bastò: la pura forma non fu sufficiente a se stessa e il gruppo si sciolse: ciascuno di questi artisti volle fare i conti con la realtà e la propria sensibilità e dal 1951 ognuno seguì un proprio percorso artistico.

Il gesto libero e spontaneo di Sanfilippo fu la premessa, quasi fortuita, di un’arte che è una aggregazione musicale che crea ed è creata da simboli che prendono forma in uno spazio ‘sincreto’ diretta conseguenza del lavoro appassionato e non raziocinante dell’artista sulla superficie.

Una tensione di linee si aggrega e si disgrega; i colori trovano accordi fra forze che rappresentano tutto e niente: la musica dell’universo, la conformazione e il moto delle nubi, la struttura della nostra stessa materia. Stima: 15.000€/20.000€.

Alighiero Boetti, Alternando da uno a cento e viceversa, china e matita su carta, 150×100, 1978 – Lotto n. 204 – da minervaauctions.com
Alighiero Boetti, Alternando da uno a cento e viceversa, china e matita su carta, 150x100, 1978
Alighiero Boetti, Alternando da uno a cento e viceversa, china e matita su carta, 150×100, 1978 – Lotto n. 204 – Immagine da minervaauctions.com – Asta Minerva Auctions n. 149

Nell’ultima grande mostra tenutasi a Grenoble in Francia nel 1993 al Centre National d’Art Contemporain “Alternando da 1 a 100 e viceversa” Alighiero Boetti presenta una monumentale installazione di 50 tappeti kilim realizzati a Peshawar, in Pakistan che rappresentano un gioco combinatorio e geometrico basato sui quadrati bianchi e neri: al primo posto un quadrato bianco, poi due neri in uno bianco, poi tre bianchi in uno nero e così via fino ai novantanove dell’ultimo scomparto della scacchiera, con la presenza di un unico quadrato di colore opposto che suggerisce la possibilità del percorso inverso.

Da questa opera sono due gli elementi principali che emergono rispetto al lavoro dell’artista torinese, classe 1940, fra i massimi rappresentanti del movimento dell’arte povera italiana: da un lato la messa in discussione della paternità dell’opera e del concetto di autorialità; infatti, al pari delle “mappe” e degli “arazzi”, Boetti qui propone l’idea ma poi fa realizzare l’artefatto da altri; in secondo luogo il gusto per il gioco combinatorio e per la ‘mimesi’ della variabilità delle forme contemplabili nel reale: scrive Boetti nel 1974: “Il lavoro della Mappa ricamata è per me il massimo della bellezza. Per quel lavoro io non ho fatto niente, non ho scelto niente, nel senso che: il mondo è fatto com’è e non l’ho disegnato io, le bandiere sono quelle che sono e non le ho disegnate io, insomma non ho fatto niente assolutamente; quando emerge l’idea base, il concetto, tutto il resto non è da scegliere” (da Alighiero & Boetti, catalogo della mostra, a cura di Alberto Boatto e Guido Natti, 1984, Ravenna, Edizioni Essegi).

Arte povera dunque certo, poiché l’artista utilizza qui in fase progettuale china e matita, e poi tessitura; ma anche arte concettuale (nell’interpretazione del mondo e del ruolo degli umani raziocinanti e insieme nell’auto-ironia dell’autore e dell’opera), arte pop (nella ripetizione ed iterazione del segno e nel suo essere di tutti e fatta da tutti), arte minimale (nella semplicità e nel riduzionismo percettivo delle forme), insomma ‘arte totale’. Stima: 40.000€/60.000€.

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