Asta Wannenes n. 233 – 23 Novembre 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 233 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa D’Aste Wannenes Group di Milano si terrà in data 23 novembre 2017 alle ore 19.00 presso Open Care, Sala Carroponte in Via G. Piranesi 10, 20137 Milano. La TopTen di SenzaRiserva.

Massimo Campigli, Donne al tavolino, olio su tela, 54×38, 1953 – Lotto n. 32 – Immagine da wannenesgroup.com
Massimo Campigli, Donne al tavolino, olio su tela, 54x38, 1953
Massimo Campigli, Donne al tavolino, olio su tela, 54×38, 1953 – Lotto n. 32 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

La figura femminile è sicuramente uno dei soggetti cardine della pittura di Massimo Campigli, al secolo Max Ihlenfeldt, nato a Berlino nel 1895 da ragazza madre di famiglia benestante.

Per evitare lo scandalo la madre e le sorelle si trasferiscono a Settignano, a Firenze, dove Max viene allevato dalla madre e dalla nonna materna. Dal 1909 è a Milano al seguito della zia Anna che scopre, con grande turbamento che lo segnerà per sempre, essere sua madre. Lavora intanto al Corriere della Sera, conosce i futuristi Balla e Boccioni. Dal 1919 è corrispondente da Parigi; qui gli si rivela la vocazione per la pittura che esercita di notte, da autodidatta, in uno “studio matto e disperatissimo”.

Nel 1922 il mercante di Picasso Léonce Rosenberg gli acquista due quadri. Nel 1923 tiene la prima personale alla Galleria Bragaglia di Roma. Dal 1927 Campigli si dedica esclusivamente alla pittura. Nel 1928 fa parte del Gruppo degli Italiens de Paris con Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Filippo De Pisis, René Paresce, Gino Severini e Mario Tozzi nel clima di ricerca metafisica, di recupero dei valori plastici e del ritorno all’ordine. Le opere di Campigli antecedenti al 1928 mostrano un rigoroso impianto compositivo e monumentale in cui le figure, spessissimo femminili, sono caratterizzate da una perentoreità scultorea dal gusto rinascimentale e dalla cupezza sironiana, di cui l’artista però non è soddisfatto.

Solo in quell’anno la frequentazione del Louvre e la scoperta dell’arte egizia al Museo di Villa Giulia a Roma saranno di ispirazione per la formulazione del suo particolarissimo linguaggio maturo, fatto di donnine stilizzate, dalla forma a clessidra, rigide come bambole, in ogni situazione fuori, oltre il tempo e quasi costrette ad esserlo.

Si tratta di figure che guardano fisse negli occhi, che non partecipano a ciò che stanno vivendo: ne sono o rese vittime o estraniate dall’autore, quasi in un tentativo autobiografico di riappropriazione. Che siano al bar (lotto n. 32 “Donne al tavolino”), che suonino al piano, che si divertano al gioco del ‘diabolo’ sono consapevolmente ma inevitabilmente distratte, intente a prestare attenzione a Max Ihlenfeldt. Una metafisica non più universale ma individuale. Stima: 10.000€/15.000€.

Giorgio De Chirico, Testa di cavallo, olio su tela, 50×40, 1960 – Lotto n. 37 – da wannenesgroup.com
Giorgio De Chirico, Testa di cavallo, olio su tela, 50x40, 1960
Giorgio De Chirico, Testa di cavallo, olio su tela, 50×40, 1960 – Lotto n. 37 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

Nato in Grecia nel 1888 Giorgio De Chirico è universalmente noto per essere il padre della Pittura Metafisica. La scoperta avviene, come lui stesso racconta, a Firenze, durante gli studi all’Accademia di Belle Arti, su una panchina di Piazza Santa Croce, contemplando la facciata della chiesa.

Negli anni ’10 realizzerà le celebri “piazze d’Italia” e i “manichini”, opere che riprende e rielabora, in un processo continuo di ‘replica’, ‘eterno ritorno’ e scavo di significati fino agli anni ’50.

È allora che la sua pittura cambia: l’artista dipinge scene barocche con cavalli e cavalieri in battaglia (lotto n. 37 “Testa di Cavallo”), paesaggi e vedute di Venezia, autoritratti (celebre l'”Autoritratto con corazza” del 1948), nature morte. Oltre e riprendere la pittura del Seicento, con i toni eccessivi ma anche imperscrutabili e ‘misteriosi’ che segnano il secolo delle contraddizioni, evidenti sono anche gli stilemi che De Chirico mutua e cita dai pittori romantici amati in gioventù: Böcklin, Klinger, Courbet.

L’indagine di De Chirico anche in questi anni resta di fatto metafisica, ma l’autore umanizza i soggetti e gli oggetti, passando dalla ricerca del noumeno per contemplazione estetica a quella della sensualità della vista e dei sensi; guardando meno all’artificio e più alla vita, alla bellezza complicata dell’essere e del toccare. Stima: 35.000€/55.000€.

George Eielson, Composizione, olio e sabbia su tela, 100×102, 1961 – Lotto n. 51 – da wannenesgroup.com
George Eielson, Composizione, olio e sabbia su tela, 100x102, 1961
George Eielson, Composizione, olio e sabbia su tela, 100×102, 1961 – Lotto n. 51 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

Jorge Eduardo Eielson nasce a Lima in Perù nel 1924 da padre svedese e madre peruviana. Fin da giovanissimo mostra notevoli doti in campo artistico e letterario. A soli 21 anni vince il premio nazionale per la poesia.

Nel 1949 Eielson ottiene una borsa di studio e si trasferisce a Parigi dove conduce le prime esperienze artistiche nell’ambito nel movimento astratto-geometrico Madì.

Nel 1951 l’artista è a Roma dove entra in contatto con il gruppo che ruota attorno alla Galleria L’Obelisco, con gli artisti di Piazza del Popolo, in particolare con Piero Dorazio e Mimmo Rotella. A Roma conosce Michele Mulas, giovane artista sardo, che diviene il suo compagno di vita.

Fin dai primi anni e nell’elaborazione del suo linguaggio maturo grande rilievo avrà per Eielson la figura di José María Arguedas, suo professore alle medie e protagonista del movimento ‘indigenista’ peruviano. Arguedas fece scoprire a Eielson le radici e le credenze della cultura Inca, rivendicate come simboli d’innocenza e di rivolta contro la violenza e l’oscurantismo del potere. In questo contesto di recupero mitico delle tradizioni nasceranno le sue opere più celebri: gli annodamenti, i “nodi-universo” che richiamano gli antichi quipu incaici.

Negli anni romani e ancora successivamente le sperimentazioni di Eielson gravitarono soprattutto nell’ambito dell’arte informale, con una vicinanza evidente alle coeve sperimentazioni materiche di Alberto Burri (in particolare i “Sacchi”), ma anche come contraltare alle ferventi sperimentazione poetiche che nel mentre andava conducendo.

Nel 1959 riprese la produzione artistica con l’impiego di materiali eterogenei come sabbia (lotto n. 51 “Composizione”), terra, argilla, polvere di marmo, cemento, insistendo ancora sulle possibilità materiche del linguaggio informale.

Dagli anni ’60 introdurrà nelle sue opere gli indumenti: camicie, pantaloni, giacche mostrando quell’interesse per i tessuti che nel 1963 lo porterà alla realizzazione dei primi quipuStima: 7.000€/9.000€.

Nuvolo, Cucito a macchina, pezze di canapa cucite e dipinte, 90×70, 1960 – Lotto n. 52 – da wannenesgroup.com
Nuvolo, Cucito a macchina, pezze di canapa cucite e dipinte, 90x70, 1960
Nuvolo, Cucito a macchina, pezze di canapa cucite e dipinte, 90×70, 1960 – Lotto n. 52 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

Appariva ai compagni partigiani come una “nuvola inattesa” fra le colline durante la Resistenza Giorgio Ascani, artista e grafico di Città dei Castello, cresciuto in una famiglia di stampatori e formatosi alla locale scuola di Arti Grafiche.

Dal 1949 Nuvolo è a Roma al seguito del conterraneo Alberto Burri, dal quale è influenzato per le prime sperimentazioni artistiche di tipo materico informale. Ben presto però Ascani conduce ricerche originali trasponendo tecniche di serigrafia in ambito astratto.

A metà degli anni ’50 le sperimentazioni di Nuvolo trovano posto all’interno della rivista Arti Visive pubblicata dal Gruppo Origine (Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Mario Balocco, Ettore Colla, Alberto Burri).

Alle cosiddette “serotipie” celebrate da Emilio Villa in Arti Visive come emblema di un’arte nuovissima nella ricerca di valori archetipici fra gestualità e rigore geometrico, oltre che nell’impiego di mezzi industriali per la creazione di opere uniche; seguirà un ciclo particolarissimo di cui il lotto in asta fa parte: lotto n. 52 “Cucito a macchina”.

L’artista usa una cucitrice Vigorelli, che apparteneva alla moglie, per la creazione di patchwork geometrici: Ascani lavora su tela, carta, pelle di daino, stoffa di vecchi vestiti acquistati al mercato di Porta Portese, dando vita a creazioni astratto-concrete che sembrano scaturire come ready-made, combinazioni casuali.

Attraverso un atto atavico come la cucitura l’artista risolve le opposte tensioni che animano la sua arte, fra bisogno di verità e necessità di una nuova lingua. Stima: 50.000€/70.000€.

Cintoli, 36 marzo, tecnica mista e assemblaggio su tela, 35×100, 1964 – Lotto n. 54 – da wannenesgroup.com
Cintoli, 36 marzo, tecnica mista e assemblaggio su tela, 35x100, 1964
Cintoli, 36 marzo, tecnica mista e assemblaggio su tela, 35×100, 1964 – Lotto n. 54 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

Tensioni iperrealiste, pop, concettuali e poveriste in un continuo fervore di sperimentazione, fino alla performance ed alla body art, teso a sondare il limite tra arte e vita è stata la purtroppo breve parabola artistica dei Claudio Cintoli (1935-1978), artista di Imola, protagonista della scena culturale romana dalla fine degli anni ’50 agli anni ’70.

La nascita, la morte, l’eros, il moto, la stasi, i contrasti forti e le opposizioni sono i temi di Cintoli che alla fine degli anni ’50 e nei primi ’60 si svolgono soprattutto in opere che risentono delle sperimentazioni polimateriche romane (da Alberto Burri in poi, ancora con la celebre serie dei “sacchi”, qui citati al lotto n. 54 “36 marzo”), ma in cui già l’artista introduce le problematiche a lui care.

L’opera al lotto n. 54 si articola in un trittico in cui la sequenza può essere liberamente invertita. Da sinistra a destra: la prima una tela puramente informale dove sembra campeggiare una forma embrionica; nella seconda sono presenti una pelle di animale e un agglomerato che somiglia a un groviglio di viscere, un richiamo probabile alla morte ed alla carnalità; infine un sacco che mostra un peso che lo grava a simboleggiare la nascita, con la sua bellezza ma anche con una carica tragica di prigionia claustrofobica e sofferenza (da ricordare la performance del 1972 agli “Incontri internazionali d’arte” dove, invitato da Achille Bonito Oliva, Cintoli presentò una installazione-performance durante la quale fuoriusciva da un sacco di iuta in cui si era fatto rinchiudere, appeso a testa in giù). Stima: 8.000€/12.000€.

Bruno Munari, Negatiivo/Positivo, olio su tavola, 120×120, 1951 – Lotto n. 78 – da wannenesgroup.com
Bruno Munari, Negatiivo-Positivo, olio su tavola, 120x120, 1951
Bruno Munari, Negatiivo/Positivo, olio su tavola, 120×120, 1951 – Lotto n. 78 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

“[…] In fondo, con questi ‘quadri quadrati’ Munari non afferma né propone, ma riflette. È come se, di fronte all’entusiasmo e al proselitismo della compagine concretista, affermasse la necessità di diffidare in modo adulto della congerie di compitini geometrici, e di scontate partiture cromatiche, e di malintesi costrutti architettonici, e di tentare un piano completamente altro di artificiosità visiva, definitivamente autoriflessivo. Come dire, pensando al contemporaneo dibattito teatrale, che forse il problema no è di decidere se la sedia messa in scena, a quale piano d’esperienza dia luogo, come voglia farsi pensare e guardare” scrive Flaminio Gualdoni in Munari, Perelà e L’Encyclopedie, testo di presentazione del Catalogo della mostra “Bruno Munari i Negativi-positivi”, Accademia dei Concordi Rovigo, 1986.

Ciò che coglie Gualdoni in opere come questa al lotto n. 78 “Negativo-Positivo”, del 1951 (di grandi dimensioni), nel pieno fervore del dibattito del dopoguerra sull’arte astratta, è giustamente lo spirito giocoso e dissacrante di Bruno Munari, ex-futurista, sperimentatore d’avanguardia, designer nonché fondatore del M.A.C. Movimento Arte Concreta ma che, da vero artista mai è rimasto vittima delle sue stesse ideologie: più interessato al linguaggio che alla lingua, più alla realtà che all’opera.

Poiché queste, al pari delle “Macchine inutili”, sono le opere di chi, come Perelà del celebre romanzo di Aldo Palazzeschi, guarda le sue creazioni e dice: “io sono molto leggero, sì, sì, leg-ge-ro, leggerissimo” all’insegna della demistificazione di un dramma esistenziale e un rovello irrisolvibile, dell’evasione consapevole, del “lasciatemi divertire!”. Stima: 18.000€/22.000€.

Roberto Crippa, Totem, olio su tela, 60×100, 1953 – Lotto n. 82 – da wannenesgroup.com
Roberto Crippa, Totem, olio su tela, 60x100, 1953
Roberto Crippa, Totem, olio su tela, 60×100, 1953 – Lotto n. 82 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

Opera bellissima e datata di Roberto Crippa, il padre dello spazialismo insieme a Lucio Fontana nella Brera della fine degli anni ’40 al lotto n. 82 “Totem”.

Nel 1953, quando crea quest’opera, Crippa ha già inventato le “Spirali” e la sua ricerca si fa sempre più materica e surreale assecondando un bisogno di intervento ed ‘empatia’ con la realtà che gli sarà sempre connaturato.

Nel 1952 Crippa conosce Roberto Sebastian Matta, con lui espone alla mostra “Sei artisti spaziali” alla Galleria del Cavallino di Venezia; poi ancora alla Galleria Jolas di New York condividendo gli spazi con Brauner, Ernst, Magritte, Matta stesso, Mathieu, Fautrier, Sam Francis.

Nel 1953 l’artista monzese, in occasione della mostra degli artisti spaziali alle Sale del Ridotto di Venezia, firma il Manifesto Lo Spazialismo e la pittura italiana nel XX secolo, redatto da A.G. Ambrosini. Nel gruppo veneziano ci sono Edmondo Bacci, Gino Morandis, Bruna Gasparini, Tancredi, Vinicio Vianello, Virgilio Guidi e Mario Deluigi, lo scultore Bruno De Toffoli: autori in cui, rispetto al gruppo milanese, emerge sicuramente una nota più lirica, di maggiore carica espressiva e attaccamento al reale, di ispirazione quasi ‘orfica’ che si confaceva assai al gusto surreale di Crippa.

Crippa in quest’opera, addirittura del 1953, anticipa quel processo di  trasformazione delle spirali in nebulose zoomorfe di forme primeve di vita iper-terrena: eserciti e simboli armati di futuro e di memoria che assurgono il ‘talismano’ a strumento emozionale di socializzazione e partecipazione alla realtà. Stima: 12.000€/16.000€.

Silvano Bozzolini, Armonie en gris n. 2, olio su tela, 46×37.5, 1958 – Lotto n. 89 – da wannenesgroup.com
Silvano Bozzolini, Armonie en gris n. 2, olio su tela, 46x37.5, 1958
Silvano Bozzolini, Armonie en gris n. 2, olio su tela, 46×37.5, 1958 – Lotto n. 89 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

Nel 1958, quando dipinge questa bellissima opera al lotto n. 89 “Armonie en gris” Silvano Bozzolini tiene una importante personale alla Association pour le progrès intellectuel et artistique en Wallonie di Liegi dove presenta opere astratto-concrete (da ricordare che il 1958 è anche l’ultimo anno di vita del M.A.C. Movimento Arte Concreta).

“Attraverso queste opere si nota che [Silvano Bozzolini] ha costruito un mondo parallelo di forme e colori, pur emergendo sempre il retaggio dell’arte toscana, la raffinatezza della cultura fiorentina. L’ordine e il gusto sono quelli di un artista italiano filtrato dall’ambiente parigino, ma soprattutto la semplicità e l’umiltà di un uomo che ha fatto dell’arte la sua ragione di vita.

Ogni sua opera è dipinta con sottile maestria e la luce è la componente che aggiunge vibrazione alle sue modulazioni; l’arabesco è molto meditato, così come gli accordi o le interruzioni dei ritmi equilibrati secondo un ordine plastico evidente” scrive Alessandra Frediani nella sua tesi di laurea svolta con il Professor E. Crispolti presso l’Università degli Studi di Siena nell’anno accademico 2003/2004, L’astrazione costruttiva di Bozzolini, p. 76, riportando i commenti di S. Bronkart in Exposition Bozzolini, in “Art d’Aujourd’hui”, n. 20, dicembre 1958.

Silvano Bozzolini, nato nel 1911 a Fiesole, compì gli studi artistici a Roma, Milano e Firenze dove frequentò l’Accademia di Belle Arti. Dopo una iniziale partecipazione alle ricerche dell’astrattismo nostrano, con particolare attrazione verso la purezza ed il rigore dei primitivi toscani, dal 1947 si trasferì a Parigi. Qui frequentò assiduamente Alberto Magnelli e Sonia Delaunay e fu tra i fondatori con André Bloc del “Groupe Espace”. Stima: 4.500€/6.500€.

Bice Lazzari, Senza titolo, olio su tela, 74×74, 1972 – Lotto n. 112 – da wannenesgroup.com
Bice Lazzari, Senza titolo, olio su tela, 74x74, 1972
Bice Lazzari, Senza titolo, olio su tela, 74×74, 1972 – Lotto n. 112 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

Bice Lazzari nasce nel 1900 a Venezia dove frequenta i corsi di decorazione all’Accademia di Belle Arti. La prima attività si svolge nel contesto del vedutismo della scuola di Burano, con opere che espone nella prima personale del 1929 presso la Galleria San Moisè.

Dal 1935 l’artista si trasferisce a Roma. Le prime affermazioni arriveranno solo negli anni ’50: esporrà in una personale alla Galleria La Salita nel 1958 e in seguito alla Galleria del Cavallino a Venezia.

Sono gli anni delle opere informali e delle sperimentazioni di materiali eterogenei: acrilico, sabbia, colla, tempera. Al 1964 può essere fatto risalire l’ultimo e più felice periodo della sua pittura: l’artista formula un linguaggio minimale fatto di tratti essenziali e piani in trasparenza, come in questo bellissimo lotto n. 112 “Senza titolo”, non comune nella sua realizzazione ad olio.

Nel 1972 una importante mostra nella Sala delle Cariatidi presso il Palazzo Reale di Milano a cura di Arte Centro.

“[…] Il quadro [in Bice Lazzari] è un insieme, un paesaggio mentale, dove affiorano i singoli ritmi, le singole voci. Ciò che importa più che l’invenzione formale, è questo sentimento di tessitura unitaria che va colta con lo sguardo e che insieme, ugualmente, chiede di essere accarezzata e assaporata […]” ha ben scritto Elena Pontiggia nell’introduzione al Catalogo della Mostra “Bice Lazzari, Due Stagioni” tenutasi alla Casa del Mantegna, nel Comune di Mantova, nel 1989. Stima: 4.000€/6.000€.

Giosetta Fioroni, Senza titolo, tecnica mista su carta, 70×100, 1966 – Lotto n. 137 – da wannenesgroup.com
Giosetta Fioroni, Senza titolo, tecnica mista su carta, 70x100, 1966
Giosetta Fioroni, Senza titolo, tecnica mista su carta, 70×100, 1966 – Lotto n. 137 – Immagine da wannenesgroup.com – Asta Wannenes n. 233

Allieva di Toti Scialoja all’Accademia di Belle Arti di Roma Giosetta Fioroni è stata l’anima femminile della Scuola di Piazza del Popolo con Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli. Con essi la Fioroni espone alla Biennale di Venezia del 1964, la Biennale della pop art, con opere realizzate con colori industriali, argento e oro, raffiguranti simboli e frecce, e figure stereotipe private di ogni partecipazione emotiva, rese oggetti di consumo.

Con una tecnica analoga a quella di Festa in questi anni l’artista romana lavora con immagini proiettate che riproduce sulla tela anche decontestualizzando opere di autori pre e post rinascimentali quali Botticelli, Giorgione, Carpaccio, Simone Martini.

Al lotto n. 137 “Senza titolo” un d’après da Giorgione, Nuda dormiente (Venere), opera conservata a Dresda, nella Gemäldegalerie. Lo studioso britannico Kennth Clark osservava come “la posa della Venere di Giorgione appare così serena e naturale che, al primo momento, non ci accorgiamo di quanto sia originale, delineata in un profilo allungato attraverso il quale essa “sembra sollevata al di sopra del mondo materiale” (da K. Clark, The nude, a study of ideal art, London 1956, ed. it. Il nudo. Una storia della forma ideale, Vicenza 1995, p. 119).

Caratteristica e impressione che la Fioroni accentua tanto da rendere il ritratto ancora più iconico attraverso l’isolamento in un cerchio della testa e della parte superiore del busto, accorgimento che trasporta la figura lontano dalla realtà, in un mondo di sogno. Stima: 6.000€/8.000€.