Dalla Pittura Nucleare al Simbolismo nella prossima Asta Meeting Art (Asta n. 844)

Le sessioni IV-VI dell’Asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 844 della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terranno il 10,12 e 13 maggio 2018 rispettivamente alle ore 16.00 (lotti 281-340) ed alle ore 14.30 (lotti 341-450 e 451-560). Segnaliamo alcune opere storiche del Movimento Nucleare come il lotto n. 371 di Gianni Dova ed il lotto n. 427 di Sergio Dangelo. Da non lasciarsi scappare anche due magnifici lotti dal sapore simbolista: il lotto n. 322 di Mario Raciti ed il lotto n. 298 del bolognese Luca Caccioni. La TopTen di SenzaRiserva.

Luca Caccioni, Senza titolo, tecnica mista su acetato, 144×110 – Lotto n. 298 – da meetingart.it
Luca Caccioni, Senza titolo, tecnica mista su acetato, 144x110
Luca Caccioni, Senza titolo, tecnica mista su acetato, 144×110 – Lotto n. 298 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Luca Caccioni è un artista bolognese, nato nel 1962, attualmente titolare della Cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti della sua città.

La prima personale di Caccioni alla Galleria Spazia risale ai primi anni ’90 (al 1991), quando Caccioni partecipa anche alla collettiva “Nuova Officina Bolognese” alla Galleria d’Arte Moderna.

Nel 1993 espone alla Galleria Marconi di Milano ed in varie, importanti personali che lo impongono all’attenzione della critica. Nel 1994 vince il “Premio Michetti”. Nel 1996 e nel 2004 è invitato alla Quadriennale di Roma. Dal 2000 molte le mostre nazionali ed internazionali. Nel 2014 ha esposto in una personale al Museo d’Arte Contemporanea di Lissone.

La ricerca di Caccioni segue un percorso originalissimo, al confine fra arte povera, stesure informali e ‘nuove figurazioni’ che rappresentano un mondo evocativo e memoriale in cui la traccia e il segno svolgono un racconto autobiografico e intimo di ricordi, impressioni, appartenenza ai luoghi, amori.

Caccioni utilizza supporti quali l’acetato (lotto n. 298 “Senza titolo”), pvc, tendoni da teatro, lavorando attraverso il disegno su sovrapposizioni e integrazioni di strati fatti di evanescenze ipnotiche e ‘allucinogene’, sintetiche e lisergiche quali la materia di cui sono fatte.

Sono impronte, aperture, polvere d’ali di farfalla di cui si sente ancora lo sbattere prima che faccia notte, tracce carbonizzate di un mondo incenerito, annichilito in un esplosione di vita. Stima: 2.000€/3.000€.

Mario Raciti, Presenze-Assenze, tecnica mista su tela, 100×70, 1975 – Lotto n. 322 – da meetingart.it
Mario Raciti, Presenze-Assenze, tecnica mista su tela, 100x70, 1975
Mario Raciti, Presenze-Assenze, tecnica mista su tela, 100×70, 1975 – Lotto n. 322 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Il lotto n. 322 “Presenze-Assenze” esprime al meglio il simbolismo astratto del pittore milanese Mario Raciti (classe 1934).

Dopo aver iniziato gli studi in giurisprudenza Raciti si interessa da autodidatta alla pittura, approfondendo l’opera di simbolisti astratti quali Osvaldo Licini, Arshile Gorky, Alberto Giacometti e dei simbolisti americani che ha occasione di vedere al Salone Annunciata di Milano.

La prima personale è del 1964 alla Galleria Il Canale di Venezia. Si susseguono poi numerosissime personali in tutta Italia, dallo Studio Marconi alla Galleria Morone, alla Galleria San Fedele di Milano.

Il ciclo “Presenze-Assenze”, testimoniato dall’opera in asta, si sviluppa nella pittura di Raciti fra il 1970 ed il 1982 ed è considerato la terza fase della sua pittura dopo il ciclo degli “Spiritelli”, figure evanescenti dallo spirito ribelle che vivono lo spazio della tela.

Con le “presenze-assenze” Raciti inizia un percorso del tutto astratto e simbolico, giocato sui due piani della realtà e l’irrealtà, conscio e inconscio, confine e oltre, in cui le campiture e il gesto sembrano intuire e voler scalfire un altrove che diviene dimensione spaziale, luogo mitico dell’ignoto. Stima: 5.000€/6.000€.

Saverio Rampin, Momento di natura, olio su tela, 60×50, 1958 – Lotto n. 349 – da meetingart.it
Saverio Rampin, Momento di natura, olio su tela, 60x50, 1958
Saverio Rampin, Momento di natura, olio su tela, 60×50, 1958 – Lotto n. 349 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Nella Venezia degli anni ’50, sensibilissima alle ricerche spaziali milanesi di Lucio Fontana, si riunisce attorno a due figure di rilievo della città lagunare come Virgilio Guidi e Mario Deluigi un gruppo di giovani artisti: sono Gino Morandis, Vinicio Vianello, Tancredi Parmeggiani, Edmondo Bacci, Luciano Gaspari, Bruna Gasparini, lo scultore Bruno De Toffoli, Saverio Rampin, Riccardo Licata, Ennio Finzi.

La lezione fontaniana tuttavia viene letta e mitigata da questi artisti di ambito veneto all’interno di una spazialità naturalista e allo stesso tempo costruttivista che non rinuncia alla materia ed alla ‘architettura’ dei confini del quadro.

All’interno di essa gli artisti del gruppo dispiegano una ricerca dinamica, luministica, spaziale appunto, di un oltre che non diviene solo apertura alla possibilità concettuale ma vera e propria esplorazione di mondi fisici e mentali, attenta alle scoperte scientifiche e cosmologiche, ai progressi dell’esplorazione atomica, dell’indagine psicologica, delle concordanze musicali.

Nato nel 1930, Rampin frequenta l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Già nel 1950 è alla Biennale di Venezia; del 1951 è la sua prima personale alla Galleria Sandri.

La pittura di Rampin negli anni ’50 (lotto n. 349 “Momento di natura”) è fatta di materia ed accensioni cromatiche. L’artista si muove nell’ambito di un espressionismo astratto aderentissimo ad una ispirazione figurativa di stampo naturalistico. Alla fine del decennio le sue opere, sotto l’influenza di Guidi, tenderanno invece a farsi più velate, caratterizzate da raffinate trasparenze ed accenti tenui attraverso le quali Rampin prediligerà un’indagine maggiormente introspettiva dell’espressione pittorica. Stima: 2.000€/3.000€.

Antonio Marasco, Senza titolo, tempera e collage su carta, 54×45.5, 1918 – Lotto n. 370 – da meetingart.it
Antonio Marasco, Senza titolo, tempera e collage su carta, 54x45.5, 1918
Antonio Marasco, Senza titolo, tempera e collage su carta, 54×45.5, 1918 – Lotto n. 370 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Nato a Nicastro, in provincia di Catanzaro, nel 1986, Antonio Marasco si trasferisce a Firenze con la famiglia nel 1906. Qui frequenta dal 1912 il Liceo Artistico e poi l’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Le prime opere di Marasco manifestano ancora la ricerca di un linguaggio personale: figurative, di stampo espressionista, oppure vicine a soluzioni futuriste, movimento particolarmente vivo nel fermento culturale cittadino (la Firenze in cui Marasco frequenta Primo Conti e Ottone Rosai).

Nel 1914 il giovane artista viaggia in Russia con Filippo Tommaso Marinetti, entrando in contatto con l’avanguardia artistica russa (Tatlin, Malevič, Majakovskij). Al suo ritorno aderisce al futurismo. Allo scoppio della guerra si arruola nel genio zappatori, ma nel 1918, anno di esecuzione dell’opera in asta al lotto n. 370 “Senza titolo”, è costretto a tornare a Firenze in seguito ad una intossicazione da gas.

Le opere di questo periodo, come questa in asta, sono caratterizzate da un ricerca vicina alle sperimentazioni plastico-dinamiche boccioniane, alle scomposizioni luministiche ed alle trasparenze di Giacomo Balla, artisti che Marasco conobbe e frequentò in quegli anni.

Da ricordare che nel 1918 Marasco partecipò all’esposizione dadaista organizzata a Berna assieme ad Enrico Prampolini: alcune note sovversive d’impronta dada, quali il gusto del non-sense e la giocosità ironica delle forme, sono riscontrabili in questa opera. Stima: 8.000€/9.000€.

Gianni Dova, Composizione, tecnica mista su carta riportata su masonite, 45.5×70, 1952 – Lotto n. 371 – da meetingart.it
Gianni Dova, Composizione, tecnica mista su carta riportata su masonite, 45.5x70, 1952
Gianni Dova, Composizione, tecnica mista su carta riportata su masonite, 45.5×70, 1952 – Lotto n. 371 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Opera nucleare al lotto n. 371 “Composizione” del romano Gianni Dova, uno dei protagonisti nel dopoguerra del movimento spazialista con Lucio Fontana e Roberto Crippa, e poi di quello nucleare.

Nel corso degli anni ’50 il pittore romano matura un linguaggio di “continuità” con la figurazione inquadrabile nella definizione di “metamorfico” (già dal 1953): una sintassi formale e compositiva che legge il reale in chiave surreale, immaginativa, organica, “embrionale”.

Le opere del 1952 di Dova sono esemplari di questa appartenenza al Gruppo Nucleare e insieme dei trascorsi spaziali: all’interno di un monocromo liquido, amniotico, latteo, che suggerisce una profondità generativa, prende corpo quell’atomizzazione della materia che vuole essere il frutto di un’arte che  “[…] coincide con la rappresentazione dell’uomo nucleare e del suo spazio. [In quanto] la verità non vi appartiene: è dentro l’atomo. La pittura nucleare documenta la ricerca di questa verità“, come recita il Manifesto della Pittura Nucleare redatto da Enrico Baj e Sergio Dangelo nel 1951 a Bruxelles.

Dova utilizza in quest’opera la tecnica dell'”acqua pesante” che, insieme al tachismo e al frottage è mezzo comune agli artisti appartenenti al Gruppo: “[…] emulsione costituita da acqua e vernici densissime, generalmente a tonalità bruno-dorate, gettata e fatta scorrere su una superficie fresca e spessa di colore a olio, le conferisce un aspetto disgregato e vibrante, con effetti di ‘atomizzazione'” (da T. Sauvage, Art Nucléaire, Ed. Vilo, Parigi, 1962. Stima: 4.000€/5.000€.

Remo Bianco, Senza titolo, tecnica mista e collage su tela, 120x100x2, 1962 – Lotto n. 392 – da meetingart.it
Remo Bianco, Senza titolo, tecnica mista e collage su tela, 120x100x2, 1962
Remo Bianco, Senza titolo, tecnica mista e collage su tela, 120x100x2, 1962 – Lotto n. 392 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Remo Bianchi (questo il vero nome) nasce nella periferia milanese nel 1922. Nel 1937 si iscrive ai corsi dell’Accademia di Belle Arti di Brera dove ha per maestro Filippo De Pisis.

La pittura di Bianco inizia nel segno di un post-impressionismo picassiano ancora di impronta figurativa ma nel dopoguerra l’artista inaugura una fase di sperimentazione che lo vede attivo su più fronti: quello nucleare: con lavori nei materiali più vari, dalla pietra alle plastiche, quello spaziale (con i primi esemplari di 3D, precocissime intuizioni addirittura cinetiche), quello concettuale (le impronte in gesso).

Importantissimo il viaggio a New York del 1955. Nella grande mela Bianco ha occasione di venire a contatto con le opere ed i protagonisti dell’espressionismo astratto della Scuola di New York: Pollock, Kline, Marca-Relli. È allora che, tornato in Italia, crea i primi esemplari dei collage, un importante e storico esemplare dei quali è questo in asta al lotto n. 392 “Senza titolo”.

In questa serie l’artista milanese utilizza la tecnica del dripping in composizioni di ambito espressionista informale ritagliando poi l’opera in piccoli rettangoli che poi ricompone a formare una nuova opera.

Sono le creazioni che porteranno Bianco, alla fine degli anni ’50, ad ideare i celebri Tableaux dorés, il ciclo più particolare e originale dell’artista: sequenze di rettangoli, spesso in foglia oro, che instaurano un connubio fra la concettualità dell’impronta, il costruttivismo astratto dell’impianto architettonico e razionale del quadro, la poesia della luce e dei materiali. Stima: 9.000€/10.000€.

Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×70, 1951 – Lotto n. 413 – da meetingart.it
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50x70, 1951
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×70, 1951 – Lotto n. 413 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

“[…] Una nuova nozione di soggettività è sempre alla base del lavoro dell’artista che estende le sue ricerche nel tentativo di arrivare al fondo e al perché dei suoi problemi: io cerco un’articolazione spaziale più complessa nella quale si determini con maggior coscienza un impianto di strumentazione espressiva adatta a nuovi orientamenti figurativi, quasi uno strumento linguistico dove forma e colore sembrino risolversi in una sintesi in cui lo spazio domini (o sia dominato?).

Una vibrazione nuova si inserisce spesso nel mio lavoro: un senso di moto stabile, o la materia, intesa nelle sue possibilità dinamiche, o una nuova struttura della forma, o una rivoluzione nella gamma cromatica; sono tutte cose che, coesistendo materialmente, impegnano l’artista, spirito sempre aperto alle tesi più audaci, a una possibilità di espressione che lo porta a una drammatica sintesi di se stesso. Si deve ‘soffiare… soffiare forte e costantemente sul fuoco’ perché dall’Athanor scenda il metallo più puro” (da Roberto Crippa, Io, erratico vagante in “Carte segrete”, Rivista trimestrale di lettere e arti, anno IV, n. 13, gennaio-marzo 1970, pp. 16-24).

Un testo, questo citato, che esprime benissimo i motivi culturali e personali che stanno alla base della formulazione del linguaggio visuale del monzese Roberto Crippa nel primo dopoguerra, e che trova perfetta espressione nel lotto n. 413 “Spirale” del 1951.

È un Crippa giovanissimo quello che aderisce allo spazialismo proprio nel 1951 firmando il Manifesto dell’Arte Spaziale. Lo fa con i suoi “discorsi nello spazio”, ellissi astratte che sintetizzano, non solo concettualmente, la tensione partecipativa a una realtà nuova, ad un universo di scoperte e di conquiste umane, scientifiche.

In questo lotto ci sono tutti gli stilemi di Crippa: gli ingranaggi rappresentativi di una umanità faber, le sfere colorate che sono insieme simboli delle ricerche subatomiche e metafora delle conquiste spaziali, l’action painting controllato dell’ellisse: l’energia, il rumore di fondo dell’universo. Stima: 12.000€/14.000€.

Sergio Dangelo, Ricordo del quartiere indigeno, olio su tela, 50×60, 1954 – Lotto n. 427 – da meetingart.it
Sergio Dangelo, Ricordo del quartiere indigeno, olio su tela, 50x60, 1954
Sergio Dangelo, Ricordo del quartiere indigeno, olio su tela, 50×60, 1954 – Lotto n. 427 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Sergio Dangelo è figura fondamentale dell’arte italiana del dopoguerra, fondatore con Enrico Baj, nel 1951, del Movimento Pittura Nucleare.

Vicini agli ambienti surrealisti d’Oltralpe ed al Gruppo Cobra i due propendono per un arte gestuale ed istantanea espressione di pulsioni assolute, sintetiche, paniche, direttamente connesse alla percezione del reale e insieme del subconscio.

La prima personale di Dangelo è alla galleria San Fedele di Milano nello stesso 1951. È nel 1952, in occasione di una mostra alla Galleria Apollo a Bruxelles, che i due redigono il Manifesto della Pittura Nucleare: “I nucleari vogliono abbattere tutti gli ‘ismi’ di una pittura che cade invariabilmente nell’accademismo. Vogliono reinventare la pittura disintegrandone le forme tradizionali.

Nuove forme dell’uomo possono essere trovate nell’universo dell’atomo e nelle sue cariche elettriche. Non siamo in possesso della verità che può essere trovata solo nell’atomo. Siamo coloro che documentano la ricerca di questa verità […] La forza di gravità non appesantirà più le nostri menti e non ci riporterà a terra perché è stata sconfitta dall’arte nucleare, un supercarburante atomico per i nostri voli interplanetari”.

Al Gruppo aderiranno Gianni Bertini, Gianni Dova, Mario Colucci. Una assonanza con le opere di Dova si nota proprio in questo bellissimo lotto n. 427 “Ricordo del quartiere indigeno”, del 1954, che attraverso l’energia ed il dinamismo delle forme e della materia ed al contempo nei contrasti  e nelle analogie dell’amalgamarsi del colore, assume quasi forme zoomorfe: le stesse forme surreali, fantastiche e poetiche che saranno caratteristiche dell’artista romano. Stima: 4.000€/5.000€.

Lucia di Luciano, Dissolvenze n. 1, tempere Windsor e Newton su cartonlegno, 69.4×73.2, 1973 – Lotto n. 439 – da meetingart.it
Lucia di Luciano, Dissolvenze n. 1, tempere Windsor e Newton su cartonlegno, 69.4x73.2, 1973
Lucia di Luciano, Dissolvenze n. 1, tempere Windsor e Newton su cartonlegno, 69.4×73.2, 1973 – Lotto n. 439 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Nata a Siracusa nel 1933, Lucia di Luciano studia all’Accademia di Belle Arti di Roma, divenendo negli anni ’60 una delle principali e più originali esponenti dell’arte programmata italiana.

Nel 1963 la Di Luciano con Giovanni Pizzo, Lia Drei e Francesco Guerrieri dà vita al Gruppo ’63. Nel 1964 fonda l’Operativo R con Franco Di Vito, Carlo Carchietti e ancora Giovanni Pizzo.

I processi operazionali e combinatori sono alla base del lavoro di questi artisti: figure geometriche a china nera e nero Morgan’s paint (utilizzati per tutti gli anni’ 63), danno vita a ripetizioni ‘meccaniche’ che di fatto originano una forma (secondo le indicazione delle teorie percettive della Gestalt). Questa però non è il motivo fondante dell’operazione artistica, ma solo conseguenza ‘programmata’ dell’operare razionale dell’artista. In questo senso l”operazione’ che gli artisti compiono ha la finalità di introdurre una ideologia positiva di presa di coscienza rispetto alla prassi dell’azione sul mondo, con risvolti di tipo pragmatico-sociali.

All’inizio degli anni ’70 la Di Luciano, come anche Giovanni Pizzo, inizia ad introdurre il colore nelle proprie opere che acquistano sempre più una connotazione ‘cinetica’ piuttosto che programmata-concettuale. L’artista approfondisce così quell’indagine sul ruolo dell’arte nell’estetica attiva che ha contraddistinto il Gruppo fin dal suo nascere. Un bell’esemplare di questa stagione pittorica è l’opera “Dissolvenze n. 1” al lotto n. 439 del 1973. Stima: 10.000€/12.000€.

Nanda Vigo, Diaframma, telaio in ferro cromato, vetri stampati e neon blu, 100x100x25, 1968 – Lotto n. 449 – da meetingart.it
Nanda Vigo, Diaframma, telaio in ferro cromato, vetri stampati e neon blu, 100x100x25, 1968
Nanda Vigo, Diaframma, telaio in ferro cromato, vetri stampati e neon blu, 100x100x25, 1968 – Lotto n. 449 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 844

Artista milanese, classe 1936, Nanda Vigo ha fatto della ricerca del rapporto fra luce e spazio il motivo ispiratore della sua arte.

Dopo la laurea all’Istituto Politecnico di Losanna ed alcune esperienze in America, alla fine degli anni ’50, l’artista stabilisce il suo studio a Milano, dove, durante il decennio è vicina agli ambienti del movimento spaziale: frequenta lo studio di Lucio Fontana e la Galleria Azimut di Piero Manzoni ed Enrico Castellani.

Dall’inizio degli anni ’60 la Vigo partecipa con continuità alle rassegne e mostre del Gruppo Zero in Italia ed in Europa (nel 1965 cura la leggendaria mostra ZERO avantgarde organizzata proprio nello studio di Fontana).

Scrive uno dei fondatori del Gruppo, lo scultore Otto Piene, il 24 aprile del 1958, sull’omonima rivista Zero: “il nome Zero […] è stato il risultato di una ricerca durata parecchi mesi (la mia prima proposta era stata ‘Chiaro’). Noi [Mack, Piene ed io] abbiamo, sin dall’inizio, inteso Zero come un nome che stesse ad indicare una zona di silenzio piena di nuove possibilità e non come un’espressione di nichilismo dal vago sapore dadaista […]. Zero è la zona incommensurabile dentro la quale una situazione vecchia e stantia si trasforma in una situazione nuova e fresca”.

“Una zona di silenzio piena di nuove possibilità” sono i “diaframmi” (lotto n. 449) e i “cronotopi” della Vigo, opere che creano appunto uno spazio dove la luce sussulta e si riverbera quasi attraverso una contrazione muscolare che consenta un’espansione, fisica, mentale verso il nucleo d’energia che è e dà la vita. Stima: 45.000€/50.000€.