Asta Federico II – 3 Ottobre 2017 (n. 5) – Bari, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 5 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Federico II di Bari si terrà il prossimo 3 ottobre alle ore 18.00. La TopTen di SenzaRiserva.

Sara Campesan, Sovrapposizione, legno, cartone, plexiglass e filo di nylon, 72x72x4, 1966 – Lotto n. 184 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Sara Campesan, Sovrapposizione, legno, cartone, plexiglass e filo di nylon, 72x72x4, 1966
Sara Campesan, Sovrapposizione, legno, cartone, plexiglass e filo di nylon, 72x72x4, 1966 – Lotto n. 184 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

Sara Campesan è un artista nata a Venezia nel 1924. Ha studiato presso la locale Accademia di Belle Arti con Gastone Breddo, Bruno Saetti e lo zio scultore Alberto Viani, diplomandosi nel 1948.

Fino all’inizio degli anni ’60 quella della Campesan è una pittura informale e materica che trae ispirazione dall’ambiente lagunare e da ‘impressioni’ veneziane che già mostrano una ricerca sulla luce e sul colore ‘di atmosfera’ importante anche per la produzione successiva.

Nel 1965 è fra i fondatori del Gruppo “Dialettica delle tendenze”  ispirato alle sperimentazioni dell’arte cinetica e programmatica europea. Il gruppo era composto dai giovanissimi Sara Campesan, Oddino Guarnieri, Marilla Battilana, Franco Costalonga, Guido Baldessarri, Danilo Dordit, Romano Perusini, Jacques Engel e Guido Baldessari. Alcuni di loro, fra cui la Campesan, confluiranno alla fine degli anni ’70 nell’esperienza del Gruppo “Verifica 8+1”.

Risalgono a questo periodo le prime strutture ottico-dinamiche dell’artista veneziana, come questa in asta al lotto n. 184 “Sovrapposizione”. Si tratta perlopiù di opere realizzate con lastre e forme, soprattutto dischi e spirali, in metacrilato. La Campesan studia in esse gli effetti percettivi legati alla luce, alle ombre, al colore e al movimento, anticipando anche una ‘occupazione’ dello spazio che la colloca a pieno nelle sperimentazioni delle più avanzate avanguardie europee. Stima: 5.000€/6.000€.

Rodolfo Aricò, Senza titolo, olio su tela, 70×80, 1957 – Lotto n. 198 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Rodolfo Aricò, Senza titolo, olio su tela, 70x80, 1957
Rodolfo Aricò, Senza titolo, olio su tela, 70×80, 1957 – Lotto n. 198 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

Quella al lotto n. 198 “Senza titolo” non è certo rappresentativa delle opere cui si associa solitamente il nome di Rodolfo Aricò, artista milanese che nel 1955 si è appena laureato in architettura al Politecnico.

È infatti solo nel corso degli anni ’60 che l’artista conia quel linguaggio analitico e strutturale, la cui espressione più celebre sono le tele sagomate, in perenne tensione fra concettualismo esistenziale, pittura-oggetto e spazialità.

Il 1957 invece, anno di esecuzione di questa opera in asta, vede Aricò ancora alle prese con un linguaggio semi-informale di ispirazione sia naturalistica che coscienziale che risente molto delle inquietudini fenomenologiche di Wols e Gorky.

Sono gli anni in cui Aricò frequenta Bepi Romagnoni, Giustino Vaglieri, Mino Ceretti  e Giorgio Bellandi, tutti artisti improntati a quella ricerca di carattere esistenziale che il nostro continuerà, ma in modo più originale, negli anni seguenti, a partire dalla prima personale alla Galleria Annunciata di Milano del 1959. Stima: 4.000€/5.000€.

Donald Baechler, Bird, gesso, flashe and paper, collage on paper, 53×69, 2013 – Lotto n. 201 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Donald Baechler, Bird, gesso, flashe and paper, collage on paper, 53x69, 2013
Donald Baechler, Bird, gesso, flashe and paper, collage on paper, 53×69, 2013 – Lotto n. 201 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

Donald Baechler è un artista americano (Hartford, Connecticut 1956) che ha saputo coniugare e rielaborare in modo personale cultura pop, primitivismo artistico e memoria.

Negli anni ’80 l’artista americano acquisì notevole notorietà esponendo a Manhattan nella galleria di Tony Shafrazi insieme ai protagonisti del graffitismo: nomi del calibro di Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Kenny Scharf ma anche artisti europei fra cui il nostro Enzo Cucchi.

Tuttavia Baechler non si è mai sentito parte di quell’esperienza. La sua non è arte d’impeto e di protesta conclamata; è più venata di nostalgia ed ironia e guarda più alla composizione che al tema. La tela spesso si organizza con un soggetto/oggetto principale che occupa tutto il campo: un uccello (lotto n. 201 “Bird”), una rosa, una tartaruga, un gelato, temi d’infanzia decontestualizzati come idee platoniche, rivelazioni fluttuanti su fondi confusi e velati di ricordi, di vissuto, di complicazioni.

Spesso al fondo della tela si trovano delle scanalature, dei solchi come in quest’opera in asta. Sembrano sedimentazioni al contempo primitive, naturali, memoriali, tracce di polpastrelli giganti, di un vissuto su cui la semplicità esageratamente trionfa. Stima: 10.000€/12.000€.

Valerio Adami, Nemesi, acrilico su tela, 81×100, 2014 – Lotto n. 202 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Valerio Adami, Nemesi, acrilico su tela, 81x100, 2014
Valerio Adami, Nemesi, acrilico su tela, 81×100, 2014 – Lotto n. 202 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

Un’espressionismo astratto dominato si potrebbe definire la pittura di Valerio Adami, artista bolognese riconosciuto a livello internazionale, nato nel 1935.

Frequentata l’Accademia di Brera Adami è nel 1955 a Parigi dove entra in contatto con il surrealismo di  Wifredo Lam e Roberto Sebastian Matta. Del 1959 la prima personale alla Galleria del Naviglio di Milano.

Colori piatti e pop, una narrazione figurativa poetica e surreale fitta di riferimenti decontestualizzanti all’oggettualità e di intertestualità letterarie popolano l’arte di Adami che nel tempo si è fatta sempre meno ‘fumettistica’. La riflessione e l’uso del codice ed il linguaggio infatti, diversamente che in Lichtenstein, seppur dominano la tela, in Adami non prevaricano mai il soggetto per cui l’artista mantiene sempre una considerazione sensuale, quasi erotica.

Adami scompone e ricompone l’opera in un puzzle, quasi con fare cubista e quasi assemblasse una vetrata gotica, sforzandosi di dare un senso ad una realtà che tende alla disgregazione ma che contiene un finalismo; un’opera che rispetto alle prime prove, nella maturità è diventata silenziosa e ti parla, lasciando lo spettatore ad interpretare il sottile gioco di rimandi di una costruzione reale ma fantastica. Stima: 30.000€/35.000€.

Arturo Carmassi, Studio della piramide, olio su tela, 46×38, 1972 – Lotto n. 217 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Arturo Carmassi, Studio della piramide, olio su tela, 46x38, 1972
Arturo Carmassi, Studio della piramide, olio su tela, 46×38, 1972 – Lotto n. 217 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

Arturo Carmassi nasce a Lucca nel 1925 ma ben presto si trasferisce a Torino con la famiglia dove frequenta l’Accademia Albertina. Dal 1952 è a Milano dove vive ed è influenzato dall’ambiente dell’astrattismo informale e del surrealismo. Qui conosce Gino Ghiringhelli, proprietario della Galleria “Il Milione”, che diviene il suo mercante.

Fra il 1955 ed il 1965 l’attività di Carmassi riguarda principalmente le grandi sculture dove l’artista conduce una personale ricerca di integrazione fra volumi e spazialità anche attraverso l’uso di superfici riflettenti in acciaio con cui arriverà in pochi anni alla Biennale di Venezia con sala personale.

Alla fine degli anni ’60 il linguaggio di Carmassi si trasforma ancora, e l’artista ritiratosi intanto nella campagna di Fucecchio, torna al linguaggio figurativo riacquistando una vena naturalistica e il gusto affabulatorio e sognante del periodo surrealista. Che si ritrova qui, nel lotto n. 217 “Studio della piramide” del 1972 dove alcune figure fra il mitologico e il primitivo si affaccendano intorno ad una piramide, simbolo del perfezionamento, del potere solare, del piramidon, della luce divina. Stima: 1.500€/2.000€.

Mario Nigro, Senza titolo, olio su tela, 24×30, 1950 – Lotto n. 238 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Mario Nigro, Senza titolo, olio su tela, 24x30, 1950
Mario Nigro, Senza titolo, olio su tela, 24×30, 1950 – Lotto n. 238 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

Piccola opera del pistoiese Mario Nigro (Pistoia, 1917 – Livorno, 1992) al lotto n. 238 “Senza titolo”.  Piccola ma importante per l’anno, il soggetto e la qualità.

Nigro la esegue infatti nel 1950 cioè un anno dopo la sua adesione al M.A.C. Movimento Arte Concreta, eppure in essa già si riscontrano le caratteristiche peculiari del linguaggio che in pochi anni lo porterà ad anticipare una ricerca al confine fra optical, arte concettuale ed arte spaziale che sarà una costante, pur dando maggior importanza in alcuni periodi ad una componente piuttosto che all’altra, per tutto il suo percorso artistico.

Il lotto in asta è un lavoro informale di matrice spaziale, tanto da poter essere accostato a ricerche simili e coeve avviate dagli spazialisti milanesi e dai nucleari. Ma in esso c’è anche una ricerca sulla reiterazione della linea vicina a prove più optical quali i “pannelli a scacchi iterativi”, che Nigro esegue negli stessi anni, ma ancor più a quegli “spazi totali” della metà degli anni ’50 che sono forse il vertice della sua produzione: linee iterate, scacchiere che indagano una profondità mai priva di poesia, una partitura musicale di segni non riducibili alla sola matematica. Stima: 10.000€/12.000€.

Bruno Munari, Negativo/positivo, olio su tavola, 47×47, 1951 – Lotto n. 239 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tavola, 47x47, 1951
Bruno Munari, Negativo/positivo, olio su tavola, 47×47, 1951 – Lotto n. 239 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

È il 1951 quando Bruno Munari espone per la prima volta un “Negativo/Positivo” presso il Salon des Realités Nouvelles a Parigi. La prima mostra sul tema seguirà a breve, nel marzo del 1952, presso la Galleria Bergamini di Milano.

Nel settembre del 1952, sul n. 273 della rivista DOMUS esce un articolo dedicato a questo ciclo di opere dove si legge “sono degli oggetti concreti, simili a pitture perché dipinti su una superficie piana ma non sono pitture nel senso tradizionale perché non hanno nessuno degli elementi che componevano la vecchia pittura. Effettivamente oggi non si può fare della nuova pittura usando i vecchi schemi, eppure molti pittori fanno ancora dell’astrattismo tonale o impressionista; si tratta sempre di riproduzione di qualche cosa invece che di produzione.

Questi oggetti a superficie piana dipinta si chiamano negativi-positivi perché ognuna delle parti che li compongono è autonoma, come i pezzi che compongono un motore; non esiste una parte che fa da fondo alle altre ma tutte insieme compongono l’oggetto. Se consideriamo invece una pittura astratta o narrativa vediamo che c’è un fondo colorato sul quale è sistemata la composizione, sia questa di figure reali o di figure immaginarie incomprensibili. È evidente che questo fondo crea una atmosfera, una profondità, un rilievo, tutte cose che nella nuova arte concreta non ci devono essere. Se si deve dar forma a un rilievo questo sarà concreto e non finto”.

Insomma uno dei contributi importanti che costituisce il lascito di un grandissimo artista, fondatore del M.A.C. Movimento Arte Concreta e protagonista della grafica, del design e dell’estetica del nostro ’900. Al lotto n. 239 un “Negativo/positivo” del 1951. Stima: 25.000€/35.000€.

Alberto Biasi, Break dance Street, dynamic optical, 100x100x5, 1997 – Lotto n. 240 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Alberto Biasi, Break dance Street, dynamic optical, 100x100x5, 1997
Alberto Biasi, Break dance Street, dynamic optical, 100x100x5, 1997 – Lotto n. 240 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

Gli “oggetti ottico-dinamici” rappresentano una gran parte del lavoro di Alberto Biasi (Padova, 1937), uno dei fondatori del famoso Gruppo N di Padova nel 1959, l’avanguardia dell’arte cinetica italiana (il nucleo storico fu costituito da Biasi appunto, Ennio Chiggio, Toni Costa, Edoardo Landi e Manfredo Massironi).

Ottico-dinamici Sotto questa definizione, voluta dall’artista, va quasi tutta la produzione successiva alle primissime Torsioni, con l’esclusione dei Politipi. Si tratta inizialmente di derivazioni dalle Torsioni, mai abbandonate e tuttora in produzione, poi trasferite nelle sovrapposizioni di pattern diversi – riprese addirittura da certi esperimenti con le ‘trame’ -, che creano appunto effetti ottico dinamici, come nella serie cosiddetta delle Gocce, iniziata nel 1962. Talora definito come Ottico-cinetico, questo ciclo numericamente vastissimo e cronologicamente esteso, trova già nella definizione il senso della poetica di Alberto Biasi: la ricerca, attraverso la scienza antica dell’ottica, di un dinamismo percettivo ed emotivo che vada oltre il cinetismo reso troppo evidente da meccanismi e motori in tante opere della stessa tendenza” (da Alberto Biasi. Opere dal 1959 al 2013 a cura di Marco Menguzzo. Catalogo della mostra presso la Galleria Allegra Ravizza, 2013, p. 67).

“Break dance Street” al lotto n. 240 è un bell’esempio del 1997 di oggetto ottico-dinamico il cui dinamismo cangiante si confà alla perfezione al tema: alla carica aggressiva e alla velocità delle danze dei b-boys afro-americani. Stima: 25.000€/35.000€

Arnulf Rainer, Senza titolo, olio su tavola, 120×80, 1983/1984 – Lotto n. 243 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Arnulf Rainer, Senza titolo, olio su tavola, 120x80, 1983/1984
Arnulf Rainer, Senza titolo, olio su tavola, 120×80, 1983/1984 – Lotto n. 243 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

Nato a Baden nel 1929 Arnulf Rainer è stato il padre dell’arte informale austriaca. Dopo un difficile percorso scolastico negli anni ’50 si avvicina ai gruppi surrealisti viennesi ma ben presto nelle sue opere predomina la forza gestuale dell’espressionismo astratto.

In questi anni Rainer sperimenta comunque su più fronti alternando a landscapes in cui prevale un processo di atomizzazione della materia composizioni che invece si articolano attorno a un motivo centrale, siano linee perpendicolari (come qui al lotto n. 243 “Senza titolo”) o stilizzazioni cruciformi.

Di particolare menzione il lavoro condotto da Rainer fin dagli anni ’50 in cui l’artista coniuga pittura e fotografia. Su istantanee di volti, spesso di se stesso, Rainer interviene con la sua potenza pittorica e gestuale, con gli stessi motivi lineari, trasformando i tratti, tentando di modificare la fissità delle conformazioni somatiche, indagando e perlopiù esorcizzando la percezione dello stato di fissità della morte, cercando di scalfire la barriera fra moto e stasi, esistenza e non esistenza. Stima: 80.000€/120.000€.

Daniel Spoerri, Sonder tisch, tableau piege, 70x70x34.5, 1973 – Lotto n. 247 – da casadastefedericosecondo.arsvalue.com
Daniel Spoerri, Sonder tisch, tableau piege, 70x70x34.5, 1973
Daniel Spoerri, Sonder tisch, tableau piege, 70x70x34.5, 1973 – Lotto n. 247 – Immagine da casadastefedericosecondo.arsvalue.com – Asta Federico II n. 5

“[…] I miei quadri-trappola dovranno suscitare la scomodità, perché odio le stagnazioni. Odio le fissazioni. Amo il contrasto prodotto dal potere fissatore degli oggetti, amo estrarre gli oggetti dal flusso dei cambiamenti costanti e le loro perpetuali possibilità di movimento; e questo nonostante il mio amore per il cambiamento e il movimento. Il movimento, la fissità, la morte devono produrre il cambiamento e la vita, almeno amo crederlo. Un ultima cosa. Non guardate questi quadri-trappola come dell’arte. Essi sono piuttosto una sorta d’informazione, di provocazione, dirigono lo sguardo verso delle regioni alle quali generalmente non si presta attenzione, è tutto. L’arte, che cos’è? Sarà forse una forma di vita? Può essere in questo caso?” (da Daniel Spoerri in 1960 Les Nouveaux Realistes, catalogo esposizione M.A.M. di Parigi, 1986).

Così l’artista svizzero di origine romena Daniel Spoerri descrive i suoi “quadri – trappola”, assemblaggi di oggetti d’uso, spesso posate e resti di un pasto, decontestualizzati ed eternati in opera d’arte (lotto n. 247 “Sonder tisch”).

In fuga dal nazismo Spoerri negli anni ’50 è in Svizzera a Berna dove è primo ballerino. S’interessa intanto al teatro e alla poesia concreta e inizia le prime riflessioni intorno al concetto di unicità dell’opera. I primi tableaux-pièges risalgono al 1959, a Parigi, nel pieno clima del Nouveau réalismeStima: 30.000€/40.000€.