Asta Pandolfini n. 258 - 11 Giugno 2018 - Milano, Arte Moderna e Contemporanea - Immagini da pandolfini.it

Le visioni di Turi Simeti, Agostino Bonalumi e Ivo Pannaggi da Pandolfini (Asta n. 258)

Si terrà l’11 giugno 2018 presso il Centro Svizzero di Via Palestro 2 a Milano l’Asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 258 della Casa d’Aste Pandolfini. Segnaliamo la piccola opera di un artista da riscoprire, il piccolo Ivo Pannaggi al lotto n.  77 e le due belle e datate opere di Agostino Bonalumi e Turi Simeti rispettivamente ai lotti n. 93 e n. 102. La TopTen di SenzaRiserva.

Xavier Bueno, Ritratto di fanciulla, tecnica mista su tela, 45×54, anni ’60 – Lotto n. 22 – da pandolfini.it
Xavier Bueno, Ritratto di fanciulla, tecnica mista su tela, 45x54, anni 60
Xavier Bueno, Ritratto di fanciulla, tecnica mista su tela, 45×54, anni ’60 – Lotto n. 22 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Opera intensa del pittore di origini spagnole Xavier Bueno, degli anni ’60, al lotto n. 22 “Ritratto di fanciulla”.

Arrivato in Italia, a Firenze, con il fratello Antonio, nel 1940, Xavier fu fra i protagonisti, fra il 1947 ed il 1949, del gruppo dei Pittori Moderni della Realtà con il fratello minore, Pietro Annigoni ed il pittore di origine armena Gregorio Sciltian.

Il Gruppo ebbe vita breve, durò solo due anni, per le diverse visioni artistiche soprattutto dei due fratelli; Antonio infatti era insofferente all’autorità del fratello maggiore, maestro d’arte, ed allo stesso tempo desideroso di sperimentazioni artistiche che lo condussero in seguito dalla neometafisica alla poesia visiva.

“Non ci interessa né ci commuove una pittura cosiddetta ‘astratta’ e ‘pura’ che, figlia di una società in sfacelo, si è vuotata di qualsiasi contenuto umano ripiegandosi su se stessa, nella vana speranza di trovare in sé la sua sostanza.

Noi rinneghiamo tutta la pittura contemporanea dal postimpressionismo a oggi, considerandola l’espressione dell’epoca del falso progresso e il riflesso della pericolosa minaccia che incombe sull’umanità.

Noi riaffermiamo invece quei valori spirituali e più precisamente morali senza i quali fare opera di pittura diventa il più sterile degli esercizi. Noi vogliamo una pittura morale nella sua più intima essenza, nel suo stile stesso, una pittura che in uno dei momenti più cupi della storia umana sia impregnata di quella fede nell’uomo e nei suoi destini, che fece la grandezza dell’arte nei tempi passati.

Noi ricreiamo l’arte dell’illusione della realtà, eterno e antichissimo seme delle arti figurative.

Noi non ci prestiamo ad alcun ritorno, noi continuiamo semplicemente a svolgere la missione della vera pittura. Immagine di un sentimento universale, noi vogliamo una pittura capita da molti e non da pochi ‘raffinati’ […]” (dall’opuscolo che venne diffuso in occasione della prima mostra ufficiale del gruppo, tenutasi a Milano, alla galleria de ‘L’Illustrazione Italiana’, nel novembre del 1947).

Non ci sono parole migliori per descrivere l’arte di Xavier a partire dalla fine degli anni ’50, quella del ‘ciclo dei fanciulli’, che se è lontana dal realismo dei pittori moderni della realtà, tuttavia non rinnega mai la figura, anzi si fa sempre più interprete, in modi espressionisti e poetici, di quell'”immagine di un sentimento universale” vagheggiata nel Manifesto del Gruppo. Stima: 3.500€/7.000€.

Luciano Ventrone, Natura morta, olio su tela, 90×110, 1992 – Lotto n. 28 – da pandolfini.it
Luciano Ventrone, Natura morta, olio su tela, 90x110, 1992
Luciano Ventrone, Natura morta, olio su tela, 90×110, 1992 – Lotto n. 28 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Come non restare affascinati dall’iperrealismo di Luciano Ventrone al lotto n. 28 “Natura morta”.

Nato a Roma nel 1942 Ventrone studia al Liceo Artistico, poi alla Facoltà di Architettura.

“I dipinti di Luciano Ventrone conducono ad uno stato d’animo di pura contemplazione nello spettatore; sono lavori di grandissima abilità tecnica e di bellezza estetica senza eguali.

Sebbene l’autore ammetta una forte affinità con il lavoro di Caravaggio, Ventrone non si considera un artista realista in senso tradizionale. Ventrone dipinge oggetti reali, ma per mezzo dell’utilizzo di certe tecniche contemporanee nel contesto del processo creativo, gli oggetti dipinti sono trasportati in uno spazio metafisico, un contesto iperreale.

Quello che si vede nella pittura di Ventrone non è reale poiché non è quello che vedremmo ad occhio nudo. Si vede di più. Ventrone ci mostra le cose con più pienezza e chiarezza: tutto è a fuoco, ogni particolare può essere osservato. Ci permette di vedere ogni macchia, ammirare ogni incurvatura nella carne di ogni pezzo di frutta o  nella forma di una donna nuda. Posto di fronte a uno sfondo monocromo bianco, grigio o nero, il soggetto si accende da ogni punto di vista […].

Così, quello che Ventrone, svela è, nelle sue parole, un ‘mondo parallelo’, un universo che condivide lo stesso punto di partenza ma rappresenta una linea evolutiva diversa dalla nostra” (da Edward Lucie-Smith, Luciano Ventrone, Albemarle Gallery, catalogo della mostra, p. 5). Stima: 10.000€/18.000€.

Carmelo Cappello, Composizione, bronzo, 75x62x12, 1963 – Lotto n. 30 – da pandolfini.it
Carmelo Cappello, Composizione, bronzo, 75x62x12, 1963
Carmelo Cappello, Composizione, bronzo, 75x62x12, 1963 – Lotto n. 30 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Carmelo Cappello, artista nato a Ragusa nel 1912, è stato uno scultore di grande valore, purtroppo non ancora degnamente riconosciuto dalla critica né dal mercato.

Basti pensare che è stato invitato ad edizioni storiche della Biennale di Venezia: nel 1940, nel 1948, 1950, 1952, 1954, nel 1958 con sala personale; alla Quadriennale di Roma (nel 1939, 1943, 1947, 1955, 1965, 1973, 1986) ed a quelle della Triennale di Milano (nel 1951, 1954, 1957).

Cappello nel dopoguerra non partecipa alla diatriba fra figurazione e astrazione; non innova nei materiali cercando facili scappatoie per una una effettiva riformulazione e svecchiamento del linguaggio artistico scultoreo; non cede alle suasioni percettive pur secondariamente presenti nei materiali di riflesso utilizzati.

Cappello lavora il metallo, il bronzo; poi sarà la volta dell’acciaio. Riflette sulla forma, la linea, i rapporti ambientali di un fare che è un ‘incidere’ il mondo. E così facendo che l’artista trova una sintesi naturale fa opera e realtà.

“Le immagini di Cappello sorgono continuamente nuove dal colorato susseguirsi e intrecciarsi della visione, della consapevolezza e della sensibilità. Realtà e irrealtà si fondono, e l’inclinazione delle soluzioni verso l’astrattismo è sempre più forte […]

Perché le sculture di Cappello [lotto n. 30 ‘Composizione’] trovino la loro giusta risonanza, è necessario che siano esposte all’aperto. Gli uomini-uccelli, nella loro stranezza, possono manifestare solo all’aperto la loro natura, poiché è all’aperto che questa statue si compenetrano di luce, perdono il loro peso materiale, rendono precaria la loro stabilità” (dal testo di Herta Wescher in Carmelo Cappello, Milano, Schwarz Editore, Artisti Contemporanei, 1958). Stima: 6.000€/10.000€.

Piero Dorazio, Tondo Doni II, olio su tela, diametro 110 cm, 1990 – Lotto n. 32 – da pandolfini.it
Piero Dorazio, Tondo Doni II, olio su tela, diametro 110 cm, 1990
Piero Dorazio, Tondo Doni II, olio su tela, diametro 110 cm, 1990 – Lotto n. 32 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Bella e grande opera di Piero Dorazio al lotto n. 32 “Doni II” realizzata dall’artista romano nel 1990 e caratterizzata dall’evidente citazione al michelangiolesco Tondo Doni, conservato alla Galleria degli Uffizi.

Nato a Roma nel 1927 Piero Dorazio è stato uno dei protagonisti dell’affermazione dell’arte astratta in Italia nel dopoguerra. Fra il 1945 ed il 1946 è ancora fra gli animatori del Gruppo Arte Sociale, mentre conclude gli studi in Architettura. Nel 1947 firma il Manifesto del Gruppo Forma 1 con Pietro Consagra, Achille Perilli, Ugo Attardi, Mino Guerrini, Giulio Turcato, Antonio Sanfilippo.

Nel 1953 Dorazio redige il testo La fantasia dell’arte nella vita moderna, opuscolo programmatico alla base di tutte le successive ricerche astratte sulla luce, sulla forma e sul colore dell’artista romano.

“[…] L’opera d’arte moderna è un oggetto che contiene tutto questo complesso fermento umano, dove il passato più lontano affiora nella memoria e si compone con l’incertezza del futuro.

Il linguaggio dell’arte contemporanea è una realtà concreta in sé stesso e non è conseguenza dell’interpretazione di una realtà pre-esistente. Il realismo è oggi nel tentativo di inserire la poesia dello spirito e la crudeltà della materia della nostra epoca, nel continuo sviluppo delle relazioni umane; coordinando tutte le componenti dinamiche della nostra cultura nella costante tessitura di quella che sarà la struttura di una civiltà universale”. Stima: 13.000€/20.000€.

Ivo Pannaggi, Composizione astratta prospettica, tempera e matita su cartoncino, 33×25, 1927 – Lotto n. 77 – da pandolfini.it
Ivo Pannaggi, Composizione astratta prospettica, tempera e matita su cartoncino, 33x25, 1927
Ivo Pannaggi, Composizione astratta prospettica, tempera e matita su cartoncino, 33×25, 1927 – Lotto n. 77 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Ivo Pannaggi nasce nel 1901 a Macerata. Compie studi classici ma ben presto si interessa di pittura. Nel 1919 alla Casa d’Arte Bragaglia di Roma riceve il plauso di Giacomo Balla e Filippo Tommaso Marinetti per due opere futuriste.

Nel 1922 Pannaggi redige il Manifesto dell’Arte Meccanica Futurista con Enrico Prampolini e Vinicio Paladini. Il testo viene pubblicato sulla rivista futurista “La nuova Lacerba” il 20 giugno.

“Oggi è la MACCHINA che distingue la nostra epoca. Pulegge e volani, bulloni e ciminiere, tutto l’acciaio pulito ed il grasso odorante […]. Ecco dove ci sentiamo irresistibilmente attirati. Non più nudi, paesaggi figure, simbolismi per quanto futuristi, ma l’ansare delle locomotive, l’urlare delle sirene, le ruote dentate, i pignoni e tutto quel senso meccanico NETTO DECISO che è l’atmosfera della nostra sensibilità. Gl’ingranaggi purificano i nostri occhi dalla nebbia e dall’indeciso, tutto è più tagliente, deciso, aristocratico, distinto. Sentiamo meccanicamente e ci sentiamo costruiti in acciaio, anche noi macchine, anche noi meccanizzati dall’atmosfera. La bellezza dei bei carri da trasporto ed il godimento tipografico delle iscrizioni reclamistiche solide e voluminose, il tremolare sconquassato di un CAMION, l’architettura fantastica di una grue, gli acciai lucidi e freddi. Ed è questa la nuova necessità, la nuova estetica […]”.

Nel 1925 Pannaggi partecipò all’Esposizione futurista di Torino. Nel 1926 fu alla XV Biennale di Venezia esponendo nella Mostra del futurismo italiano organizzata da Marinetti nel Padiglione sovietico. Le sue opere, le prime non figurative italiane, furono notate dalla critica che ne segnalò l’innovatività.

In quegli anni Pannaggi si dedicò alacremente all’attività di scenografo e meccanista teatrale. Nel 1927, anno di realizzazione dell’opera in asta al lotto n. 77 “Composizione astratta prospettica” fu alla Deutsche Theater-Ausstellung di Magdeburgo dove presentò i bozzetti teatrali e la sceneggiatura per un film di architetture meccaniche. Stima: 4.000€/6.000€.

Agostino Bonalumi, Superficie blu, tela estroflessa e smalto, 100×81, 1973 – Lotto n. 93 – da pandolfini.it
Agostino Bonalumi, Superficie blu, tela estroflessa e smalto, 100x81, 1973
Agostino Bonalumi, Superficie blu, tela estroflessa e smalto, 100×81, 1973 – Lotto n. 93 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Nato nel 1935 a Vimercate, Agostino Bonalumi è stato un artista autodidatta fra i protagonisti della stagione dell’estroflessione italiana, cioè di quella tecnica, dai risvolti ottici, ambientali, spaziali, concettuali che segnò il rinnovamento del linguaggio visuale nella Milano degli anni ’60.

Nel 1958 infatti lo troviamo ad esporre con Piero Manzoni ed Enrico Castellani alla Galleria Pater di Milano. Nel 1966 sarà invitato alla Biennale di Venezia dove tornerà nel 1970 con sala personale.

“Ogni cosa è arte se sfugge alla banalità. Lo sono un paracarro, un telefono in una stanza, ma solo se conferiscono senso al mondo” affermava Bonalumi in un articolo apparso sul Corriere della Sera del 20 febbraio 2014; e continuava “sarebbe a darsi – quando opera d’arte – estetica e visualità, sensorialità e pensiero che astrae, razionalità e apparenza, e installazioni (ma andava bene anche allestimento)” riprendendo indirettamente e idealmente il ‘discorso’ che gli artisti del Gruppo Azimut hanno portato avanti in quella fervente stagione artistica.

Manzoni, Agnetti, Castellani, Fontana stesso creavano happening, avvenimenti che celebravano l’uomo in quanto essere pensante, individuavano il ruolo dell’arte quale medium fra la scienza, l’espressione più alta del raziocinio umano, e il mondo, fra tensione ideale e realtà concreta. Tutte intenzioni espresse nella forza strutturale e concettuale di questa bellissima opera al lotto n. 93 “Superficie blu” del 1973, che sembra aprirsi a un taglio, ma non netto come quello fontaniano, anzi carico di sofferenza come un busto contratto, vivo passione per il mondo e bellezza come in un parto. Stima: 30.000€/60.000€.

Turi Simeti, Ovale grigio, smalto e acrilico su tela sagomata, 90×90, 1973 – Lotto n. 102 – da pandolfini.it
Turi Simeti: Ovale grigio, smalto e acrilico su tela sagomata, 90x90, 1973
Turi Simeti, Ovale grigio, smalto e acrilico su tela sagomata, 90×90, 1973 – Lotto n. 102 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Originario di Alcamo, in Sicilia, dove nasce nel 1929, Turi Simeti è avviato agli studi in Legge, ma già alla fine degli anni ’50 è a Roma. Nella capitale frequenta gli artisti della Scuola di Piazza del Popolo oltre a Giulio Turcato e Alberto Burri; quest’ultimo avrà grande influenza sulla sua pittura.

I primi “Ovali” di Simeti datano all’inizio degli anni ’60 e risentono certamente dell’influenza materica di Burri. Tuttavia la scelta di campo di Simeti sarà a favore di un’arte contemplativa, celeste più che terrestre, percettiva più che sensibile.

Paolo Scheggi, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, i protagonisti del Gruppo milanese Azimut, saranno i suoi compagni di viaggio: ‘colleghi’ d’estroflessione, di un novello patto fra arte e scienza che consentisse di ricostruire, di aprire alla possibilità di un mondo nuovo.

Nel 1968, nel contesto di una mostra alla Galleria Cadario di Roma, le opere di Simeti, con gli ovali estroflessi, vengono collocate a terra orizzontalmente, e non attaccate alle pareti: l’opera diviene paesaggio, ambiente idealmente abitabile, realmente e diversamente percettibile a 360 gradi.

“[…] Se comunque si passa subito, dal 1965 in avanti, alla tela sagomata dopo un esperienza in cui gli ovali erano incollati sulla tela, è proprio perché l’artista siciliano punta subito alla qualità minimale dell’opera.

La ripetizione modulare non fa per lui, anche se certamente nel tempo la sua lenta sperimentazione lo ha portato a moltiplicare gli ovali fino al numero di sei in una sorta di sequenza dialogica.

Ma agli inizi e per molti anni ha sempre proposto una sola forma che emergendo dall’interno del quadro, spingendo la tela dal di dentro, determina un rapporto intenso e variabile con la luce ambitale, ma anche un senso di attesa per qualcosa che può accadere, per una tensione che si può sciogliere o restare tale, come in affetti accade.

Turi Simeti è fedele ad un progetto iniziale che lo colloca certamente tra chi ha vissuto l’atmosfera dello Spazialismo milanese” (da Turi Simeti, volume realizzato in occasione della mostra di Turi Simeti La forma del silenzio 27 maggio – 26 giugno 2008 Prato, Armanda Gori casa d’arte, a cura di Valerio Dehò, pp. 16-20). Stima: 10.000€/30.000€.

Pier Paolo Calzolari, Sale, tecnica mista su cartone, 70×100, 1969 – Lotto n. 110 – da pandolfini.it
Pier Paolo Calzolari, Sale, tecnica mista su cartone, 70x100, 1969
Pier Paolo Calzolari, Sale, tecnica mista su cartone, 70×100, 1969 – Lotto n. 110 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Ha solo ventisei anni l’artista bolognese Pier Paolo Calzolari quando realizza quest’opera al lotto n. 110 “Sale”, e si può dire che ha da pochissimo formulato un proprio linguaggio espressivo originale.

Nel 1965, dopo gli studi veneziani, Calzolari è tornato a Bologna dove ha aperto uno studio in Palazzo Bentivoglio. Lo studio diviene una vera e propria fucina creativa, frequentato da artisti e scrittori affermati.

Calzolari lavora intanto ad installazioni concettuali che cercano il coinvolgimento del pubblico con la finalità, per dirla con le sue parole, di dar vita ad una “attivazione dello spazio”.

Nel 1967 l’artista si sposta ad Urbino. Intanto viaggia fra New York, Parigi e Berlino e codifica un linguaggio costituito da stilemi vicini all’operare dell’arte povera. L’artista utilizza materiali elementari quali  il fuoco, il piombo, il tabacco, il ghiaccio, lo stagno, il sale, il muschio e ne crea installazioni dove il movimento ed i processi ‘energetici’ sono i principali protagonisti dell’opera: combustioni, ‘ghiacciamenti’, luci al neon costituiscono micro-ambienti di cui Calzolari osserva in modo auto-riflessivo le nascite, le morti, le ceneri, le resistenze, i ritorni.

Uno scritto di Calzolari, redatto nel 1968, dal titolo “La casa ideale” viene spesso citato come testo di riferimento del movimento torinese dell’arte povera.

Ma nel ‘movimento’ fisico Calzolari trova finalmente la tanto cercata soluzione, la trova in un’arte che deve “determinare incontri” aldilà di una unilaterale rappresentazione: “osservavo in che modi la luce colpisse i balconi di marmo e ho cercato di rappresentarla. […] Pensavo di essere abbastanza bravo ma avevo sempre lo stesso problema. Non appena il quadro era finito la luce era completamente diversa. Rincorrevo qualcosa che era in continuo cambiamento”. Stima: 12.000€/18.000€.

JirÍ Kolář, Senza titolo, tecnica mista e collage su tavola, 40×30, anni 80 – Lotto n. 144 – da pandolfini.it
Jiri Kolar, Senza titolo, tecnica mista e collage su tavola, 40x30, anni 80
Jiri Kolar, Senza titolo, tecnica mista e collage su tavola, 40×30, anni 80 – Lotto n. 144 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Nato nel 1914 a Protivín in Boemia del Sud, di famiglia umile, Jirí Kolář è fin da giovanissimo attratto dal fascino della carta stampata e si interessa di tipografia.

Per mantenersi il giovane fa i lavori più umili: cameriere, operaio, muratore, falegname, quest’ultima attività che tornerà nel suo lavoro di artista.

Nel 1942 Kolář, insieme al critico Jindřich Chalupecký, allo scultore Ladislav Zívr, al pittore František Hudeček, ai poeti Ivan Blatný, Jiřina Hauková, Josef Kainar fonda il “Gruppo 42”, il primo gruppo boemo a introdurre una ricerca fondata sul dialogo poesia e pittura.

Vere e proprie poesie saranno le sue opere, fitte di intertestualità e reinterpretazioni culturali. Elaborazioni che l’artista ceco svolge con un particolare linguaggio basato sulla tecnica del collage, disciplina che Kolář rinnova declinandola e codificandola in addirittura 108 procedure nel suo “Dizionario dei metodi”: dai rollage ai frottage, ai chiasmage, fino agli intercollage.

L’opera in asta al lotto n. 144 “Senza titolo”, unisce varie di queste tecniche: l’anaforica ripetizione delle listelle lineari della figurazione che aprono all’evocazione e alla rarefazione la composizione fotografica barocca, rendendola simbolica e assoluta; il chiasmage dei testi sullo sfondo, secondo il tipico procedere dell’artista ceco che in questo modo rende atomiche le lettere e le parole trasformandole in elementi costitutivi e fondanti del reale; l’applicazione della carta astronomica che traspone il significante sul piano del concettuale. Stima: 2.000€/5.000€.

Medhat Shafik, Notti di oriente, olio su tela, 50×70, anni 90 – Lotto n. 151 – da pandolfini.it
Medhat Shafik, Notti di oriente, olio su tela, 50x70, anni 90
Medhat Shafik, Notti di oriente, olio su tela, 50×70, anni 90 – Lotto n. 151 – Immagine da pandolfini.it – Asta Pandolfini n. 258

Medhat Shafik è un artista nato in Egitto nel 1956. Studia all’Accademia di Belle Arti del Cairo. Dal 1976 vive e lavora in Italia dove frequenta i corsi all’Accademia di Brera.

Suggestioni e colori della sua cultura orientale si coniugano, nella sua pittura, con modalità esecutive tipicamente occidentali, che ricordano l’informale e lo spazialismo veneziano del dopoguerra, mantenendo tuttavia un richiamo figurale forte ad una realtà evocata e in qualche modo afferrabile.

Alla Biennale di Venezia del 1995, di cui è protagonista assieme a due connazionali, ha vinto il Leone d’Oro alle Nazioni. Negli stessi anni ha esposti in importanti spazi pubblici in Italia ed all’estero e nel 1998 una sua personale a Le Mans, in Francia, nel Centro Culturale L’Espal, è stata presentata da Pierre Restany. Più recentemente ha esposto alla Fondazione Stelline a Milano (2011).

La materia e il colore sono certamente gli elementi che colpiscono immediatamente nell’opera dell’artista egiziano, come in questa in asta al lotto n. 151 “Notti di oriente”.

Materia e colore che vengono stesi con abbondanza e preziosità, in una gestualità sognante che restringe il campo dell’azione a quello della memoria, che trattiene e controlla, che lega la visione ad una introspezione che guarda lontano, a un orizzonte rarefatto e vitale di tracce umane.

Opera che ricorda, in certe soluzioni, un altro artista milanese d’adozione, nativo dell’Albania, Ibrahim Kodra, in particolare quello della fase informale degli anni ’50 e ’60. Stima: 3.000€/6.000€.

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