Asta Capitolium Art n. 221 – 18 Luglio 2017 – Brescia, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 221 della Casa d’Aste Capitolium Art di Brescia si terrà il giorno 18 luglio, ore 18.00 in sessione unica (lotti 1-103). La TopTen di SenzaRiserva.

Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – da capitoliumart.it
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145x130, 1965
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Un’opera di uno dei più noti artisti croati della seconda metà del secolo scorso Zlatko Prica al lotto n. 11 “Estate”: olio su tela di notevoli misure (145×130) datato 1965.

Nato a Pécs nel 1916 in Croazia, Prica si diploma all’Accademia di Belle Arti di Zagabria nel 1940. Del 1941 è la prima personale presso il locale Padiglione d’Arte. Durante la II guerra mondiale Prica fu internato a Danzica, esperienza che lo segnò profondamente come uomo e come artista.

Le opere di Prica fino alla metà degli anni ’50 hanno una matrice prettamente figurativa. Fin da subito però emerge come il colore sarà il protagonista di tutto il percorso artistico del pittore croato. Memore della lezione post impressionista, Prica disegna con grande forza espressionista figure e scene dai colori fauves articolandole in contrasti carichi di tensione dinamica.

All’inizio degli anni ’50 l’artista croato viaggia in India rimanendo affascinato dalla cultura e dalla tradizione della locale pittura e scultura (si dice sia stato folgorato dagli affreschi rupestri di Ellora e Ajanta). È in questi anni che le forme si semplificano e l’azione pittorica di Prica si fa più libera attraverso un ‘primitivismo’ comunicativo vicino alle esperienze dell’action painting.

Il segno diviene funzionale al colore mentre le composizioni presentano come soggetti la rappresentazione e l’espressione sintetica di forze e ‘paesaggi’ naturali. Pittura che negli anni ’60 si fa quasi astratta e, se ha come motivo sempre un’ispirazione naturalistica (le stagioni, la natura, le fioriture), non rimane però più imbrigliata nelle geometrie, nei rapporti e nei contorni di una resa realistica.

Grafemi e ortogonalità sembrano inscenare una lotta gioiosa dove il colore governa le mille sfaccettature dell’energia vitale. Stima: 14.000€/18.000€.

Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – da capitoliumart.it
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70x70, 1968-1970
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Il dinamismo cromatico delle forme e l’instabilità percettiva degli elementi della composizione sono alla base del celebre ciclo di Bruno Munari “Negativo-positivo” (lotto n. 18).

L’incertezza infatti generata nelle forme dall’accostamento di colori dominanti e/o complementari fa in modo di provocare nello spettatore la sensazione di piani che aggettano dalla superficie oppure si ritirano a seconda della direzione dello sguardo dello spettatore e della durata dell’osservazione.

Si tratta di opere innovative che vanno oltre il concretismo, di cui Munari è uno dei padri nel 1950 nel contesto del M.A.C. Movimento Arte Concreta. Infatti non solo l’artista milanese anticipa di più di un decennio tematiche che saranno dell’optical art, ma indaga anche dinamiche spazio-temporali attraverso movimenti percettivi che occupano intervalli di durata e allo stesso tempo superfici e forme che svolgono la composizione sull’asse della profondità. Tanto che l’artista stesso apre in alcuni esemplari del ciclo “Negativo-positivo” alla dialettica integrativa fra la bidimensionalità della tela e la parete su cui è appesa l’opera.

“Un effetto simile […] si ha nella comune scacchiera per il gioco degli scacchi: è difficile stabilire se si tratta di una superficie bianca coperta in parte da quadrati neri e viceversa. Ogni volta che tentiamo di fissare una situazione, questa si capovolge immediatamente nell’altra.

Naturalmente la scacchiera non ha interessi di carattere estetico poiché la quantità di nero e bianco sono equivalenti. Nei negativi-positivi invece l’autore cerca di creare anche un interesse estetico dato da sproporzioni quantitative di spazio e colore” scrive Bruno Munari in “Codice ovvio”, Einaudi, 1971. Stima: 14.000€/18.000€.

Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – da capitoliumart.it
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50x100, 1950
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Le “Spirali” di Roberto Crippa sono fra le opere dell’arte astratta e dello spazialismo italiano più immeritatamente bistrattate dal mercato dell’arte nazionale ed internazionale.

Appena uscito dall’Accademia di Brera Crippa fu alla Biennale di Venezia proprio nel 1950, anno in cui firma con Lucio Fontana il “Manifesto dello Spazialismo”. Nel 1951 sarà di nuovo fra i firmatari del “Manifesto dell’Arte Spaziale”.

Un’opera come questa in asta al lotto n. 31 rappresenta al meglio le idee e gli stimoli culturali sottesi a quell'”affondo spaziale” (come ben definito da Luciano Caramel) che Crippa compie, con le “spirali”, sul limite estremo degli anni ’40.

Siamo infatti nella milano post-boccioniana e industriale del dopoguerra, fervente delle nuove idee di rinnovamento del linguaggio picassiano anche attraverso una maggiore aderenza alle innovazioni scientifiche e al razionalismo di stampo costruttivista (si ricordi l’esperienza del M.A.C. Movimento Arte Concreta, 1950).

Le spirali bianche su fondo nero di Crippa sono infondo l’espressione di una presa di possesso dello spazio, non solamente mentale, ma anche fisico. Sono la trasposizione ideale di un gesto vitalistico e controllato, lampi di luci al neon artificiale che indagano l’ignoto.

Si pensi alla vicinanza con sperimentazioni che Lucio Fontana conduce negli stessi anni con cartapesta, sostanze fluorescenti e lampada di Wood o alla celebre ambientazione spaziale realizzata nel 1951 alla IX Triennale di Milano: una “Struttura al neon” progettata per gli architetti Marcello Grisotti e Luciano Baldessari, sospesa al soffitto nella sede della Triennale di Milano, sicuramente ispirata dalle spirali di Crippa, che supera in un attimo la divisione netta fra architettura, scultura e pittura nel segno di un’arte totale. Stima: 10.000€/14.000€.

Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – da capitoliumart.it
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60x60, 1960
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Nato a Pistoia nel 1911 Agenore Fabbri qui frequenta la Scuola di Arti e Mestieri per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. A Firenze l’artista partecipa al fervente ambiente culturale che ruota attorno al Caffè Giubbe Rosse dove conosce Eugenio Montale e Ottone Rosai.

Fabbri si distingue negli anni ’30 come scultore con opere che hanno per soggetto figure umane e animali catturate con fortissima carica espressionista in situazioni di lotta, nella contrazione di arti e muscoli.

A metà del decennio Fabbri è attivo anche ad Albisola dove si trasferirà dedicandosi alla ceramica, mezzo particolarmente amato per la possibilità di un contatto diretto e non mediato con la materia.

Dopo la guerra l’artista pistoiese fu uno dei massimi protagonisti dell’informale sia in scultura che in pittura. I materiali preferiti divengono il bronzo e il legno, quest’ultimo impiegato qui al lotto n. 33 “Senza titolo”. Si tratta di una rappresentativa opera del 1960 in cui Fabbri lacera il materiale in bicromia (rosso e nero) accentuando la carica gestuale e metaforica nel segno di una violenza memore dell’esperienza bellica che l’artista assurge a condizione esistenziale.

Da ricordare che nel 1952 e proprio nel 1960 la Biennale di Venezia gli dedica una sala personale. Stima: 10.000€/44.000€.

Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – da capitoliumart.it
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80x100, 1985
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

“Per contenuto nelle mie opere intendo l’idea, cioè la vita, la vita generale anche economica; tutto è vita come tutto è movimento. Il tendere alla spiritualizzazione di una linea è un’aspirazione interiore. Mia idea è far vivere contemporaneamente ogni cosa in armonia, in un tempo ed in uno spazio indeterminato. Contenuto mistico se vogliamo, in quanto tendo ad una comunione universale, ad una fusione ed ad un annullamento di una realtà impura” scrive un precocissimo Emilio Scanavino (nato a Genova nel 1922) in Pittori d’avanguardia a Genova, in “Numero. Arte e letteratura”, a. III, n.1, Firenze, 31 gennaio 1951.

E in questa affermazione c’è già tutta l’arte che verrà di Scanavino, fino al 1986, l’anno della morte, preceduto dalla stagione dei grandi “Alfabeti senza fine” (lotto n. 36). Perché la definizione corretta per l’arte dell’artista ligure non è astrattismo, informale, spazialismo, nuclearismo, tachismo, arte segnica; o meglio non può essere compendiata in nessuna di queste definizioni se non allo stesso tempo utilizzandole tutte.

In Scanavino c’è un linguaggio originalissimo che non si riduce alla cupezza dell’amato Wols né alla forza deformante di Bacon e nemmeno alle esperienze degli artisti della Galleria del Naviglio, cui pure l’artista fu assi vicino all’inizio degli anni ’50 per quella indagine di uno spazio al confine fra realtà e coscienza.

Scanavino infatti a un certo punto pesca in questa nebulosa coscienza, fa un salto nel vuoto ed ha una rivelazione. Scanavino cattura istantanee, attimi di verità assoluti e sempre veri, sbircia oltre il velo facendo drammatica e sentita esperienza del sangue vivo che ci scorre sotto: il linguaggio disarticolato, crudele, gutturale, mummificato e infallibile dell’esistenza. Stima: 26.000€/34.000€.

Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – da capitoliumart.it
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100x70, 1978
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera assai ricca iconograficamente questa al lotto n. 48 “Eva” di Tano Festa. Si tratta di una delle tipiche scene rielaborate dal Michelangelo della Cappella Sistina di cui l’artista romano della Scuola di Piazza del Popolo decontestualizza la figurazione facendola propria in senso concettuale.

Tutto in quest’opera contribuisce ad un nuovo senso che unisce in chiave pop il ‘ricalco’ degli elementi iconografici del “Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” del grande artista fiorentino a stilemi tipici di Festa: le nuvole quale richiamo alla trascendenza metafisica, i riquadri optical che rimandano alle celebri finestre, combinate metaforicamente in ordine ascensionale quasi ad aprire ad uno spazio non solo orizzontale ma anche verticale in piani sempre più astratti; infine i ‘pallini’ vuoti e pieni, derivati da Arnheim, che marcano la scansione temporale della percezione.

Su tutto il colore rosso peccato che in quest’opera calza a pennello andando a far vibrare sedimentazioni subliminali ivi lasciate dalla nostra cultura rinascimentale e cristiana. Stima: 6.000€/8.000€.

Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – da capitoliumart.it
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50x50, 1976
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Brianzolo classe 1935 Agostino Bonalumi si inserì giovanissimo nell’avanguardia artistica degli anni ’50 a Milano con Lucio Fontana, Enrico Baj, Piero Manzoni ed Enrico Castellani (gruppo che dette vita nel 1959 alla rivista Azimuth).

Alla base del lavoro di questi artisti c’era essenzialmente un’esigenza: dimostrare che il linguaggio artistico era ancora capace di suggerire, anzi individuare, delle possibilità; che la conoscenza e la manipolazione della materia e degli elementi può condurre ad una scoperta.

L’estroflessione della tela, insieme ad un lavoro sulla monocromia e gli effetti di luce sui volumi, sono i mezzi attraverso i quali due di questi artisti (Castellani e Bonalumi) riuscirono a sviluppare tali presupposti concettuali.

“[…] Da qualunque parte si vogliano prendere, le opere di Bonalumi risultano comunque, fisicamente e concettualmente, espressione di una dialettica, di un equilibrio, sempre suscettibile di produrre nuove variazioni: l’equilibrio imperfetto, per esempio, fra rigore geometrico e deviazione dalla stessa norma geometrica che ispira i primi, straordinari, cicli degli anni Sessanta; la dialettica fra l’interesse verso soluzioni formali quasi optical e il rigore con cui l’oggettualizzazione dell’opera viene perseguita, al di qua di qualunque ricerca dell’effetto; la dialettica fra contenimento nei limiti fisici dell’opera e l’apertura verso l’ambiente; la dialettica, infine, fra definizione e provvisorietà, sostenuta da un’idea dell’opera come embrione di forma, come qualcosa di sospeso, qualcosa che sta per essere” (dal catalogo della mostra “Agostino Bonalumi. Colori nello Spazio”, Novembre 2005 presso Lattuada Studio a cura di Flavio Lattuada con testo di Martina Corgnati). Stima: 40.000€/60.000€.

Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – da capitoliumart.it
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150x130, 2005
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera di qualità e buone dimensioni di Davide Nido al lotto n. 78 “Impressionista impressionato”.

Dopo gli studi con Luciano Fabro all’Accademia di Belle Arti di Brera, Nido diviene assistente di Aldo Mondino. Proprio dall’eclettico artista torinese Nido eredita la passione per i materiali concentrando tutta la sua attività artistica sull’uso di colle siliconiche applicate a caldo attraverso l’uso di una pistola termofusibile.

Una combinazione di arte optical e colori pop contraddistingue il linguaggio di Nido che è irriducibile ad una corrente artistica.

La ripetizione di simboli geometrici elementari, il contrasto dei colori complementari, le differenze di dimensione degli elementi e lo sfalsamento dei piani ritmici messo in atto dall’artista di Senago (classe 1966) contribuiscono assieme alla creazione di una continua interferenza percettiva. Questa assume, proprio attraverso lo sbilanciamento del colore, un andamento più caotico che controllato, generando una tensione continua fra percezione di una razionalità e impossibilità di contenimento.

“Una finestra che guarda l’universo” ha definito Nido le proprie opere che non sono altro che scoperta derivante dal lavoro sulla varietà, alchimia sull’infinita combinazione delle particelle elementari della materia. “Coriandoli” e “Tutto” sono fra l’altro titoli significativi di due dei più importanti cicli pittorici dell’artista. Stima: 10.000€/14.000€.

Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – da capitoliumart.it
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70x50, 42/60, 1970
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Michelangelo Pistoletto nasce a Biella nel 1933. Si forma inizialmente nello studio del padre, pittore e restauratore. Frequenta poi la scuola di grafica pubblicitaria diretta da Armando Testa.

La prima personale di Pistoletto è alla Galleria Galatea di Torino nel 1960. Qui l’artista presenta le prime ricerche sull’autoritratto che fin da subito si pongono al centro di un lavoro che conduce l’artista a riflettere, quasi in modo esistenziale, sul nostro essere hic et nunc.

Riflessione che porta Pistoletto, già nel 1962, all’ideazione dei primi “Quadri Specchianti” realizzati come riporti fotografici su carta velina applicata su lastre di acciaio inox lucidate a specchio (lotto n. 83 “Il telefono”).

Sono queste opere che aprono le porte del successo internazionale all’artista biellese. In questi anni espone alla Galleria Sonnabend di Parigi (1964), al Walker Art Center di Minneapolis (1966), al Palais des Beaux Arts di Bruxelles (1967), al Boijmans van Beuningen Museum di Rotterdam (1969).

Sono anche opere rappresentative dell’arte povera, nella definizione di Germano Celant del 1968 coniata nell’introduzione alla celebre mostra omonima presso la Galleria de’ Foscherari: “Se noi ‘recitiamo’, Pistoletto (e con lui Pascali, Kouneilis, Paolini, Merz, Anselmo, Zorio, Piacentino, Prini, Boetti, Fabro) non recita. Se il vivere ha lasciato il comando al vedere, Pistoletto inizia, con gli specchi, a ricostruire fenomenologicamente chi siamo e come siamo.

La realtà entra nello specchio ed è la prima tappa per un rapporto globale tra arte e vita. Pistoletto non gioca ad essere qualcuno, trovato un ‘mestiere’ non vi si affonda, non crede nell’autonomia della sua parte, il suo esserci (la presentazione dell’immagine fissa nello specchio) deve immediatamente dialogare con la vita (l’immagine riflessa). Con la stratificazione tra le due immagini ‘rappresenta’ l’osmosi tra arte e vita. Ma non gli interessa neppure rappresentare, non vuole continuare a recitare, in tutti i modi intende vivere nel presente, preferisce così vivere nel ‘vuoto’ esistente tra arte e vita”. Stima: 18.000€/24.000€.

Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – da capitoliumart.it
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50x46, 1962
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Carmelo Cappello, nato a Ragusa nel 1912, frequentò i corsi di Marino Marini all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Monza negli anni ’30. Nel 1937 debutta come scultore alla Galleria Bragaglia di Roma. Nel 1940 è già alla sua prima Biennale di Venezia.

Dopo un primo periodo di ispirazione figurativa Cappello inaugura negli anni ’50 (i primi abbozzati accenni nelle grandi sculture in alluminio “L’uomo nello spazio” e la successiva scultura “Acrobati” del 1955 esposta  alla Triennale di Milano) un personale linguaggio scultoreo astratto caratterizzato da linee curvilinee e volumi, come qui al lotto n. 97 “Senza titolo”, in una ricerca di armonie ed equilibri spaziali bidimensionali.

Una scultura quella dell’artista ragusano che risente dell’influenza del costruttivismo russo di Tatlin ed in seguito delle ricerche di compenetrazione spaziale che vanno da Brancusi ad Anton Pevsner. Cappello rielabora queste esperienze in un linguaggio originale che integra arabeschi di ispirazione industriale e ‘macchinistica’ nella realtà stessa che entra a pieno titolo a far parte dell’opera alla ricerca di una sintesi, poi riuscitissima, fra arte e natura.

Carmelo Cappello ha esposto alla Biennale di Venezia nel 1940, 1948, 1950, 1952, 1954 e 1958; alla Triennale di Milano nel 1951, 1954 e 1957 ed alla Quadriennale di Roma nel 1933, 1943, 1947, 1955, 1965, 1973 e 1986. Stima: 6.000€/8.000€.