Asta Capitolium Art n. 221 – 18 Luglio 2017 – Brescia, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 221 della Casa d’Aste Capitolium Art di Brescia si terrà il giorno 18 luglio, ore 18.00 in sessione unica (lotti 1-103). La TopTen di SenzaRiserva.

Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – da capitoliumart.it
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145x130, 1965
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Un’opera di uno dei più noti artisti croati della seconda metà del secolo scorso Zlatko Prica al lotto n. 11 “Estate”: olio su tela di notevoli misure (145×130) datato 1965.

Nato a Pécs nel 1916 in Croazia, Prica si diploma all’Accademia di Belle Arti di Zagabria nel 1940. Del 1941 è la prima personale presso il locale Padiglione d’Arte. Durante la II guerra mondiale Prica fu internato a Danzica, esperienza che lo segnò profondamente come uomo e come artista.

Le opere di Prica fino alla metà degli anni ’50 hanno una matrice prettamente figurativa. Fin da subito però emerge come il colore sarà il protagonista di tutto il percorso artistico del pittore croato. Memore della lezione post impressionista, Prica disegna con grande forza espressionista figure e scene dai colori fauves articolandole in contrasti carichi di tensione dinamica.

All’inizio degli anni ’50 l’artista croato viaggia in India rimanendo affascinato dalla cultura e dalla tradizione della locale pittura e scultura (si dice sia stato folgorato dagli affreschi rupestri di Ellora e Ajanta). È in questi anni che le forme si semplificano e l’azione pittorica di Prica si fa più libera attraverso un ‘primitivismo’ comunicativo vicino alle esperienze dell’action painting.

Il segno diviene funzionale al colore mentre le composizioni presentano come soggetti la rappresentazione e l’espressione sintetica di forze e ‘paesaggi’ naturali. Pittura che negli anni ’60 si fa quasi astratta e, se ha come motivo sempre un’ispirazione naturalistica (le stagioni, la natura, le fioriture), non rimane però più imbrigliata nelle geometrie, nei rapporti e nei contorni di una resa realistica.

Grafemi e ortogonalità sembrano inscenare una lotta gioiosa dove il colore governa le mille sfaccettature dell’energia vitale. Stima: 14.000€/18.000€.

Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – da capitoliumart.it
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70x70, 1968-1970
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Il dinamismo cromatico delle forme e l’instabilità percettiva degli elementi della composizione sono alla base del celebre ciclo di Bruno Munari “Negativo-positivo” (lotto n. 18).

L’incertezza infatti generata nelle forme dall’accostamento di colori dominanti e/o complementari fa in modo di provocare nello spettatore la sensazione di piani che aggettano dalla superficie oppure si ritirano a seconda della direzione dello sguardo dello spettatore e della durata dell’osservazione.

Si tratta di opere innovative che vanno oltre il concretismo, di cui Munari è uno dei padri nel 1950 nel contesto del M.A.C. Movimento Arte Concreta. Infatti non solo l’artista milanese anticipa di più di un decennio tematiche che saranno dell’optical art, ma indaga anche dinamiche spazio-temporali attraverso movimenti percettivi che occupano intervalli di durata e allo stesso tempo superfici e forme che svolgono la composizione sull’asse della profondità. Tanto che l’artista stesso apre in alcuni esemplari del ciclo “Negativo-positivo” alla dialettica integrativa fra la bidimensionalità della tela e la parete su cui è appesa l’opera.

“Un effetto simile […] si ha nella comune scacchiera per il gioco degli scacchi: è difficile stabilire se si tratta di una superficie bianca coperta in parte da quadrati neri e viceversa. Ogni volta che tentiamo di fissare una situazione, questa si capovolge immediatamente nell’altra.

Naturalmente la scacchiera non ha interessi di carattere estetico poiché la quantità di nero e bianco sono equivalenti. Nei negativi-positivi invece l’autore cerca di creare anche un interesse estetico dato da sproporzioni quantitative di spazio e colore” scrive Bruno Munari in “Codice ovvio”, Einaudi, 1971. Stima: 14.000€/18.000€.

Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – da capitoliumart.it
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50x100, 1950
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Le “Spirali” di Roberto Crippa sono fra le opere dell’arte astratta e dello spazialismo italiano più immeritatamente bistrattate dal mercato dell’arte nazionale ed internazionale.

Appena uscito dall’Accademia di Brera Crippa fu alla Biennale di Venezia proprio nel 1950, anno in cui firma con Lucio Fontana il “Manifesto dello Spazialismo”. Nel 1951 sarà di nuovo fra i firmatari del “Manifesto dell’Arte Spaziale”.

Un’opera come questa in asta al lotto n. 31 rappresenta al meglio le idee e gli stimoli culturali sottesi a quell'”affondo spaziale” (come ben definito da Luciano Caramel) che Crippa compie, con le “spirali”, sul limite estremo degli anni ’40.

Siamo infatti nella milano post-boccioniana e industriale del dopoguerra, fervente delle nuove idee di rinnovamento del linguaggio picassiano anche attraverso una maggiore aderenza alle innovazioni scientifiche e al razionalismo di stampo costruttivista (si ricordi l’esperienza del M.A.C. Movimento Arte Concreta, 1950).

Le spirali bianche su fondo nero di Crippa sono infondo l’espressione di una presa di possesso dello spazio, non solamente mentale, ma anche fisico. Sono la trasposizione ideale di un gesto vitalistico e controllato, lampi di luci al neon artificiale che indagano l’ignoto.

Si pensi alla vicinanza con sperimentazioni che Lucio Fontana conduce negli stessi anni con cartapesta, sostanze fluorescenti e lampada di Wood o alla celebre ambientazione spaziale realizzata nel 1951 alla IX Triennale di Milano: una “Struttura al neon” progettata per gli architetti Marcello Grisotti e Luciano Baldessari, sospesa al soffitto nella sede della Triennale di Milano, sicuramente ispirata dalle spirali di Crippa, che supera in un attimo la divisione netta fra architettura, scultura e pittura nel segno di un’arte totale. Stima: 10.000€/14.000€.

Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – da capitoliumart.it
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60x60, 1960
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Nato a Pistoia nel 1911 Agenore Fabbri qui frequenta la Scuola di Arti e Mestieri per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. A Firenze l’artista partecipa al fervente ambiente culturale che ruota attorno al Caffè Giubbe Rosse dove conosce Eugenio Montale e Ottone Rosai.

Fabbri si distingue negli anni ’30 come scultore con opere che hanno per soggetto figure umane e animali catturate con fortissima carica espressionista in situazioni di lotta, nella contrazione di arti e muscoli.

A metà del decennio Fabbri è attivo anche ad Albisola dove si trasferirà dedicandosi alla ceramica, mezzo particolarmente amato per la possibilità di un contatto diretto e non mediato con la materia.

Dopo la guerra l’artista pistoiese fu uno dei massimi protagonisti dell’informale sia in scultura che in pittura. I materiali preferiti divengono il bronzo e il legno, quest’ultimo impiegato qui al lotto n. 33 “Senza titolo”. Si tratta di una rappresentativa opera del 1960 in cui Fabbri lacera il materiale in bicromia (rosso e nero) accentuando la carica gestuale e metaforica nel segno di una violenza memore dell’esperienza bellica che l’artista assurge a condizione esistenziale.

Da ricordare che nel 1952 e proprio nel 1960 la Biennale di Venezia gli dedica una sala personale. Stima: 10.000€/44.000€.

Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – da capitoliumart.it
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80x100, 1985
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

“Per contenuto nelle mie opere intendo l’idea, cioè la vita, la vita generale anche economica; tutto è vita come tutto è movimento. Il tendere alla spiritualizzazione di una linea è un’aspirazione interiore. Mia idea è far vivere contemporaneamente ogni cosa in armonia, in un tempo ed in uno spazio indeterminato. Contenuto mistico se vogliamo, in quanto tendo ad una comunione universale, ad una fusione ed ad un annullamento di una realtà impura” scrive un precocissimo Emilio Scanavino (nato a Genova nel 1922) in Pittori d’avanguardia a Genova, in “Numero. Arte e letteratura”, a. III, n.1, Firenze, 31 gennaio 1951.

E in questa affermazione c’è già tutta l’arte che verrà di Scanavino, fino al 1986, l’anno della morte, preceduto dalla stagione dei grandi “Alfabeti senza fine” (lotto n. 36). Perché la definizione corretta per l’arte dell’artista ligure non è astrattismo, informale, spazialismo, nuclearismo, tachismo, arte segnica; o meglio non può essere compendiata in nessuna di queste definizioni se non allo stesso tempo utilizzandole tutte.

In Scanavino c’è un linguaggio originalissimo che non si riduce alla cupezza dell’amato Wols né alla forza deformante di Bacon e nemmeno alle esperienze degli artisti della Galleria del Naviglio, cui pure l’artista fu assi vicino all’inizio degli anni ’50 per quella indagine di uno spazio al confine fra realtà e coscienza.

Scanavino infatti a un certo punto pesca in questa nebulosa coscienza, fa un salto nel vuoto ed ha una rivelazione. Scanavino cattura istantanee, attimi di verità assoluti e sempre veri, sbircia oltre il velo facendo drammatica e sentita esperienza del sangue vivo che ci scorre sotto: il linguaggio disarticolato, crudele, gutturale, mummificato e infallibile dell’esistenza. Stima: 26.000€/34.000€.

Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – da capitoliumart.it
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100x70, 1978
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera assai ricca iconograficamente questa al lotto n. 48 “Eva” di Tano Festa. Si tratta di una delle tipiche scene rielaborate dal Michelangelo della Cappella Sistina di cui l’artista romano della Scuola di Piazza del Popolo decontestualizza la figurazione facendola propria in senso concettuale.

Tutto in quest’opera contribuisce ad un nuovo senso che unisce in chiave pop il ‘ricalco’ degli elementi iconografici del “Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” del grande artista fiorentino a stilemi tipici di Festa: le nuvole quale richiamo alla trascendenza metafisica, i riquadri optical che rimandano alle celebri finestre, combinate metaforicamente in ordine ascensionale quasi ad aprire ad uno spazio non solo orizzontale ma anche verticale in piani sempre più astratti; infine i ‘pallini’ vuoti e pieni, derivati da Arnheim, che marcano la scansione temporale della percezione.

Su tutto il colore rosso peccato che in quest’opera calza a pennello andando a far vibrare sedimentazioni subliminali ivi lasciate dalla nostra cultura rinascimentale e cristiana. Stima: 6.000€/8.000€.

Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – da capitoliumart.it
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50x50, 1976
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Brianzolo classe 1935 Agostino Bonalumi si inserì giovanissimo nell’avanguardia artistica degli anni ’50 a Milano con Lucio Fontana, Enrico Baj, Piero Manzoni ed Enrico Castellani (gruppo che dette vita nel 1959 alla rivista Azimuth).

Alla base del lavoro di questi artisti c’era essenzialmente un’esigenza: dimostrare che il linguaggio artistico era ancora capace di suggerire, anzi individuare, delle possibilità; che la conoscenza e la manipolazione della materia e degli elementi può condurre ad una scoperta.

L’estroflessione della tela, insieme ad un lavoro sulla monocromia e gli effetti di luce sui volumi, sono i mezzi attraverso i quali due di questi artisti (Castellani e Bonalumi) riuscirono a sviluppare tali presupposti concettuali.

“[…] Da qualunque parte si vogliano prendere, le opere di Bonalumi risultano comunque, fisicamente e concettualmente, espressione di una dialettica, di un equilibrio, sempre suscettibile di produrre nuove variazioni: l’equilibrio imperfetto, per esempio, fra rigore geometrico e deviazione dalla stessa norma geometrica che ispira i primi, straordinari, cicli degli anni Sessanta; la dialettica fra l’interesse verso soluzioni formali quasi optical e il rigore con cui l’oggettualizzazione dell’opera viene perseguita, al di qua di qualunque ricerca dell’effetto; la dialettica fra contenimento nei limiti fisici dell’opera e l’apertura verso l’ambiente; la dialettica, infine, fra definizione e provvisorietà, sostenuta da un’idea dell’opera come embrione di forma, come qualcosa di sospeso, qualcosa che sta per essere” (dal catalogo della mostra “Agostino Bonalumi. Colori nello Spazio”, Novembre 2005 presso Lattuada Studio a cura di Flavio Lattuada con testo di Martina Corgnati). Stima: 40.000€/60.000€.

Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – da capitoliumart.it
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150x130, 2005
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera di qualità e buone dimensioni di Davide Nido al lotto n. 78 “Impressionista impressionato”.

Dopo gli studi con Luciano Fabro all’Accademia di Belle Arti di Brera, Nido diviene assistente di Aldo Mondino. Proprio dall’eclettico artista torinese Nido eredita la passione per i materiali concentrando tutta la sua attività artistica sull’uso di colle siliconiche applicate a caldo attraverso l’uso di una pistola termofusibile.

Una combinazione di arte optical e colori pop contraddistingue il linguaggio di Nido che è irriducibile ad una corrente artistica.

La ripetizione di simboli geometrici elementari, il contrasto dei colori complementari, le differenze di dimensione degli elementi e lo sfalsamento dei piani ritmici messo in atto dall’artista di Senago (classe 1966) contribuiscono assieme alla creazione di una continua interferenza percettiva. Questa assume, proprio attraverso lo sbilanciamento del colore, un andamento più caotico che controllato, generando una tensione continua fra percezione di una razionalità e impossibilità di contenimento.

“Una finestra che guarda l’universo” ha definito Nido le proprie opere che non sono altro che scoperta derivante dal lavoro sulla varietà, alchimia sull’infinita combinazione delle particelle elementari della materia. “Coriandoli” e “Tutto” sono fra l’altro titoli significativi di due dei più importanti cicli pittorici dell’artista. Stima: 10.000€/14.000€.

Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – da capitoliumart.it
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70x50, 42/60, 1970
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Michelangelo Pistoletto nasce a Biella nel 1933. Si forma inizialmente nello studio del padre, pittore e restauratore. Frequenta poi la scuola di grafica pubblicitaria diretta da Armando Testa.

La prima personale di Pistoletto è alla Galleria Galatea di Torino nel 1960. Qui l’artista presenta le prime ricerche sull’autoritratto che fin da subito si pongono al centro di un lavoro che conduce l’artista a riflettere, quasi in modo esistenziale, sul nostro essere hic et nunc.

Riflessione che porta Pistoletto, già nel 1962, all’ideazione dei primi “Quadri Specchianti” realizzati come riporti fotografici su carta velina applicata su lastre di acciaio inox lucidate a specchio (lotto n. 83 “Il telefono”).

Sono queste opere che aprono le porte del successo internazionale all’artista biellese. In questi anni espone alla Galleria Sonnabend di Parigi (1964), al Walker Art Center di Minneapolis (1966), al Palais des Beaux Arts di Bruxelles (1967), al Boijmans van Beuningen Museum di Rotterdam (1969).

Sono anche opere rappresentative dell’arte povera, nella definizione di Germano Celant del 1968 coniata nell’introduzione alla celebre mostra omonima presso la Galleria de’ Foscherari: “Se noi ‘recitiamo’, Pistoletto (e con lui Pascali, Kouneilis, Paolini, Merz, Anselmo, Zorio, Piacentino, Prini, Boetti, Fabro) non recita. Se il vivere ha lasciato il comando al vedere, Pistoletto inizia, con gli specchi, a ricostruire fenomenologicamente chi siamo e come siamo.

La realtà entra nello specchio ed è la prima tappa per un rapporto globale tra arte e vita. Pistoletto non gioca ad essere qualcuno, trovato un ‘mestiere’ non vi si affonda, non crede nell’autonomia della sua parte, il suo esserci (la presentazione dell’immagine fissa nello specchio) deve immediatamente dialogare con la vita (l’immagine riflessa). Con la stratificazione tra le due immagini ‘rappresenta’ l’osmosi tra arte e vita. Ma non gli interessa neppure rappresentare, non vuole continuare a recitare, in tutti i modi intende vivere nel presente, preferisce così vivere nel ‘vuoto’ esistente tra arte e vita”. Stima: 18.000€/24.000€.

Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – da capitoliumart.it
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50x46, 1962
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Carmelo Cappello, nato a Ragusa nel 1912, frequentò i corsi di Marino Marini all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Monza negli anni ’30. Nel 1937 debutta come scultore alla Galleria Bragaglia di Roma. Nel 1940 è già alla sua prima Biennale di Venezia.

Dopo un primo periodo di ispirazione figurativa Cappello inaugura negli anni ’50 (i primi abbozzati accenni nelle grandi sculture in alluminio “L’uomo nello spazio” e la successiva scultura “Acrobati” del 1955 esposta  alla Triennale di Milano) un personale linguaggio scultoreo astratto caratterizzato da linee curvilinee e volumi, come qui al lotto n. 97 “Senza titolo”, in una ricerca di armonie ed equilibri spaziali bidimensionali.

Una scultura quella dell’artista ragusano che risente dell’influenza del costruttivismo russo di Tatlin ed in seguito delle ricerche di compenetrazione spaziale che vanno da Brancusi ad Anton Pevsner. Cappello rielabora queste esperienze in un linguaggio originale che integra arabeschi di ispirazione industriale e ‘macchinistica’ nella realtà stessa che entra a pieno titolo a far parte dell’opera alla ricerca di una sintesi, poi riuscitissima, fra arte e natura.

Carmelo Cappello ha esposto alla Biennale di Venezia nel 1940, 1948, 1950, 1952, 1954 e 1958; alla Triennale di Milano nel 1951, 1954 e 1957 ed alla Quadriennale di Roma nel 1933, 1943, 1947, 1955, 1965, 1973 e 1986. Stima: 6.000€/8.000€.

Asta Farsettiarte n. 180 – 26 e 27 Maggio 2017 – Prato, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 180 della Casa d’Aste Farsettiarte di Prato si terrà in tre sessioni nei giorni 26 e 27 Maggio: Sessione I – lotti 1-317, 26 Maggio, ore 15.30; Sessione II – lotti 318-575, 27 Maggio, ore 11.00; Sessione III – lotti 601-702, 27 Maggio, ore 16.00.

Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2×41, 1937 – Lotto n. 264 – da farsettiarte.it
Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2x41, 1937
Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2×41, 1937 – Lotto n. 264 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Una tecnica mista su carta del 1937 di Luigi Veronesi “Senza titolo” come questa al lotto n. 264, di tale qualità, non è opera che si vede passare spesso in asta.

Nato a Milano nel 1908 la formazione pittorica di Veronesi fu perlopiù da autodidatta. Dopo un inizio figurativo, nel 1930 fu folgorato dalla ‘scoperta’ delle opere di Klee, Schlemmer, Kandinskij e gli altri artisti del Bauhaus esposti nel padiglione Germania alla Biennale di Venezia.

Gli anni ’30 dunque segnano il nascere del linguaggio geometrico astratto di Veronesi, una delle prime testimonianze astratte in Italia insieme a quelle di Mauro Reggiani e dei comaschi Manlio Rho e Mario Radice.

Uno spirito ‘illuministico’, una rinnovata fiducia nella scienza e nella collaborazione fra arte e tecnica, l’apertura alla molteplicità delle arti applicate e un approfondimento delle tematiche percettive animano le opere di Veronesi.

Veronesi che non accoglierà mai le teorie mistiche e spiritualiste propugnate da Carlo Belli all’interno del gruppo degli astrattisti milanesi, rimanendo sempre fedele ad una ispirazione che non trascende le forme naturali: “gli stimoli mi vengono tutti dal pensiero, dal cervello; però, siccome io studio molto la natura in tutte le sue manifestazioni, anche le meno appariscenti, e ricerco specialmente la geometria in essa, probabilmente mi arrivano degli stimoli anche da queste osservazioni” (da L. Marucci, Vivere la geometria. Incontro con Luigi Veronesi, in “Luigi Veronesi. Razionalismo lirico 1927-1997”, p. 33). Stima: 2.500€/3.500€.

Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89×119.5, 1961 – Lotto n. 310 – da farsettiarte.it
Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89x119.5, 1961
Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89×119.5, 1961 – Lotto n. 310 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Antonio Bueno è stato un’artista italiano di origini spagnole (ottenne la cittadinanza italiana nel 1970).

Nato a Berlino, nel 1940 si trasferì in Italia con il fratello Xavier. Entrambi parteciparono al Gruppo dei Pittori Moderni della Realtà con Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni.

Il Gruppo avrà vita breve anche per l’inquietudine di Antonio che fu uno sperimentatore aperto alle avanguardie e desideroso di crearsi uno stile personale.

A cavallo degli anni ’50 e ’60 il linguaggio di Bueno subisce profonde trasformazioni, passando da un decennio di sperimentazioni metafisiche dove la figura umana ha poco spazio (la fanno da padrone pipe, gusci d’uovo, pennelli) ad un altro in cui l’artista tocca l’arte monocromatica, la poesia visiva, l’arte multimediale, la pop art.

Le precocissime figure in asta nell'”Omaggio alla Scuola di Fontainebleau” al lotto n. 310 sono un interessantissimo e bellissimo esempio di quei personaggi neotenici che caratterizzeranno l’originale figurazione di Antonio.

L’opera compie una perfetta sintesi delle tensioni presenti nella personalità dell’artista di origini spagnole: quelle verso una pittura colta, allegorica, decorativa nel manierismo, rinascimentale nella perfezione formale, insieme erotica e investita di sacralità. Al lotto n. 310 c’è tutto questo, in una estremizzazione ‘astratta’ di quelle figure perfette di donna rappresentate, per esempio, nel celebre dipinto “Gabrielle d’Estrées e sua sorella” opera di ignoto della Scuola di Fontainebleau del 1595 circa dove nel tocco del capezzolo dell’amante dell’imperatore da parte della sorella si prefigura la nascita dell’erede al trono, il figlio di Enrico IV. Stima: 12.000€/20.000€.

Claudio Cintoli, Radice Fessura – Peso Morto n. 75, 1969-1970 – Lotto n. 492 – da farsettiarte.it
Claudio Cintoli, Radice Fessura - Peso Morto n. 75, 1969-1970
Claudio Cintoli, Radice Fessura – Peso Morto n. 75, 1969-1970 – Lotto n. 492 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Breve è stata l’esistenza di Claudio Cintoli, artista nato ad Imola nel 1935 e morto a Roma nel 1978. Le prime personali risalgono al 1958 al Palazzo Comunale di Recanati e poi alla Galleria La Medusa di Roma.

Le opere giovanili, fino alla prima metà degli anni ’60 mostrano dapprima una figuratività emotiva ed espressiva vicina ad autori quali Ennio Morlotti e Antonio Corpora, che presto però si apre all’informale europeo con echi da Kline ad Hartung.

L’opera al lotto n. 492 “Radice Fessura – Peso Morto n. 75” anticipa invece le ricerche successive dell’artista romagnolo. Queste saranno caratterizzate da una duplicità che mostra da un lato una tensione verso l’azzeramento dell’arte pop (in quest’opera riscontrabile nel framing e nella monocromia) dall’altro in un bisogno di riflessione esistenziale sull’essere al mondo e sulla sofferenza.

L’artista recupera infatti all’interno dell’inquadratura percettiva un elemento magmatico e naturale, legato anche al mondo contadino, che gli consente simbolicamente di toccare tematiche allo stesso tempo concrete e metafisiche: la vita, la morte, la nascita, la caduta.

Opera che preannuncia le originali sperimentazioni e performance di Cintoli sulla body art. Si pensi a “Crisalide”, azione presentata nel 1972 a Palazzo Taverna di Roma, performance estrema così descritta dall’artista: “sarò chiuso in un sacco sospeso a un muro, muovendomi dentro in modo che il sacco assuma posizioni sempre diverse; poi lo forerò pian piano per uscirne, come in una rinascita”. La radice che rinasce dalla fessura. Stima: 25.000€/35.000€.

Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81×54, 1958 – Lotto n. 541 – da farsettiarte.it
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81x54, 1958
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81×54, 1958 – Lotto n. 541 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Nato nel 1923 a Partanna in provincia di Trapani, Antonio Sanfilippo frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze e quella di Palermo. Nel primo dopoguerra sposa le istanze di rinnovamento neocubista ma ben presto aderisce, nel 1947 a Roma, al Gruppo Forma 1 nel desiderio di un’arte attenta al formalismo ma anche impegnata nel reale.

È alla Biennale di Venezia nel 1948, nel 1954, nel 1964 e nel 1966 con sala personale.

L’opera di Sanfilippo percorre il solco dell’informale segnico. Alla fine degli anni ’60 stretta si fa la sua conoscenza con Michel Tapié che lo coinvolge nel suo movimento dell’art autre portandolo fino ad esporre accanto a Pollock, Kline, de Kooning e i giapponesi del Gruppo Gutai ad Osaka.

Scrive Sanfilippo qualche anno prima di dipingere l’opera al lotto n. 541 “Senza titolo”, nel 1955: “l’espressione per mezzo dei semplici segni posti sulla tela con immediatezza riporta la pittura agli inizi e dà ad essa un grande possibilità di sviluppo. Il segno è l’elemento essenziale dell’espressione, il primo grado della forma, l’articolazione del linguaggio. Alla base di questa ricerca vi è la volontà di scoprire una primordialità innata, necessaria.

In un quadro l’immagine viene determinata da un complesso di articolazioni di segni legati o sovrapposti in raggruppamenti che creano spazio ed emozione. Una rappresentazione concentrata ed essenziale. Occorre però che il segno sia suggestivo in sé stesso e abbia una capacità evocatrice. Si dovrà dimenticare ogni altro luogo comune attraverso questo segno povero che non ha né storia né tradizione” (da Fabrizio D’Amico, Antonio Sanfilippo 1923-1980, Milano 2001 pp. 169). Stima: 30.000€/40.000€.

Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250×200, 1985-1986 – Lotto n. 552 – da farsettiarte.it
Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250x200, 1985-1986
Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250×200, 1985-1986 – Lotto n. 552 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Opera monumentale di Mario Schifano, “Il cacciatore” al lotto n. 552.

L’arco ebbe un ruolo assai importante nelle più antiche civiltà indoeuropee. La sua etimologia viene variamente riferita al sanscrito “filo”, al greco bios, all’albero cosmico dei miti nordici. Si tratta dunque di un simbolo primigenio di forza.

Non a caso il soggetto popola il nostro immaginario culturale fin dai racconti omerici: Ulisse per mezzo di esso riconquista la propria patria e uccide i Proci dopo un lungo peregrinare assurgendo attraverso di esso alla rinascita di una nuova vita.

Si tratta di un soggetto che calza perfettamente nella pittura degli anni ’80 dell’artista romano: gli acerbi, i soli, i pesci, i campi di pane, i gigli d’acqua, le case sole, i dinosauri che altro non sono se non la riappropriazione di una sensibilità ed una purezza espressiva che nasce con Mario Schifano e che l’artista riscopre in questo decennio dopo la stanchezza artistica e i problemi depressivi degli anni ’70. Schifano ritrova la realtà, l’amore per le cose, oltre lo schermo delle apparenze e l’artificiosità delle leggi mass-mediali della società contemporanea. Schifano in questi cicli riscopre, attraverso il mito, la forza della semplicità. Stima: 30.000€/40.000€.

Vincenzo Agnetti, Assioma – Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70×70, 1972 – Lotto n. 567 – da farsettiarte.it
Vincenzo Agnetti, Assioma - Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70x70, 1972
Vincenzo Agnetti, Assioma – Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70×70, 1972 – Lotto n. 567 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Vincenzo Agnetti nasce a Milano nel 1926. Frequenta l’Accademia di Brera e partecipa con Piero Manzoni, Enrico Castellani e in seguito Agostino Bonalumi alla redazione della rivista d’avanguardia Azimuth di cui è il vero teorico e animatore: arte concettuale e una smisurata fiducia nella possibilità d’intervento dell’arte nella società e sulla realtà è alla base del lavoro di questi artisti.

La prima personale è nel 1967 (Principia) presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Nel 1971 Agnetti espone alla Galleria Blu di Milano una serie di feltri e bacheliti. Il titolo della mostra è Ridondanza: paesaggi e ritratti Analisi: assiomi… Gli “Assiomi” (lotto n. 567) sono lastre di bachelite incise e trattate con colori ad acqua o nitro in cui l’artista propone proposizioni assiomatiche.

Si tratta spesso di contraddizioni, ossimori, paradossi, tautologie in cui Agnetti raffredda e analizza con rigore la “ridondanza” del paesaggismo coscienziale espresso nei “feltri”. “Territorialità” non è altro che una linea geometrica, una perentorietà vocale ridicola e crudele nell’espressione che demistifica il processo edulcorante della rappresentazione paesaggistica soggettiva basata su una emotività. Stima: 55.000€/75.000€.

Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84×70, 1993 – Lotto n. 572 – da farsettiarte.it
Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84x70, 1993
Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84×70, 1993 – Lotto n. 572 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Artista non assimilabile a correnti artistiche Gino De Dominicis è stato sicuramente un intellettuale che ha saputo, attraverso le sue opere e le sue performance, condurre una ricerca critica di matrice esistenziale di altissimo spessore filosofico.

Dagli esordi con il Gruppo Laboratorio ’70, formato da Gianfranco Notargiacomo, Paolo Matteucci e Marcello Grottesi l’artista si è espresso fino alla fine degli anni ’70 soprattutto con installazioni ed azioni performative nell’intento di esprimere un senso critico ed una riflessione esistenziale che uscisse fuori dalle gallerie d’arte.

Una profonda cesura nel sistema filosofico dell’artista di Ancona è riscontrabile all’inizio degli anni ’70. Al nichilismo degli anni ’60 il cui testo di riferimento, di suo pugno, è la “Lettera sull’immortalità del corpo”, De Dominicis fa succedere una visione dell’universo quale ente immobile e senza tempo, fase che l’artista inaugura con l’opera “Seconda soluzione d’immortalità (L’Universo è Immobile)” presentata alla Biennale di Venezia del 1972.

L'”Opera ubiqua” (lotto n. 572) è l’opera che può essere proiettata, il profilo che fa ombra, la pigolante bocca vivente di una presumibile e contemporanea esistenza in mondi paralleli; nata dal magma dell’esistenza, partecipe della foglia d’oro della sacralità, dualità di luce e ombra, insieme concavità e convessità, visibile e invisibile.

“Io, nell’arte, ho realizzato disegni, dipinti, ‘sculture’ (opere tridimensionali), opere invisibili, opere ubique, architetture, e in qualche occasione ‘ossimori fisici’ e opere ‘omeopatiche'” (da Frasi di Gino de Dominicis 1969-1996 raccolte da Cecilia Torrealta, p.142). Stima: 140.000€/220.000€.

Massimo Campigli, Donne al sole (L’attesa), olio su tela, 88.7×68.5, 1931 – Lotto n. 655 – da farsettiarte.it
Massimo Campigli, Donne al sole (L'attesa), olio su tela, 88.7x68.5, 1931
Massimo Campigli, Donne al sole (L’attesa), olio su tela, 88.7×68.5, 1931 – Lotto n. 655 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Nato a Berlino nel 1895 Massimo Campigli trascorre l’infanzia e la prima adolescenza a Firenze con la nonna materna e la zia, poi scoperta essere sua madre. Nel 1909 è a Milano dove lavora per il Corriere della Sera e frequenta gli ambienti ed intellettuali futuristi.

Arruolato dopo le vicende belliche è nuovamente corrispondente per il Corriere da Parigi. Intanto coltiva anche la pittura.

Nel 1925 è presente nei saloni parigini: al Salon des Indèpendants, al Salon des Tuileries, al Salon d’Automne. Nel 1926 a Milano espone alla “Prima Mostra del Novecento”.

E il linguaggio di Campigli si confà, almeno in apparenza, allo spirito del movimento di Margherita Sarfatti con la celebrazione patriottica dei fasti e della purezza dell’italianità. Donne ideali, madri, dipinte come ad affresco, etrusche (nel 1928 Campigli visita il Museo di Villa Giulia a Roma e le Terme di Diocleziono rimanendo affascinato dalla ritrattistica dei bassorilievi), antiche, tornite e forti come statue, dritte, con le braccia alzate a riparare non solo il sole ma qualunque male. Eppure anche donne dal volto in ombra, inconoscibili, come quelle della sua storia familiare al lotto n. 655 “Donne al sole (L’attesa)”. Stima: 90.000€/130.000€.

Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1×85.1, 1944 – Lotto n. 678 – da farsettiarte.it
Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1x85.1, 1944
Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1×85.1, 1944 – Lotto n. 678 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Atanasio Soldati è stato uno dei principali esponenti della ricerca astratta italiana nella Milano degli anni ’30.

Il lotto n. 678 in asta, oltre ad essere un olio su tela di notevole bellezza e qualità pittorica, documenta anche un periodo dell’attività dell’artista poco noto, poiché appartenente al triennio 1943-1945 quando l’artista partecipò alla Resistenza e fu eletto presidente del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Accademia di Brera.

Soldati nel dopoguerra condurrà invece una ricerca esclusivamente astratta in modo particolare dopo il nascere del M.A.C. Movimento Arte Concreta di cui l’artista parmense fu uno dei promotori nel 1948.

“L’opera di Atanasio Soldati risente di queste fondamentali matrici delle avanguardie che egli compendia in modo singolare ai fini della definizione di un personale mondo poetico, nel quale le immagini astratte si combinano naturalmente con le suggestive atmosfere metafisiche” (da M. Ursino, Nel centenario della nascita una retrospettiva di Atanasio Soldati a Parma, in “Riforma amministrativa”, gennaio-febbraio 1997, p. 18).

E ancora: “[…] la folta mitologia dechirichiana è sciolta da ogni riferimento troppo complesso e riproposta in termini francamente psicologici, svuotati da qualunque senso simbolico e da qualsiasi enigma” (da M. Meneguzzo, Atanasio Soldati, Milano 1983, p. 5). Stima: 55.000€/75.000€.

Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79×50, 1927 – Lotto n. 682 – da farsettiarte.it
Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79x50, 1927
Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79×50, 1927 – Lotto n. 682 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Un Ottone Rosai storico al lotto n. 682 “Carabinieri”, del 1927. Sregolato e saltuario frequentatore dell’Accademia di Belle Arti fiorentina Rosai fu amico di intellettuali e artisti quali Giovanni Papini e Ardengo Soffici.

Dopo un primo periodo futurista e cubista è negli anni ’20 e ’30 che l’artista acquisisce quella personalità e quel rigore formale che renderanno la sua opera unica.

Ci sono i volumi e i colori di Cézanne nella pittura di Rosai, c’è il rigore di Masaccio, ma c’è soprattutto lui, Rosai, col suo tormento di uomo inquieto, segnato dal suicidio del padre in Arno nel 1922, dall’omosessualità, dalle speranze anticlericali del primo Mussolini, dall’idea di un mondo bieco, fatto da persone incapaci di comunicare, condannate a un mutismo esistenziale che l’artista traduce nel loro porsi di schiena anche quando iperbolicamente giganteggiano in qualità di protettori per le vie strette di una città fantasma. Opera magnifica. Stima: 40.000€/55.000€.