Asta Blindarte n. 85 – 29 Novembre 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea

L’asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 85 della Casa d’Aste Blindarte si terrà il prossimo 29 Novembre 2017, ore 18.00 a Milano. La TopTen di SenzaRiserva.

Emilio Notte, Ritratto di donna, olio su tela, 87×55, 1936 – Lotto n. 17 – da blindarte.com
Emilio Notte, Ritratto di donna, olio su tela, 87x55, 1936
Emilio Notte, Ritratto di donna, olio su tela, 87×55, 1936 – Lotto n. 17 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

Emilio Notte nasce in Puglia nel 1891. Frequenta prima l’Accademia di Belle Arti di Napoli e poi, trasferitosi con la famiglia a Prato, quella di Firenze dove studia con Adolfo De Carolis. A Firenze Notte frequenta l’ambiente culturale, da Giovanni Fattori ad Ardengo Soffici. In questi anni la sua pittura è di tipo post-impressionista.

Nel 1914 l’artista aderisce al Futurismo: le sue opere mutuano il dinamismo plastico di impronta boccioniana ma che l’autore raffredda in un cubismo che alterna al trionfalismo dell’avanzare della modernità una cristallizzazione della scena che sottolinea la condizione di umana sofferenza.

Negli anni ’20 intanto Notte si trasferisce a Milano e, dopo la guerra si avvicina al Gruppo Novecento della Sarfatti, interpretando il “ritorno all’ordine” nel senso di una riscoperta dei valori quattrocenteschi di equilibrio e monumentalità. Valori che all’inizio degli anni ’30 si orientano verso accenti di realismo magico.

A Roma fino al 1936, dal 1929 Notte insegna decorazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel corso degli anni ’30 la pittura di Notte si fa sempre più introspettiva e riflessiva, come evidente nel bel ritratto al lotto n. 17 “Ritratto di donna”. Mentre a Napoli impera il morellismo verista di maniera Notte è di fatto un’avanguardia: i personaggi non appartengono a se stessi, non partecipano al ‘momento’ con pienezza, anzi sembrano immersi e imprigionati in un altrove tragico di forte carica concettuale, trasponendo forse Notte in questo modo sulla tela lo stesso sentimento vissuto nell’angusto panorama culturale napoletano.

Sono le opere che Notte presenterà alla Biennale di Venezia dello stesso 1936 e a quella del 1942 dove sarà presente con sala personale (con 30 opere). Stima: 2.500€/4.500€.

Gino Morandis, Senza titolo, tecnica mista su tela, 140×100 – Lotto n. 33 – da blindarte.com
Gino Morandis, Senza titolo, tecnica mista su tela, 140x100
Gino Morandis, Senza titolo, tecnica mista su tela, 140×100 – Lotto n. 33 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

Nato a Venezia nel 1915, Gino Morandis si forma alla locale Accademia di Belle Arti e poi a Bologna dove ha per maestri Virgilio Guidi e Giorgio Morandi. La pittura che lo porta alla Biennale del 1938 è ancora figurativa e risente dell’essenzialità delle forme e dei delicati cromatismi dei suoi maestri, in particolare Giorgio Morandi.

Negli anni ’30 si accentuano intanto le sperimentazioni in senso cubista e fauve nella pittura dell’artista ma già all’inizio degli anni ’50  Morandis intraprende un percorso astratto nell’ambito del dibattito veneziano che va da Edmondo Bacci al Fronte Nuovo delle Arti.

Nel 1953 Morandis firmò il Manifesto Lo Spazialismo e la pittura italiana del XX secolo redatto da Anton Giulio Ambrosini.

Nel corso degli anni ’50, decennio cui appartiene la grande opera in asta al lotto n. 33 “Senza titolo”, l’artista mette a punto una tecnica del tutto particolare che dà vita ad uno spazio emotivo ed eidetico che rappresenta a pieno l’interpretazione spaziale del gruppo veneziano (fra gli altri Mario De Luigi, Virgilio Guidi, Bruno De Toffoli, Vinicio Vianello, Tancredi Parmeggiani): uno spazio materico fatto di risonanze interiori che assurge a rappresentazione d’empatia universale, un’arte di conoscenza per intuizione e azione. In particolare in Morandis lo spazio prende forma attraverso un continuo movimento di forme cromatiche, arginate da una regolata presenza segnica.

Attraverso colle, pigmenti diluiti, polveri e sabbie, grafiti e una particolare tecnica di frottage realizzata attraverso un tessuto posto sul retro del foglio per farne affiorare la texture nella composizione, nel caso di opera su carta, o con impronte di reti e lasciando affiorare la tela stessa fra le stesure di colore in quelle su tela, Morandis realizza ‘spazi esplosi’, costellazioni magmatiche e nebulose che sembrano scoperte e visioni di un nuovo mondo che sta per essere rivelato. Stima: 4.000€/6.000€.

Giacomo Balla, Scena spirituale (uomo e donna nel fluido compenetrato di luce), olio su tavola, 33.5×20.5, 1925-1930 ca. – Lotto n. 35 – da blindarte.com
Giacomo Balla, Scena spirituale (uomo e donna nel fluido compenetrato di luce), olio su tavola, 33.5x20.5, 1925-1930 ca.
Giacomo Balla, Scena spirituale (uomo e donna nel fluido compenetrato di luce), olio su tavola, 33.5×20.5, 1925-1930 ca. – Lotto n. 35 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

Maestro di Gino Severini e Umberto Boccioni, Giacomo Balla è la figura di riferimento della pittura futurista italiana.

Balla sottoscrive il Manifesto futurista del 1910 all’insegna del “Balla è morto. Qui si vendono le opere del fu Balla”.  FuturBalla sarà attivo su quelle idee per tutti gli anni ’20 e ’30 prima del ritorno al realismo nel decennio successivo, quando nel 1937 già affermerà, scrivendo al quindicinale milanese Perseo: “L’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative e ornamentali”

In quest’ottica va letta la piccola, bellissima tavola al lotto n. 35 “Scena spirituale (uomo e donna nel fluido compenetrato di luce)”: Balla non rinuncia alla figurazione che interpreta amplificando un dinamismo plastico che unisce geometria e rappresentazione alla consueta compenetrazione luminosa di prima ascendenza divisionista.

È la luce il cardine intorno a cui ruota tutta l’attività artistica di Balla, pur nei suoi voltafaccia dal post-impressionsimo, al divisionismo, al futurismo  e l’astrazione fino nuovamente al realismo e agli studi sulla fotografia. E la luce non può che manifestarsi nello spirituale laddove torna la necessità umana della figura, intensissima nel lotto in asta, e delle sue corrispondenze spaziali, che comunque non tradisce quell’esigenza di rappresentazione totale dell’universo connaturate all’idea stessa del futurismo. Stima: 50.000€/70.000€.

Giuseppe Chiari, Spartiti, spartito musicale in cornice di legno e vetro, 48×40, 1978 – Lotto n. 43 – da blindarte.com
Giuseppe Chiari, Spartiti, spartito musicale in cornice di legno e vetro, 48x40, 1978
Giuseppe Chiari, Spartiti, spartito musicale in cornice di legno e vetro, 48×40, 1978 – Lotto n. 43 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

Pittore e compositore fiorentino, classe 1926, Giuseppe Chiari è stato uno dei protagonisti italiani del movimento internazionale neo-dada e di contaminazione fra le arti Fluxus cui partecipò fin dal 1962.

Successivamente, dopo il 1963, anno della sua fondazione da parte di Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti, Chiari fu anche nelle file del fiorentino Gruppo 70.

Gli anni ’70 sono il decennio più fervente per tali movimenti nello scenario italiano; per questo si inserisce questa piccola ma significativa opera, “Spartiti” al lotto n. 43, in questa rassegna. Chiari sarà infatti alle Biennali veneziane del 1972, 1974 e 1978.

Il concetto di indeterminazione dell’opera artistica è la chiave per comprendere la poesia visiva, la “musica d’azione” di Chiari che combina gestualità, musica, segno, oggetto-simbolo e idea lasciando allo stesso tempo aperto ogni canale di interpretazione ed ogni intervento, anche esterno all’opera stessa; opera che si fa scenario di una performance, in questo caso, al lotto n. 43, ancora da accadere eppure ripetibile, variata, nel tempo. Stima: 800€/1.200€.

Domenico Bianchi, Senza titolo, intarsio su legno dipinto, 80×60, 2005 – Lotto n. 75 – da blindarte.com
Domenico Bianchi, Senza titolo, intarsio su legno dipinto, 80x60, 2005 http://www.blindarte.com/annuncio/284569-Senza-titolo
Domenico Bianchi, Senza titolo, intarsio su legno dipinto, 80×60, 2005 – Lotto n. 75 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

Domenico Bianchi è un artista romano che realizza opere che richiamano gli antichi intarsi rinascimentali (lotto n. 75 “Senza titolo”). “Senza titolo” sono tutte le opere dell’artista romano che tenta, con la pittura e la scultura, una ricerca d’ineffabile al confine fra volontà di rappresentazione e rappresentazione stessa, idea e forma, apparenza e realtà.

Le geometrie di Bianchi più che intarsi sono tarsie riscoperte, venature minerali portate alla luce da un lavoro certosino di levigatura e graffiatura della superficie. Una ricerca ‘spaziale’ e minimale che si accentua nel corso degli anni ’90 quando l’artista si avvicina all’arte povera e familiarizza con artisti quali Jannis Kounellis e Mario Merz.

Nato ad Anangni nel 1955, Bianchi partecipò alle esperienze del gruppo di San Lorenzo (Marco Tirelli, Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio, Pizzi Cannella) fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. In quegli anni ha inizio la sua passione per i materiali grezzi. Bianchi ha lavorato infatti con la cera, il rame, il palladio, la polvere di diamante, l’argento, il legno, il corallo insistendo soprattutto sui concetti di incastro e trasparenza, e facendo della ieraticità e del movimento le due contrapposte anime di un’arte che aspira alla rappresentazione dell’assoluto.

Nel 1984 e nel 1986 Bianchi è stato invitato alla Biennale di Venezia. Nel 1994 ha esposto allo Stedelijk Museum di Amsterdam un considerevole gruppo di opere. Nel 2003 è stato celebrato con una personale al MACRO di Roma. Stima: 8.000€/12.000€.

Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 35×61, 1962 – Lotto n. 86 – da blindarte.com
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 35x61, 1962
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 35×61, 1962 – Lotto n. 86 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

In una Autopresentazione del 1966 così Antonio Sanfilippo, artista siciliano anima dell’astrattismo romano di Forma 1, introduce e spiega il suo stile: “La mia pittura è una pittura di segni, cioè un’arte la cui immagine viene data da segni oppure dove i segni compongono un’immagine […] Questa forma potrebbe essere una figurazione astratta oppure una struttura significativa oppure una rappresentazione immaginaria della realtà oppure fantasia della realtà o nuova realtà della fantasia o nuova rappresentazione della nuova realtà”.

Si tratta di un testo citato anche nel catalogo della mostra a cura di Fabrizio D’Amico, tenutasi alle Fabbriche Chiaramontane di Agrigento, dal 27 ottobre al 13 gennaio 2013, dal titolo “Antonio Sanfilippo – Gli anni Sessanta. Il colore del segno” e che è esemplare in quanto mostra come la ricerca, originale, di questi anni di Sanfilippo si svolga su fronti opposti: il formalismo del primo approccio astratto,  il concretismo che accompagna la forma verso una coagulazione densa invece che ad una esplosione come avverrà nel secondo quinquennio degli anni ’60, e infine una spazialità che si articola con gusto coloristico e gestualità pollockiana in una introspezione gioiosa che sarà presto dimenticata nel decennio successivo.

Così scrive ancora D’Amico nel Catalogo della mostra citata: “Transitato attraverso un neocubismo picassiano, dopo vari soggiorni a Parigi, Sanfilippo si orienta prima sul concretismo di Magnelli, poi su Hartung e su Kandinsky. È attraverso di loro che giunge all’elaborazione del suo ‘segno’ particolare, incantato e gioioso, vicino e lontano insieme a quello di Carla Accardi, sua moglie, e di Capogrossi: ‘segno’ che lo collega alla cultura d’immagine dell’art autre di Tapié, allora – a metà degli anni Cinquanta – erede dell’informel, e poetica dominante sulla scena europea. È adesso che Sanfilippo elabora la sua ‘figura’ più tipica, costituita da una sorta di nuvola o galassia di segni minuti e coloratissimi […]”.

Certamente le migliori le opere degli anni ’60 dell’artista trapanese. Antonio Sanfilippo fu alla Biennale di Venezia del 1948, 1954, 1964 e del 1966 con sala personale. Stima: 8.000€/12.000€.

Getulio Alviani, Superficie a testera vibratile 72047, alluminio fresato, 70×70, 1973 – Lotto n. 91 – da blindarte.com
Getulio Alviani, Superficie a testera vibratile 72047, alluminio fresato, 70x70, 1973
Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile 72047, alluminio fresato, 70×70, 1973 – Lotto n. 91 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

“Nella mia mente, tutti i concetti, le sensazioni, le idee prendevano la forma di punti, segmenti, linee, colori, volumi, pesi e rapporti a livello geometrico elementare, dinamici nel loro svilupparsi… i sensi non contaminati hanno proporzioni matematiche” (dal Catalogo della Mostra Getulio Alviani. Opere dagli anni sessanta alla fine degli anni settanta, tenutasi alla Galleria Tonelli di Milano nel 2012) ha scritto l’artista friulano Getulio Alviani, protagonista dell’arte analitica, cinetica e programmata italiana, nato ad Udine nel 1939.

Dopo un apprendistato in una industria di apparecchiature elettriche come grafico, Alviani esordisce come ‘artista’ alla Galerija di Lubiana nel 1961 dove espone le “superfici a testura vibratile” (lotto n. 91), superfici di alluminio fresato in cui l’artista crea pattern geometrici che creano effetti dinamici di luce a seconda della direzione di applicazione della fresatura.

In tali opere il ‘comportamento’ è di fatto ‘programmato’ dall’artista che gioca su effetti percettivi di profondità, invasione e inganno spaziale e allo stesso tempo svolge una ricerca di economia visuale, di tipo minimale ed industriale tesa al raggiungimento del maggior effetto dinamico attraverso il minimo sforzo implementativo.

Dal 1962 Alviani partecipa alle varie rassegne di “arte programmata”. Già nel 1964 è invitato alla Biennale di Venezia e nel 1965 partecipa alla celebre mostra The Responsive Eye al MoMA di New York. Stima: 40.000€/60.000€.

Giosetta Fioroni, Senza titolo, matita e acrilico su carta, 70×100, 1968 – Lotto n. 97 – da blindarte.com
Giosetta Fioroni, Senza titolo, matita e acrilico su carta, 70x100, 1968
Giosetta Fioroni, Senza titolo, matita e acrilico su carta, 70×100, 1968 – Lotto n. 97 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

Allieva romana di Toti Scialoja, Giosetta Fioroni nasce nella capitale nel 1932. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti fra il 1958 ed il 1962 è a Parigi. Intanto già nel 1956 ha esposto alla Biennale di Venezia.

Ma sarà la Biennale veneziana del 1964 a consacrarla protagonista femminile della pop art della Scuola di Piazza del Popolo con Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli; l’anno in cui il premio per il miglior artista straniero viene conferito ad un certo Robert Rauschenberg.

La Fioroni presenta opere con silhouettes argentate che ritraggono un mondo femminile intimo, quasi pudico, talvolta velatamente provocante: immagini tratte dal mondo paesano, dalla quotidianità perduta nella frenesia del dopoguerra; oppure dal cinema, da istantanee di frame che decontestualizzano e fagocitano emozioni e memorie; addii di donne e bambini in primo piano, di profilo, di schiena, colti in un momento.

Al contrario dei procedimenti tipicamente pop di ironia e critica oggettiva della realtà, la Fioroni però pare restare sospesa a contemplare, ad osservare in disparte queste figure, delineate con partecipazione ed emotività pur senza assumersi un ruolo di piena responsabilità. Si tratta di opere che somigliano al racconto di un cortometraggio di Jean Vigo: figure mute, quasi subacquee, partecipi inconsapevoli del fiume in piena dell’esistenza. Stima: 5.000€/7.000€.

Michelangelo Pistoletto: Arlecchino, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 120×100, 1981, esemplare 7 di 8 – Lotto n. 107 – da blindarte.com
Michelangelo Pistoletto: Arlecchino, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 120x100, 1981, esemplare 7 di 8
Michelangelo Pistoletto: Arlecchino, serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, 120×100, 1981, esemplare 7 di 8 – Lotto n. 107 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

Bella e rara serigrafia in acciaio lucidato a specchi, anno 1981, di Michelangelo Pistoletto al lotto n. 107 “Arlecchino”.

Nato a Biella nel 1933 Pistoletto è a pieno titolo considerato uno degli artisti italiani viventi più importanti del dopoguerra, formatosi nell’ambito dell’arte povera e della ricerca concettuale.

I “quadri specchianti” dell’artista di Biella risalgono al Biennio 1961-1962: si tratta di opere realizzate con riporto fotografico su una superficie che appunto fa da specchio e quindi inserisce nell’opera una variabilità che non solo include uno spazio ed una tempo, ricreandosi, ma anche un osservatore che diviene il vero soggetto interpretativo dell’idea ‘quadro’.

È interessante ricordare quello che scrive il critico Germano Celant, inventore della definizione di “arte povera” nel contesto della mostra da lui organizzata alla Galleria Bertesca di Genova nel 1967 “Arte povera e IM spazio”, in cui riunisce artisti del calibro di Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Luciano Fabro, Pino Pascali ed Emilio Prini.

La definizione di Celant è ripresa dal “teatro povero” (si noti che in quest’opera Pistoletto rappresenta Arlecchino) di Jertzy Grotowski; teatro contrassegnato da un riduzionismo, anche scenografico, in cui prenda vita “un teatro ascetico […] in cui gli attori e il pubblico sono tutto ciò che è rimasto” in una ricerca sintattica che consiste “nel togliere, nell’eliminare, nel ridurre ai minimi termini, nell’impoverire i segni per ridurli ai loro archetipi”.

Si tratta di fatto di un nuovo umanesimo in cui l’arte sono gli uomini che riflettono su e se stessi. Stima: 70.000€/90.000€.

Antony Gormley, Gut 5, acciaio, 152x51x72, 2002 – Lotto n. 115 – da blindarte.com
Antony Gormley, Gut 5, acciaio, 152x51x72, 2002
Antony Gormley, Gut 5, acciaio, 152x51x72, 2002 – Lotto n. 115 – Immagine da blindarte.com – Asta Blindarte n. 85

Non capita tutti i giorni di vedere passare in asta una scultura dell’artista britannico di fama mondiale Antony Gormley, in particolare in un’asta italiana.

Laureato in archeologia ed antropologia a Cambridge negli anni ’70, Gormley ha approfondito in seguito gli studi artistici a Londra.

La scultura di Gormley parte da queste radici antropologiche e si incentra sulla figura umana colta in una complessità di atteggiamenti quotidiani ed universali, in un dialogo continuo con l’ambiente in cui è posta.

In particolare, nella serie di sculture cui questa in asta al lotto n. 115 “Gut 5” appartiene, Gormley indaga il significato del corpo come simulacro di eventi spazio-temporali, allo stesso tempo giocando sui concetti di memoria e transitorietà, eternità e dolore.

Nel 2002 infatti l’artista ha visitato Pompei dove ha avuto modo di vedere i calchi dei cadaveri, tracciati dalla lava, delle persone che perirono durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.c.

Un’umanità colta nella semplicità: una semplicità divenuta eterna che Gormley riproduce usando il calco della sua stessa persona elaborato al computer e poi riempito con pixel di acciaio come in uno ‘spietato’ processo digitale che tenga però traccia della materia, dei gesti di un momento, e che eterni i significati. Il risultato è una tensione verso una pienezza irraggiungibile delle forme squadrate in acciaio e che tuttavia si soffondono alla luce, quasi a riprodurre un’aura mistica, un’idea platonica in matrice, carica di emotività. Stima: 300.000€/400.000€.