Spoerri, Dadamaino, Marasco: realtà, spazialismo, dinamismo da Meeting Art (Asta n. 847)

L’asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 847 della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terrà nei fine settimana dal 9 al 24 giugno 2018 alle ore 14.30 (Lotti 1-200, 201-400, 401-600). Segnaliamo tre belle opere che segnano diversi periodi di tutto il Novecento: “Il bevitore” di Antonio Marasco del 1919 al lotto n. 400, il bel “Volume” di Dadamaino al lotto n. 100 ed il “Tableau piège”, icona del Nouveau Réalism, opera realizzata nel 1972 dall’artista rumeno Daniel Spoerri al lotto n. 98. La TopTen di SenzaRiserva.

Mario Bionda, Messaggio cifrato, olio e tecnica mista su tela, 81.5×65, 1963 – Lotto n. 26 – da meetingart.it
Mario Bionda, Messaggio cifrato, olio e tecnica mista su tela, 81.5x65, 1963
Mario Bionda, Messaggio cifrato, olio e tecnica mista su tela, 81.5×65, 1963 – Lotto n. 26 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

Nato a Torino nel 1913, Mario Bionda mostrò fin da giovanissimo un grande talento nel disegno, tanto che fu allievo nello studio di Felice Casorati per più di un decennio. Già nel 1930, a diciassette anni, partecipa alla prima Biennale di Venezia.

Nel 1935, nel 1955 e nel 1959 Bionda è presente alla Quadriennale di Roma; nel 1958 sarà nuovamente alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno è invitato alla prestigiosa Fraenkische Galerie der Stadt a Norimberga e poi alla Pittsburgh International Exhibition of Contemporary Painting and Sculpture. Nel 1961 è alla VI Biennale di San Paolo. Nei primi anni ’60 espone a livello internazionale, con grande successo, in Scandinavia e poi a Francoforte, Lugano, Berlino, Wiesbaden.

Nel dopoguerra Bionda ha frequentato l’ambiente dei pittori milanesi. Fino al 1960 ha condiviso lo studio con Alfredo Chigine. Sono gli anni in cui l’artista torinese passa dall’espressionismo astratto all’informale, come testimoniato dall’opera in asta al lotto n. 26 “Messaggio cifrato”. In questo periodo Bionda stringe rapporti con la Galleria del Milione, dove espone nel 1958 e nel 1965, in due importanti mostre personali.

Nelle opere informali il linguaggio pittorico di Bionda tocca i due poli del naturalismo e dello spazialismo in una ‘evocatività’ che passa direttamente dalla materia: caolino, sabbia, argilla, pigmenti, elementiche l’artista impasta in bruni con risultati che richiamano figure e luoghi indefiniti, torbidi, coscienziali, ma anche ricordi, suggestioni precise e reali.

Lo spazialismo di Bionda tuttavia rinnega, come l’artista dimostrò firmando il “Manifesto antiestetico” con Ralph Rumney nel 1956, le derive concettuali del movimento di Lucio Fontana, poiché per Bionda “le ricerche spaziali, hanno una loro validità solo quando sono sostenute dai quadri”. Stima: 2.000€/3.000€.

Massimo Kaufmann, Senza titolo, olio su tela, 100x100x3.5, 2006 – Lotto n. 62 – da meetingart.it
Massimo Kaufmann, Senza titolo, olio su tela, 100x100x3.5, 2006
Massimo Kaufmann, Senza titolo, olio su tela, 100x100x3.5, 2006 – Lotto n. 62 – immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

Bella opera, di buone dimensioni, dell’artista milanese Massimo Kaufmann al lotto n. 62 “Senza titolo”.

Emerso sulla scena milanese negli anni ’90 Kaufmann si ritaglia, con la sua pittura, uno spazio originale e ripropone, attraverso il colore e un mezzo espressivo antico come il pointillisme, una modalità interpretativa del reale inesauribile poiché ridotta ai minimi termini della comunicazione.

Kaufmann, oltre la concettualità dell’arte povera ed il negazionismo ‘primitivo’ della Transavanguardia, rifonda la sintassi nello spazio e nel tempo, nella manualità, senza cedere alla programmazione, non chiudendosi in una fredda artigianalità.

L’artista agisce nel tempo, per sovrapposizione di colore, con il corpo, con le dita, lasciando correre la fantasia parallelamente al piacere fanciullesco di dipingere, di citare e rimandare al reale, a una vista, ad un ricordo; oppure liberamente, concedendosi alla gioia della libera associazione.

Per questo Kaufmann non limita i suoi mezzi espressivi: dall’installazione alla pittura, dalla fotografia alla video-arte le sue opere affrontano i temi più disparati, su livelli semantici molteplici.

Una sua opera “The Golden Age” è stata acquistata nel 2008 dal Museo di Arte Moderna di Bologna ma opere dell’artista fanno parte di importanti collezioni nazionali ed internazionali: quella della Fondation Cartier di Parigi, del Metropolis di Berlino, del Bronx Museum di New York, del Musee d’Art Contemporaine di Nizza, della Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma, della Collezione Palazzo Reale di Milano. Stima: 8.000€/9.000€.

Vasco Bendini, La memoria conserva qualcosa, tempera acrilica su tela, 200×180, 2002 – Lotto n. 91 – da meetingart.it
Vasco Bendini, La memoria conserva qualcosa, tempera acrilica su tela, 200x180, 2002
Vasco Bendini, La memoria conserva qualcosa, tempera acrilica su tela, 200×180, 2002 – Lotto n. 91 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

Opera recente, ma suggestiva e di grandi dimensioni, questa del bolognese Vasco Bendini (Bologna, 1922 – Roma, 2015), maestro dell’informale italiano, al lotto n. 91 “La memoria conserva qualcosa”, del 2002.

Una carriera lunga e piena di riconoscimenti quella di Bendini, dalla prima personale alla Galleria La Torre di Firenze nel 1953, passando per la prima Biennale di Venezia del 1956 e le sale personali a quella del 1964 e del 1972 (con presentazioni rispettivamente di Maurizio Calvesi, e di Francesco Arcangeli e Renato Barilli).

Bendini è stato forse la personificazione migliore dell’artista ispirato, che risolve ogni tecnicismo pittorico in ispirazione pura, emotività, intuizione; attraverso una concezione dell’artefice quale medium di una verità semplice ma inaccessibile; verità che si attinge “grazie ad un simile lasciarsi andare, farsi prendere, che è a mio avviso propedeutico per l’incontro con l’arte in genere e con il Bendini artista in particolare, [poiché così] noi riusciamo a svincolarci da ciò che molti studiosi hanno definito ‘formalismo estetico’, vale a dire la tendenza spontanea, pressoché inevitabile, quasi una tentazione, a ritenere fondamentale, in ogni ambito […] l’utilizzazione preliminare della contrapposizione teorica fra contenuto e forma […].

Quel che si vuole qui invece sottolineare è che proprio l’arte, come tale, tende a compiere il gesto del ‘semplice’, e che l’opera, con la sua ‘semplicità’, che l’artista ne sia consapevole o meno, rappresenta il segnale che qualcosa si è compiuto e che l’artista e la sua opera hanno un appuntamento con l’immagine.

La storia dell’arte stessa è la storia, il racconto di tutti gli innumerevoli incontri d’immagine che sono stati compiuti, che sono avvenuti, e di cui occorre serbare memoria proprio perché essi sono semplici ‘a tu per tu’ tra l’artista e l’opera nel segno dell’immagine”, come ha scritto benissimo Giampiero Moretti in Ipotesi sull’immagine in “Vasco Bendini. Lettera con Accordi”, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2003, pp. 70-71. Stima: 18.200€/20.000€.

Eugenio Carmi, Quadrato delirante, olio su tela, 100×80, 1973 – Lotto n. 95 – da meetingart.it
Eugenio Carmi, Quadrato delirante, olio su tela, 100x80, 1973
Eugenio Carmi, Quadrato delirante, olio su tela, 100×80, 1973 – Lotto n. 95 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

Eugenio Carmi nasce a Genova nel 1920. Si laurea in chimica al Politecnico di Zurigo e, tornato in Italia a Torino dopo la guerra, riprende gli studi artistici e diviene allievo nello studio di Felice Casorati.

Fra il 1956 e il 1965 lavora come direttore artistico per la società siderurgica Italsider di Cornigliano, chiamato da Gianlupo Osti. Qui elabora una comunicazione aziendale originalissima, di stampo semiotico, che va dalla cartellonista alla grafica della rivista informativa che cura per i dipendenti. Al contempo Carmi realizza assemblaggi e sculture con materiali di scarto in metallo che intitola “appunti sul nostro tempo”.

Artista eclettico, Carmi sperimentò l’arte figurativa, informale, cinetica, le installazioni musicali e programmate, la poesia visiva, la video-arte e infine, dall’inizio degli anni ’70 le geometrie colorate, basate su rapporti aurei, testimoniate dall’opera in asta al lotto n. 95 “Quadrato delirante”.

Sono le opere per le quali l’amico Umberto Eco definì Carmi “autore di paesaggi”. Poiché ogni sperimentazioni di Carmi “fabbricante di immagini” parte e torna alla realtà: quella dell’industria, degli uomini, delle parole, all’insegna di un costruttivismo che non si scontra con essa ma la interpreta e cerca di farne ‘cosa bella’. Stima: 12.200€/13.500€.

Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 80×60, 1950 – Lotto n. 96 – da meetingart.it
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 80x60, 1950
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 80×60, 1950 – Lotto n. 96 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

Le “spirali” del monzese Roberto Crippa sono una delle manifestazioni più ‘alte’, precoci e originali dello spazialismo milanese.

Appena uscito dall’Accademia di Brera nel biennio 1947/1948 Crippa partecipa a quei fermenti del dopoguerra che vanno dall’astrattismo razionalista e immaginista del M.A.C. Movimento Arte Concreta, al post-cubsimo fino all’incipiente surrealismo d’oltreoceano.

Ma è attorno alle idee di Lucio Fontana che orbita l’interesse della giovane generazione di artisti dell’ambiente milanese. Crippa firma, proprio nel 1950, quando realizza le “spirali” al lotto n. 96, il terzo “Manifesto dello Spazialismo” (Proposta di un regolamento).

In esso si legge: “l’invenzione concepita dall’Artista spaziale viene proiettata nello spazio […] L’Artista Spaziale non impone più allo spettatore un tema figurativo, ma lo pone nella condizione di crearselo da sé, attraverso la sua fantasia e le emozioni che riceve. Nell’umanità è in formazione una nuova coscienza, tanto che non occorre più rappresentare un uomo, una casa, o la natura, ma creare con la propria fantasia le sensazioni spaziali […]”

Le “spirali” di Crippa non sono nient’altro che il riportare nel contesto della pittura gli ambienti a luce nera (con lampada di Wood) creati da Fontana alla Galleria del Naviglio nel 1949, con forme di cartapesta e colori fluorescenti; nient’altro che il groviglio di luci al neon esposto sopra la scalinata della Triennale di Milano nell’ambiente progettato dall’architetto Baldessarri nel 1951.

Ma se Fontana si apre al pubblico, allo spazio e offre un nuovo spazio; Crippa personalizza, ci parla dei suoi voli pindarici, quelli fatti veramente da pilota acrobatico; ci parla di esperienze che non possono essere mediate e che invitano a intervenire nella realtà, a invidiare il sogno altrui. Stima: 14.000€/16.000€.

Daniel Spoerri, Tableau piège, assemblaggio di oggetti e collage su tavola, 70×70, 1972 – Lotto n. 98 – da meetingart.it
Daniel Spoerri, Tableau piège, assemblaggio di oggetti e collage su tavola, 70x70, 1972
Daniel Spoerri, Tableau piège, assemblaggio di oggetti e collage su tavola, 70×70, 1972 – Lotto n. 98 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

Daniel Spoerri nasce a Galati, in Romania, nel 1930. Costretto a fuggire in Svizzera a causa delle persecuzioni naziste, frequenta a Zurigo la scuola di teatro e danza divenendo ballerino professionista.

Negli anni ’50 inoltre si dedica alla regia teatrale ed alla poesia concreta.

Il 27 ottobre del 1960 Spoerri è tra i firmatari della dichiarazione costitutiva del Nouveau Réalisme in casa di Yves Klein. Il movimento era già stato teorizzato dal critico Pierre Restany nel Manifesto del 16 aprile dello stesso anno: “[] la pittura da cavalletto (come qualsiasi altro mezzo espressivo classico nel campo della pittura o della scultura) ha fatto il suo tempo. Vive in questo momento gli ultimi istanti, talvolta ancora sublimi di un lungo monopolio.

[…] Assistiamo oggi all’esaurimento e alla sclerosi di tutti i vocabolari stabiliti: alla carenza – per esaustione – dei mezzi tradizionali si oppongono delle avventure individuali sparse in Europa e in America, che tendono tutte, qualunque sia l’apertura del loro campo investigativo, a definire le basi normative di un’espressività nuova. […] L’appassionante avventura del reale colto in sé e non attraverso il prisma della trascrizione concettuale o immaginativa [costituisce] l’introduzione di un ricambio sociologico allo stadio essenziale della comunicazione.

La sociologia viene in aiuto della coscienza e del caso, sia a livello di scelta o di lacerazione di un manifesto, dell’allure (impronta) di un ‘oggetto, di un rifiuto o di un avanzo di cibo, dello scatenarsi dell’affettività meccanica, della diffusione della sensibilità al di là dei limiti della sua percezione. […] Allo stadio, più essenziale nella sua urgenza, della piena espressione affettiva e della messa fuori di sé dell’individuo creatore e attraverso le apparenze naturalmente barocche di certe esperienze, noi ci incamminiamo verso un nuovo realismo della sensibilità pura […]”.

Sensibilità pura che in Spoerri nasce a Parigi, riportando su tavola gli oggetti quotidiani raccolti nella chambre n. 13 dell’Hotel Carcassonne, in rue Mouffetard (lotto n. 98 “Tableau piège”). Stima: 36.000€/40.000€.

Dadamaino, Senza titolo, idropittura su tela operata, 70×50 – Lotto n. 100 – da meetingart.it
Dadamaino, Senza titolo, idropittura su tela operata, 70x50
Dadamaino, Senza titolo, idropittura su tela operata, 70×50 – Lotto n. 100 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

I “volumi” (lotto n. 100 “Senza titolo”) appaiono per la prima volta nella produzione artistica di Edoarda Emilia Maino (Milano, 1930) il 18 dicembre del 1959 nel contesto della mostra collettiva La donna nell’arte contemporanea, tenutasi presso la Galleria Brera a Milano.

L”invenzione’ nasce naturalmente  dall’ambiente culturale e artistico che la Maino vive in quel periodo: nella frequentazione del Gruppo Azimuth e degli artisti che lo animano: Manzoni, Castellani, ma anche in quella di Lucio Fontana, degli artisti del Gruppo N e del Gruppo Zero.

Nasce cioè da un’esigenza di azzeramento che la porta al rifiuto della pittura informale e allo stesso tempo alla monocromia. Ma non basta; c’è nella Maino il desiderio di trascendere, di andare oltre verso uno spazio percettivo e mentale, chiaramente citando quei “concetti spaziali” creati in quegli anni da Fontana, ma con un fare compositivo che ha maggiori riguardi verso i rapporti geometrici e percettivi e allo stesso tempo un richiamo fortissimo a forme primitive, ancestrali e intimamente femminili che caratterizzeranno una pittura che sarà sempre misurata ma anche ‘di moto’, viscerale.

“Mentre terminavo gli studi ho iniziato l’attività artistica. Debuttai nel 1956 in una collettiva con quadri astratto-geometrici. Sfaldamento dell’astratto-geometrico che diviene informale e polimaterico tendente a una ricerca nuova (’56-’58). Col ’59 riconosco che tutto questo procedimento è inutile ai miei scopi. Sovrapponendo colori, materie e cose complicavo sempre di più la situazione. Mi sembrò necessario togliere anziché mettere; togliere tutto quello che significava la pittura e in tutte le sue accezioni. Così sulle tele pulite operai grandi squarci ovoidali, a volte uno solo, grande come tutto il quadro” (da Cristina Celario, Nella purezza dell’idea la ragione di operare Dadamaino, 1956-1969, tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Studi Umanistici, relatore prof. Paolo Campiglio, aa.2009/2010, p. 25). Stima: 72.000€/80.000€.

Antonio Bueno, La mora, olio su masonite, 30×20, 1972 – Lotto n. 146 – da meetingart.it
Antonio Bueno, La mora, olio su masonite, 30x20, 1972
Antonio Bueno, La mora, olio su masonite, 30×20, 1972 – Lotto n. 146 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

Una piccola ma curatissima opera di Antonio Bueno al lotto n. 146 “La mora”. Nato a Berlino nel 1912, di origini spagnole, fratello di Xavier Bueno, anche lui artista, Antonio Bueno è stato uno dei protagonisti dei fermenti artistici del dopoguerra fiorentino.

Trasferitosi in Italia con il fratello nel 1940 partecipò con Xavier, il pittore armeno Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni all’esperienza dei Pittori moderni della realtà; ma fu anche artista inquieto e sperimentatore: finita l’esperienza del realismo sociale Antonio si dedicò, nel corso degli anni ’50 e ’60 alla pittura astratta, a quella neometafisica, all’informale, fino alla pop art ed alla poesia visuale.

Sempre controcorrente, verso la fine degli anni ’60 Antonio si allontana anche dall’avanguardia: torna a una pittura dichiaratamente “neopassatista”, etichettata anche ironicamente neokitsch e “pompieristica”.

Sono gli anni dei “marinaretti”, dei “pompieri”, delle fanciulle ma anche dei grandi d’après di opere celebri reinterpretate in questa nuova chiave: con una frontalità disincantata di presenze iconiche che riconducono a forme assolute, segnali di una realtà indagata e di cui l’artista ritrova il senso nella matrice figurale; in un realismo deformato verso la forma assoluta della rotondità che si svolge decontestualizzata in quest’opera nelle volute simmetriche dei capelli, nei seni statuari, nell’ovale perfetto, opalescente del volto, nello sfondo spiazzante e carico di una rivelazione. Stima: 8.000€/9.000€.

Antonio Marasco, Bevitore, olio su tavola, 80×60, 1919 – Lotto n. 400 – da meetingart.it
Antonio Marasco, Bevitore, olio su tavola, 80x60, 1919
Antonio Marasco, Bevitore, olio su tavola, 80×60, 1919 – Lotto n. 400 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

È il 1919 quando un appena ventitreenne Antonio Marasco (Nicastro, 1896) viene definito da Filippo Tommaso Marinetti “brillante sfasciatore di esposizioni passatiste”.

L’ideologo del futurismo si riferisce ad un episodio di quell’anno, quando Marasco, come ritorsione alla bocciatura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove aveva seguito i corsi di Galileo Chini, si reca ad una mostra degli allievi di questi distruggendo con una sciabola tutte le opere.

Nel 1906 l’artista calabrese si era infatti trasferito a Firenze e subito aveva aderito al futurismo, entrando nel gruppo dei cosiddetti “futuristi di transito”, a distinguersi dagli artisti del primo futurismo (con lui Rosai, Prampolini, Gerardo Dottori, Mario Sironi, Fortunato Depero).

Nel 1911 intanto Marasco ha conosciuto a Milano Filippo Tommaso Marinetti. Nel 1914 con Marinetti compie un viaggio in Russia dove entra in contatto con gli esponenti dell’avanguardia russa (Tatlin, Majakowskij, Malevic, Puni, Esenin). Nel 1914 Marasco conosce a Firenze Umberto Boccioni con cui espone nel 1915 nella “mostra del futurismo” a San Francisco in California. In questi anni la pittura di Marasco è assai influenzata dal dinamismo plastico teorizzato da Boccioni.

Nel 1918 si arruola nel Genio Zappatori, ma ferito durante i combattimenti viene messo in convalescenza e rispedito a casa.

La bellissima opera in asta al lotto n. 400 “Bevitore” è un esempio di quel ciclo pittorico che Marasco stesso definì nel 1968 “dinamismo plastico e suoi sviluppi”, con chiaro riferimento a Boccioni, in una pittura caratterizzata da compenetrazioni e distorsioni di piani che, attraverso il moto delle forme e gli effetti di luce, descrivono una realtà straniata, sintetica, magmatica e tuttavia unica, tesa a cogliere l’essenza della realtà in tutte le sue componenti d’energia nell’unicum dello spazio tempo. Stima: 27.000€/30.000€.

Valerio Adami, Studio per “T.V. in casa” (di sera), acrilico su tela, 97×113 – Lotto n. 400 – da meetingart.it
Valerio Adami, Studio per “T.V. in casa” (di sera), acrilico su tela, 97x113
Valerio Adami, Studio per “T.V. in casa (di sera)”, acrilico su tela, 97×113 – Lotto n. 400 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 847

Valerio Adami nasce a Bologna nel 1935. Studia all’Accademia di Belle Arti di Brera con Achille Funi. Del 1959 la sua prima personale presso la Galleria Pater e poi presso la Galleria del Naviglio di Milano.

Numerosissimi saranno i riconoscimenti. Fra i più importanti: nel 1968 la Biennale di Venezia gli dedica una sala personale; nel 1985 il Centre Georges Pompidou di Parigi allestisce una storica retrospettiva.

La pittura di Adami, dopo un inizio ancora legato a soluzioni prima, negli anni ’50, baconiane, e poi, all’inizio degli anni ’60, più propriamente espressioniste astratte (tuttavia con evidenti aspetti fumettistici), trova rapidamente un proprio linguaggio.

L’artista lo declina nel segno delle ricerche della pop art americana, in particolare avendo a modello la pittura di Roy Lichtenstein per le modalità di composizione dell’immagine: cioè per campiture e forme di colori piatti ‘marcati’ da un netto contorno nero.

Tuttavia quello di Adami è un racconto originale: l’artista in ogni opera descrive con poesia aneddoti sui tempi moderni. Utilizza immagini popolari, oggetti quotidiani, simboli religiosi, metafore sessuali, continue intertestualità letterarie e di cronaca.

Adami predilige i temi dell’eros, della musica, del viaggio ma anche gli episodi della vita di tutti i giorni, della storia, della cronaca; poiché questo vuole raccontare con ironia ed intelligenza: l’incredibile intrico e metamorfico dell’essere al mondo, fra artificiale e reale, tenendo in braccio un bimbo di fronte al canto disperato della televisione, dopo aver letto un libro, aver ascoltato le notizie, aver studiato e sognato, stesi a terra, a piedi nudi, disarmati, semplici e insieme così complessi (lotto n. 400 “T.V. in casa, di sera”). Stima: 45.000€/50.000€.