Asta Wannenes 7 Giugno 2018 (n. 249) - Milano, Arte Moderna e Contemporanea - Immagini da wannenesgroup.com

Realismo magico e non solo nella prossima asta Wannenes Art Auction (Asta n. 249)

L’Asta n. 249 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa D’Aste Wannenes Group di Milano si terrà in data 7 giugno 2018 alle ore 19.00 presso Open Care, Sala Carroponte in Via G. Piranesi 10, in tornata unica (lotti 201-463). Segnaliamo le tre stupende opere di alcuni protagonisti del realismo magico italiano: il “nudo” di Ubaldo Oppi al lotto n. 205, la natura morta di Antonio Donghi al lotto n. 214 ed il “ritratto di Fanciulla” di Cagnaccio di San Pietro, artista da riscoprire, al lotto n. 218. La TopTen di SenzaRiserva.

Ubaldo Oppi, Nudo alla finestra, olio su faesite, 70×47, 1927/1928 – Lotto n. 205 – da wannenesgroup.com
Ubaldo Oppi, Nudo alla finestra, olio su faesite, 70x47, 1927/1928
Ubaldo Oppi, Nudo alla finestra, olio su faesite, 70×47, 1927/1928 – Lotto n. 205 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

Fra i maggiori esponenti del realismo magico, Ubaldo Oppi è stato, nel 1922, uno dei fondatori del movimento artistico Novecento, teorizzato dalla critica d’arte Margherita Sarfatti.

Nato a Bologna nel 1889, Oppi si forma da autodidatta viaggiando per l’Europa nel primo decennio del ’900. Nel 1906 conosce Klimt a Vienna e partecipa al clima della secessione viennese; poi è in Germania, Russia, Venezia, nel 1911 a Parigi.

Da queste esperienze Oppi mutua l’abilità artistica della partecipazione sofferta al soggetto. La sua pittura degli anni ’10 ha infatti per tema i poveri, i derelitti, i sofferenti, gli operai: un’umanità afflitta, macilenta ed emaciata che Oppi rappresenta nelle tonalità del blu, con una certa consonanza al periodo blu di Picasso. Tale tendenza, nelle sue opere, si accentua con la partecipazione al conflitto mondiale e poi con la prigionia a Mauthausen.

È alla fine della guerra, a partire dal 1919, che il linguaggio di Oppi si rasserena, diviene aristocratico, e si risolve in un paesaggismo naturalistico, al dire il vero giaà sperimentato negli anni giovanili, nel quale Oppi aveva cercato rifugio.

Al Salon des Independants, nel 1921, Oppi viene celebrato per la sua oggettività classica in consonanza con quel ritorno all’ordine e quella riscoperta dei valori plastici che caratterizza la cultura visuale europea negli anni ’20. Una oggettività che si immerge nelle atmosfere limpide e chirurgiche della “nuova oggettività” tedesca ma che conserva un umanesimo attento ai valori umani tipici della nostra cultura rinascimentale.

È come se Oppi, uscito segnato dall’esperienza della guerra, risolva il suo esistenzialismo drammatico in atto di coraggio e rinascita, teso alla scoperta di un “nuovo uomo”, un uomo quasi metafisico ma che vive in virtù di una linfa che ridà cuore, anima, respiro alle forme statuarie e auree di una perfetta convivenza panica e universale. L’artista supera sublimandolo, in opere come questa in asta al lotto n. 205 “Nudo alla finestra”, quello stile “duro come un coltello” (Grosz) tipico della Nuova Oggettività tedesca. Stima: 4.000€/6.000€.

Antonio Donghi, Vaso di fiori, olio su tela, 50×40, 1936 – Lotto n. 214 – da wannenesgroup.com
Antonio Donghi, Vaso di fiori, olio su tela, 50x40, 1936
Antonio Donghi, Vaso di fiori, olio su tela, 50×40, 1936 – Lotto n. 214 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

“Il compito più urgente del secolo ventesimo sarà la ricostruzione del tempo e dello spazio […] Unico strumento del nostro lavoro sarà l’immaginazione. Occorre reimparare l’arte di costruire, per inventare miti freschi onde possa scaturire la nuova atmosfera di cui abbiamo bisogno per respirare […]. Il mondo immaginario si verserà in perpetuo a fecondare e arricchire il mondo reale. Perché non per niente l’arte del Novecento avrà fatto lo sforzo di ricostruire e mettere in fase un mondo reale esterno all’uomo. Lo scopo è di imparare a dominarlo, fino a poterne sconvolgere a piacere le leggi”.

Così scrive il teorico del realismo magico, Massimo Bontempelli, nel 1926, nel programma di ricostruzione dell’arte del XX secolo, sulle pagine della rivista da lui fondata “’900. Quaderni d’Italia e d’Europa”.

La pittura di Antonio Donghi, romano, classe 1897, rappresenta a pieno quest’ansia di rinnovamento espressa da Bontempelli.

Diplomatosi al Regio Istituto di Belle Arti nel 1916, Donghi esordisce nei primi anni ’20 nel segno di un’arte che si rifà ai principi classici e ai valori plastici riscoperti nel dopoguerra, nel clima del ritorno all’ordine.

Donghi partecipa alle mostre di Novecento italiano e ben presto ottiene riconoscimenti anche internazionali che lo porteranno ad esporre a New York nel 1928 ed alla Biennale di Venezia, dove tornerà nel 1930.

Nel 1936, anno di esecuzione della raffinatissima natura morta al lotto n. 214 “Vaso di fiori”, gli viene conferita una docenza presso la Regia Accademia di Belle arti e liceo artistico di Roma.

Nelle sue opere, ai temi consueti di saltimbanchi, personaggi e ballerine alterna in questi anni una prolifica produzione di paesaggi, che crea durante i numerosi viaggi.

A questa produzione l’artista affianca sempre la realizzazione di nature morte con fiori e frutta, nelle quali attraverso la stilizzazione delle forme e la semplificazione dei volumi, Donghi crea un’atmosfera sospesa, appunto un nuovo tempo e un nuovo spazio, che apre a quel processo mitopietico e magico vagheggiato da Bontempelli, fatto di colore e luce. Stima: 40.000€/50.000€.

Cagnaccio di San Pietro, Ritratto di bambina (Liliana), olio su masonite, 40×29, 1940 – Lotto n. 218 – da wannenesgroup.com
Cagnaccio di San Pietro, Ritratto di bambina (Liliana), olio su masonite, 40x29, 1940
Cagnaccio di San Pietro, Ritratto di bambina (Liliana), olio su masonite, 40×29, 1940 – Lotto n. 218 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

Nato nel 1897 e cresciuto nell’isola di San Pietro in Volta nella laguna veneziana, Cagnaccio di San Pietro (al secolo Natale Bentivoglio Scarpa) si forma all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Fino ai primi anni ’20 il suo linguaggio pittorico è assimilabile alle sperimentazioni futuriste, cui aderisce fin dal 1911.

Mimesi della realtà ed emozione saranno le due costanti della sua pittura a partire dalla sua prima Biennale di Venezia, quella del 1922, cui partecipa con la bellissima opera “La tempesta” realizzata nel 1920.

I bambini (lotto n. 218 “Ritratto di bambina, Liliana”), le nature morte, la quotidianità e l’umanità sono i temi preferiti di Cagnaccio, che pur nella monumentalità della rappresentazione, strania i personaggi, li spinge all’estremo come trattenuti in leggerissime smorfie di dolore, ammiccanti a una sofferenza di complicità che si scontra con un mondo cristallizzato, rarefatto ma intimamente minaccioso.

Nelle sue composizioni dal perfetto equilibrio volumetrico e architettonico, ispirate all’amato quattrocento, Cagnaccio non celebra mai, semmai riprende di tre quarti, leggermente dall’alto, scavando dentro, e constata; constata una condizione esistenziale.

Fra il 1937 e il 1938 Cagnaccio di San Pietro soggiorna a Genova. Rientrato a Venezia viene ricoverato all’ospedale del Mare del Lido tra il 1940 e il 1941, negli stessi anni in cui realizza questa stupenda opera in asta. Stima: 8.000€/12.000€.

Gino Severini, Peches sur papier verte, olio su tela, 38×55, 1949 – Lotto n. 221 – da wannenesgroup.com
Gino Severini, Peches sur papier verte, olio su tela, 38x55, 1949
Gino Severini, Peches sur papier verte, olio su tela, 38×55, 1949 – Lotto n. 221 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

Gino Severini è stato uno degli artisti italiani che ha partecipato con i grandissimi d’oltralpe, fra cui Picasso e Braque, di cui fu amico, alla nascita del cubismo.

Nato nel 1883 a Cortona, nel 1906 è a Parigi con Giacoma Balla, da cui impara le tecniche divisioniste. Nel 1910 firma il Manifesto della pittura futurista di Marinetti con Giacomo Balla e Umberto Boccioni.

Negli anni ’10 la pittura di Severini è definita “cubofuturismo”:  l’artista combina a composizioni realizzate secondo le regole della prospettiva e attraverso un’abile connubio volumetrico fatto di trasparenze, luce e colore, elementi in moto come le caleidoscopiche ballerine e le figure della commedia dell’arte, che danno vita a sensazioni ed emozioni subliminali giocate sull’impressione, il rimando, il dinamismo, l’associazione.

Opere che condurranno Severini ad ottenere il gran premio per la pittura alla Biennale di Venezia del 1935 dopo un decennio, gli anni ’20, di avvicinamento alla pittura classica e monumentale, di ambito novecentesco, declinata da Severini in senso religioso, attraverso il mosaico e l’affresco.

A dopo la seconda guerra mondiale datano le opere come questa in asta al lotto n. 221 “Peches sur papier verte”, quando Severini riprende il cubofuturismo degli inizi e lo reinterpreta in maniera rassicurante e tuttavia moderna, come in questa bella natura morta.

“Nella pittura moderna siamo ripartiti andando a cercare Balla e Severini” ha scritto Piero Dorazio riguardo a quegli anni in cui si afferma l’avanguardia astratta italiana. Stima: 15.000€/25.000€.

Nuvolo, Senza titolo, tela cucita a macchina, 50×70.5, 1959 – Lotto n. 246 – da wannenesgroup.com
Nuvolo, Senza titolo, tela cucita a macchina, 50x70.5, 1959
Nuvolo, Senza titolo, tela cucita a macchina, 50×70.5, 1959 – Lotto n. 246 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

È attraverso una macchina da cucire a pedale, di marca Vigorelli, ricevuta in dote dalla moglie, che Nuvolo realizza il ciclo cui appartiene l’opera in asta al lotto n. 246 “Cucita a macchina”, riferibile al quadriennio 1958-1962.

Nuvolo prosegue con questo ciclo quello precedente degli “scacchi” andando a realizzare campiture astratte attraverso la sovrapposizione di brandelli di stoffe dalla forma quadrangolare.

I materiali utilizzati sono tuttavia i più vari e di recupero: velluto, cotone, fustagno, camoscio, batik. Nuvolo è un vero e proprio “rigattiere” che anticipa le soluzioni dell’arte povera portando il quotidiano all’interno dell’opera, anzi facendone opera.

Nato a Città di Castello nel 1926, Giorgio Ascani, in arte Nuvolo, impara il mestiere nel laboratorio grafico di famiglia, prima di recarsi a Roma nel 1949 dove collabora nello studio del conterraneo Alberto Burri.

Nel 1952 realizza le prime “serotipie”, collage serigrafici eseguiti al telaio. Nel 1955 espone nella prima personale alla Galleria romana Le Carrozze con introduzione dell’amico e poeta Emilio Villa.

Nuvolo è un precursore originalissimo dei tempi, che già all’inizio degli anni ’50 compie il superamento dell’informale attraverso il richiamo alle tecniche industriali, non solo evocate, ma portate nello spazio della pittura.

L’informale, il decorativismo astratto, la figura trovano una risignificazione direttamente nel vissuto e nel reale, conferendo un nuovo ruolo all’artista. Stima: 26.000€/32.000€.

Agenore Fabbri, Lacerazioni, tempera su legno, 260x120x12, 1960 – Lotto n. 247 – da wannenesgroup.com
Agenore Fabbri, Lacerazioni, tempera su legno, 260x120x12, 1960
Agenore Fabbri, Lacerazioni, tempera su legno, 260x120x12, 1960 – Lotto n. 247 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

Un’opera monumentale e potente come questa in asta al lotto n. 247 “Lacerazione” può essere capita solo nel contesto della fine degli anni ’50, quando il pistoiese Agenore Fabbri  (Quarrata, 1911 – Savona, 1998), ceramista e scultore prima che pittore, partecipa a quelle nuove idee di superamento dell’informale che si aprono ad una spazialità al confine con il concettuale.

Fabbri, fra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, è fra i protagonisti della stagione di Albisola con Lucio Fontana e Piero Manzoni.

Ed è nel corso degli anni ’50 che la scultura dell’artista pistoiese passa da una rappresentazioni ferina e primordiale, di lotta, informe, espressionista, nucleare, fra uomo e animale, ad una ‘atomizzazione’ della materia che perde il riferimento figurale per aprirsi a “[…] erosioni e scheggiature di una materia che è ormai – come predicava Fontana – in perenne movimento ma la cui presenza immanente e brutale, da ‘organismo vivente’, viene riscattata in un’immagine strutturata e in un discorso pittorico, oltre che plastico. Questa l’insuperata lezione di Alberto Burri, raccolta dagli artisti di tutto il mondo” come ha benissimo scritto Sara Fontana in L’altro Novecento della Scultura, catalogo della mostra tenutasi a Milano nell’Aprile e Maggio 2015 presso lo Studio d’Arte del Lauro Arte Moderna e Contemporanea, p. 8, a proposito di una scultura in bronzo con lo stesso titolo, realizzata da Fabbri nello stesso anno.

Il 1960, anno di realizzazione dell’opera in asta, rappresenta d’altra parte e probabilmente per Fabbri uno degli anni più ricchi di affermazioni, al culmine di un riconoscimento della critica che gli concede nuovamente la sala personale alla Biennale di Venezia, come già successo nel 1952. Stima: 20.000€/30.000€.

Jiri Kolar, Quattro – Ritratto, tela emulsionata, 136×100, 1969 – Lotto n. 308 – da wannenesgroup.com
Jiri Kolar, Quattro - Ritratto, tela emulsionata, 136x100, 1969
Jiří Kolář, Quattro – Ritratto, tela emulsionata, 136×100, 1969 – Lotto n. 308 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

Opera importante dell’artista ceco Jiří Kolář al lotto n. 308 “Quattro – Ritratto”, collage di tele emulsionate, esposta alla XXXV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia nel 1970.

Nato nella Repubblica ceca nel 1914 Kolář è stato artista, pittore, scrittore e poeta.

Tra il 1959 ed il 1961, scrisse le sue “Poesie in silenzio” riprendendo le sperimentazioni sulla poesia non verbale e approfondendo quel rapporto fra senso e aspetto, significante e significato già iniziato da poeti quali Stéphane Mallarmé e Guillaume Apollinaire.

Intanto pubblica altri libri di poesia e dal 1960 ha iniziato un lavoro sistematico sul collage, di cui codifica tantissime tecniche fra cui il froissage, il chiasmage, l’autocollage che realizza anche su oggetti in legno in qualità di ottimo falegname, attività esercitata nel periodo giovanile.

Comincia ad esporre in tutto il mondo. Nel 1959 ha vinto la Biennale di San Paolo in Brasile. Nel 1975, dopo una grave malattia, espone al Guggenheim Museum di New York.

Quelle visuali di Kolář sono di fatto “poesie evidenti”, giocate manualmente sulle stesse figure retoriche con cui si rendono ‘belle’ le parole: l’anafora, la ripetizione, il chiasmo, la metonimia, la sineddoche; le leve cioè umane con cui il senso diventa sensazione, la parola poesia, l’opera opera d’arte. Stima: 10.000€/15.000€.

Salvo, Tricolore, Incisione dipinta su marmo, 20×30, 1971 – Lotto n. 319 – da wannenesgroup.com
Salvo, Tricolore, Incisione dipinta su marmo, 20x30, 1971
Salvo, Tricolore, Incisione dipinta su marmo, 20×30, 1971 – Lotto n. 319 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

Nato a Leonforte in Sicilia nel 1947 Salvatore Mangione, detto Salvo, è stato uno dei protagonisti, negli anni ’70, dell’arte povera di quella Torino in cui si trasferisce a soli 9 anni e dove ha sempre vissuto.

Della fine degli anni ’60 i primi lavori in cui emergono le tematiche di ricerca concettuale tipiche del suo linguaggio: l’auto-narcisismo e l’indagine sul ruolo dell’artista, il rapporto con la memoria ed il passato culturale.

Nel 1970, stesso anno di realizzazione dell’opera in asta al lotto n. 319 “Tricolore”, presenta alla Galleria Sperone di Torino una serie di 12 autoritratti in cui inserisce  il proprio volto su immagini prelevate dai giornali.

Al contempo Salvo crea lapidi in marmo su cui sono incise parole o frasi, come questa in asta. Sopra vi incide il proprio nome oppure frasi quali “Idiota”, “Respirare il padre”, “Io sono il migliore”: bisticci fra parola e mezzo, contraddizioni, giochi che cercano di svelare o meglio ‘far avvertire’ idiosincrasie connaturate all’essere uomini e artisti.

La parola stessa “Salvo” assume questo significato: un “salvo” non salvo poiché tumulato, una firma d’artista vivente sul sepolcro di se stesso, un’opera “salva” dall’essere umano Salvo temporale. E poi il tricolore ironico di un’appartenenza divenuta eterna separazione.

Tutti temi che ricorrono nelle opere di Salvatore Mangione, anche nelle opere figurative e arcaizzanti che l’artista dipinge dagli anni ’80. Stima: 15.000€/20.000€.

Arcangelo, Notte di grano e di nuvole basse, carbone e acrilico su tela, 225×351, 1992 – Lotto n. 374 – da wannenesgroup.com
Arcangelo, Notte di grano e di nuvole basse, carbone e acrilico su tela, 225x351, 1992
Arcangelo, Notte di grano e di nuvole basse, carbone e acrilico su tela, 225×351, 1992 – Lotto n. 374 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

Nato ad Avellino nel 1956, Arcangelo (al secolo Arcangelo Esposito) si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma nel 1980. Ha partecipato alle Quadriennali di Roma del 1986 e del 1996. Nel 1999 ha vinto il XXXIX premio Suzzara.

La ricerca di Arcangelo si colloca da un lato nel recupero figurale della Transavanguardia negli anni ’80, dall’altro però è eccentrica rispetto ad essa, approfondendo di più una aspetto poveristico che ha radici nella storia personale dell’artista.

La pittura di Arcangelo però, rispetto al concettualismo dell’arte povera e all’oggettualizzazione, riparte prima di tutto dall’umanizzazione della pittura: una pratica che si fa con le mani, la terra, col corpo; una attività di sopravvivenza vicina al primordialismo delle culture rupestri.

Non c’è ironia, dissacrazione nell’arte di Arcangelo, ma solo una spasmodica ricerca, nella grande dimensione, di raffigurare un mondo; un desiderio di trovare il proprio posto e la giusta collocazione; di spiegare, meravigliati, l’universo, come si fa stesi su un prato, respirando a pieni polmoni, dopo una corsa forsennata, con i pantaloni sporchi del carbone rimasto di un fuoco che abbiamo acceso e con cui abbiamo cucinato il cibo di cui ci siamo pasciuti. In una “Notte di grano e di nuvole basse” (lotto n. 374). Stima: 5.000€/7.000€.

Jannis Kounellis, Untitled, Lamina d’acciaio e tela di sacco, 100×70, 2015 – Lotto n. 389 – da wannenesgroup.com
Jannis Kounellis, Untitled, Lamina d’acciaio e tela di sacco, 100x70, 2015
Jannis Kounellis, Untitled, Lamina d’acciaio e tela di sacco, 100×70, 2015 – Lotto n. 389 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 249

Un’opera realizzata da Jannis Kounellis a soli due anni dalla morte, avvenuta nel 2017, questa in asta al lotto n. 389 “Untitled”; e tuttavia un’opera di incredibile forza e impatto visuale, in cui si riassume tutto il percorso di questo straordinario artista.

Un percorso compiuto nell’ambito dell’arte povera e concettuale, e segnato dai temi della sofferenza, della violenza, del decadimento, della morte, della sopraffazione.

Nato in Grecia nel Pireo nel 1936 Kounellis si trasferisce giovanissimo a Roma, dove studia all’Accademia di Belle Arti con Toti Scialoja.

Dopo una prima fase espressionista negli anni ’60 Kounellis dipinge segnali neri su sfondo bianco, provando una nuova formulazione del linguaggio che però non risponde alla sua indole vitale ed emozionale.

Nel 1969 con la celebre installazione alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini sono i cavalli vivi ad entrare in galleria. Poi sarà la volta del fuoco, delle porte aperte e chiuse, dei cavalli imbalsamati, a sottolineare le contraddizioni di un mondo che è predatore e preda di se stesso e tuttavia ricettacolo di una energia che l’artista sa temporaneamente tenere a bada, prima dell’esplosione, anticipando o seguendo il dramma, che rimane sempre evocato, catturato con timore, intravisto con desiderio. Come in questa riuscitissima opera al lotto in asta. Stima: 55.000€/75.000€.

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