Asta Porro Art Consulting & C. n. 86 – Milano, 6 Dicembre 2017 – Arte Moderna e Contemporanea

La prossima asta n. 86 di arte moderna e contemporanea della casa d’aste Porro Art Consulting & C. di Milano si terrà in data 6 dicembre 2017 nella sede di via Olona 2, ore 10.00. La TopTen di SenzaRiserva.

Ennio Morlotti, Studio per spiaggia n. 3, olio su tela, 80×170, 1964 – Lotto n. 16 – da porroartconsulting.it
Ennio Morlotti, Studio per spiaggia n. 3, olio su tela, 80x170, 1964
Ennio Morlotti, Studio per spiaggia n. 3, olio su tela, 80×170, 1964 – Lotto n. 16 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

“Anziché, mettiamo, guardare dei panorami o la luce che sfugge sulle cose, ho cominciato a guardare i particolari, ho cominciato a guardare delle foglie, dei fili d’erba, e ho cominciato a pensare alla vita che si svolgeva dentro a queste cose, al lato organico delle cose e questo ha cominciato ad emozionarmi e ho cominciato a vivere di questa emozione» (da Per una pittura compromessa nella vita, intervista a cura di F. Arcangeli – R. Tassi, L’approdo, RAI TV, 8 febbraio 1966, riportata in E. M. (catal.), a cura di A. Buzzoni, Ferrara, 1994, p. 182).

Così uno degli “ultimi naturalisti” lombardi, Ennio Morlotti, nato a Lecco nel 1910, descrive quel ciclo della sua pittura che inizia poco prima della metà degli anni ’50, testimoniata da questo grande lotto n. 16 “Studio per spiaggia” del 1964, che contrassegn linguaggio maturo dell’artista.

È dopo infatti l’esperienza del Gruppo degli Otto di Lionello Venturi alla Biennale di Venezia del 1952, in cui Morlotti propone ancora un linguaggio di matrice picassiana, che matura quel cambiamento che verrà sottolineato dal critico Francesco Arcangeli nel saggio del 1954 Gli ultimi naturalisti, uscito sul numero 59 della rivista “Paragone”.

Si tratta di un gruppo di artisti più vicini all’informale che al concretismo, per i quali la forma immaginativa non è abbastanza ma necessita di una referenzialità al reale che solo la materia e la sensazione possono dare: con Morlotti ci sono Vasco Bendini, Pompilio Mandelli, Sergio Vacchi, Mattia Moreni, Sergio Romiti, tutti artisti per i quali “natura è sentirsi coinvolti, partecipanti di un’enorme vicenda che include passione e sensi. Natura non nel senso ottocentesco, ma precategoriale, prefasica, natura è una cosa immensa che non vi dà tregua, perché la sentite vivere tramando fuori, entro di voi: strato profondo di passione e di sensi, felicità e tormento. La natura è partecipata intimamente: la sua proporzione sfugge, ora, alla misura intellettuale” (da F. Arcangeli, Gli ultimi naturalisti, 1954).

Morlotti è stato presente più volte alla Biennale di Venezia: nel 1950, nel 1952, nel 1954 con sala personale, nel 1962 vincendo il premio per il miglior artista italiano (ex equo con Capogrossi), nel 1964 nella sezione “Arte d’oggi nei musei”, nel 1972 con sala personale, nel 1988 con un’altra personale nel padiglione Italia.  Stima: 30.000€/40.000€.

Giorgio De Chirico, Venezia, Chiesa della Salute, olio su tela, 50×70, anni ‘60 – Lotto n. 17 – da porroartconsulting.it
Giorgio De Chirico, Venezia, Chiesa della Salute, olio su tela, 50x70, anni ‘60
Giorgio De Chirico, Venezia, Chiesa della Salute, olio su tela, 50×70, anni ‘60 – Lotto n. 17 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Mentre negli anni ’60 si affermano sul piano nazionale ed internazionale tendenze informali, astratte, pop e fanno la loro comparsa le prime sperimentazioni di arte programmata e cinetica, il padre della metafisica e dell’avanguardia dei primi del ’900 Giorgio De Chirico dipinge un’opera dal sapore neo-classico come questa al lotto n. 17 “Venezia”, evidentemente ispirata al dipinto del Canaletto, L’ingresso di Canal Grande con la Dogana e la Chiesa della Salute, realizzato nel 1730 e conservato a Huston presso il Museum of Fine Arts.

Si tratta di una fase nella pittura dell’artista di Volos collocabile fra gli anni ’40 e ’60 e che è stata definita “barocca”, “seicentesca”, “neo-barocca” e che si svolge all’insegna di una teatralità sia scenografica che coloristica di “forzatura” del reale attraverso la sintesi del suo sotteso culturale. De Chirico in questi anni visita il “museo” con numerosi d’après all’insegna di una ricerca di rivelazione condotta con lavoro e sperimentazione tecnica da un lato; raccordo mitico, memoriale, dall’altro.

“È la qualità della materia che dà la misura del grado di perfezione in un’opera d’arte, soprattutto in pittura, e questa qualità è la cosa più difficile da capire; per questo oggi i cosiddetti ‘intelligenti’, con a capo i cosiddetti ‘pittori’, preferiscono girare al largo da tale questione e rifugiarsi comodamente nella cosiddetta ‘spiritualità’. Quando non avevo ancora vent’anni, avevo già capito il lato più misterioso dell’opera di Federico Nietzsche, avevo già capito tutta la musica classica e tutta la letteratura classica, tutta la filosofia antica e moderna, ma è solo molto più tardi che ho realmente cominciato a capire il mistero della grande Pittura. Ora sempre più capisco il sublime di una pittura di Rubens o di Velasquez, di Rembrandt, di Tintoretto o di Tiziano” (da Giorgio De Chirico, Memorie della mia vita, Tascabili Bompiani, 2013). Stima: 130.000€/140.000€.

Roberto Crippa, Senza titolo, olio su tela, 120×100, 1958 – Lotto n. 19 – da porroartconsulting.it
Roberto Crippa, Senza titolo, olio su tela, 120x100, 1958
Roberto Crippa, Senza titolo, olio su tela, 120×100, 1958 – Lotto n. 19 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Un’immagine ‘totemica’ del monzese Roberto Crippa, di belle dimensioni, al lotto n. 19 “Senza titolo” del 1958.

È proprio il 1958 che vede protagonista Roberto Crippa alla Biennale di Venezia dove l’artista presenta le sculture nate nel biennio precedente, improntate ad un primitivismo simbolico che Crippa ha maturato in seno ai fermenti surreali dei primi anni ’50.

L’espressività cromatica e la semplificazione formale delle tendenze primitiviste di questi anni sono ovviamente un’operazione intellettualistica che ha già percorso molte delle ricerche estetiche anche del primo ’900 dal cubismo a Picasso, da Modigliani fino a Jean Dubuffet.

Ma l’influenza si ripropone nel dopoguerra come atto liberatorio, antidoto allo smarrimento esistenziale generato dal conflitto, quasi bilanciando la semplicità disarmante della crudeltà umana nella naturale ricchezza dell’immaginifico,  della nostalgia, nel recupero di un mondo puro e incontaminato.

Le immagine “totemiche” di Crippa, come quelle di Wilfredo Lam o Sebastian Matta infondo non generano spavento, sembrano familiari; mondi pieni di colore talvolta inquietanti, di incredibile ricchezza e stranezza organica, ma sostanzialmente innocui, da vivere in presenza e in esperienza; figure protettrici di un un universo dove gli uomini possono ancora mettersi in gioco.

Opera che sembra evolvere direttamente dalle “Spirali”, di cui si intravede ancora la presenza segnica questa in asta, e che si organizza in forma simbolica a livello spaziale, quasi in una conformazione da nebulosa; confinando la materia, informe e ‘libera’ figuralmente, a suggerire una biomorfia vitalistica che è l’oggetto della ricerche di Crippa in questi anni. Stima: 20.000€/22.000€.

Vasco Bendini, Senza titolo, olio su tela, 116×89, 1964 – Lotto n. 20 – da porroartconsulting.it
Vasco Bendini, Senza titolo, olio su tela, 116x89, 1964
Vasco Bendini, Senza titolo, olio su tela, 116×89, 1964 – Lotto n. 20 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Nato a Bologna nel 1922 Vasco Bendini frequenta l’Accademia di Belle Arti. Al 1949 risale la prima personale alla Galleria Bergamini di Milano. Nel 1953 è presentato alla Galleria La Torre di Firenze dal critico Francesco Arcangeli, con cui l’artista stringerà un durevole sodalizio. Nel 1964 Arcangeli stesso annovererà Bendini nel gruppo dei cosiddetti “ultimi naturalisti” con Morlotti, Romiti, Vacchi, Moreni, Mandelli.

Precocissimo rappresentante dell’informale italiano sulla scia di Wols e Fautrier alla fine degli anni ’40, Bendini, nel corso del decennio, affinerà la ricerca in questo senso aprendo ad una spazialità esistenziale fertile di reminescenze naturalistiche e ad una sempre più accentuata, sofferta matericità.

È Arcangeli stesso a mettere in evidenza come in Bendini, alla fine degli anni ’50, si avverta in più uno “spostar­si di questo equilibrio di specie naturalistica verso una pittura dove prevale, senza distrugge­re l’altro termine, una strana accentuazione dello spirituale” (F. Arcangeli, Una situazione non improbabile, in “Paragone”, VIII, 85, Firenze, gennaio 1957). Spirituale che accade al lotto in asta affiorando a galla per via di luce come emerso da una polla lacustre fra la vegetazione.

Nel 1964, anno in cui realizza questo bellissimo lotto n. 20 “Senza titolo” Bendini è invitato alla Biennale di Venezia con sala personale, come lo era stato nel 1956 e lo sarà ancora nel 1972 (nuovamente con sala personale). Stima: 12.000€/15.000€.

Georges Mathieu, Composizione, collage e olio su carta nera, 64.5×49.5, 1962 – Lotto n. 21 – da porroartconsulting.it
Georges Mathieu, Composizione, collage e olio su carta nera, 64.5x49.5, 1962
Georges Mathieu, Composizione, collage e olio su carta nera, 64.5×49.5, 1962 – Lotto n. 21 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Bella opera del 1962 del padre dell’astrazione lirica, Georges Mathieu al lotto n. 21 “Composizione”. Nato a Bologne-su-Mer nel 1921, Mathieu si laurea in inglese e lavora per la compagnia marittima americana U.S. Lines.

Già nel 1947, alla fine della guerra, le opere di Mathieu sono realizzate spremendo direttamente il tubetto sulla tela con una gestualità rapida e come è stato detto “in punta di fioretto” in cui è il gesto in sé a divenire forma estetica ed espressiva. La prima personale risale al 1950 alla Galerie Rene’ Drouin a Parigi.

Nei primi mesi del 1962 , anno di esecuzione del lotto in asta, Mathieu viaggiò a Gerusalemme, rimanendo molto colpito dalla fervente religiosità e dal misticismo del luogo, tanto che a quell’anno si fa appunto risalire il suo ‘periodo mistico’. A Gerusalemme Mathieu realizzò diciotto dipinti che furono esposti in marzo e aprile al Museo Bezalel.

E mistico è anche questo lotto in asta, per il simbolismo della scrittura a oro che sembra espandersi come una costellazione sul fondo buio dell’universo; e per quelle applicazioni di un nero più nero che lasciano intuire un altrove mistico, un immaginato non cercato ma presente e imperscrutabile. Stima: 20.000€/22.000€.

Piero Dorazio, Vuoi la tromba di Federico?, olio su tela, 196×130, 1957 – Lotto n. 22 – da porroartconsulting.it
Piero Dorazio, Vuoi la tromba di Federico?, olio su tela, 196x130, 1957
Piero Dorazio, Vuoi la tromba di Federico?, olio su tela, 196×130, 1957 – Lotto n. 22 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Dare origine attraverso la pittura ad “un fatto nuovo, reale, che è il quadro” è stata una delle tensioni principali della ricerca di Piero Dorazio, fondatore nel 1947 a Roma del Gruppo Forma 1, avanguardia astratta italiana del dopoguerra.

Fra i componenti del gruppo è probabilmente Dorazio il primo a trovare un proprio linguaggio che subito si caratterizza per una accentuazione analitica del colore e della scomposizione luministica.

Nei primi anni ’50 Dorazio riscopre le ricerche sulla luce di Balla e Vantongerloo, instaura rapporti con il Gruppo Origine, e queste sono le premesse per capire come alla fine del decennio  il pittore romano potrà realizzare i famosi “reticoli”, veri ambienti spaziali percettivi, realizzati a strati di linee monocrome su un fondo leggermente variato e capaci di generare vibrazioni musicali di senso e luce.

L’esperienza statunitense di Dorazio risale al 1953 ed è indubbio che lascia una traccia di gestualità nell’opera del maestro, impulso d’azione che mai però prenderà il sopravvento sulla studiata progettualità, dagli esiti di grande emotività, dell’artista.

Un’opera come questa in asta al lotto n. 22 “Vuoi la tromba di Federico?” del 1957 mostra tutte queste pulsioni, ed è antesignana dei “reticoli” del 1959. Graffi, macchie nere in rilievo di impronta gestuale (si ricordi l’esperienza analitica dei “rilievi” in legno condotta da Dorazio nel primo quinquennio degli anni ’50)  occupano un primo piano che fa affiorare una monocromia liquida, coscienziale, che manifesta almeno lo stesso impianto formale di quelli. Stima: 60.000€/70.000€.

Alfredo Chigine, Composizione, olio su tela, 70×90, 1959 – Lotto n. 24 – da porroartconsulting.it
Alfredo Chigine, Composizione, olio su tela, 70x90, 1959
Alfredo Chigine, Composizione, olio su tela, 70×90, 1959 – Lotto n. 24 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Alfredo Chigine è stato un’altro dei protagonisti dell’informale italiano del dopoguerra. Nato a Milano nel 1914 inizia come scultore ma dalla fine degli anni ’40 si dedica alla pittura. La prima personale è del 1951 alla Galleria San Fedele di Milano.

Le opere di Chigine del primo quinquennio degli anni ’50 risentono ancora di un vitalismo magmatico fatto di grovigli, segni, evoluzioni ed illuminazioni che richiamano ad un naturalismo indagato anche da altri frequentati artisti. Nel 1956 Chigine espone con Ajmone e Vacchi alla Galleria del Naviglio, con presentazione di Emilio Tadini.

Con la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1958, dove è invitato da Franco Russoli, Chigine intraprende una pittura più distaccata e spirituale, introspettiva e allo stesso tempo generativa non di energie e interazioni organiche ma di affioramenti psichici e spirituali che ‘accadono’ sulla tela per rivelazioni di piani. Forte in questo senso si avverte l’apprendistato da scultore di Chigine con Giacomo Manzù, nel senso di una interiorizzazione psichica che tende ad isolare attraverso il taglio ed il segno la figura dal reale.

L’artista stende la materia con la spatola; utilizza grigi, ocre, celesti in piani che mostrano, attraverso analogie e contrasti di colore, un magnetismo evocativo su cui Chigine interviene da un lato con la luce del bianco, dall’altro, a marcare la forza della visione, con graffi materici, diagonali, che assurgono quasi a struttura d’essenza, aggettando la composizione oltre un fondo inquieto, cangiante (lotto n. 24 “Composizione”); indagando la storia della coscienza individuale e collettiva del dopoguerra, le assonanze e gli accordi cromatici in un tonalismo che è il ritratto, lucido, dell’incertezza. Stima: 20.000€/22.000€.

Emilio Scanavino, Struttura legata, acrilico su tela, 200×200, 1967 – Lotto n. 29 – da porroartconsulting.it
Emilio Scanavino, Struttura legata, acrilico su tela, 200x200, 1967
Emilio Scanavino, Struttura legata, acrilico su tela, 200×200, 1967 – Lotto n. 29 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Grande opera del ligure Emilio Scanavino, maestro dell’astrazione segnica del dopoguerra, al lotto n. 29 “Struttura legata”.

Nato a Genova nel 1922 Scanavino emerge come artista alla fine degli anni ’40 in seno al linguaggio postcubista di matrice figurale, linguaggio nel quale già tuttavia si evidenzia una predilezione dell’artista ligure per le tonalità cupe, il segno nero e forte, l’introspezione esistenzialista.

Nel 1950 Scanavino già espone alla XXV Biennale di Venezia un’importante opera informale “Soliloquio musicale” nella quale risulta evidente una ricerca segnica che si manifesta quale pittura-oggetto o meglio “pittura scritta”. Alla Biennale, con tali opere, Scanavino ci sarà nuovamente più volte: da ricordare le presenze del 1960 e del 1966 con sala personale.

Ma non è possibile ridurre Scanavino nelle maglie dell’informale, poiché l’artista ligure di fatto è sempre stato un interprete oggettivo della realtà, per così dire analitico. Una scrittura è fatta di regole, esprime un concetto, produce un messaggio e nella scrittura visiva si è spesa l’arte di Scanavino dagli anni ’50 agli anni ’80.

“Rituali”, “presenze”, “alfabeti senza fine” fanno la loro apparizione a fine anni ’50, composizioni vicine per certi versi alle minuziose, microbiologiche ricerche nucleari di un Baj e di un Dangelo, dall’altra alle liquide, imperscrutabili e metafisiche atmosfere spaziali; ma comunque sempre forme e segni a servizio di una concettualità esistenzialista che non rinuncia alla rappresentazione di una fantasia concreta come di un paesaggio.

Che sia di ispirazione lo skyline delle campagne di Calice Ligure, dove negli anni ’60 Scanavino si stabilisce, o la bellezza di una immaginazione geometrica (lotto n. 29 “Struttura legata”) l’artista ligure ci parla sempre della vita, del rumore dei muscoli e del respiro; dell’essere vivi costretti a una fisicità tenuta stretta con i denti, graffiata, legata, tramata, rossa di sofferenza, solida come una retta, instabile come un’altalena. Stima: 70.000€/80.000€.

Hans Hartung, T1973 – H22, acrilico su tela, 50×72.6, 1973 – Lotto n. 40 – da porroartconsulting.it
Hans Hartung, T1973 - H22, acrilico su tela, 50x72.6, 1973
Hans Hartung, T1973 – H22, acrilico su tela, 50×72.6, 1973 – Lotto n. 40 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Nato a Lipsia in Germania nel 1904, allievo di Kandinskij, Hans Hartung è costretto a lasciare la propria patria nel 1935 per evitare le ritorsioni naziste contro “l’arte degenerata”. Arruolato durante la guerra nella legione straniera fu ferito in battaglia e amputato della gamba destra. Dal dopoguerra, a Parigi, si dedica completamente all’arte astratta informale.

Le opere di Hartung sono un unicum dal punto di vista compositivo: se infatti possono essere definite “informali” non si può non notare come in esse, al contrario, sia sempre presente un equilibrio ed una struttura. Hartung riesce a conciliare astrazione lirica e forte espressività in una armonia compositiva che è contrappeso di forze e colori contrastanti, linee curve, rette e diagonali.

Il segreto di questo bilanciamento è la realtà, dove tutto ritrova il suo posto e la sua ragione di esistere: “amavo le mie macchie. Amavo che fossero sufficienti a creare un viso, un corpo, un paesaggio. Quelle macchie che dovevano poco tempo dopo richiedere la loro autonomia e completa libertà… Quale gioia in seguito lasciarle libere di giocare tra loro, di acquistare la propria espressività, le proprie relazioni, il loro dinamismo, senza essere asservite alla realtà” scrive l’artista nella sua Biografia del 1976.

Opere come questa in asta al lotto n. 40 “T1973 – H22” esprimono un momento in cui l’artista vede una presenza ed ha una intuizione universale, una visione sintetica e ultraterrena che dal cuore parla direttamente al cielo: “cercavo di cogliere l’interiorità, di identificarmi con le tensioni atmosferiche e cosmiche, con le energie, le irradiazioni che governano l’universo”.

Nel 1960 Hans Hartung vince il Gran Premio per la Pittura alla Biennale di Venezia. Stima: 75.000€/85.000€.

Valerio Adami, Fatto, tecnica mista su tela, 140×184, 1961 – Lotto n. 44 – da porroartconsulting.it
Valerio Adami, Fatto, tecnica mista su tela, 140x184, 1961
Valerio Adami, Fatto, tecnica mista su tela, 140×184, 1961 – Lotto n. 44 – Immagine da porroartconsulting.it – Asta Porro Art Consulting n. 86

Nato a bologna nel 1935 Valerio Adami ha solo ventisei anni quando dipinge l’opera al lotto n. 44 “Fatto”.

Appena uscito dall’Accademia di Brera il giovane ha vinto nel 1958 il Premio Marzotto e nel 1959 ha tenuto la prima personale “Liturgie di un fatto” alla Galleria del Naviglio di Milano. L’anno seguente, con le stesse opere (di cui questa in asta al lotto n. 44 “Fatto” è assai rappresentativa), Adami espone nel contesto della mostra Possibilità di relazione, allestita nel maggio del 1960 presso la Galleria L’Attico di Roma e curata da Enrico Crispolti, Roberto Sanesi ed Emilio Tadini.

“Gli artisti che partecipano alla nostra mostra, pur in una loro ineludibile autonomia poetica, conducono ricerche che si collocano sul registro di una figurazione appena suggerita, molto dinamica, che pare davvero coagularsi spontaneamente sulla tela, organizzandosi in immagini allusive più che palesemente dichiarative, lasciate liberamente fluire sul supporto e organizzate secondo una sintassi che, non prestabilita, pare definirsi in fieri” si legge in Possibilità di relazione 1963, catalogo della mostra, Roma, Galleria L’Attico, maggio 1960, Edizione della Galleria L’Attico, Roma (con testi di V. Adami, R. Aricò, M. Ceretti, C. Pozzati, B. Romagnoni, G. Strazza, S. Vacchi, T. Vaglieri e E. Crispolti, R. Sanesi, E. Tadini).

Testo che ben rappresenta l’opera in asta dove Adami sembra unire tutta la forza espressiva di un Kokoschka, il surrealismo figurale mutuato dagli amici Wilfredo Lam e Roberto Sebastian Matta ad una personalissima resa gestuale del divenire, che già si manifesta in uno spazio che pare intimo, dimesso, non glorificato, e che sembra anticipare le idiosincrasie personali, culturali e sociali della vita moderna stigmatizzate nella produzione del linguaggio maturo.

Tra il 1961 ed il 1964 Adami lavora fra Londra e Parigi, influenzato ancora in questa sua prima fase artistica dall’esistenzialismo di Francis Bacon e dall’espressionismo astratto di Kokoschka, conosciuto a Venezia nel 1952. Solo in seguito, dal 1966, Adami svilupperà quel linguaggio ironico, poetico e pop, ispirato a Roy Lichtenstein, che l’ha reso famoso. Stima: 8.000€/10.000€.