Asta Pananti n. 127-III – Firenze, 15 Dicembre 2017 – Arte Moderna e Contemporanea

L’asta n. 127-III di arte moderna e contemporanea della Casa d’Aste Pananti di Firenze si terrà in data 15 dicembre 2017 alle ore 16.00. La TopTen di SenzaRiserva.

Mario Moschi, lottatori, scultura in terracotta, 77×73.5 – Lotto n. 230 – da pananti.com
Mario Moschi, lottatori, scultura in terracotta, 77x73.5
Mario Moschi, lottatori, scultura in terracotta, 77×73.5 – Lotto n. 230 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

Nato a Lastra a Signa nel 1896 Mario Moschi fu scultore di chiara fama, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Firenze con Augusto Rivalta, Emilio Zocchi e Domenico Trentacoste. Specializzatosi in seguito nella realizzazione di medaglie, ottenne tuttavia notevoli risultati soprattutto nella scultura monumentale ed in quella cittadina decorativa.

Fino agli anni ’20 la scultura di Moschi è improntata ad un eclettismo che riflette il temperamento entusiasta dell’artista, che lavora nel solco della tradizione con un approccio realista e verista, talvolta crudo ed espressionista, talaltra più tenero, che ricorda Medardo Rosso.

La formulazione matura del linguaggio scultoreo di Moschi si fa risalire alla realizzazione del bellissimo Monumento ai caduti di Poggio a Caiano del 1928-1930 nel quale Moschi approda a quel ‘realismo architettonico’ che sarà la cifra personale dell’artista per il resto della vita.

In particolare, negli anni ’30, Moschi si dedicò ai temi sportivi con opere in cui gli atleti occupano spazialmente e con perentorietà l’ambiente in un dinamismo plastico caratterizzato da una elegante sinuosità. In virtù di essa le composizioni, pur rappresentando sforzi e scontri, si collocano plasticamente, in modo armonico e quasi con decorativismo nello spazio (lotto n. 230 “Lottatori”).

Celebre la scultura “Il calciatore” con cui Moschi partecipò alla Biennale di Venezia del 1934 che ottenne il premio del CONI e che fu poi esposta in Germania, in occasione delle Olimpiadi del 1936 con notevole successo, e fu in seguito acquistata dal governo tedesco. Stima: 3.000€/5.000€.

Antonio Marasco, Romba il motore, olio su cartone, 29.5×24, 1931 – Lotto n. 251 – da pananti.com
Antonio Marasco, Romba il motore, olio su cartone, 29.5x24, 1931
Antonio Marasco, Romba il motore, olio su cartone, 29.5×24, 1931 – Lotto n. 251 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

Scenografo, pittore, animatore culturale Antonio Marasco ha vissuto a pieno l’esperienza futurista marinettiana degli anni ’10 frequentando l’ambiente culturale di Lacerba e de L’Italia futurista. Nel 1914 compì con Filippo Tommaso Marinetti un viaggio in Russia dove ebbe modo di conoscere le opere cubo-futuriste di Malevič, Majakovskj, Larioniov.

Nato nel 1896 in Calabria, Marasco fu allievo di Galileo Chini all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Considerato un “pericoloso anarchico sovversivo” dalle autorità, riuscì comunque ad arruolarsi e a partecipare al primo conflitto mondiale. Nel dopoguerra Marasco fu attivo nella promozione del futurismo in Germania e Svizzera. Nel 1924 al Teatro della Lizza a Siena dette l’avvio all’esperienza del teatro futurista sintetico, mentre nel 1929 firmò il Manifesto dell’Aeropittura con Marinetti, Giacomo Balla, Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Benedetta Cappa, Gerardo Dottori, Tato, Mino Somenzi e Fillia.

Negli anni ’30, anche per alcune divergenze politiche con Marinetti, Marasco creò il gruppo frondista “Gruppi futuristi di iniziative”, con una caratterizzazione a sinistra, tematicamente interessato all’architettura futurista, eleggendone la sede al numero 5 di Piazza della Signoria, da dove poi si pubblicheranno le riviste “Il passo oltre” e “Supremazia futurista”.

Nel 1931, anno di esecuzione dell’opera al lotto n. 251 “Romba il motore”, Marasco prese parte alla Mostra di aeropittura alla galleria Pesaro di Milano e alla I Quadriennale di Roma. In questi anni nella sua arte, che risente dell’influenza del dinamismo plastico Boccioniano, Marasco introduce una geometrizzazione astratto-concreta del dato reale derivante dai contatti con il gruppo svizzero “Der Schritt weiter” (T. Ciolina, A. Lindegger, M. R. Mühlenen e H. Seiler).

“La pittura di Antonio Marasco segna l’evoluzione del dinamismo plastico di Boccioni in direzione di una visione più costruttivista, in cui le forme sono elementari e le figure sono trattate bidimensionalmente. Le opere eseguite fra il 1929 e il 1931 sono gli esempi più alti di questo filone di ricerca. Paesaggi urbani costruiti in maniera geometricamente assurda rappresentano emblematicamente lo sviluppo della concezione futurista. Le prospettive multiple, al limite dell’impossibile, restituiscono un’atmosfera para-surreale che sospende ogni residuo realismo, dando alle figure un senso di estraniamento metafisico. Un certo razionalismo pitagorico, dove tutto è ricondotto a metrica ideale, caratterizza la pittura di questo periodo” (da “Il futurista indipendente di Tonino Sicoli” apparso in Il Quotidiano della Domenica, 11 gennaio 2009, p. 19).

Il nipote Riccardo Marasco, cantautore fiorentino, lo ricordava come “[…] una testa matta ma un mite, capace solo di impugnare matite e pennelli, di roteare nell’aria solo parole e sprecare colori su tele, un rivoluzionario del mondo delle idee”. Stima: 5.000€/7.000€.

Xavier Bueno, Fanciulli, olio su tela, 140×105 – Lotto n. 306 – da pananti.com
Xavier Bueno, Fanciulli, olio su tela, 140x105
Xavier Bueno, Fanciulli, olio su tela, 140×105 – Lotto n. 306 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

Opera eccezionale, per dimensioni, qualità e poesia quella di Xavier Bueno al lotto n. 306 “Fanciulli” collocabile molto probabilmente nel secondo quinquennio degli anni ’60. L’artista di origine spagnola fu protagonista, nel biennio 1947-1949, a Firenze, con il fratello Antonio, Pietro Annigoni e Gregorio Sciltian dell’esperienza dei Pittori moderni della realtà, sorto in contrapposizione ai ‘nuovi accademismi’ delle avanguardie nel solco di una riscoperta dei valori umani nella mimesi del reale.

Agli inizi degli anni ’50 Xavier collabora con la Galleria La Colonna di Milano che raggruppa i pittori neorealisti. La sua pittura in questi anni è di denuncia sociale, caratterizzata da una figurazione emotiva che ancora non trascende liberamente dalla spazialità reale e dalla rappresentazione della dinamica dei personaggi e della scena, come avverrà in seguito.

Al 1954 risale un viaggio in Brasile che segnerà Xavier in maniera indelebile: qui l’artista ha occasione di constatare, rimanendone assai colpito, la povertà e la sofferenza delle periferie, che in seguito trasporrà nelle celebri figure di donne, ragazzi e bambini, come testimoniato dal lotto in asta.

Nel 1960 intanto Xavier fonda la rivista “Nuova Corrente” con Alberto Manfredi, Sirio Midollini, Leonardo Papasogli, Bruno Pecchioli, Giuliano Pini e Piero Tredici. Nello stesso anno pubblica sulla rivista l’articolo “Rottura o alienazione” in cui insiste nel ruolo dell’arte come denuncia sociale : “le aquile hanno fatto il nido. Spento il grido, soffocata la protesta, le avanguardie si sono infilate la vestaglia del conformismo, le pantofole dell’ufficialità. Ma il mondo, quel mondo nell’avversione del quale esse erano nate, non è cambiato… Voi dite: siamo un cavallo di Troia nella cittadella borghese. Non v’illudete: in quella cittadella il cavallo ha trovato la biada e la stalla… Il nulla osta della borghesia all’arte contemporanea, dato sotto forma di ufficialità, fu la porta attraverso la quale inevitabilmente si passò dalla libertà all’alienazione”.

È in questo clima di critica che Xavier sceglie l’isolamento nella casa di Fiesole: è qui che la sua arte si fa universale e assurge ad uno stile particolarissimo. Mai prescindendo dalla rappresentazione della realtà le sue figure sembrano gravitare in un non-spazio, quasi a segnare l’impossibilità di liberazione da una condizione esistenziale di sofferenza. I colori si riducono sempre di più, confinati a rare accensioni nei bianchi e nei neri realizzati con colori ad olio, impastati a sabbia, graffiati, applicati con le dita, impregnati di garze. Bimbi, uomini frontali, increduli al cospetto dell’esperienza. Stima: 30.000€/40.000.

Edmondo Bacci, Senza titolo, Rilievo di gesso e legno su tavola, 37×44, 1968 – Lotto n. 385 – da pananti.com
Edmondo Bacci, Senza titolo, Rilievo di gesso e legno su tavola, 37x44, 1968
Edmondo Bacci, Senza titolo, Rilievo di gesso e legno su tavola, 37×44, 1968 – Lotto n. 385 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

Allievo di Ettore Tito e Virgilio Guidi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Edmondo Bacci tiene la prima personale alla Galleria del Cavallino nel 1945 e già nel 1948 partecipa alla sua prima Biennale di Venezia.

La pittura di Bacci degli anni ’50 vive a pieno nell’ambito del movimento spazialista. L’artista sspone alla Galleria del Cavallino nel 1955, nel 1956 alla Galeria Bonino di Buenos Aires nella mostra Espacialismo e a New York alla Seventy-Five Gallery. Nel 1958 Bacci sarà invitato con sala personale alla Biennale di Venezia.

L’esperienza artistica di Edmondo Bacci appartiene completamente, anzi è uno specchio, del nascere e dell’evoluzione dello spazialismo veneziano i cui rappresentanti possono essere individuati in Virgilio Guidi, Edmondo Bacci appunto, Mario Deluigi, Bruno De Toffoli, Luciano Gaspari, Bruna Gasparini, Gino Morandis, Saverio Rampin, Tancredi Parmeggiani, Vinicio Vianello e, in seguito, Riccardo Licata ed Ennio Finzi.

Lo spazialismo di Bacci infatti, al pari di molti di questi artisti, se inizia nel dispiegarsi di una valenza cromatica più libera, informe e gestuale, esemplificata nell’incontinenza del colore nei reticoli delle bellissime “Fabbriche” degli anni ’50; assurge nel tempo, come in quest’opera al lotto n. 385 “Senza titolo”, realizzato in gesso e legno, ad una autonomia in cui si concreta una sintesi riuscitissima di ‘considerazione’ esistenziale e speculazione razionale, testimoniata dal ciclo degli “Avvenimenti” nello spazio.

L’artista infatti, affascinato dai processi tecnologici di trasformazione dei materiali ed entusiasta sperimentatore nell’indagare i rapporti di forma, anche virtuali, nello spazio, declina in senso concreto, astratto e quasi industriale, ma riuscitissimo, un sentire ‘passionale’ e magmatico che ne caratterizza la prima produzione. Stima: 3.000€/4.000€.

Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100×100, 1998 – Lotto n. 410 – da pananti.com
Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100x100, 1998
Piero Gilardi, Oro e pietre, poliuretano espanso su tavola, 100×100, 1998 – Lotto n. 410 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

Ormai consacrato, come non bastasse, dalla recente mostra Nature Forever al Maxxi di Roma, Piero Gilardi (Torino, 1942) è stato ed è uno dei migliori rappresentanti dell’arte povera italiana, in un percorso originalissimo al confine fra ricerca di realismo e concettualità, natura e artificio.

Fin dagli esordi l’attività artistica di Gilardi converge verso esperienze simili quali quelle di Michelangelo Pistoletto ed Aldo Mondino: artisti che mettono in atto un tentativo di superamento della visione dell’arte come rappresentazione verso una dove l’opera si ponga invece quale presenza generativa. In questo contesto nel 1965 nascono i “tappeti-natura”, qui al lotto n. 410 “Oro e pietre”, in un bellissimo esemplare del 1998.

Si tratta di opere realizzate da Gilardi nel contesto della ricerca cibernetica e futuribile sulle “cellule individuali di abitazione”, oggetti dunque destinati ad essere ‘vissuti’  e toccati in una visione gestaltica ed esperienziale del prodotto artistico-decorativo.

Allo stesso tempo sono creazioni per cui l’artista usa un materiale povero, gommapiuma o poliuretano espanso, che contraddice in essere la consistenza degli oggetti descritti: è questa la scintilla che innesca quell'”avvertimento del contrario” che compie una funzione di disvelamento essenziale al ‘messaggio’ sotteso ad una performance critica di carattere sociale ed ambientale. Stima: 5.000€/7.000€.

Mauro Reggiani, Senza titolo, olio su tela, 45×80, 1949 – Lotto n. 416 – da pananti.com
Mauro Reggiani, Senza titolo, olio su tela, 45x80, 1949
Mauro Reggiani, Senza titolo, olio su tela, 45×80, 1949 – Lotto n. 416 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

Mauro Reggiani è stato fra i primi, forse temporalmente il primo artista astrattista italiano ad aver sostenuto in modo programmatico l’arte astratta in Italia. Le sue prove astratte sono state certo precedute dalle precocissime opere di Alberto Magnelli del biennio 1914-1915, ma poi la storia di Magnelli prosegue in Francia, dopo il suo trasferimento.

È presso la Galleria Il Milione di Milano di Gino e Peppino Ghiringhelli che viene presentata nel 1934 una collettiva con opere di Oreste Bogliardi, Virginio Ghiringhelli e Reggiani stesso; evento che costituisce l’occasione per la pubblicazione di una “Dichiarazione degli espositori” considerata poi il primo manifesto dell’astrattismo italiano.

Il teorico del gruppo è Carlo Belli, autore nel 1935 di KN, il primo testo critico sull’astrattismo italiano, salutato da Kandinskij stesso come una delle Bibbie del movimento astratto. Nel testo Belli sostiene come l’opera d’arte risulti da una combinazione di colore (“K”) con la forma per “n” aspetti, e prospetta una visione dell’arte che unisca spiritualismo e concretismo futuristico (da Antonio Rosmini a Fortunato Depero) e che pervada di un ispirato razionalismo non solo la pittura, ma anche la musica e soprattuto l’architettura.

Le opere di Reggiani degli anni ’30 sono segnate da questo rapporto con l’architettura, evidente nella combinazione progettuale e studiatissima dei volumi e dei rapporti fra i piani; linguaggio che l’artista riprenderà, dopo la crisi dell’astrattismo durante il periodo fascista e la guerra, nell’immediato dopoguerra, quando si sviluppa un rinnovato interesse per questo tipo di ricerche. Il ‘ritorno’ è sancito dalla partecipazione di Reggiani alla mostra “Arte astratta e concreta”, presso l’ex palazzo reale di Milano, nel 1947 e, nel 1948, alla rinnovata edizione della Biennale di Venezia. Del 1949 il bel lotto n. 416 “Senza titolo”. Stima: 30.000€/40.000€.

Emilio Scanavino, Senza titolo, olio su tela riportata su tavola, 80×80 – Lotto n. 430 – da pananti.com
Emilio Scanavino, Senza titolo, olio su tela riportata su tavola, 80x80
Emilio Scanavino, Senza titolo, olio su tela riportata su tavola, 80×80 – Lotto n. 430 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

Opera lavoratissima e di alta qualità quella del maestro dell’informale e dell’astrazione segnica, Emilio Scanavino, al lotto n. 430 “Senza titolo”.

L’opera rappresenta una delle tipiche “Tramature”, quel linguaggio cioè fatto di sussulti e controllo che sul panorama internazionale del dopoguerra ha eguali solo in Hartung, Dubuffet, Mathieu e che in Scanavino acquista una piena autonomia nel corso degli anni ’60.

Un linguaggio unico, dalla fortissima carica pulsionale e ritmica che alla fine affiora tessuto e come fossilizzato, ibernato, in superficie, quasi fosse una zattera di assi di fortuna, annodate strettamente; una barca di risulta, che ha una storia da raccontare, riemersa da quel magma cupo e liquido delle prove ‘spaziali’ degli anni ’50.

Il lotto in asta è probabilmente collocabile negli anni ’60, considerata la maturità del segno e la riduzione cromatica; nell’ultima stagione cioè dell’artista ligure, e, poiché tale ciclo non ha ancora avuto il giusto riconoscimento da parte del mercato rispetto alla primissima stagione pittorica, può rappresentare un buon investimento.

Da ricordare che ancora nel 1986, l’anno della morte, l’artista fu invitato alla Quadriennale di Roma. Stima: 20.000€/30.000€.

Giosetta Fioroni, Senza titolo, tecnica mista su carta, 69×98.5, 1966 – Lotto n. 422 – da pananti.com
Giosetta Fioroni, Senza titolo, tecnica mista su carta, 69x98.5, 1966
Giosetta Fioroni, Senza titolo, tecnica mista su carta, 69×98.5, 1966 – Lotto n. 422 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

Giosetta Fioroni è stata la protagonista femminile della Scuola di Piazza del Popolo romana negli anni ’60 (Tano Festa, Franco Angeli, Mario Schifano, Francesco Lo Savio, Fabio Mauri, Giuseppe Uncini), nonché della pop art italiana del dopoguerra. Nata a Roma nel 1932 da una famiglia di artisti, la Fioroni vive a Parigi dal 1959 al 1963.

Nel 1964 partecipa alla Biennale di Venezia, edizione conosciuta come la Biennale della pop art. In questa occasione la Fioroni presenta gli “argenti”, opere a smalto caratterizzate da forme semplificate, stereotipe, in cui l’artista ritrae la realtà contraddittoria del dopoguerra con immagini glamour e liberty, figure riprese da Botticelli, oppure silhouette e sguardi di popolani (soprattutto donne e bambini). Sono le opere degli anni ’60, come questa in asta al lotto n. 422 “Senza titolo”, a segnare la nascita di una mitologia quotidiana fatta di scatti cinematografici in cui prende vita una malinconia diffusa e insieme una carezzevole solitudine che descrive un mondo interiore ed intimo, che contraddistingue il linguaggio della Fioroni rispetto agli altri artisti pop.

In verità i “quadri d’argento” erano stati presentati la prima volta nel contesto della collettiva Angeli, Bignardi, Festa, Fioroni, Kounellis, Lombardo, Mambor, Tacchi, tenutasi alla Tartaruga nel marzo del 1964; e saranno riproposti nella personale alla stessa Tartaruga inaugurata il 30 gennaio del 1965.

Nell’introduzione alla personale presso la Galleria del Cavallino di Venezia (dal 7 al 18 aprile 1965), il critico Gillo Dorfles scrive: “il ripetersi, talvolta insistente, d’una stessa figura, d’una silhouette, ora ingrandita ora rimpicciolita, ora sovrapposta, poi sfumante nel nulla come una dissolvenza cinematografica, ha davvero l’efficacia d’un’apparizione ectoplasmatica di cui percepiamo l’impalpabile presenza […] e questo procedimento permette a Giosetta di raggiungere (in alcune opere recenti) uno scardinamento e una dilatazione spaziale ben diversa da quelle ottenute attraverso effetti meccanici e tale da trasferire lo spettatore entro un’ambigua dimensione dove l’immagine ora si trasforma in arabesco, ora ridiventa vitale presenza e racconto” (da G. Dorfles, Giosetta Fioroni, in Catalogo della mostra Galleria Del Cavallino, Venezia, 7-16 luglio 1965). Stima: 12.000€/15.000€.

Rodolfo Aricò, Assomometria grigia, tecnica mista su tela, 80×100, 1965 – Lotto n. 424 – da pananti.com
Rodolfo Aricò, Assomometria grigia, tecnica mista su tela, 80x100, 1965
Rodolfo Aricò, Assonometria grigia, tecnica mista su tela, 80×100, 1965 – Lotto n. 424 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

La pittura di Rodolfo Aricò (Milano, 1930-2002) ha una collocazione assolutamente sui generis nel contesto delle avanguardie del dopoguerra, poiché vive un confine che nega continuamente se stesso sia concettualmente che nella realtà dell’esistere.

La ricerca di Aricò infatti nasce negli anni ’50 nell’ambito di un esistenzialismo informale che condivide le ricerche nostrane di Bepi Romagnoni e quelle internazionali di Wols. Ben presto però, a partire dai primi anni ’60 e particolarmente dal 1965, essa si converte in un’estasi di forme perfette che identificano nella geometria, nella composizione e nello spazio un mezzo di sublimazione di quella stessa materia disordinata da cui queste sembrano emergere.

Attraverso una acutissima sensibilità coloristica le forme di Aricò, vicine a coeve alle soluzioni del minimalismo e della post-astrazione americana, tendono ad articolarsi prima in oggetti di rappresentazione tridimensionale, poi ad inglobare il quadro stesso ‘oggettivizzandolo’.

Nascono così gli shaped canvas, opere che attraverso la ripetibilità del modulo geometrico possono invadere lo spazio fino a diventare puro ritmo, sensibili alla luce e al luogo, precocissime testimonianze analitiche che in Aricò mantengono pur sempre un’aura mistica ottenuta attraverso la molteplicità di proiezioni passanti per punti impropri.

La prima personale di Aricò risale al 1959 presso il Salone dell’Annunciata di Milano. La prima partecipazione alla Biennale di Venezia è del 1964, seguita da una seconda nel 1968. Stima: 16.000€/20.000€.

Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 85×60, 1957 – Lotto n. 444 – da pananti.com
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 85x60, 1957
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 85×60, 1957 – Lotto n. 444 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 127-III

La vicenda artistica di Antonio Sanfilippo nasce e fiorisce nel contesto dell’astrattismo romano del Gruppo Forma 1 nel primo dopoguerra, con artisti del calibro di Achille Perilli, Piero Dorazio, Giulio Turcato, Carla Accardi, Pietro Consagra. La sua prima personale romana è del 1951 presso la Libreria Age d’Or con presentazione di Corrado Cagli.

Ai primi anni degli anni ’50 risalgono quelle sperimentazioni di carattere segnico e spaziale, nonché espressionista soprattutto riguardo all’uso del colore, che lo porteranno ad esporre alla Galleria del Cavallino e poi del Naviglio di Carlo Cardazzo.

Nel gennaio del 1958, un’anno dopo l’esecuzione del lotto n. 444 “Senza titolo”, Michel Tapié presenta Sanfilippo alla Galleria d’Arte Selecta di Roma come uno dei maggiori esponenti della art autre e lo invita a esporre in aprile accanto a Kline, Pollock, de Kooning e ai giapponesi del Gruppo Gutai a Osaka.

Ma è proprio nelle opere del 1957 come questa in asta che si intuisce la prima prossima apparizione di quelle galassie di pulviscoli ed accensioni, esplosioni e concrezioni che costituiranno il linguaggio maturo di Sanfilippo, qui ancora non separate, distinte dallo spazio da cui sembrano voler uscire, ancora aggrovigliate dalla materia turbolente e informe e che invece lo consacreranno nella personale del 1966 alla Biennale di Venezia dopo le presenze del 1948, 1954 e 1964. Stima: 32.000€/40.000€.