Asta Farsettiarte n. 182 – 1 e 2 Dicembre 2017 – Prato, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 182 della Casa d’Aste Farsettiarte di Prato si terrà in tre sessioni nei giorni 1 e 2 dicembre: Sessione I – lotti 1-300, ore 15.30; Sessione II – lotti 301-477, ore 11.00; Sessione III – lotti 501-595, ore 16.00.

Antonio Corpora, Luce e materia, olio su tela, 81×65, 1960 – Lotto n. 341 – da farsettiarte.it
Antonio Corpora, Luce e materia, olio su tela, 81x65, 1960
Antonio Corpora, Luce e materia, olio su tela, 81×65, 1960 – Lotto n. 341 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Una delle opere più belle passate recentemente in asta di Antonio Corpora questa al lotto n. 341 “Luce e materia” del 1960.

Nato a Tunisi nel 1909, dopo varie esperienze d’oltralpe, è a Roma nell’immediato dopoguerra che Corpora vive il fermento culturale che vede contrapposti realisti ed astrattisti. Nel 1945 l’artista è nelle fila del Fronte Nuovo delle Arti di Renato Guttuso.

Già nel 1952 Corpora partecipa al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi (Antonio Corpora, Afro Basaldella, Ennio Morlotti, Renato Birolli, Mattia Moreni, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova), vincendo il premio per la Giovane Pittura Italiana alla Biennale di Venezia.

I componenti del Gruppo propendono per una pittura aniconica di tipo astratto-concreto, meno intransigente dell’astrattismo geometrico, aperta ad innestare nell’opera spunti naturalistici e frammenti d’interiorità.

Nel decennio a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 Corpora assurge alle vette di una pittura che si libra in un informale dalla formidabili accensioni luministiche creando uno spazio diafano, profondo, fatto di trasparenze, imperscrutabile e chiarissimo. Sono gli anni in cui la Biennale di Venezia gli riserva una sala personale: nel 1956, 1960, 1962 e 1966.

Nel 1958 e nel 1960 Corpora espone opere della stessa qualità di questa in asta a New York, alla Kleemann Galleries, nel 1958 presentato da Lionello Venturi e nel 1960 da Nello Ponente, che scrive “attraverso il colore – e il tessuto grafico intenso che al colore fa da contrappunto – Corpora individua i momenti privilegiati della memoria, con una particolare definizione di precise situazioni spaziali, di rapporti di luogo che divengono rapporti di tempo non più in successioni cronologiche rinserrate in un tradizionale parallelepipedo prospettico, ma secondo sintesi immediate di varia intensità psicologica […]”. Stima ridicola. Stima: 3.500€/5.500€.

Roberto Crippa, Toro, olio e cera su faesite, 139×100, 1953/1954 – Lotto n. 416 – da farsettiarte.it
Roberto Crippa, Toro, olio e cera su faesite, 139x100, 1953-1954
Roberto Crippa, Toro, olio e cera su faesite, 139×100, 1953/1954 – Lotto n. 416 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Opera unica e d’incredibile forza primitiva il “Toro” realizzato ad olio e cera su faesite del monzese Roberto Crippa al lotto n. 416.

È uscito dall’Accademia di Brera solo nel 1947 questo incredibile artista e già nel 1948 è alla sua prima Biennale di Venezia con una produzione che spazia dal post-cubismo allo spazialismo delle “Spirali”, fino alle opere geometriche di ispirazione M.A.C.

E già nel 1953 Crippa è in grado di dar vita ad un’opera energica, tribale, sciamanica e surreale di grandissimo impatto visivo come questa in asta. Opera che evidentemente risente del clima che l’artista ha respirato nei primi anni ’50 nella frequentazione di Roberto Sebastian Matta, nelle esposizioni con i surrealisti alla Galleria Jolas di New York: Max Ernst, René Magritte, Brauner, Matta stesso, Georges Mathieu, Sam Francis, Wols, Jean Fautrier.

Evidente nella pittura e scultura di Crippa del biennio 1953 e 1954, parallelamente all’ispessirsi materico delle “Spirali”, un gusto per la condensazione segnica che va verso la rivelazione di un organicismo di conquista, oscuro e tenebroso quanto quello di Graham Sutherland le cui opere Crippa ha avuto modo di vedere di prima mano in quegli anni, ma più partecipato.

Un’arte in cui l’artista monzese opera all’insegna di una volontà di conoscenza di quel mondo mutevole e polimorfo di cui si sente l’eco all’inizio degli anni ’50 nella rivalutazione e nell’apertura alle culture oceaniche e africane (non si dimentichi che Crippa fu un grande collezionista di arte tribale africana).

Conoscenza che in Crippa diviene simbolo e ragione di un vitalismo che gli è connaturato. Crippa che è assurto alle vette dell’universo con il suo aereo acrobatico, tracciando “spirali”, certo non si nega l’esperienza della terra ignota, quasi novello Ulisse al grido: “‘O frati’, dissi ‘che per cento milia / perigli siete giunti a l’occidente,  / a questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente, / non vogliate negar l’esperienza, / di retro al sol, del mondo sanza gente. / Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza’” (dal Canto XXVI dell’Inferno di Dante Alighieri). Stima: 12.000€/18.000€.

Franco Angeli, Tutti gli imperialisti sono tigri di carta, tecnica mista su tela con tulle bianco, 100×200, 1965 – Lotto n. 451 – da farsettiarte.it
Franco Angeli, Tutti gli imperialisti sono tigri di carta, tecnica mista su tela con tulle bianco, 100x200, 1965
Franco Angeli, Tutti gli imperialisti sono tigri di carta, tecnica mista su tela con tulle bianco, 100×200, 1965 – Lotto n. 451 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Franco Angeli è stato uno degli esponenti di rilievo della romana Scuola di Piazza del Popolo con Mario Schifano, Tano Festa, Renato Mambor e Giosetta Fioroni.

Dopo una infanzia segnata dalla guerra e dai lutti familiari Angeli esordisce alla fine degli anni ’50 con opere materiche vicine all’informale di Alberto Burri, trovando ben presto un linguaggio suo proprio di forte impronta pop connotato dall’utilizzo di simboli politici divenuti pretesto per il racconto di un dolore personale ed universale.

Lo stemma americano, al lotto n. 451 “Tutti gli imperialisti sono tigri di carta” è uno di questi simboli (insieme alla falce e martello, all’half dollar americano, alla svastica, agli aeroplani, etc.). Certamente opere del 1965 come questa in asta sono fra le più datate e ricercate: l’artista colloca l’aquila di profilo su un fondo a spray che riprende i colori della bandiera americana, separa le frecce che nello stemma l’aquila tiene nell’artiglio sinistro a simboleggiare la forza di guerra delle tredici colonie che dichiararono l’indipendenza degli Stati Uniti d’America, e le rivolge contro il ramo d’ulivo simbolo di pace.

In questo modo Angeli ironizza sul significato dello stemma americano, cogliendo le contraddizioni di una potenza militare e interventista che ha fatto del suo emblema un simbolo, preteso, di pace.

Importante in quest’opera in asta la presenza del tulle: le garze che Angeli usava per rivestire in trasparenza le proprie opere, procedimento appreso durante l’apprendistato giovanile come aiuto-tappeziere. La garza è allo stesso tempo una presa di distanza e di avvicinamento: distanza ironica da uno stereotipo, da una immagine mistificata; avvicinamento a un simbolo che si vorrebbe vero, sincero, carico di significato, in un tentativo, per dirla con Renato Barilli, di “ridonare quell’aura perduta di autenticità”. Stima: 30.000€/40.000€.

Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su carta applicata su tela, 140×190, 1984 – Lotto n. 454 – da farsettiarte.it
Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su carta applicata su tela, 140x190, 1984
Mario Schifano, Senza titolo, smalto e acrilico su carta applicata su tela, 140×190, 1984 – Lotto n. 454 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

E un’altra bellissima opera, materica, dell’ultima stagione di un altro dei protagonisti con Angeli, al lotto precedente, della Scuola romana di Piazza del Popolo, è quella al lotto n. 454 “Senza titolo” di Mario Schifano.

Dalle immagini pop americane della fine degli anni ’50 e degli anni ’60 (le “Esso”, le “Coca-Cola”) alla meta-riflessione sul mezzo televisivo e sulla monocromia negli stessi anni, passando per la rilettura filtrata del paesaggio urbano e non attraverso i mezzi di comunicazione di massa, Mario Schifano rinasce come artista, con nuova forza, all’inizio degli anni ’80 nella riscoperta del naturale: fiori, prati, erba, cieli, “orti botanici”, “gigli d’acqua”; opere in cui Schifano si trova quasi come in mezzo alle onde, in medias res, e avverte nuovamente sensazioni genuine, sopite, ma più forti poiché rimaste per decenni costrette da una negazione d’individualità.

I colori sono il tratto distintivo di questo Schifano: gli azzurri del cielo, i fili d’erba ed i fiori spremuti direttamente dal tubetto, e il bianco bianchissimo che apre finalmente ad un nuovo spazio.

È proprio nel 1984, anno di esecuzione di questa bellissima opera in asta, che Schifano è invitato ancora alla Biennale di Venezia. In contemporanea Alain Cueff presenta ai Piombi il ciclo “Naturale sconosciuto”: campi di grano, gigli d’acqua, onde; e poi ci sono i quadri con la sabbia sui deserti per la mostra in Giordania; le tele donate dopo il disastro di Gibellina. È uno Schifano sconosciuto questo pittore che Schifano riscopre: un uomo che finalmente ama la vita, che non vede solo un paesaggio, ma lo vive da dentro con la forza interiore di un Pollock ma con in più l’istintività consapevole di una lunghissima solitaria, sofferta riflessione. Stima: 38.000€/48.000€.

Antonio Sanfilippo, 22B/62 (Fondo azzurro), tempera su tela, 65×92, 1962 – Lotto n. 455 – da farsettiarte.it
Antonio Sanfilippo, 22B/62 (Fondo azzurro), tempera su tela, 65x92, 1962
Antonio Sanfilippo, 22B/62 (Fondo azzurro), tempera su tela, 65×92, 1962 – Lotto n. 455 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Nato a Partanna in provincia di Trapani nel 1923 Antonio Sanfilippo si forma al Liceo Artistico di Palermo e poi all’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Dopo la guerra l’artista è a Roma dove entra in contatto con Renato Guttuso e i primi fermenti astratti dell’ambiente culturale romano, complice anche un viaggio parigino del Natale del 1946 con Pietro Consagra, Ugo Attardi, Carla Accardi e Giulio Turcato.

Di ritorno a Roma, con il Manifesto del 15 marzo 1947, questo nuvolo di artisti, insieme ad altri, dà vita al Gruppo Forma 1. Nel Manifesto si esprime “la necessità di portare l’arte italiana sul piano dell’attuale linguaggio europeo […]” riconoscendo nel “formalismo l’unico mezzo per sottrarsi a influenze decadenti, psicologiche, espressionistiche” sostenendo invece “come mezzi di espressione il colore, il disegno e le masse plastiche e come fine un’armonia di forma pura”.

Durante il decennio successivo la ricerca di Sanfilippo prosegue nel segno di queste idee arrivando alla formulazione di un linguaggio individuale che si organizza in maniera segnica emergendo “dalla decisa tendenza ad impostare il dipinto su un piano di ricerche spaziali e dinamiche” come ebbe ad affermare l’artista.

Tali prove conducono Sanfilippo alle opere dei primi anni ’60, come questa, bellissima, in asta al lotto n. 455 “22B/62”. Si tratta di segni e colori che si aggrovigliano in nebulose dense, isole di senso in nicchie quasi scultoree, incavate a bassorilievo sulla tela: ricettacoli dove l’energia coloristica trova un potenziamento nel risuonare degli accordi, nel convergere dei segni. Stima: 17.000€/25.000€.

Lucio Fontana, Crocifisso, scultura in ceramica smaltata, 45×21.5×9.5, 1955 – Lotto n. 477 – da farsettiarte.it
Lucio Fontana, Crocifisso, scultura in ceramica smaltata, 45x21.5x9.5, 1955
Lucio Fontana, Crocifisso, scultura in ceramica smaltata, 45×21.5×9.5, 1955 – Lotto n. 477 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Una forma intuita, un’osmosi espressiva di dolore spaziale potrebbe essere definita la bellissima scultura in ceramica smaltata di Lucio Fontana al lotto n. 477 “Crocifisso”. Si tratta di un soggetto che l’artista replicò in tantissimi esemplari e che sembra lontanissimo dalle prove concettuali e minimali dei celebri “tagli” e “buchi”. Ma si tratta di una distanza solo esecutiva.

Il Gesù sulla croce di Fontana è l’affiorare di un segno laddove le dita segnano la materia ceramica; è l’uomo creatore, fatto alle sembianze del padre che plasma la terra e ritrova se stesso. Anzi, si potrebbe dire che in queste opere l'”attesa” fontaniana dell’oltre è risolta in simbolo umanizzato, trova pace nella fragilità, nella contemplazione del poco che siamo più che nell’indagine e nell’aspirazione alla perfezione.

Fontana sperimentò la ceramica fin dagli anni ’30 nelle officine di Tullio D’Albisola e Giuseppe Mazzotti. Queste prime opere erano realizzate con gusto futurista, tanto che Fontana stesso fu citato da Marinetti nel Manifesto Futurista della Ceramica del 1936.

Negli anni ’40 invece le sculture ceramiche di Fontana iniziano ad assumere quei caratteri di dinamismo spaziale e materico ben rappresentati dal lotto in asta: una dimensione in più caratterizza queste opere rispetto alla ricerca astratta e ‘pittorica’ degli anni seguenti. Se le opere bidimensionali infatti saranno il messaggio, le porte dell’imperituro; queste ceramiche, non per nulla qui e spesso aventi come soggetto la “Crocifissione”, sono l’idea stessa del tempo, del disfarsi della materia, e sembrano quasi affermare, contrariamente all’altro filone, quanto breve sia anche la salvezza rappresentata da un’arte fatta di materia, lavoro e poesia. Il lato umano di un grandissimo artista concettuale. Stima: 70.000€/130.000€.

Mario Tozzi, Azzurro, olio su tela, 45×81.3, 1964 – Lotto n. 521 – da farsettiarte.it
Mario Tozzi, Azzurro, olio su tela, 45x81.3, 1964
Mario Tozzi, Azzurro, olio su tela, 45×81.3, 1964 – Lotto n. 521 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Opera di grandissima qualità di Mario Tozzi “Azzurro” al lotto n. 521 del 1964.

Nato nel 1915 a Fossombrone e formatosi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, Mario Tozzi partecipò a pieno, e con risultati di altissimo livello cui la critica deve ancora un doveroso riconoscimento, ai fermenti di Novecento italiano alla fine della prima guerra mondiale.

A Parigi, negli anni ’20 e ’30 appartenne al Groupe des Sept, ovvero Les Italiens de Paris, con Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis, Renato Paresce, Alberto Savinio e Gino Severini. Di ritorno a Roma si dedica all’affresco e partecipa alle Biennali veneziane del 1936 e del 1942.

In quest’opera, pur datata 1964, Tozzi sembra riscoprire quei caratteri di spirituale bellezza delle opere degli anni ’30, talvolta resi più prosaici nell’attività degli ultimi decenni.

“[…] I quadri di Tozzi si caratterizzano quasi sempre per la presenza di indicazioni prospettiche dedotte dalla realtà, come fughe di porticati e di pavimentazioni, porte o altri oggetti fortemente scortati, ombre portate e simili: indicazioni che, nonostante la loro matematica esattezza […] non intendono riflettere una spazialità reale, ma poeticamente fittizia, immaginaria […]”, opere per le quali si potrebbe parlare “di una seconda incarnazione della pittura metafisica [ma] non si tratta di una metafisica inquietante che carica di significazioni misteriose, e talvolta abusive, gli oggetti della contemplazione, ma di una metafisica svolta a svelare le vie non meno misteriose per cui il mondo può illuminarsi di perfetta grazia e di superba luminosa serenità, fino ad assumere una sorta di solenne sacralità” (da E. Carli, Tozzi, Torino, 1976, pp. 22-23). Stima: 25.000€/35.000€.

Giuseppe Capogrossi, Superficie 127, olio su tela, 60×73, 1955 – Lotto n. 573 – da farsettiarte.it
Giuseppe Capogrossi, Superficie 127, olio su tela, 60x73, 1955
Giuseppe Capogrossi, Superficie 127, olio su tela, 60×73, 1955 – Lotto n. 573 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Laureato in giurisprudenza, Giuseppe Capogrossi, nato a Roma nel 1900, studiò arte con Felice Carena. Giovanissimo, nel 1930, è già alla Biennale di Venezia con opere figurative che si collocano nell’ambito del tonalismo romano.

Nel dopoguerra la pittura di Capogrossi diviene astratta e si caratterizza per la scoperta di un segno primordiale, linguistico che si fa allo stesso tempo struttura, evoluzione nel tempo e sintesi conoscitiva. In questo contesto, nel 1950, Capogrossi partecipa alla fondazione del Gruppo Origine, insieme a Mario Ballocco, Alberto Burri ed Ettore Colla.

Le “superfici” (lotto n. 573 “Superficie 127”) di Capogrossi sono un’espressione originalissima dei vari fermenti culturali e delle necessità di ricodificazione del linguaggio sulle ceneri dell’informale. Il suo celebre “modulo” è di fatto un segno alfabetico ad incastro che ricorda insieme un elefante stilizzato, un uomo a braccia alzate, aperte; un toro affrontato faccia faccia.

Capogrossi racconta il mondo e non solo il presente. Ci parla insieme del tempo e dello spazio della lunghissima parabola umana. E i salti temporali e ‘topici’ vengono rappresentati con elementi geometrici astratti (linee, curve) che fanno da connettori ed organizzano la composizione in un equilibro favolistico che è sempre l’inizio e la fine della storia dell’esperienza universale. Segni archetipici, come lunghi rosari e collane, in cui ciascun grano è un avanzamento conoscitivo, una scoperta, la rivelazione di chi siamo stati.

Nel 1962 Capogrossi vincerà il premio per la pittura alla XXXI Biennale di Venezia dove è presente con sala personale. Stima: 80.000€/130.000€.

Giorgio De Chirico, Gli argonauti, olio su tela, 59.3×77.4, 1926-1927ca. – Lotto n. 583 – da farsettiarte.it
Giorgio De Chirico, Gli argonauti, olio su tela, 59.3x77.4, 1926-1927ca.
Giorgio De Chirico, Gli argonauti, olio su tela, 59.3×77.4, 1926-1927ca. – Lotto n. 583 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Il padre della metafisica Giorgio De Chirico ritrae in questa bellissima opera al lotto n. 583 “Gli Argonauti”, i protagonisti di uno dei miti greci più celebrati: quei cinquanta eroi (nel dipinto cinque) che sotto la guida di Giasone, a bordo della nave Argo, solcheranno i mari della Colchide alla ricerca del vello d’oro.

Gli “Argonauti” sono un soggetto più volte realizzato dall’artista di Volos in Tessaglia e rivelano il rinomato interesse di De Chirico per le proprie origini greche, con i miti e le leggende legate a quella terra e che il pittore carica di riferimenti e valenze personali, omaggi e citazioni non solo a una astratta condizione esistenziale ma anche alle sofferenze per la prematura morte del padre e il continuo stato di apolide cui lo costrinse la situazione familiare.

De Chirico realizza un bellissimo dipinto La partenza degli Argonauti già durante il soggiorno milanese del 1909, ad appena venti anni, prima ancora dell’esperienza fiorentina e della scoperta della metafisica. Un’opera omonima dal sapore metafisico De Chirico la realizzerà ancora nel 1920 introducendo nella scena le architetture delle piazze quattrocentesche, citazioni della città ideale di Leon Battista Alberti, in una sapiente geometria di spazi e rapporti all’interno di un’estasi rivelata nell’immobilità mitica e apollinea della calda luce del meriggio.

Tutti tratti che mancano in questo lotto in asta, dove De Chirico fa una scelta diversa, che manifesta anche l’evolvere della sua pittura negli anni ’20. Nel 1926 l’artista aderisce infatti a “Novecento italiano”, movimento teorizzato da Margherita Sarfatti, e torna ad una figurazione più realistica, statuaria e misteriosa, con rappresentazioni ‘silenti’ quanto le coeve nature morte (ma anche cavalli, paesaggi, gladiatori) e che preannunciano già la svolta barocca.

W. George scrive nel 1928 riguardo a questa produzione “[…] Il mistero si trasforma, prende un aspetto nuovo e sembra chiarirsi. Lascia forse il campo libero alla fredda ragione? No. Questo contatto con il mondo non ha fatto altro che renderlo più impenetrabile” (traduzione in Giorgio De Chirico, catalogo, 1981, II, p. 28). Stima: 450.000€/600.000€.

Ottone Rosai, Giocatori di toppa, olio su tela, 121.5×155, 1942 – Lotto n. 587 – da farsettiarte.it
Ottone Rosai, Giocatori di toppa, olio su tela, 121.5x155, 1942
Ottone Rosai, Giocatori di toppa, olio su tela, 121.5×155, 1942 – Lotto n. 587 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 182

Nato a Firenze nel 1895 Ottone Rosai è stato pittore e scrittore tormentato, di altissimo valore. Dopo l’Accademia di Belle Arti a Firenze, nel 1913 aderisce al futurismo. In seguito sulla scia di Ardengo Soffici la sua pittura risente del cézannismo dell’epoca, interpretato con una vena popolana ed esistenziale in cui la semplicità delle composizioni assurge ad una monumentalità straniante fatta di equilibri rinascimentali toscani, da affresco; accenti espressionisti, ed una particolarissima impietosa indagine della figura umana che sarà il suo testamento spirituale.

Rosai rappresenta la solitudine e insieme la bestialità. Uomini soli o in gruppo che non si parlano, che vanno di schiena verso strade e vicoli senza uscita o chiusi fuori da paesaggi e mura di cinta da cui non filtra un pigolio, una voce.

Interpretati come simboli della semplicità e della purezza dell’italianità dal regime fascista, di cui Rosai fu inizialmente sostenitore, in realtà i personaggi dell’artista toscano sono il contrario del vitalismo dannunziano, lontanissimi dalla retorica patriottica.

Gli anni  ’30 fino alla guerra sono gli anni bui di Ottone Rosai, che vive un disagio esistenziale che ha origine nel 1922, l’anno del suicidio per debiti del padre, annegatosi in Arno, e prosegue nelle dicerie sulla presunta omosessualità del pittore.

La pittura in questi anni, pur venata di abbandono e sfiducia, rappresenta per Rosai un porto rassicurante, di sublimazione di una condizione personale verso la constatazione lucida e controllata di una storia umana cui l’artista partecipa con umiltà e consapevolezza.

“C’è un lato per cui Rosai ‘si ricongiunge all’essenza più vera dell’artista italiano. E si può vedere […] nel bisogno di manifestare i segreti della natura in un’ordine oltre che con una evidenza poetica’ e finalmente bene si rivela ‘nel carattere antisperimentale della sua concezione, nel ridursi continuo ad una medietas per coglierne le conseguenze più forti'” ha scritto benissimo Ferruccio Olivi nella rassegna bibliografica Contributi Critici su Rosai apparsa su “Le Arti” Bollettino d’Arte del Ministero dei Beni delle Attività Culturali e del Turismo, 1942-1943, anno V, p. 37. Stima: 40.000€/60.000€.