Asta Pananti n. 129-III - Firenze, 14 Aprile 2018 - Arte Moderna e Contemporanea - Immagini courtesy www.pananti.com

La scultura protagonista con Pomodoro, Moschi e Maraini da Pananti (Asta n. 129-III)

L’asta n. 129-III di arte moderna e contemporanea della Casa d’Aste Pananti di Firenze si terrà in data 14 aprile 2018 alle ore 16.00. Segnaliamo tre sculture di un artista affermato quale Arnaldo Pomodoro al lotto n. 377 e quelle di due scultori storici ma un po’ dimenticati dal mercato come Mario Moschi (lotto n. 256) e Antonio Maraini (lotto n. 257). La TopTen di SenzaRiserva.

Mario Moschi, Madre con figlio, marmo, cm 48 – Lotto n. 256 – da pananti.com
Mario Moschi, Madre con figlio, marmo, cm 48
Mario Moschi, Madre con figlio, marmo, cm 48 – Lotto n. 256 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Scultore italiano nato a Lastra a Signa, in provincia di Firenze, nel 1896, Mario Moschi studia all’Accademia di Belle Arti di Firenze fra il 1911 ed il 1915 con Domenico Trentacoste, Emilio Zocchi ed Augusto Rivalta, scultori dai quali ereditò l’amore per le forme classiche.

Dopo un iniziale eclettismo fra espressionismo e verismo, negli anni ’20 lo stile di Moschi è già ben definito, tanto da essere invitato nel 1924 alla sua prima Biennale di Venezia: le opere dell’artista fiorentino mostrano una aderenza monumentale al modellato classico su cui l’artista risolve naturalmente l’ispirazione innata al reale attraverso un impianto architettonico misurato e armonioso che ne sublima il soggetto.

Nel primo dopoguerra l’artista si dedica soprattutto alla realizzazione di medaglie, attività in cui divenne maestro, e realizza, nel clima celebrativo del ‘ritorno all’ordine’, opere monumentali quali il “Monumento ai Caduti di Rifredi”, realizzato fra il 1925 ed il 1927 ed il “Monumento ai Caduti di Poggio a Caiano”, eseguito fra il 1928 ed il 1930. Attività urbana monumentale e arcaizzante che l’artista continua negli anni ’30 ottenendo numerosi riconoscimenti, come testimoniato dalla sua costante presenza alla Biennale fino al 1942.

Nel dopoguerra, nell’incipiente fermento dell’astrattismo e delle sperimentazioni delle avanguardie, Moschi rimase isolato e anzi ripropose una scultura ispirata ai modelli quattrocenteschi e cinquecenteschi.

L’opera in asta al lotto n. 256 “Madre con figlio” rappresenta appieno l’arte di Moschi: nell’armonia e nell’equilibrio ‘classico’ della composizione, nella levigatura carezzata del marmo, nel soggetto tenerissimo e realistico che l’artista aveva trattato precocemente, nel 1927, realizzando il gruppo scultoreo “Soldato con donna e bambino”, collocato in Piazza Dalmazia a Firenze: l’eroe-soldato in ginocchio, con l’arco teso, protegge madre e figlio accucciati dietro la sua schiena; opera ispirata all’analogo soggetto dello scultore francese Antoine Bourdelle, realizzato nel 1909. Stima: 3.000€/5.000€.

Antonio Maraini, Maternità, bronzo, 62×62.5 – Lotto n. 257 – da pananti.com
Antonio Maraini, Maternità, bronzo, 62x62.5
Antonio Maraini, Maternità, bronzo, 62×62.5 – Lotto n. 257 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Altra “maternità” nel bellissimo bronzo di Antonio Maraini al lotto n. 257. Nato a Roma nel 1886 da famiglia benestante Maraini seguì gli studi in giurisprudenza; coltivò l’interesse artistico da autodidatta, anche attraverso l’assidua frequentazione degli artisti ed intellettuali, in particolare lo scultore Giulio Bargellini, che frequentavano il salotto di famiglia.

Dallo scultore fiorentino il Maraini apprese il valore della essenzialità e linearità classica ma venne anche a conoscenza delle nuove tendenze espressioniste dei movimenti secessionisti. Nel 1912 fu già alla Biennale di Venezia.

Negli anni ’10 Maraini frequenta lo studio di Angelo Zanelli approfondendo una ricerca sulla scultura ottocentesca contaminata attraverso modelli di riferimento che vanno dal preraffaellismo, all’ammirazione per Rodin e per lo scultore croato Ivan Meštrovič, dal gusto architettonico di Cézanne fino all’espressività classica di uno scultore ammiratissimo quale Libero Andreotti.

Da queste premesse nascono, dopo il primo conflitto mondiale, cicli di opere a cui può essere ascritta questa in asta: sculture che descrivono un mondo intimo e familiare, rappresentato con un gusto insieme veristico e decorativo, spesso eseguite a bassorilievo alla ricerca di una integrazione con l’ambiente circostante e con un tratto forte e incidente che amplifica la resa drammatica dei personaggi all’interno di una composizione che mantiene un perfetto equilibrio geometrico.

Alcuni esempi comparabili sono le opere “Intimità” (1919), “Bacio” del 1920, conservata a Lima, presso il Museo d’arte italiana, il “Bimbo svenuto” del 1921 nella collezione Maraini di Firenze. Stima: 4.000€/6.000€.

Ottone Rosai, Figure al tavolo, olio su tavola, 72×56.5, 1948 – Lotto n. 263 – da pananti.com
Ottone Rosai, Figure al tavolo, olio su tavola, 72x56.5, 1948
Ottone Rosai, Figure al tavolo, olio su tavola, 72×56.5, 1948 – Lotto n. 263 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

“Gli uomini… furono sempre i miei bersagli preferiti e fino a quando non ho potuto dimostrare la tragedia della loro presenza sulla terra per mezzo di un pezzo di matita, mi son divertito a pigliarli a sassate” (da Alessandro Parronchi, “Rosai disegnatore”, in Ottone Rosai. Catalogo generale dei disegni 1906 -1957, Edizioni Galleria Pananti, Firenze 1998).

E che cosa sono le pennellate selvagge e violente, tanto da poter vedere sulla superficie le tracce delle setole dei pennelli, dell’artista fiorentino Ottone Rosai (1895 – 1957) se non “sassate” verso un mondo ed una umanità tragica e incomprensibile, abbrutita e di schiena ai tavoli (lotto n. 263 “Figure al tavolo”), afasica, ingobbita, oppure stretta in un vicolo cittadino di cui non si vede la fine, o recintata da un paesaggio che è un muro di silenzio; presente anche quando assente: negli edifici quieti e ciechi dalle persiane sprangate.

Espulso giovanissimo dall’Accademia di Belle Arti di Firenze, Rosai vive da autodidatta la stagione in cui Firenze, negli anni ’20, era un fermento di modernità: dai futuristi di “Lacerba” alla frequentazione degli intellettuali delle Giubbe Rosse. Populista, anticlericale, interventista, antiborghese, Rosai affianca una ‘fiorentinità’ antica, umanitaria, ideale e reale, che va da Masaccio e Beato Angelico a una contemporaneità fatta di contrasti e contraddizioni e rappresentata alla Cézanne.

Nel 1922 il suicidio del padre, la guerra, le speranze deluse dell’autoritarismo mussoliniano e, da qui, la sua arte tutt’altro che eroica, monumentale verso gli sconfitti di una città amata e odiata “addormentata, pidocchiosa e cenciosa” che non è solo Firenze ma una condizione universale. Stima: 22.000€/26.000€.

Giuseppe Migneco, Donna e limoni, olio su tela, 92×62, anni ’60 – Lotto n. 273 – da pananti.com
Giuseppe Migneco, Donna e limoni, olio su tela, 92x62, anni ’60
Giuseppe Migneco, Donna e limoni, olio su tela, 92×62, anni ’60 – Lotto n. 273 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Artista messinese, classe 1908, Giuseppe Migneco visse la sua gioventù a Milano, negli anni ’20, dove fu in contatto con artisti ed intellettuali quali Beniamino Joppolo, Aligi Sassu, Raffaele De Grada e Renato Birolli.

Alla fine degli anni ’30 è nelle fila di “Corrente” (dall’omonima rivista “Corrente di vita giovanile”), fondata nel 1938 a Milano da Ernesto Treccani e pubblicata fino al 1940; il movimento fu propugnatore di un anti-novecentismo attento alla lezione impressionista e post-impressionista, nonché a quella delle avanguardie neo-cubiste ed espressioniste. Migneco partecipò a entrambe le due mostre promosse dal gruppo, nel 1939 al Palazzo della Permanente e nel 1940.

Gran parte del movimento, dopo la fine della seconda guerra mondiale, confluirà nel realismo moderno del”Fronte Nuovo delle Arti”.

Dalla fine degli anni ’40 per Migneco arrivano i riconoscimenti. Il suo stile inconfondibile, che guarda da un lato a Van Gogh e dall’altro a Kokoschka, dove protagonisti sono pescatori, contadini, popolani, pastori che raccontano di una vita arcaica e primitiva, arriva alla Biennale Di Venezia del 1948; ci sarà ancora nel 1950, 1952, 1954 e infine nel 1958 con sala personale.

L’opera in asta al lotto n. 273 “Donna e limoni” ha ancora tutta la forza della pittura matura di Migneco che qui si esprime in una composizione dove la figura è colta in una vista frontale, muscolare, eroica, quasi tribale e totemica di immersione totale e panica dell’uomo con la natura, eseguita con grandissima forza espressiva. Stima: 8.000€/9.000€.

Bruno Ceccobelli, Camminate guardando il sole?, tecnica mista su tavola, 117×88 – Lotto n. 329 – da pananti.com
Bruno Ceccobelli, Camminate guardando il sole?, tecnica mista su tavola, 117x88
Bruno Ceccobelli, Camminate guardando il sole?, tecnica mista su tavola, 117×88 – Lotto n. 329 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Nato in provincia di Todi nel 1952 Bruno Ceccobelli si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma con Toti Scialoja.

Interessato alle filosofie orientali, alla cabala e all’alchimia, negli anni ’70 l’artista trova la sua collocazione nell’ambito della cosiddetta Scuola di San Lorenzo, un gruppo di artisti che lavorano negli spazi dell’ex Pastificio Cerere (con lui Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio Di Stefano, Piero Pizzi Cannella, Marco Tirelli).

Il gruppo, nelle parole di Marco Tirelli, ha raccolto l’eredità di Toti Scialoja, che ne è in un certo senso la musa ispiratrice, ed ha per obiettivo comune “un’ idea del lavoro che tocca la profondità delle cose, il pensare al lavoro con una visione poetica non solo dell’ arte ma del mondo” (da Roberto Gramiccia, La Nuova Scuola Romana, I sei artisti di via degli Ausoni, Editori Riuniti, 2005).

La ricerca dei membri della Scuola Romana fu consacrata nel 1984 dal critico Achille Bonito Oliva nella mostra Ateliers e, nel 1984 e poi nel 1986, Ceccobelli fu invitato alla Biennale di Venezia nelle sezioni “Aperto ’84” ed “Arte e Alchimia ’86″.

Certamente la ricerca dell’Officina Romana di San Lorenzo, proseguita presto individualmente dai singoli componenti, ha dei punti di tangenza con analoghe ‘correnti’ di quegli anni, su tutte l’Arte Povera e la Transavanguardia. Da un lato infatti si guarda all’uso di materiali quotidiani e di recupero, dall’altro si ‘includono’ nella pittura astrazione e figurazione, prestando però un’attenzione all’umano più empatica, sentita come un po’ troppo indiretta nella prima e tradizionalista, ‘citazionistica’ nella seconda.

Per quanto criptici e simbolici, gli stilemi, le figure, gli inserti lignei, ferrei e quant’altro Ceccobelli utilizzi per rappresentare l”idea’ rimandano immediatamente ad un ‘essere qui’, ad un partecipare con gli altri ad una passeggiata esistenziale in cui ci si chieda “Camminate guardando il sole?” (lotto n. 329). Stima: 3.500€/5.500€.

Luca Pignatelli, Schermi, colori acrilici, polvere di alluminio e corda su telone ferroviario, 171×146 – Lotto n. 343 – da pananti.com
Luca Pignatelli, Schermi, colori acrilici, polvere di alluminio e corda su telone ferroviario, 171x146
Luca Pignatelli, Schermi, colori acrilici, polvere di alluminio e corda su telone ferroviario, 171×146 – Lotto n. 343 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Gli “Schermi” (lotto n. 343) di Luca Pignatelli sono un modo per rievocare, riappropriarsi di una appartenenza al passato e alla storia attraverso il quale l’artista milanese è riuscito a dare nuovo senso al fare arte figurativa contemporanea.

Nato a Milano il 22 giugno del 1962, Pignatelli studia alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Al 1987 risale la prima personale presso la Galleria milanese Antonia Jannone dove l’artista espone paesaggi ‘architettonici’ in cui già si intuisce la futura evoluzione di un discorso poetico fatto di connessioni e accordi spazio-temporali.

Attraverso soggetti e materiali Pignatelli dà vita ad una indagine archeologica e poetica: come in questo caso, sui grandi teloni di copertura dei vagoni ferroviari, trovano un proscenio immagini mitiche: siano le torri di New York, le statue romane, le anfore greche, le locomotive stesse, i bombardieri delle guerre mondiali, le potenti raffigurazioni di Pignatelli vengono decontestualizzate dal passato per acquisire un nuovo contesto, in modo che, come schermi appunto, oggetti ormai privi di significato se lo restituiscano l’un l’altro.

In questa bellissima opera il numero del vagone di copertura sul copertone ferroviario segna l’attimo di un viaggio verticale nella memoria che lascia spazio all’istante di una storia insieme ciclica, orizzontale e circolare dell’eterna battaglia cui tutti partecipiamo, e che possiamo quasi ‘prendere per le briglie’ del cavallo bianco che s’impenna di fronte allo scudo nemico semplicemente afferrando la corda che da questi invade il nostre mondo. Stima: 15.000€/20.000€.

Piero Dorazio, Di luglio II, olio su tela, 75×60, 1983 – Lotto n. 353 – da pananti.com
Piero Dorazio, Di luglio II, olio su tela, 75x60, 1983
Piero Dorazio, Di luglio II, olio su tela, 75×60, 1983 – Lotto n. 353 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Artista romano (1927-2015), protagonista assoluto dell’affermazione dell’arte astratta italiana nel secondo dopoguerra, Piero Dorazio è stato nel 1947 fra i firmatari del Manifesto del Gruppo Forma 1 con Carla Accardi, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Ugo Attardi, Pietro Consagra e Giulio Turcato.

Quello di questi artisti è un messaggio originale soprattutto sul piano del significante; si cerca un rinnovamento della sintassi, della lingua stessa, una rinascita sulla cenere dei valori del conflitto mondiale che avvenga anche attraverso un’estetica (della forma, del colore) che sia tutt’uno con la riscoperta della realtà.

Nel 1951 Dorazio partecipa alla costituzione della Fondazione Origine, gruppo nato per iniziativa di Mario Ballocco, che ha proprio nel nome la sua missione. Ne fanno parte con Ballocco e Dorazio, Giuseppe Capogrossi ed Ettore Colla. In quest’ambito Dorazio, con Colla, curerà la pubblicazione della rivista “Arti Visive”.

Nel corso degli anni ’50 Dorazio matura un astrattismo convinto che ha come espressione precipua la ricerca di una energia psichica, biologica, cosmica e universale che l’artista trasmette attraverso la luce: giocando infatti sulla linea e sulla scomposizione, sovrapposizione e percezione del colore Dorazio crea uno ‘spazio’ all’interno di una superficie: è di fatto uno spazio continuo e introspettivo della realtà, che cattura l’astante nelle tre dimensioni, come nei celebri “reticoli” realizzati nel secondo quinquennio degli anni ’50.

Nei primi anni ottanta (anno di esecuzione dell’opera in asta al lotto n. 353 “Di luglio II”) partecipa alla storica mostra presso il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, espone in numerosi musei e gallerie americane ed alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

“Un pittore vive in mezzo ai suoi colori come il musicista, il quale non si separa mai dai suoi suoni, tutti e due pensano continuamente ad organizzarli e a scoprirne le combinazioni e gli aspetti più segreti e più improbabili. In solitudine, essi provano e poi provano ancora per vedere e sentire, se mettendo insieme gli elementi del loro linguaggio, ne risulterà un’opera compiuta”. (da Piero Dorazio, L’œil écoute, 1986). Stima: 15.000€/20.000€.

Emilio Scanavino, Storia in due tempi, olio su tela, 96×128, 1982 – Lotto n. 369 – da pananti.com
Emilio Scanavino, Storia in due tempi, olio su tela, 96x128, 1982
Emilio Scanavino, Storia in due tempi, olio su tela, 96×128, 1982 – Lotto n. 369 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Bellissima tela monocroma dell’artista ligure Emilio Scanavino (1922-1986), di buone dimensioni e grande qualità, nonostante la datazione un po’ tarda, al lotto n. 369 “Storia in due tempi”.

Bella poiché l’artista riesce a comunicare tutti gli aspetti storici della sua pittura: quello informale dello spazio-tempo spazialista nel cui ambito ‘germina’ l’arte di Scanavino negli anni ’50; quello geometrico e razionalizzante, di supporto alla precedente, che divide la tela in due ‘scene’ che si svolgono in sequenza, nel tentativo di dare un ordine ad una lotta fra l’organico e il siderale che l’artista prova a definire e regolare; poi, naturalmente, la declinazione segnica del racconto attraverso quei “nodi” e quelle “legature” che sono la cifra distintiva dell’artista ligure e che contengono o lasciano fuoriuscire, aprono o suturano; tengono, lasciano o contorcono.

E poi quel mondo surreale zoomorfo che popola l’immaginario esistenziale del pittore, inseguito sempre da creature inquietanti, da una visione bellissima di un mondo pericoloso e letale visto con l’occhio lucidissimo di chi, attraverso barlumi di ragione, sembra per un attimo poterlo contemplare, indenne, dall’esterno. Stima: 30.000€/40.000€.

Arnaldo Pomodoro, Piramide, bronzo, cm 70, es. p.a., 1987 – Lotto n. 377 – da pananti.com
Arnaldo Pomodoro, Piramide, bronzo, cm 70, es. p.a., 1987
Arnaldo Pomodoro, Piramide, bronzo, cm 70, es. p.a., 1987 – Lotto n. 377 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Nato a Morciano di Romagna nel 1926, Arnaldo Pomodoro trascorre l’infanzia a Orciano nelle Marche, l’adolescenza a Rimini dove frequenta l’Istituto tecnico. Nel dopoguerra studia alla Facoltà di Economia e Commercio e intanto frequenta i corsi dell’Istituto d’Arte di Pesaro. Lavora al Genio Civile fino al 1954 quando si trasferisce a Milano per dedicarsi, con il fratello Giò, all’attività artistica. Qui entra in contatto con Fontana, Baj, Dangelo, e conosce di prima mano lo spazialismo ed il movimento nucleare.

Le prime personali sono di quell’anno, alla Galleria Numero di Firenze e poi alla Galleria Montenapoleone di Milano. Nel 1956 Pomodoro è alla Biennale di Venezia con le prime opere di scultura dall’impronta ancora vicina all’informale.

La svolta arriva nei primi anni ’60 con l’adesione al Gruppo Continuità (Bemporad, Fontana, Giulio Carlo Argan, Dorazio, Novelli, Consagra, Perilli, Turcato fra gli altri), gruppo che prova e trova un superamento dell’oggettualità conclusa dell’informale: “il solo criterio compositivo nelle nostre opere sarà quello non implicante una scelta di elementi eterogenei e finiti che, posti in uno spazio finito, istantaneamente determinano l’elaborato al punto di togliergli irrimediabilmente la possibilità di qualsiasi ulteriore sviluppo […]. Ma, il solo che, attraverso il possesso di un’entità elementare, linea, ritmo indefinitamente ripetibile, superficie monocroma, sia necessario per dare alle opere stesse concretezza di infinito e possa subire la coniugazione del tempo, sola dimensione concepibile, metro e giustificazione della nostra esigenza spirituale” dichiara un testo fondamentale sul gruppo redatto da Enrico Castellani (in Enrico Castellani Continuità e nuovo, in “Azimuth”).

Su questi principi si muoverà la scultura di Pomodoro, animata da uno spirito geometrico che elegge le forme semplici: le sfere, i cilindri le “piramidi” (lotto n. 377) a portatrici di un messaggio universale, a strumenti di dialogo perfettamente integrati e anzi continuazione dello spazio, in un linguaggio fatto di segmenti, simboli musicali che si rivelano dall’interno, quasi parto di brecce che l’artista scava nella realtà e che articolano una voce finalmente ordinata, chiara e armoniosa.

Con queste opere l’artista è alla Biennale del 1964 con sala personale. Stima: 60.000€/80.000€.

Pippo Rizzo, Vele al vento, olio su tela, 70×88, 1925 – Lotto n. 383 – da pananti.com
Pippo Rizzo, Vele al vento, olio su tela, 70x88, 1925
Pippo Rizzo, Vele al vento, olio su tela, 70×88, 1925 – Lotto n. 383 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 129-III

Un giovanissimo Pippo Rizzo (Corleone, 1897), a soli 28 anni, dipinge le “Vele al vento” al lotto n. 383.

A 18 anni ha conseguito il diploma al Regio Istituto di Belle Arti di Palermo. Al contempo ha conosciuto Filippo Tommaso Marinetti e nel 1919 soggiorna a Roma dove viene a contatto con il gruppo futurista (fra gli altri Giacomo Balla, Gerardo Dottori, Enrico Prampolini).

Tornato in Sicilia, nel 1925, anno di esecuzione dell’opera in asta, Rizzo crea la “Casa d’Arte futurista Pippo Rizzo”, attiva soprattutto nella produzione di oggetti d’arredamento, con l’intenzione di diffondere la cultura futurista nell’isola.

Nello stesso anno Rizzo presenta le proprie opere alla “Mostra d’Arte Primaverile siciliana”, tenutasi a Palermo nel maggio del 1925. Per l’occasione Balla scrive a Rizzo una cartolina di congratulazioni dove si legge “FUTURCARISSIMO RIZZO, LETTO SUCCESSO MOSTRA BRAVO BRAVISSIMIIIII AVANTISSIMIIII ANCORA QUALCHE ANNO DI LOTTA POI VINCEREMOOOOO. SALUTISSIMI A TUTTI I FUTURISTI. FUTURISSIMO BALLA” (riprodotta in Pippo Rizzo. Opera grafica, Catalogo della mostra, Associazione culturale Nuvole, Palermo 1997, p. 12).

L’opera in asta è una testimonianza significativa della pittura futurista di Rizzo che valorizza soprattutto le geometrie essenziali e l’approccio sintetico alla raffigurazione della realtà e rivela insieme l’audacia nell’uso espressionista del colore che suscitò scalpore nei provinciali ambienti culturali siciliani.

Un anno dopo, nel 1926, Rizzo parteciperà alla sua prima Biennale veneziana, in pieno clima futurista. Nel 1927 organizza la Mostra Nazionale Futurista per cui riceve gli elogi di Marinetti. Ma l’infatuazione avrà vita breve, tanto che nel 1930, Rizzo già diserterà la sala futurista per presentare opere di stampo monumentale, arcaizzante e neovecentista di gusto Sarfattiano. Stima: 29.000€/35.000€.

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