Xavier Bueno, Peyron e Rosai. La grande figurazione dell’Asta Galleria Pananti n. 128

L’Asta n. 128 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Pananti di Firenze si terrà il giorno 17 febbraio, in tornata unica, dalle ore 16.00. La TopTen di SenzaRiserva. In asta tre bellissimi e poetici dipinti di artisti: da non perdere le opere al lotto n. 334 “Fanciulli” di Xavier Bueno, “Il tiro a segno” di Guido Peyron al lotto n. 343 e i “Due uomini” di Ottone Rosai, opera dipinta nello stesso anno in cui l’artista realizza gli affreschi alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella, al lotto n. 346.

Xavier Bueno, Fanciulli, olio su tela, 140×105 – Lotto n. 334 – da pananti.com
Xavier Bueno, Fanciulli, olio su tela, 140x105
Xavier Bueno, Fanciulli, olio su tela, 140×105 – Lotto n. 334 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

I “Fanciulli” del pittore spagnolo Xavier Bueno al lotto n. 334 sono certamente ascrivibili alla migliore produzione del linguaggio maturo dell’artista per qualità pittorica, per la poesia del soggetto, per l’uso del colore e della materia, per la bellezza del disegno.

Nato a Vera de Bidasoa nel 1915 dallo scrittore e giornalista Javier Bueno, Xavier studia all’Accademia di Belle Arti di Ginevra dal 1935 (con il fratello Antonio, anche lui pittore). Nel 1937 è a Parigi dove inizia ad esporre nei principali ‘saloni’ della capitale opere in cui forte è l’adesione ai motivi sociali e culturali del realismo spagnolo.

Nel 1940 i due fratelli arrivano a Firenze con la madre polacca Hannah Rosjanska. Le famiglie dei due Bueno si stabiliscono a San Domenico a Fiesole nella villa “Il Pozzo”.

Xavier e Antonio, intanto, iniziano una stretta frequentazione con Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni, protagonisti della figurazione fiorentina dell’epoca. In poco tempo questi artisti formeranno assieme il gruppo dei “Pittori moderni della Realtà” in una esperienza che durerà per una decina d’anni (anche se solitamente il gruppo viene riferito ufficialmente agli anni fra il 1947 ed il 1949) prima che le singole personalità divengano inconciliabili.

Antonio lascerà nel 1950 la residenza di Fiesole, in contrasto col fratello, per dar seguito al desiderio di sperimentazioni astratte e d’avanguardia che lo porteranno a chiudere l’esperienza sociale e metafisica per la poesia visiva e la pittura astratta (collabora alla rivista “Numero”), la performance, la contaminazione delle arti, prima di tornare, nell’ultimo quindicennio di vita, alla rappresentazione della figura umana.

Xavier invece vi sarà sempre fedele, anzi accentuerà una tensione metafisica che sposterà il suo ‘realismo’ in seno ad una interpretazione esistenziale e tragica del reale. Xavier si ispira ai muralisti messicani ed al Picasso di Guernica; e dalla metà degli anni ’50 la sua pittura ha come soggetto prediletto fanciulli e ragazzi poveri, dallo sguardo triste e i vestiti strappati; bimbi costretti in angoli d’interni grigi e bituminosi, ritratti con sempre meno colori. E via via negli anni l’artista riduce ogni riferimento ad un contesto se non a quello di un ‘non luogo’ fatto di solitudine e silenzio. Opera bellissima. Stima: 25.000€/35.000€.

Guido Peyron, Il tiro a segno, olio su tela, 128×193.6, 1934-1935 – Lotto n. 343 – da pananti.com
Guido Peyron, Il tiro a segno, olio su tela, 128x193.6, 1934-1935
Guido Peyron, Il tiro a segno, olio su tela, 128×193.6, 1934-1935 – Lotto n. 343 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Amico di Libero Andreotti, Felice Carena, Eugenio Montale (di cui illustrò varie poesie e dal quale fu al pittore dedicata la celebre poesia Il Gallo Cedrone), Alberto Magnelli, Arturo Loria, Aldo Palazzeschi; Guido Peyron era solito ritrovarsi con questi nelle “tavolate del mercoledì” presso il ristorante “Antico Fattore” della fiorentina Via Lambertesca alla fine degli anni ’20 e nei primi anni ’30.

Peyron, nato a Firenze nel 1898 e qui morto nel 1960, appassionato di cucina tanto da essere stato definito da Arnaldo Miniati “pittore e cuoco” (nel 1956 Peyron pubblicò il trattato “Note sulla cucina e altre cose”, edito da Vallecchi) fu un elegante pittore figurativo celebrato dalla critica (oltre che dallo stesso Montale, da Sebastiano Timpanaro, Alessandro Bonsanti, Matteo Marangoni).

Appassionato di corse vi si dedicò nel biennio 1920-1921. Le prime testimonianze artistiche di Peyron possono essere fatte risalire al 1924, quando frequenta lo studio di Lodovico Tommasi. In seguito il giovane artista fu a Parigi, dove rimase affascinato dalla pittura di Amedeo Modigliani, da cui mutuò la purezza ed essenzialità del segno.

I soggetti di Peyron sono soprattutto ritratti di persone, nature morte, fiori, ma anche scene mondane ed interni dal taglio surreale, con velieri, prostitute, manichini (lotto n. 343 “Il tiro a segno”). Le figure di Peyron sono trasognate, impazienti e spazientite; ti guardano impudiche e rassegnate, quasi affrontando uno sguardo indiscreto dello spettatore su una realtà inevitabile.

Nessuno, della pittura di Peyron, ha scritto meglio del grande poeta Alfonso Gatto: “il gusto ironico che Peyron ebbe della vita – forse da vivere in una sola età, di corsa, e da ricordare nel sentimento del tempo per gli anni e per i giorni che ci restano da vivere – gli restò sulle tele quale un atto di omaggio e di rispetto per le cose e le persone mute, incantate nel loro essere e nel loro parere. E morte mai potremo dire le sue tante nature morte: mute, invece, e significanti anche la stanchezza della propria fatuità, emergente per contraddizione da un pessimismo nero. Mai abbandonati per un’eterna posa, i ritratti e le figure al limite del proprio cachet mondano, ma sempre sul punto di raggiungere una smania insanabile”. Stima: 10.000€/15.000€.

Ottone Rosai, Due uomini, Due uomini, olio su compensato, 70×49, 1935 – Lotto n. 346 – da pananti.com
Ottone Rosai, Due uomini, Due uomini, olio su compensato, 70x49, 1935
Ottone Rosai, Due uomini, Due uomini, olio su compensato, 70×49, 1935 – Lotto n. 346 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Ottone Rosai (Firenze, 1895 – Ivrea, 1957) è stato artista e uomo complesso e contraddittorio, “antiborghese e fascista di sinistra”, come ineccepibilmente e recentemente definito.

Ma soprattutto l’artista fiorentino fu anima inquieta e carica di uno slancio vitale, che conobbe ben presto, per natura ma anche per varie vicissitudini ed eventi di vita, una lucida disillusione esistenziale.

Studente all’Accademia di Belle Arti di Firenze, nel corso del secondo decennio del ’900 Rosai aderisce prima al futurismo, poi al cubismo. Negli anni ’20, sul fronte politico, si schiera apertamente con le idee anti-borghesi e libertarie di Mussolini, presto tradite.

Nel 1922 il padre di Ottone si suicida gettandosi in Arno, evento che segna indelebilmente l’artista.

Nel clima del ritorno all’ordine di Novecento italiano, la pittura di Rosai, venata di cezannismo espressionista, in particolare nella pennellata e nell’uso del colore, negli anni ’20 e ’30 sembra assimilarsi all’estetica di regime; l’artista allo stesso tempo si ispira e riprende i modi, i rapporti, gli equilibri e le armonie dei quattrocentisti fiorentini, citando in particolare Masaccio.

Ma si tratta solo di apparenza: i soggetti non tornano, stonano rispetto al trionfalismo di regime. Nel 1935, anno in cui esegue l’opera al lotto n. 346 “Due uomini”, Rosai espone alcune opere alla Quadriennale di Roma: nell’occasione viene accusato di comunismo e addirittura di sovversivismo. L’artista infatti rappresenta, nella percezione dei critici con velata ironia, uomini che lavorano, soffrono, colti di spalle, in situazioni d’incomunicabilità, con la testa bassa e quasi esclusi dall’appartenere a un mondo identitario, come i due uomini appoggiati alla ringhiera del lotto in asta. Non si tratta certo di eroi, figure mitiche, atleti, come solito e ‘richiesto’ dalla retorica mussoliniana.

Sono i personaggi del mondo di Ottone Rosai: tanti continui autoritratti di uomini che si vedono vivere. Stima: 15.000€/20.000€.

Piero Sadun, Spazio plastico n. 2, olio su tela, 100.5×86.5, 1959 – Lotto n. 360 – da pananti.com
Piero Sadun, Spazio plastico n. 2, olio su tela, 100.5x86.5, 1959
Piero Sadun, Spazio plastico n. 2, olio su tela, 100.5×86.5, 1959 – Lotto n. 360 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Piero Sadun nasce a Siena nel 1919 da famiglia ebrea, circostanza che segnerà profondamente la sua esistenza e la sua arte: costretto ad interrompere gli studi sarà per breve tempo apprendista nello studio di Primo Conti e poi di Memo Vagaggini a Firenze.

La pittura di Sadun negli anni ’40 è prettamente figurativa ma caratterizzata da una drammaticità espressionista che accompagna personaggi e paesaggi in visioni di un pessimismo cosmico sociale ed esistenziale. Opere nelle quali l’artista talvolta  ricorda, nell’essenzialità e nella carica emotiva, le soluzioni di un Rosai e di un Modigliani.

Nel 1943 e 1944 Sadun partecipa alla Resistenza fino alla Liberazione di Siena. Nel 1945 si trasferisce a Roma dove ritrova l’amico Cesare Brandi e conosce Toti Scialoja e Giovanni Stradone. Nello stesso anno organizza la prima esposizione delle sue opere. Nel 1950 e nel 1960 esporrà alla Biennale di Venezia.

Nel corso degli anni ’50, dopo un periodo cubista, la pittura di Sadun si orienta sempre più verso l’astrazione: “La sua pittura […] si pone ad un nodo cruciale dell’astrattismo. Nata figurativa, nell’ambito del tonalismo italiano e dell’espressionismo europeo, ha formulato in modo proprio, totalmente fuori di una dialettica della cronaca contemporanea, il problema della liberazione dal ‘motivo’. Come egli dice ‘il quadro deve essere la cosa senza la cosa’: cioè l’intensità visionaria dell’artista fa rinascere nella materia una realtà d’immagine che va ben oltre ogni occasionalità esteriore” (da Marisa Volpi Orlandini, A studio di Piero Sadun, in “DATA” #14, 1974, p. 39).

Al lotto n. 360 Sadun crea uno “Spazio plastico n. 2” che origina in modo indiretto ma potente proprio da quella memoria oggettuale, da un evento che è azione, dalla luce che irrompe sulla monocromia della superficie. Stima: 5.000€/7.000€.

Gianmarco Montesano, Padiglionitalia (Biennale di Venezia) 2009, olio su tela, 40×30, 2009 – Lotto n. 379 – da pananti.com
Gianmarco Montesano, Padiglionitalia (Biennale di Venezia) 2009, olio su tela, 40x30, 2009
Gianmarco Montesano, Padiglionitalia (Biennale di Venezia) 2009, olio su tela, 40×30, 2009 – Lotto n. 379 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Artista torinese, classe 1949, Gianmarco Montesano studia giovanissimo presso il seminario salesiano di Valdocco, ma ben presto segue la sua vera vocazione dedicandosi, fin dai primi anni ’70, alla pittura.

Appassionato regista teatrale con la sua compagnia Florian con sede a Pescara, la pittura di Montesano, che dagli anni ’80 è stata collocata nell’ambito del medialismo, riproduce in chiave pop, attraverso l’uso del bianco e nero, con un gusto cinematografico e fumettistico ma privo di humor, momenti storici e attimi intimi del ’900 europeo, della sua storia personale, del tempo in generale.

Le opere dell’artista torinese raffigurano infatti personaggi che hanno segnato le vicende dell’ultimo secolo quali Lenin, Hitler, Stalin, Mussolini; atleti e personaggi famosi, attori; ma anche balilla, paesaggi, militari, santi, ragazze, bambini che giocano. È un racconto di fatto esistenziale, che è elaborazione, digestione estatica, celebrazione quasi incredula di ciò che è stato, allo stesso tempo constatazione del perituro e riappropriazione metafisica del vitale attraverso l’atto artistico.

E alla fine è proprio questo il carattere postmoderno del medialismo: la ricerca di una sincronia nella declamazione del perituro con un tentativo autoreferenziale d’impedimento a morire proprio attraverso quel mezzo: l’immagina mass-mediale, la tecnologia che ha reso manifesto il transeunte nella realtà.

Citando un testo di Gillo Dorfles del 1962 in merito al postmoderno e in cui sono anticipati gli stessi concetti: “ecco perciò come, accanto alla volontà di molti pittori d’oggi di avvilire i media tradizionali, di sorprendere e scandalizzare con l’impiego di elementi presi a prestito dall’ambiente giornaliero, c’è anche assai più importante, il bisogno di fissare il mutevole, di arrestare il continuo divenire delle forme, attraverso la creazione di ‘oggetti artistici’ che forse sono più duraturi di quelli utilitari veri e propri.

Ecco allora come codesti oggetti-trovati, inventati, manipolati, acquistano una nuova ‘funzionalità’ che ovviamente non potrà essere che di carattere formativo e metaforico. Gli oggetti divengono a un tempo ‘simboli di sé stessi e simboli della esistenzialità da cui sono tratti” (da Gillo Dorfles, Simbolo, comunicazione, consumo, Einaudi, Torino, 1962, p. 200).

Siano storia o vita personale anche quelli di Montesano sono simboli di un momento: qui la partecipazione alla Biennale di Venezia del 2009, che l’artista eterna, con rimpianto, fierezza e disillusione al lotto n. 379 “Padiglionitalia (Biennale di Venezia)”. Stima: 1.500€/2.500€.

Mark Tobey, Senza titolo, tempera su carta, 12×16.5, 1960 – Lotto n. 380 – da pananti.com
Mark Tobey, Senza titolo, tempera su carta, 12x16.5, 1960
Mark Tobey, Senza titolo, tempera su carta, 12×16.5, 1960 – Lotto n. 380 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Mark Tobey è stato uno dei protagonisti dell’espressionismo astratto americano con Kline, Pollock, de Kooning, Rothko, Motherwell e Still.

Con questi grandi artisti Tobey presenta al mondo, nel 1956, nel contesto della rassegna American Painting alla Tate Gallery di Londra, per la prima volta in maniera strutturata, la pittura della cosiddetta “Scuola di New York”, che tanta influenza ebbe nell’evoluzione dell’astrazione e dell’informale italiano del primo dopoguerra e negli anni ’50.

La prima apparizione ufficiale di Tobey in Italia si ebbe infatti nel 1948 con la sua presenza alla Biennale di Venezia, dove tornerà nel 1956 e poi nel 1958, quando vinse il Gran Premio Internazionale per la Pittura.

La piccola tempera su carta al lotto n. 380 “Senza titolo”, pur nelle ridotte dimensioni, rappresenta bene quella che fu la ricerca e l”invenzione’ dell’artista di Canterville, in Wisconsin. È infatti all’inizio degli anni ’40 che Tobey, dopo un viaggio in oriente, inizia a creare le opere che lo renderanno celebre (e che esporrà nel 1944 presso la Willard Gallery di New York), opere realizzate in quella “scrittura bianca” calligrafica che fa del filamento e del tratto uno strumento rivelatore e quasi generatore di realtà.

Affermava infatti l’artista di essere giunto “a scoprire […] che si può ‘vedere’ un albero non solo in termini di luce e di massa, ma anche come linea dinamica” sottolineando come l’intuizione dell’artista possa rappresentare un momento conoscitivo allo stesso tempo estetico, filosofico, intimo e universale. Per questo Tobey, durante la sua esistenza, rifiuterà sempre di ridurre la sua opera all’etichetta di “pittura informale”. Stima: 5.000€/7.000€.

Luca Pignatelli, Schermi, colori acrilici, polvere di alluminio e corda su telone, 171×146, 2007 – Lotto n. 397 – da pananti.com
Luca Pignatelli, Schermi, colori acrilici, polvere di alluminio e corda su telone
Luca Pignatelli, Schermi, colori acrilici, polvere di alluminio e corda su telone,  171×146, 2007 – Lotto n. 397 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Anche quella di Luca Pignatelli, artista milanese classe 1962, può essere definita un’opera di stampo medialista, se per medialismo s’intende da un lato la commistione delle ‘arti’, che in Pignatelli si traduce ormai da anni in sovra-impressioni quasi fotografiche di oggetti simbolici (treni, monumenti e statue classiche, aerei da guerra, skyline di città) su teloni di copertura dei vagoni ferroviari, dall’altro anche si considera un’approccio sperimentale e moderno verso i materiali, dall’uso particolarmente raffinato nel lotto in asta.

Siamo di fronte dunque ad una lettura ancora una volta postmoderna della realtà e della cultura in cui, a farla da padrone, sono i concetti di tempo, di vissuto, di storia, di viaggio, sviluppati da vari artisti su più fronti negli anni ’80 e ’90 in un superamento di un’estetica pop che più di queste esperienze fu orientata ad una critica provocatoria verso lo svilimento della comunicazione mass-mediale attraverso una decontestualizzazione culturale e storica dell’oggetto semantico.

Pignatelli cerca un filo o meglio ‘il filo’ per il suo ‘oggetto trovato’ o ‘ritrovato’: un legame che passa dalla rotaia del treno e torna alla nascita della civiltà, alla tragedia della guerra su cui l’artista stende la patina dell’attimo prima della battaglia e della tensione verso la resilienza, alla solidità delle colonne corinzie; il tutto in una rappresentazione che concilia il numero e la modernità alla raffigurazione istoriata delle radici della civiltà, la fune ideale delle briglie del cavallo dell’anfora greca alla corda offerta allo spettatore, quasi apertura, possibilità verso un tornare al chi siamo, come in questa stupenda opera al lotto n. 397 “Schermi”.

Schermi che sono le stratificazione archeologica, gli stadi del processo evolutivo, che per quanto dimenticati, restano impressi nel nostro DNA; “dimenticati a memoria” come avrebbe scritto quel raffinato intellettuale e artista che fu Vincenzo Agnetti. Stima: 19.000€/25.000€.

Gualtiero Nativi, In segno di protesta, smalti su tavola, 165×110, 1957 – Lotto n. 401 – da pananti.com
Gualtiero Nativi, In segno di protesta, smalti su tavola, 165x110, 1957
Gualtiero Nativi, In segno di protesta, smalti su tavola, 165×110, 1957 – Lotto n. 401 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Per chi voglia acquisire un’opera importante e datata dell’astrattismo classico fiorentino non è da perdere l’opera al lotto n. 401 “In segno di protesta” del pistoiese Gualtiero Nativi, fondatore del gruppo con Vinicio Berti, Mario Nuti, Bruno Brunetti ed Alvaro Monnini.

Nato nel 1921, ha solo 36 anni Gualtiero Nativi quando esegue l’opera in asta. Ha partecipato giovanissimo, nel 1945, al gruppo di intellettuali desiderosi di uno svecchiamento della cultura, visuale e non, italiana raccoltisi attorno alla rivista “Torrente”; ha fondato nel 1947 il movimento d’avanguardia “Arte d’Oggi”; ha firmato nel 1950 il Manifesto dell’Astrattismo Classico, redatto dal filosofo Ermanno Migliorini.

Finita dopo breve tempo quell’esperienza utopica di ispirazione ‘comunista’; Nativi, al pari di Berti, non verrà però meno a un costruttivismo artistico imperniato sull’idea di una estetica d’intervento morale sulla realtà: la “protesta” di Nativi si fa “segno” proprio quanto il “segno” in sé è protesta.

Nel 1951 l’artista partecipa all’importante mostra “Arte astratta e concreta in Italia”, tenutasi presso la Galleria d’arte Moderna di Roma. Nel 1952 è invitato alla Biennale di Venezia. Nel 1953 Nativi allaccia contatti con il parigino “Gruppo Espace” di Parigi, evidenziando un forte interesse verso il costruttivismo architettonico della forma. Negli anni 1955, 1956, 1957, 1959 partecipa al “Premio Città di Pontedera” vincendolo proprio nel 1957, anno di esecuzione del lotto in asta. Stima: 20.000€/25.000€.

Tano Festa, Visita al museo, smalto su tela, 100×81, 1970 – Lotto n. 404bis – da pananti.com
Tano Festa, Visita al museo, smalto su tela, 100x81, 1970
Tano Festa, Visita al museo, smalto su tela, 100×81, 1970 – Lotto n. 404bis – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Opere come questa del 1970 “Visita al museo” di Tano Festa, uno dei protagonisti della Scuola della pop art romana di Piazza del Popolo con Mario Schifano, Franco Angeli e Giosetta Fioroni, appartengono in pieno ai cicli di opere della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, quando l’artista inizia ad introdurre nel suo vocabolario visuale elementi iconografici e figurali diversi, e in un certo senso più comunicativi, rispetto alle opere dei primi anni ’60.

Persiane, specchi, ante di armadi proposti come silenziosi e imperscrutabili oggetti monocromi cominciano a rivelare immagini, anzi fotografie di opere d’arte; aprono una vista sugli interni, su spazi in cui si intravedono anonime figure umane; su finestre che incorniciano uno squarcio di cielo e nuvole.

Ancora dunque oggetti anonimi: tende, opere d’arte, nubi, ma che se non parlano è perché noi uomini abbiamo perso la capacità di decifrarle; e che però aspettano una nostra parola e non la sentono inutile come quegli armadi e persiane con le ante chiuse, come quei primi specchi riflettenti.

Poiché l’apertura di Festa al museo, alla visione della Cappella Sistina dei “Da Michelangelo”, è sì critica verso una società che non è più in grado di capire, prigioniera di futilità e fretta; ma è anche fiducia nelle possibilità dell’uomo e nella grandezza dell’arte: ichthýs è il simbolo dei due archi incrociati che Festa usa nel dipingere questi due pesci: simbolo usatissimo nelle catacombe romane con il significato di “Gesù Cristo, (il) Figlio di Dio, (il) Salvatore”; pesci in cui c’è tutta la semplicità terrena di una natura morta di André Derain e il sapore metafisico di una natura silente di Giorgio De Chirico. Stima: 22.000€/30.000€.

Mauro Reggiani, Composizione N-11, olio su tavola, 40.5×25.5, 1941 – Lotto n. 412bis –  da pananti.com
Mauro Reggiani, Composizione N-11, olio su tavola, 40.5x25.5, 1941
Mauro Reggiani, Composizione N-11, olio su tavola, 40.5×25.5, 1941 – Lotto n. 412bis – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 128

Nato a Nonantola in provincia di Modena nel 1897, Mauro Reggiani studiò nei primi anni ’20 presso il Regio Istituto di Belle Arti di Firenze.

Nel 1924 è a Milano dove frequenta l’ambiente culturale di Novecento Italiano (in particolare gli artisti Achille Funi, Pietro Marussig e Raffaele De Grada).

Pur rimanendo nell’ambito di Novecento Italiano, all’inizio degli anni ’30 Reggiani iniziò, sul piano artistico, una prima sperimentazione dei valori concreti e costruttive delle forme compositive, in particolare sul paesaggio e la natura morta. L’artista stringeva intanto rapporti con la Galleria del Milione, introdotto da Alberto Sartoris.

Nel 1934 Reggiani espose alla galleria del Milione, con Oreste Bogliardi e Virginio Ghiringhelli, le prime opere completamente astratte. Per l’occasione, gli artisti presentarono quello che può essere considerato il primo manifesto dell’astrattismo italiano, redatto da Carlo Belli: “È evidente che non si tratterà mai né di archi né di colonne […] È il metro che ci occorre. Quel metro che varia solo con i grandi cicli: che ha dato la piramide e poi il Partenone; l’ovolo e tutta la statuaria classica […]” vi dichiarano i tre.

Nel 1936 l’artista fu invitato alla Biennale di Venezia con queste opere astratte. Negli anni seguenti Reggiani, fino alla chiamata alle armi del biennio 1940-1941 (rara l’opera al lotto n. 412bis, proprio del 1941, “Composizione N-11”), lavorò alacremente ad opere astratte e concrete in cui forte ed evidente è l’impianto architettonico della composizione, probabilmente dovuto all’influenza esercitata dalle frequentazioni e dalle amicizie con gli architetti razionalisti.

Nel 1943 il suo studio di Milano fu bombardato e purtroppo circa 200 di queste sue opere finirono distrutte. Stima: 7.000€/9.000€.