Asta Il Ponte n. 410 – 5 Dicembre 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta di Arte Moderna e Contemporanea (n. 410) della Casa d’Aste Il Ponte di Milano si terrà in data 5 dicembre 2017 nella sede di Palazzo Crivelli, via Pontaccio 12. La prima tornata è prevista per le 10.30 dal lotto 1 al 116, la seconda alle 15.30 dal lotto 117 al 246. La TopTen di SenzaRiserva.

Franco Bemporad, Spazio sensoriale tricromato, olio su tela, 110×100, 1963 – Lotto n. 7 – da ponteonline.com
Franco Bemporad, Spazio sensoriale tricromato, olio su tela, 110x100, 1963
Franco Bemporad, Spazio sensoriale tricromato, olio su tela, 110×100, 1963 – Lotto n. 7 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Artista fiorentino (1926-1989), Franco Bemporad si dedica alla pittura negli anni ’50 dopo aver intrapreso gli studi di medicina e psicologia. Il suo interesse si orienta fin da subito inoltre anche verso il cinema.

Nel 1957 Bemporad aderì al movimento nucleare, firmando il Manifesto Contro lo Stile di Baj e nel 1961 al gruppo romano di Continuità (Pietro Consagra, Piero Dorazio, Gastone Novelli, Achille Perilli, Giulio Turcato, e poi Lucio Fontana, Arnaldo e Giò Pomodoro) che espose con Bemporad dalla Galleria Odyssia prima a Torino e poi a Milano.

Ed è proprio nell’ambito della ricerca del gruppo all’insegna dell'”estetica del continuo” e della “assenza, indeterminazione del limite” che nasce la ricerca segnica e materica di Bemporad testimoniata al lotto n. 7 del 1963 “Spazio sensoriale tricromato”.

Lo spazio pittorico infatti si svolge attraverso una scansione ritmica formale realizzata su segni elementari, moduli e punti, quest’ultimi eseguiti spremendo direttamente il colore dal tubetto in modo da far assumere un ‘taglio’ alla materia che in questo modo emerge dalla tela vibrante di luce.

Sono superfici tattili, un linguaggio braille che, a detta di Franco Russoli, nella presentazione al Catalogo della personale di Bemporad tenutasi nel 1960 alla Galleria del Milione di Milano “non ci propongono un piacevole gioco formale ma quasi il simbolo figurale di una continua trasformazione dell’inerte in vivo”.

L’artista, in pieno spirito nucleare, è assente dall’opera, ma ha una rivelazione sintetica e allo stesso tempo esatta della natura, nutrita dalla conoscenza scientifica e percettiva del rapporto uomo-mondo, che Bemprad coglie in queste “strutture metodologiche che contrappongono al segno personale il segno, per quanto possibile, impersonale che si elimina poi in un insieme unificato” come ebbe ad affermare nel 1971. Stima: 4.000€/6.000€.

Roberto Crippa, La morte della foresta, olio su tela, 60×73, 1957 – Lotto n. 61 – da ponteonline.com
Roberto Crippa, La morte della foresta, olio su tela, 60x73, 1957
Roberto Crippa, La morte della foresta, olio su tela, 60×73, 1957 – Lotto n. 61 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

“Motivi primordiali, da cui trasparivano spavento ed ossessione” (dal CatalnazBolaffi d’arte moderna, n. 8/1, Torino 1972, Omaggio a C.) emorgono nella pittura e nella scultura del monzese Roberto Crippa a partire dal 1953, dopo cioè la stagione spaziale, a fianco di Lucio Fontana, delle “Spirali”.

Una evoluzione segnata in Crippa da un interesse vitalistico personale, da una personalità vicina alla visionarietà di artisti conosciuti e amati: Wilfredo Lam, Roberto Sebastian Matta, Victor Brauner, che in quegli anni sono impegnati nelle ricerche surreali; da una passione di riscoperta dell’arte africana ed oceanica che stimola la sua fantasia panica di immersione nelle forze totemiche naturali.

Fra il 1955 ed il 1956, un anno prima di eseguire l’opera al lotto n. 61 “La morte della foresta”, Crippa crea un numeroso ciclo di sculture “tribali”, dalla forte connotazione primitiva, realizzate con una particolare tecnica di rame e bronzo fuso su ferro.

Il 1957 è l’anno della Personale al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles. Crippa inizia a lavorare con cortecce, legni, sugheri. E nonostante l’opera in asta sia realizzata su tela, si nota in esse una volontà dell’artista di adesione ad una materialità mimetica che non è solo tematica, ma anche espressiva. Dopo aver spaziato e ‘volato’  nell’etere, Crippa, con la sensibilità che lo contraddistingue, torna con l’orecchio poggiato al suolo ad ascoltare l’urlo della terra. Stima: 5.000€/6.000€.

Gianni Bertini, Venere a idrogeno, tecnica mista su metallo, 61×51, 1964 – Lotto n. 84 – da ponteonline.com
Gianni Bertini, Venere a idrogeno, tecnica mista su metallo, 61x51, 1964
Gianni Bertini, Venere a idrogeno, tecnica mista su metallo, 61×51, 1964 – Lotto n. 84 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Nato a Pisa nel 1922 Gianni Bertini esordisce come pittore nel 1946 con opere espressioniste di gusto post-cubista. Alla fine degli anni ’40 però il suo interesse vira verso l’arte astratta. Frequenta Mario Nigro a Livorno, gli astrattisti classici a Firenze, i rappresentanti dell’avanguardia romana di Forma 1 a Roma.

Nel 1950 aderisce al M.A.C. Movimento Arte Concreta e in seguito all’esperienza nucleare di Baj e Dangelo ma già in questi anni la sua gestualità informale si caratterizza di una precocissima originalità pop anticipatrice anche di alcune soluzioni dell’arte americana del decennio successivo. Si pensi a i “Gridi” che Bertini presenta alla mostra “Arte d’Oggi” a Firenze nel 1950 stesso, dove fanno la prima comparsa le lettere stampigliate e le cifre utilizzate in libertà sulla tela.

Accanto a queste evoluzioni Bertini sperimenta su più fronti, prima un concretismo svolto attraverso composizioni e scomposizioni di linee e punti, in seguito un fare più gestuale ed espressivo. Nel 1954 battezza la feconda amicizia con Pierre Restany, che di lì a poco diverrà il teorico del Nouveau Réalisme.

È in questo clima, dopo il trasferimento a Parigi, che nel 1961 Bertini matura una nuova tecnica compositiva che utilizza riporti fotografici (lotto n. 84 “Venere a Idrogeno”), ma anche ritagli di giornali e riviste applicati a collage su tela, su cui poi l’artista svolge interventi pittorici.

Sarà la mechanical-art il cui manifesto, dell’amico Restany Bertini sottoscrive nel 1965: “[…] Questi riporti fotografici di Béguier, Bertini, Jacquet, Nikos, Rotella, questi ingrandimenti di belinogrammi, queste tirature dirette o decalcomanie di clichés, queste inquadrature tipografiche, queste impressioni a grande tiratura su tela sono molto lontane dalla vecchia pittura figurativa che tenta oggi di nascondere la sua mediocrità con un modernismo del soggetto. La crisi attuale della pittura da cavalletto è legata a quella della immagine ‘dipinta’: ma l’immagine dipinta non ha niente a che vedere con l’immagine oggettiva ottenuta sulla tela attraverso un cliché, un’impronta, un riporto fotografico vale a dire un processo di impressione meccanica”. Stima: 2.500€/3.000€.

Achille Perilli, Lazzi e cachinni, tecnica mista su tela, 55×35, 1972 – Lotto n. 87 – da ponteonline.com
Achille Perilli, Lazzi e cachinni, tecnica mista su tela, 55x35, 1972
Achille Perilli, Lazzi e cachinni, tecnica mista su tela, 55×35, 1972 – Lotto n. 87 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Piccola ma raffinata opera del romano Achille Perilli del 1972 al lotto n. 87 “Lazzi e chichinni” che già nel titolo introduce la ricerca insieme semantica e sinestetica dell’artista romano, protagonista dell’esperienza astratta italiana del dopoguerra all’interno del gruppo Forma 1 (fondato nel 1947 da Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato).

Si può certamente affermare che Perilli sia stato, nel corso degli anni ’50 ma anche in seguito, il teorico e la mente critica dell’evoluzione del linguaggio astratto in senso formalista e concretista italiano. Perilli infatti, durante tutto il corso della sua attività, ha svolto un importantissimo lavoro di analisi ed esegesi dei fermenti artistici recenti e contemporanei capace di introdurre motivazioni di critica storica, umana, culturale e sociale di supporto alla comprensione e allo sviluppo di quei fenomeni.

Importantissimi i suoi articoli sulla rivista “Civiltà delle macchine” in cui l’artista dibatte e discute molti autori moderni, in particolari quelli vicini al costruttivismo ‘macchinistico’ russo, quali Gabo e Pevsner, e i dada per l’apporto irrazionale al dominio del visuale.

Tutte analisi e ricerche che sottostanno al linguaggio proprio di Perilli che alla fine degli anni ’60 approda a quell’“irrazionale geometrico”, testimoniato dal lotto in asta, che non è solo espressione, ma esercizio della mente, artificio della macchina, sfida del contemporaneo, pluralità e complessità di senso e sensi; che scopre nell’astrazione una nuova figurazione, poiché l’artificio sottende l’artefice.

Come ebbe a dire Toti Scialoja nel suo Giornale di Pittura apparso nel 1957 nella rivista “L’esperienza moderna”, diretta proprio da Perilli e Gastone Novelli: “la pittura tornerà ad essere cosa – non oggetto. Oggetto vuol dire strumento, utensile, forma anonima per l’uso di tutti. Oggetto vuol dire finale inespressività e indistinzione. Ma una ‘cosa’ – usata proprio in questo termine confuso e generico – ma una cosa è a contatto con l’umano, esprime non appena la si considera, racconta, trasmette”. Quello che sembra accadere nelle opere di Achille Perilli. Stima: 3.500€/5.000€.

Alberto Magnelli, Senza titolo, gouche e pastello su carta, 63.4×48.4, 1942 – Lotto n. 110 – da ponteonline.com
Alberto Magnelli, Senza titolo, gouche e pastello su carta, 63.4x48.4, 1942
Alberto Magnelli, Senza titolo, gouche e pastello su carta, 63.4×48.4, 1942 – Lotto n. 110 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Hans Arp, Robert e Sonia Delaunay furono gli amici di salotto di quella piccola comunità artistica e spirituale  che accompagnò la vita di Alberto Magnelli e della moglie Susi Gerson, ebrea tedesca, a La Ferrage, nel sud della Francia, fra il 1939 ed il 1944, anno in cui l’artista e la Gerson poterono rientrare a Parigi alla fine della guerra.

Nato a Firenze nel 1888, Magnelli si forma da autodidatta nel clima fervente del cubo-futurismo fra le mostre lacerbiane di arte futurista fiorentina, i viaggi a Parigi, le frequentazioni importanti (Palazzeschi, Boccioni, Apollinaire, De Chirico, Picasso).

Fin dal 1914, pur se ancora in una pittura di impianto figurativo, già si avverte l’originalità precocissima di Magnelli nella ricerca di un equilibrio concreto e sintetico di forma e colore. Al 1915 risalgono le prime opere completamente astratte. Nel 1918, alla fine della guerra, nascono le celebri Esplosioni liriche (composizioni dinamiche di colori contrastanti giocate anche sulla figura umana).

Gli anni ’20 dell’artista di origine fiorentina sono quelli del “realismo immaginario” nel clima del ritorno all’ordine del decennio alla fine della guerra. Ma i “valori plastici” non gli saranno congeniali a lungo. Gli anni ’30, passati a Parigi, sono invece un momento di sperimentazione fra pietre, collages e ready-made; ed è negli anni ’40 che Magnelli riscopre quella felicità compositiva dove la forma si fa colore e il colore si fa forma che esplode potente al lotto n. 110 “Senza titolo” e che sarà d’esempio ed ispirazione, alla fine della guerra, per gli artisti romani di Forma 1 che in lui vedranno un padre ispiratore ed un maestro. Stima: 7.000€/9.000€.

Afro Basaldella, Racconti di Guascogna, olio su tela, 90×60, 1951 – Lotto n. 130 – da ponteonline.com
Afro Basaldella, Racconti di Guascogna, olio su tela, 90x60, 1951
Afro Basaldella, Racconti di Guascogna, olio su tela, 90×60, 1951 – Lotto n. 130 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Afro Basaldella nasce ad Udine nel 1912. Negli anni ’30 è a Roma; l’artista frequenta i pittori della scuola romana (Scipione, Cagli, Maffai) con cui condivide un linguaggio pittorico figurativo di carattere espressivo ed esistenziale. Nel 1935 partecipa alla Quadriennale di Roma. Negli stessi anni espone più volte alla Biennale di Venezia. Le prime mostre personali risalgono al 1936 e al 1937 alla Galleria Cometa di Roma.

Alla fine degli anni ’30 la pittura di Basaldella diviene neo-cubista. Grande influenza sul suo linguaggio l’avrà il viaggio a New York del 1950. Qui l’artista avrà occasione di ammirare le opere e conoscere i protagonisti delle avanguardie dell’espressionismo astratto.

Nel 1952 Basaldella fa parte del Gruppo degli Otto di Lionello Venturi (Afro Basaldella, Ennio Morlotti, Renato Birolli, Mattia Moreni, , Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Antonio Corpora, Emilio Vedova) alla Biennale di Venezia di quell’anno.

Questa appartenenza implicitamente giustifica due degli aspetti perspicui dell’arte di Basaldella di questi anni: il primo è l’evidente e forte connessione del suo fare artistico con le sperimentazioni delle avanguardie europee ed internazionali (forte l’influenza del linguaggio onirico di Klee e degli automatismi psichici surreali); il secondo una espressività che si nutre di sensazioni e intuizioni realistiche, elaborate emotivamente e dinamicamente e che, in quest’opera al lotto n. 130 “Racconti di Guascogna”, già mostra una indipendenza astratta assai evoluta che ha superato l’iniziale uniformità della stesura tonale e l’esattezza ragionata dello studio compositivo per farsi linguaggio maturo. Stima: 7.000€/9.000€.

Bepi Romagnoni, Racconto, aprile maggio 1962, collage e tecnica mista su tela, 100×120, 1962 – Lotto n. 141 – da ponteonline.com
Bepi Romagnoni, Racconto, aprile maggio 1962, collage e tecnica mista su tela, 100x120, 1962
Bepi Romagnoni, Racconto, aprile maggio 1962, collage e tecnica mista su tela, 100×120, 1962 – Lotto n. 141 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Kirkegaard, Camus, Sartre hanno ispirato l’arte dello sfortunato artista milanese, Bepi Romagnoni, morto a soli 34 anni nel 1964 e protagonista del realismo esistenziale.

Il gruppo degli artisti esistenzialisti di cui Romagnoni fa parte in quegli anni è composto da Floriano Bodini, Giuseppe Banchieri, Mino Ceretti, Gianfranco Ferroni, Giuseppe Guerreschi.

La prima personale di Bepi Romagnoni risale al 1955 alla Galleria Schettini di Milano. Nello stesso anno l’artista è alla Biennale di Venezia, dove vince il premio Burano.

Il “racconti” di Romagnoni (lotto n. 141 in asta) ci parlano però un linguaggio nuovo. Sono le opere che l’artista realizza dal 1961, dopo una fase informale, e che mostrano un’espressionismo di interventi pittorici misti a procedimenti di riporto fotografico e collage, tipici della Mec-Art, che in Romagnoni raggiungono esiti plastici, spaziali, volumetrici originalissimi e mai freddi. E anche in essi l’artista non tradisce quelle radici esistenziali di analisi distaccata e allo stesso tempo di partecipazione sofferta e violenta alla realtà di matrice tipicamente sartriana.

Romagnoni riesce nelle sue opere a raccontare storie, ad annullare, inglobare la vita altrui nei gesti universali dell’espressione della propria vita: “per ottenere una verità qualunque sul mio conto, bisogna che la ricavi tramite l’ altro. L’altro è indispensabile alla mia esistenza, così come alla conoscenza che io ho di me” (da J. P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, 1946). Stima: 10.000€/15.000€.

Emilio Scanavino, I nostri fiori (per Guido Rossa), olio su tela applicata su tavola, 81×100, 1978 – Lotto n. 161 – da ponteonline.com
Emilio Scanavino, I nostri fiori (per Guido Rossa), olio su tela applicata su tavola, 81x100, 1978
Emilio Scanavino, I nostri fiori (per Guido Rossa), olio su tela applicata su tavola, 81×100, 1978 – Lotto n. 161 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Opera particolare questa in asta al lotto n. 161 “I nostri fiori (per Guido Rossa)” di Emilio Scanavino, maestro ligure dell’astrazione segnica del dopoguerra italiano ed internazionale.

Particolare ma non atipica poiché l’artista si cimenta con un fatto di cronaca, per esprimere solidarietà rispetto ad un avvenimento politico di grandissimo impatto emotivo. Scanavino infatti fu attento osservatore della realtà, non solo interiore e per così dire universale, ma anche di quella sociale.

L’artista è riuscito, nel corso della sua carriera, ad instaurare un dialogo con il mondo che passa attraverso un linguaggio astratto originale e che prende forma in una sorta di diario personale, scandito da un ritmo emozionale che è fatto di cose viste, sofferte, vissute o da cui semplicemente l’artista è rimasto colpito.

Guido Rossa, sindacalista, ucciso dalle Brigate Rosse nel gennaio del 1979, fu nel 1978 oggetto di aspre contestazioni per la dilazione di propaganda terroristica compiuta contro Francesco Berardi, operaio dell’Italsider, in merito alla distribuzione di volantini di propaganda delle stesse Brigate Rosse all’interno dell’azienda genovese.

Che sia un presagio, un omaggio, quest’opera reca traccia di quella storia di cronaca, non solo nel titolo, ma per l’evidente insistenza sul rosso che sembra fiorire, in petali o sangue, sulle parole graffianti e gli spari del dolore (le caratteristiche tramature alfabetiche di Scanavino), sulla cattiveria e la crudeltà umana; opera che reca eterna memoria ad un essere umano particolare e, con lui, a tutta l’umanità. Stima: 10.000€/15.000€.

Pier Paolo Calzolari, Senza titolo, sale su cartone, 100×140 (dittico), anni ’70 – Lotto n. 198 – da ponteonline.com
Pier Paolo Calzolari, Senza titolo, sale su cartone, 100x140 (dittico), anni ’70
Pier Paolo Calzolari, Senza titolo, sale su cartone, 100×140 (dittico), anni ’70 – Lotto n. 198 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Artista di origini bolognesi (classe 1943) Pier Paolo Calzolari tiene la prima personale alla Sala Studio Bentivoglio di Bologna nel 1965. Già in quei primissimi anni la sua attività artistica converge verso l’esperienza dell’arte povera.

I materiali di Calzolari sono spesso organici e naturali: il ghiaccio, il fuoco, l’acqua, il sale (lotto n. 198 “Senza titolo”), ma l’artista utilizza anche il neon, il piombo fuso ed i materiali metallici. Interessante notare come già alla fine degli anni ’60 Calzolari trovi una soluzione all’azzeramento della pittura condotto attraverso l’esperienza del monocromo con una riappropriazione da un lato simbolica e primitiva del dato naturale, dall’altro anche pregna di volontà di manipolazione organica.

Una manipolazione allo stesso tempo estasiata di fronte alla libertà ed alla incontrollata trasformazione dei processi e dall’altro attenta ad una ‘proceduralità’ di esecuzione che vede nell’artista un medium per un accadimento che avviene al confine fra lo sciamanico e lo scientifico, fra il prosaico e il poetico.

“È il tempo che imprigiona te e imprigiona le cose – ha affermato l’artista -imprigiona nella misura più soave, avvolge le cose e le persone, le coinvolge e le mette in una sorta di matrimonio importante”. Matrimonio che sembra compiersi nell’opera in asta in un dittico dal bianco nuziale, in cui due anime candide come le anime di ciascuno di noi, si incontrano e sono unite in un percorso sperabilmente lento e casuale, fragile e bellissimo come l’esistenza. Stima: 50.000€/70.000€.

Carol Rama, Senza titolo, tecnica mista e unghioni su tela, 70×50.5, 1964 – Lotto n. 224 – da ponteonline.com
Carol Rama, Senza titolo, tecnica mista e unghioni su tela, 70x50.5, 1964
Carol Rama, Senza titolo, tecnica mista e unghioni su tela, 70×50.5, 1964 – Lotto n. 224 – Immagine da ponteonline.com – Asta Il Ponte n. 410

Olga Carolina Rama è stata una pittrice torinese che ha attraversato quasi un secolo di storia artistica e culturale del nostro ’900 da vera outsider. Nasce infatti a Torino nel 1918 e qui muore nel 2015. Una longevità che ha dato spazio a tantissime sperimentazioni e occasione di una proficua sedimentazione di esperienze e incontri ma che reca al fondo un substrato di dolore fisico e mentale dovuto a un vissuto gravido di sofferenze, dalla precoce morte del padre alla malattia psichiatrica della madre.

Donne nude, corpi mutilati, scarpe, orinatoi, falli ed oggetti erotici caratterizzano le opere degli anni ’40 che creano scalpore e disgusto da parte della critica.

Alla fine degli anni ’40 l’artista si avvicina alle istanze del M.A.C. Movimento Arte Concreta e partecipa con lavori astratti alle Biennali del 1948 e del 1950.

Bellissime e particolarissime le opere degli anni ’60, come questa in asta al lotto n. 224 “Senza titolo”: si tratta dei cosiddetti bricolage (la definizione è di Edoardo Sanguineti), opere informali su cui l’artista incolla denti, unghie, vetri e altri materiali in una celebrazione della “materialità dell’esistenza” che unisce violenza, erotismo e sofferenza e che non poteva restare costretta in concretismi onirici, semmai in quelli allucinati della tradizione simbolista che la Rama interpreta in una libertà di associazioni figurali e semantiche che coniugano i molteplici livelli dell’organico.

Una composizione fallica, un alambicco di cenere, un cuore pulsante pieno di sangue sguainato e mal combinato, una conduttura scoppiettante e rugginosa, tubo di scolo di tracce umane, animali e semi-umane; una borsa di pelle d’animale strappata a chi si è lottato e scuoiato con le mani per la sopravvivenza: c’è tutto in quest’opera che se è rappresentazione di un delirio è anche un fendente nella realtà che è il cuore della conoscenza.

Nel 2003 a Carol Rama è stato assegnato il leone d’oro alla carriera alla XLV Biennale di Venezia. Stima: 40.000€/60.000€.