Ferruccio Ferrazzi, Nedda Guidi e Piero Dorazio: il Novecento di Babuino (Asta n. 174)

L’Asta n. 174 di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Babuino di Roma si terrà in prima sessione il giorno 20 marzo alle ore 15.30 nella sede di Via dei Greci 2/A (lotti 1-191). La TopTen di SenzaRiserva. Si segnalano una bellissima opera “La calce” di un giovanissimo Ferruccio Ferrazzi, artista di grande talento, da rivalutare insieme alla ‘ceramista’ di Gubbio Nedda Guidi (lotto n. 130). Al top della selezione la monumentale opera, di oltre due metri per quattro, “Long distance” di Piero Dorazio al lotto n. 143

Franz Borghese, Personaggi, olio su tela, 91×100.5 – Lotto n. 76 – da astebabuino.it
Franz Borghese, Personaggi, olio su tela, 91x100.5
Franz Borghese, Personaggi, olio su tela, 91×100.5 – Lotto n. 76 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Franz Borghese è stato, con Mino Maccari, uno dei due più importanti artisti del grottesco e della satira italiana del Novecento.

Nato a Roma nel 1941, frequenta il liceo artistico di via Ripetta e poi la locale Accademia di Belle Arti dove studia con Domenico Purificato, Giuseppe Capogrossi, Giulio Turcato e Umberto Maganzini.

Dopo il primo espressionismo cupo ed atmosferico degli anni ’60 (nel 1964 fonda il gruppo e la rivista omonima di arti e cultura “Il ferro di cavallo”, cui partecipa anche la compagna pittrice Daniela Romano), all’inizio dei ’70 Borghese inizia ad introdurre nelle sue opere personaggi della borghesia di inizio secolo, colti in atteggiamenti bizzarri, alle prese con debolezze e situazioni umane che l’artista eleva a metafore universali (lotto n. 76 “Personaggi”).

Lo stravolgimento espressivo e fisico della figura umana compiuto da Borghese e la fantasia surreale ed immaginifica delle situazioni ritratte mostra l’influenza sul linguaggio del pittore e scultore romano di artisti molto amati quali il pittore tedesco Otto Dix per la vena realistica ed impietosa, Goya per la verità e la sorpresa dell’introspezione psicologica, l’olandese Hieronymus Bosch per la ‘folle’ fantasia della rappresentazione iconografica.

I personaggi di Borghese si muovono sulla tela come marionette, caricature in tuba di un mondo formale di cui l’artista svela l’incontinenza mal nascosta di piccinerie e falsità quotidiane; e che tuttavia riesce a comunicare mantenendo il racconto su un confine ‘favolistico’ e fantastico in cui il tragico strizza l’occhio all’ironico, la disperazione alla leggerezza. Stima: 8.000€/12.000€.

Renato Natali, Gregge sotto la pioggia, olio su tavoletta, 67×100, 1930 ca. – Lotto n. 81 – da astebabuino.it
Renato Natali, Gregge sotto la pioggia, olio su tavoletta, 67x100, 1930 ca.
Renato Natali, Gregge sotto la pioggia, olio su tavoletta, 67×100, 1930 ca. – Lotto n. 81 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Renato Natali, artista nato a Livorno nel 1883, fu uno dei protagonisti con Gino Romiti, Giovanni Zannacchini e Gastone Razzaguta del Gruppo Labronico, fondato nel 1920 nello studio di Romiti alla presenza di molti giovani pittori livornesi, frequentatori abituali del Caffè Bardi, fra cui Renuccio Renucci, Ferruccio Rontini, Giovanni March.

Al gruppo parteciperanno in seguito anche altri: Ulvi Liegi, Plinio Nomellini, Cafiero Filippelli, Giovanni Lomi e Carlo Domenici.

La missione del gruppo era quella di diffondere l’arte e la cultura livornese nel solco della lezione post-macchiaiola e dell’insegnamento di Giovanni Fattori. In questo contesto la pittura di Natali trova proprio negli anni ’20 e ’30 (lotto n. 81 “Gregge sotto la pioggia”) la piena maturità: pennellate larghe e colori brillanti sono di supporto ad un tonalismo lunare fatto di contrasti, in un impianto scenografico di paesaggi contadini, butteri a cavallo, popolani, risse notturne, pescatori, scorci di città, personaggi alla moda sui boulevards parigini (nel 1913 Natali fu a Parigi, frequentò l’amico Modigliani e rimase affascinato dalle luci della città e dalla vita brulicante di Montparnasse).

Fu maestro, Natali, nei colori, specialmente notturni, nelle luci e nei riflessi, quasi fauve ma senza eccessi, che conferiscono alle composizioni un respiro talvolta concitato, altre sommesso e pacifico, e che consegnano l’osservazione ad una attesa simbolica che indugia al limite di una suggestione epifanica.

Proprio nel 1930 Natali espone per l’ultima volta alla Biennale di Venezia dopo esservi stato presente giovanissimo nel 1905, nel 1907, nel 1910 (con un linguaggio pittorico sensibile alle soluzioni divisioniste di Segantini) e poi nel 1920 e nel 1922. Stima: 10.000€/15.000€.

Ferruccio Ferrazzi, La calce, olio su tela, 77×152, 1908 – Lotto n. 94 – da astebabuino.it
Ferruccio Ferrazzi, La calce, olio su tela, 77x152, 1908
Ferruccio Ferrazzi, La calce, olio su tela, 77×152, 1908 – Lotto n. 94 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Nato a Roma nel 1891 Ferruccio Ferrazzi ha solo 17 anni quando dipinge l’opera al lotto n. 94 “La calce”.

Avviato dal padre allo studio della pittura antica, l’artista romano frequenta l’Accademia Libera del Nudo e l’Accademia di Francia.

Dipingeva intanto nella sua abitazione nell’Orto di via delle Sette Sale, immerso nella natura, traendo spunto dall’osservazione del paesaggio, con una precoce sensibilità verso una resa solenne dell’umanità contadina e del lavoro, evidente in quest’opera.

Nel 1908 Ferrazzi aveva intanto vinto una borsa di studio quadriennale dell’Istituto Catel. Per questo gli fu affiancato come tutore il pittore böeckliniano Max Roeder che gli fece conoscere i pittori tedeschi e lo appassionò ad una ricerca simbolica, ideale, ermetica e quasi ascetica della composizione, pur in una crudezza ‘germanica’ di rappresentazione che il Ferrazzi conserverà anche nella stagione successiva, cézanniana e futurista, che definì “prismatismo della nostra epoca” (dagli anni ’20).

In questi anni Ferrazzi, pur giovanissimo, raggiunse importanti riconoscimenti, tanto da essere invitato alla Biennale di Venezia nel 1910 e nel 1912. Nel 1913 partecipò alla prima Esposizione internazionale d’arte della Secessione romana.

“Vorrei arrivare ad essere un pittore, un pittore poeta tragico, degno di questo tempo drammatico ed eroico”, in questo modo chiudeva l’artista romano un suo profilo autobiografico pubblicato nel 1943. In questa frase c’è tutta la motivazione della sua bellissima ed originale pittura. Stima: 25.000€/30.000€.

Giorgio De Chirico, Due cavalli in un paese, olio su tela, 50×60, fine anni ’50 – Lotto n. 102 – da astebabuino.it
Giorgio De Chirico, Due cavalli in un paese, olio su tela, 50x60, fine anni ’50
Giorgio De Chirico, Due cavalli in un paese, olio su tela, 50×60, fine anni ’50 – Lotto n. 102 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Giorgio De Chirico nasce a Volos, in Grecia, nel 1888. I primi studi li compie al Politecnico di Atene; dal 1906 è prima a Firenze, all’Accademia di Belle Arti, e poi a Monaco, dove resta affascinato dalla pittura di Arnold Böcklin, l’artista tedesco da cui il nostro mutua quell’interesse verso l’invisibile e l’enigma che di lì a breve troverà espressione nella pittura metafisica.

“Tutta la pittura di De Chrico […]” ha scritto Giovanni Faccenda “risalta per una distinta esigenza: rendere visibile l’invisibile. […] anche il ricorso periodico al mito asseconda, fra le altre, una simile necessità. […] Il paesaggio rimane il genere più costante nella sua opera: sia che ne occupi il primo piano o ne costruisca il fondale […], esso appare comunque abitato da una potente stimmung evocativa che sostanzia quanto derivi dal processo di mutazione successivo all’attesa rivelazione” (dal Catalogo della Mostra Giorgio De Chirico. L’enigma della pittura, tenutasi presso il Museo Piaggio di Pontedera nel 2008).

Per capire l’arte di De Chirico non si può prescindere da quel ‘mito’ che è connaturato ai natali dell’artista in Tessaglia: la terra degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro e della conoscenza, di Ulisse col suo desiderio di patria, dei Dioscuri; dei cavalli di Alessandro Magno, di Achille (Balio e Xanto), di Ippolito e di Fetonte; dei cavalli di Fidia nel fregio del Partenone.

I cavalli sono un tema che ricorre in De Chirico, poiché con essi l’artista non dipinge ‘cavalli’ ma dipinge il mito, il ‘racconto’ per antonomasia, compiendo di fatto un’operazione di citazione senza oggetto. Con i cavalli De Chirico parla dell’origine del tempo, della storia della cultura, di Gericault, Rubens, Van Dyck.

Il De Chirico neo-barocco e scenografico, spesso criticato per la ripetitività e il tradizionalismo dei soggetti, nel dopoguerra, in realtà è un De Chirico non compreso: artista controcorrente che si rifugia nei valori della cultura e del ‘museo’, che torna all’antico con deliberata protesta dandy, che fa uso di un linguaggio fintamente semplice e che è in realtà ermetico, ricco e consapevole. Stima: 40.000€/60.000€.

Roberto Crippa, Spirali, olio su tela, 50×70, 1951 – Lotto n. 122 – da astebabuino.it
Roberto Crippa, Spirali, olio su tela, 50x70, 1951
Roberto Crippa, Spirali, olio su tela, 50×70, 1951 – Lotto n. 122 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Le “Spirali” dell’artista monzese Roberto Crippa (Monza, 1921 – Bresso, 1972) della fine degli anni ’40 e dei primi anni ’50, come queste in asta al lotto n. 122, rappresentano una delle espressioni più alte dello spazialismo italiano insieme ai “tagli” ed ai “concetti spaziali” di Lucio Fontana.

Proprio nel 1951 infatti Crippa firma il terzo manifesto dello Spazialismo o Manifesto Tecnico: “[…] né pittura, né scultura ‘forme, colore, suono attraverso gli spazi’. Coscienti ed incoscienti in questa ricerca, gli artisti non avrebbero potuto raggiungere la finalità senza poter disporre di nuovi mezzi tecnici necessari e di nuove materie. Ciò giustifica l’evoluzione del mezzo nell’arte. Il trionfo del fotogramma, ad esempio, è una testimonianza definitiva per l’indirizzo preso dallo spirito verso il dinamico.

Plaudendo a questa trasformazione nella natura dell’uomo, abbandoniamo la pratica delle forme di arte conosciuta ed affrontiamo lo sviluppo di un’arte basata nell’unità di tempo e dello spazio. […]”.

L’opera d’arte dunque, per gli artisti spaziali, non è semplice mimesi del vero, ma ne partecipa come ‘evento’ (“unità di tempo e spazio”), “discorso nello spazio” come Crippa amava definire le sue “spirali”.

Le “spirali” di Crippa in qualche modo, attraverso la continuità e la ricorsività del tratto, si articolano in una multi-dimensionalità cosmica che lo spettatore intuisce, sviluppandosi in un ambiente aperto, amniotico ma chiaro al ‘microscopio scientifico’, che suggerisce l’universo di pianeti, la struttura atomica della materia, l’abile tessitura del fare umano, i voli d’energia futurista, tutt’altro che pindarici, del Crippa pilota acrobatico. Stima: 20.000€/25.000€.

Nedda Guidi, Scultura oggetto n. 2, semirefrattario a smalto mat granulato su smalto secco, 48×45.8×24.5, 1966 – Lotto n. 130 – da astebabuino.it
Nedda Guidi, Scultura oggetto n. 2, semirefrattario a smalto mat granulato su smalto secco, 48x45.8x24.5, 1966
Nedda Guidi, Scultura oggetto n. 2, semirefrattario a smalto mat granulato su smalto secco, 48×45.8×24.5, 1966 – Lotto n. 130 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Nedda Guidi, originaria di Gubbio (classe 1927), è senza dubbio una delle espressioni più originali ed all’avanguardia dell’espressione artistica ceramica del dopoguerra.

La Guidi consegue la laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma. Intanto dipinge da autodidatta e negli anni ’50 sperimenta con la terracotta in varie officine ceramiche nei dintorni di Gubbio.

Le prime realizzazioni sono i “Fogli”, lamine ceramiche ancora bidimensionali, su cui l’artista dipana una ‘decoratività vicina all’informale. La prima personale è alla Galleria Numero di Roma nel 1964.

La terza dimensione non tarda ad arrivare e l’artista eugubina avvia, con i “moduli” (lotto n. 130 “Scultura oggetto n. 2”), una ricerca che tenta di trascendere l”oggettualità’ materica e circoscritta dell’opera non solo sul piano filosofico attraverso una dialettica fra apertura e chiusura, angoli acuti ed ottusi, dentro e fuori, qui e oltre, bianco e nero, vicina in questo senso alle indagini ‘spaziali’; ma anche su quello fisico.

La Guidi infatti utilizza forme modulari, realizzate in maiolica a smalto satinato, nel tentativo di ‘velare’ la matericità porosa e ‘umana’ della terracotta; di più, le rende estendibili, ripetibili, in una visione di opera aperta in cui i singoli elementi siano intercambiabili e possano essere variati, dislocati, ruotati. Un esempio bellissimo di tali soluzioni è l’opera “Impraticabile”, del 1971, collocata attualmente presso il Palazzo Ducale di Gubbio: venticinque elementi geometrici con un angolo rialzato ed uno smussato che possono assumere diversissime configurazioni e che si integrano con l’ambiente, le luci e lo spazio circostante.

Si tratta del ciclo della “terza dimensione modulare” dell’opera della Guidi, ciclo che si inaugura nel biennio 1967-1968, preannunciato, nel biennio precedente, da opere come questa, potentissima, in asta. Stima: 6.000€/8.000€.

Turi Simeti, Senza titolo, smalto e rilievo su carta, 58.5×58.5, 1966 – Lotto n. 131 – da astebabuino.it
Turi Simeti, Senza titolo, smalto e rilievo su carta, 58.5x58.5, 1966
Turi Simeti, Senza titolo, smalto e rilievo su carta, 58.5×58.5, 1966 – Lotto n. 131 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

L’ambiguità cinetica e visuale è alla base delle opere di Turi Simeti, artista nato ad Alcamo nel 1929, e protagonista negli anni ’60, con Paolo Scheggi, Agostino Bonalumi e Enrico Castellani, di quella ricerca verso un ‘assoluto’ che ha sì le sue radici nello spazialismo milanese ma che, al contempo, si propone come del tutto nuova, figlia di un rinnovato patto della scienza con il fare artistico e col reale.

I primi “ovali” di Simeti datano ai primi degli anni ’60, dopo un inizio informale nel solco delle sperimentazioni dell’amico Alberto Burri.

Si tratta di opere minimali, in cui Simeti adotta ancora il rilievo invece che l’estroflessione della tela, come prevalentemente in seguito, e che ancora hanno un fortissimo sentore ‘spaziale’. C’è infatti in esse una estrema vicinanza a quel concetto di ‘attesa’ fontaniana: miracolo che avviene a livello percettivo laddove lo spettatore intuisca un non detto in cui convergano spazio (qui il grande foro nero monocromo) e luce (le riflessioni, le interferenze, ancora monocrome, dei quattro rilievi su carta).

Non a caso Simeti è invitato nel 1965 da Lucio Fontana a partecipare alla mostra Zero avangarde, organizzata nel suo studio milanese: proprio per questo ‘bagliore’ che si può intravedere nell’oscurità, una presenza che dice altro oltre il già detto, non fosse che per intuizione.

Ha scritto benissimo Marco Meneguzzo nell’introduzione al Catalogo della grande mostra tenutasi ad Erice nel 1996: “Simeti ha liberato e purificato le proprie superfici sino a raggiungere quello che per lui era il limite massimo, oltre il quale non c’era che il ritorno alla quiete, al silenzio: una sola ellisse, o al massimo un gruppo omogeneo in un grande spazio, sufficienti a modificare la percezione del campo, a definire un avvenimento”. Stima: 30.000€/40.000€.

Emilio Scanavino, Acrilico I, acrilico su cartoncino, 48×68, 1970 – Lotto n. 134 – da astebabuino.it
Emilio Scanavino, Acrilico I, acrilico su cartoncino, 48x68, 1970
Emilio Scanavino, Acrilico I, acrilico su cartoncino, 48×68, 1970 – Lotto n. 134 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Bell’acrilico su cartoncino del 1970 di uno dei maestri dell’informale segnico italiano del dopoguerra, il ligure Emilio Scanavino, al lotto n. 134 “Acrilico I”.

Nato nel 1922 a Genova, Scanavino studia al Liceo Artistico Nicolò Barabino dove fu allievo di Mario Calonghi. Al 1942 risale la prima personale al Salone Romano di Genova dove presenta opere ancora figurative che ritraggono una realtà umile e paesaggi dai toni cupi.

Nel dopoguerra lavora come disegnatore tecnico presso l’amministrazione comunale, tirocinio ‘geometrico’ la cui influenza è riscontrabile in molta della sua produzione successiva. Viene intanto a contatto con l”informale europeo attraverso due viaggi a Parigi e a Londra che segneranno profondamente la sua pittura. Conosce Wols, Bacon , Philip Martin.

Nel 1950, alla XXV edizione della Biennale di Venezia, suscita l’attenzione della critica. La sua pittura vira in questi anni verso un informale dove è forte l’influenza dei modelli europei ma in cui già si intuisce un personalissimo segno frutto delle suggestioni ed evocazioni dell’anima tormentata di un uomo alle prese con un dilemma esistenziale, conteso fra appartenenza e desiderio d’inappartenenza, emotività e lucida analisi del reale.

Alla fine degli anni ’50 Scanavino ha già superato una prima fase, amniotica, legata allo spazialismo ‘nucleare’, interpretato dal pittore ligure in modo ‘coscienziale’ e identitario. Ha già realizzato i primi “alfabeti senza fine”, opere fatte di tramature e caratteri in una modalità di comunicazione che avviene per singhiozzi e sussulti, ma ragionati e cadenzati, come in codice morse.

Nel 1958 Scanavino è invitato alla XXIX Biennale di Venezia; riceve il Premio Prampolini e il X Premio Lissone. Nel 1960 è alla XXX Biennale di Venezia con una sala personale, dove tornerà nel 1966, nuovamente con sala personale. Dal 1968 il ritiro a Calice Ligure. Nell’ultimo decennio di vita l’artista formalizza quel linguaggio che non è possibile classificare semplicemente nell’informale.

Scanavino rappresenta concetti, ma lo fa con la materia del mondo: la geometria, parto dell’uomo, forza della ragione; tenuta insieme da muscoli, tendini, tramature: la la natura che siamo; sopra e sotto di questo c’è l’immensità nera dell’ignoto. Stima: 7.000€/10.000€.

Piero Dorazio, Long distance, olio su tela, 200×460, 1978 – Lotto n. 143 – da astebabuino.it
Piero Dorazio, Long distance, olio su tela, 200x460, 1978
Piero Dorazio, Long distance, olio su tela, 200×460, 1978 – Lotto n. 143 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Piero Dorazio dal 1974 lavora nel suo studio a Canonica, nei pressi di Todi, dove si è ritirato in un eremo camaldolese. In questo luogo appartato approfondisce una ricerca astratta che parte nella Roma di fine anni ’40, quando con Carla Accardi, Giulio Turcato, Pietro Consagra, Mino Guerrini, Achille Perilli, Ugo Attardi e Antonio Sanfilippo firma il Manifesto del Gruppo Forma 1.

Non è un caso se in seguito, nel 1951, Dorazio partecipa, dopo lo scioglimento del Gruppo Forma 1, all’esperienza del Gruppo Origine di Mario Ballocco, con Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla. Nell’ambito del gruppo e insieme a Colla, Dorazio lavorò attivamente alla pubblicazione della rivista “Arti Visive”: quello di Dorazio è un rinnovamento che riparte infatti dall’origine, abbandonando del tutto la ‘forma’ del reale ed ogni deliberato ‘soggettivismo’.

Dorazio è stato un anticipatore, già negli anni ’50, di esperienze di avanguardia del decennio successivo, in particolare della pittura analitica e dell’arte cinetica. Nell’affrontare il tema della scomposizione dei colori e degli effetti percettivi degli accostamenti e delle sovrapposizioni di cromie analoghe e complementari, e insieme agendo sull’estensione e quindi sull’aspetto immersivo e circolare dell’opera, Dorazio, in “Long distance” al lotto n. 143, ripercorre una propria personale evoluzione linguistica e, per mezzo di quei ‘meccanismi’, affronta il tema dello spazio, della profondità e dei punti di luce: ovunque si guardi sulla superficie quei ‘frammenti’ aggettano, si accendono e si spengono per ‘corrispondenza’; sono pulsar, segnali radio di rimando a moltitudini di messaggi che partono e arrivano da immensità inesplorate.

In questo senso quest’opera è una sintesi, anche concettuale, di tutta la ricerca di Piero Dorazio. Stima: 250.000€/300.000€.

Mario Ceroli, Senza titolo, scultura in legno di pino russo con inserti di barchetta su piano di vetri, con elementi sagomati in vetro nel piano inferiore, 200×100, 1968/1972 – Lotto n. 176 – da astebabuino.it
Mario Ceroli, Senza titolo, scultura in legno di pino russo con inserti di barchetta su piano di vetri, con elementi sagomati in vetro nel piano inferiore, 200x100, 1968/1972
Mario Ceroli, Senza titolo, scultura in legno di pino russo con inserti di barchetta su piano di vetri, con elementi sagomati in vetro nel piano inferiore, 200×100, 1968/1972 – Lotto n. 176 – Immagine da astebabuino.it – Asta Babuino n. 174

Scultore e scenografo, Mario Ceroli (Castel Frentano, 1938) si forma all’Accademia di Belle Arti di Roma con Leoncillo Leonardi, Ettore Colla e Pericle Fazzini. Inizia ad operare nell’ambito della scultura ceramica, ma già alla fine degli anni ’50 elegge il legno a materiale d’uso prediletto.

Ceroli realizza silhoutte sagomate di oggetti e persone, spesso di grandi dimensioni, ripetute, che occupano lo spazio fisico. L’artista in questo modo gioca sul concetto di anonimo e di serialità, inserendosi in quegli anni nell’ambito delle ricerche non solo concettuali dell’arte povera, ma anche di quelle sulla ‘autoralità’ e sul ruolo dell’opera e dell’artista, tipiche della pop art.

Nelle sue sculture Ceroli utilizza spessissimo materiali di recupero: legni, piombo, vetri, stracci, ghiaccio, carta, cenere, cotone, come in questo particolare e bel lotto n. 176 “Senza titolo”. Opera che pur nella sua originalità tuttavia rappresenta alla perfezione i cardini su cui ruota e che contraddistinguono ogni realizzazione dell’artista abruzzese: prima di tutto nel gusto, anzi la passione di Ceroli per i materiali, che richiamano ad una ‘primordialità’ antica, alla bellezza della semplicità.

Ceroli, prende il vetro e semplicemente lo poggia sul legno di pino (legno volutamente ‘morbido’ e dolce); in questo modo rappresenta un mare. Riserva due frammenti di vetro alla sezione sottostante della scultura, come a suggerire la forza di una superficie piatta che possa divenire improvvisamente burrascosa. Inserisce poi nel ripiano superiore una barchetta, quasi dalla forma infantile, come quelle che costruiscono i bambini con i fogli di giornale.

Eppure, nonostante questa semplicità, quanto è viva quest’opera! C’è in essa un senso di moto che è concettuale ma anche fisico, che ci parla di archetipi e che tocca il cuore; che ci ricorda l’universo e gli affetti, custodendoli, come nei mobili delle nostre case sono custoditi i ricordi.

Se poi ci guarderai attraverso un giorno, girando per casa, ci potrai vedere magari attraverso i tuoi familiari in lontananza, solo dall’altra parte della stanza, ma di là dal mare; e per un attimo potrai riappropriarti, nel ricordo, della storia di un viaggio intimo e dimenticato: quello di chi ha sorriso, di chi ha vissuto senza prestare attenzione al passaggio discreto di questa barchetta che, invece è stata testimonianza. Questo può e deve fare un’opera d’arte. Stima: 18.000€/22.000€.