Scanavino, Afro, Rosai, Funi. Astrazione e figurazione da Poleschi (Asta n. 22)

L’Asta n. 22 della Ambrosiana & Poleschi Casa d’Aste di Milano si terrà in due sessioni nei giorni 8 (lotti 1-178) e 9 maggio (lotti 179-364), ore 18 presso la “La Posteria”, Via Sacchi 5, Milano. Segnaliamo il bellissimo Scanavino al lotto n. 47 del 1974; l’emozionante composizione di Afro Basaldella al lotto n. 52, il toccante paesaggio di Ottone Rosai (lotto n. 259) e il grande ritratto “nudo di fanciulla” di Achille Funi al lotto n. 222. La TopTen di SenzaRiserva.

Giorgio Griffa, Cinque segni, acrilico su tela, 60×73, 1979 – Lotto n. 30 – da poleschicasadaste.com
Giorgio Griffa, Cinque segni, acrilico su tela, 60x73, 1979
Giorgio Griffa, Cinque segni, acrilico su tela, 60×73, 1979 – Lotto n. 30 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Nato a Torino nel 1936 Giorgio Griffa è uno dei più importanti rappresentanti della corrente artistica sviluppatasi in Italia alla fine degli anni ’60 e denominata “Pittura analitica” o “Pittura Pittura” (anche se l’artista prenderà sempre un po’ le distanze dal movimento).

Laureatosi in Giurisprudenza nel 1958, Griffa segue le lezioni di Filippo Scroppo, pittore astratto che partecipò all’esperienza del M.A.C. Movimento Arte Concreta, fra il 1960 ed il 1963.

Alla Galleria Martano, nel 1968, espone nella prima personale composizioni astratte che dialogano col concetto di ‘non-finito’, collocabili nell’ambito dell’arte povera.

All’inizio degli anni ’70 Griffa inizia a produrre  i “segni primari”: opere su tela grezza, libera dal supporto, caratterizzate da ripetizioni di segni lineari colorati. È la pittura che riparte da zero; pittura che, insoddisfatta delle derive del neo-dada, della performance e della pop art, ricomincia dal segno e dal pensiero attivo e istintivamente progettuale.

Come un bambino alle prese con una lingua che ‘esiste’ poiché vicina al senso delle cose, Griffa smette di elaborare e ricamare e prova invece a catturare quel noumeno oltre il velo che sfugge ad una troppo approfondita elucubrazione.

L’opera in asta al lotto n. 30 “Cinque segni” appartiene al ciclo delle cosiddette “contaminazioni”, realizzate da Griffa a partire dalla seconda metà degli anni ’70: l’artista utilizza sequenze di diversi segni primari, obliqui, lineari, spessi, fini, e li fa convivere sulla tela in un sistema complesso di linguaggi che cercano di dialogare fra loro seguendo rapporti aurici e ritmi musicali, nella convinzione di una perfetta ‘corrispondenza’ fra rappresentazione e natura. Stima: 18.000€/24.000€.

Enzo Cacciola, 5-8-1974, cemento e asbesto su tela, 40×50, 1974 – Lotto n. 33 – da poleschicasadaste.com
Enzo Cacciola, 5-8-1974, cemento e asbesto su tela, 40x50, 1974
Enzo Cacciola, 5-8-1974, cemento e asbesto su tela, 40×50, 1974 – Lotto n. 33 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Un’altro dei protagonisti della pittura analitica, Enzo Cacciola (Arenzano, 1945), per il piccolo ma raffinato lotto n. 33 “5-8-1974”, cemento ed asbesto su tela.

Dopo la prima personale alla Galleria La Bertesca di Genova nel 1971, la ricerca di Cacciola si muove subito attraverso un’attenta analisi degli elementi primari della pittura: la superficie, l’ambiente, la materia; prima con il ciclo delle “superfici integrative”, tele sagomate e tagliate, che aprono internamente l’opera al contesto e la rifondano oltre il ‘limite’ della cornice e della geometria; poi, con i cementi e gli asbesti, in cui l’artista passa ad una riflessione al confine fra il concettuale e l’organico che valorizza il ‘monocromo’ quale ‘stato generativo’, andando oltre un puro azzeramento del linguaggio visuale.

Cacciola lascia che la materia prenda vita sulla superficie, si ritira da una semplice ‘messa in scena’ estetica, per farsi testimone di un processo, dove assume grande importanza il tempo (come testimoniato dai titoli di queste opere, espressi con solo una data). In esse l’umano e la natura divengono un unicum di senso che, in questa constatazione di corrispondenze, conferisce al ‘progetto’ una nuova pregnanza semantica.

Sono le opere che Cacciola presenterà alla celebre mostra “Analytische Malerei”, a Düsseldorf, nel giugno del 1975. Stima: 5.000€/7.000€.

Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela tamburata, 80×80, 1974 – Lotto n. 47 – da poleschicasadaste.com
Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela tamburata, 80x80, 1974
Emilio Scanavino, Dall’alto, olio su tela tamburata, 80×80, 1974 – Lotto n. 47 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Opera di qualità e buone dimensioni questa dell’artista ligure Emilio Scanavino (1922-1986) al lotto n. 47 “Dall’alto”, appartenente alla piena maturità del lessico del pittore.

“Il rosso è il sangue che dà la sua linfa alla vita. È il cuore del mondo che si apre quando la morte lo aggredisce. È la passione che ci illude di poter sfuggire alla morte. E poiché questa lotta non avrà mai fine, ecco perché non ha fine l’alfabeto di segni che mi sono inventato per esprimere il mio sentimento, la mia visione del mondo” scrive Scanavino descrivendo le motivazioni della sua pittura (da G. M. Accame, Scanavino. Disegni e scritti inediti, Pierluigi Lubrina Editore, Bergamo 1990, p. 171).

Una pittura che si muove negli anni ’50 nell’ambito dell’informale e poi, ben presto, della scrittura segnica quella di Scanavino, ricca di riferimenti alle filosofie esistenziali, alla teosofia, alla letteratura; e con la quale Scanavino approda nel 1950 alla XXV Biennale di Venezia dove tornerà nel 1954, nel 1956, nel 1960 con sala personale, nel 1966, ancora con sala personale.

É nel corso degli anni ’60 che il linguaggio di Scanavino si definisce, memore della lezione spaziale e nucleare, vissuta nella Milano di quegli anni, e poi nel fermento culturale di Albissola Marina dove l’artista conobbe e frequentò, fra gli altri, Lucio Fontana, Aligi Sassu, Guillame Corneille, Wifredo Lam, Giuseppe Capogrossi, Sebastian Matta, Enrico Baj, Sergio Dangelo, Asger Jorn, Roberto Crippa, Gianni Dova, Agenore Fabbri.

Nella pittura matura di Scanavino c’è tutta questa memoria: l’individuazione dello spazio attraverso una geometria imparata negli studi di architettura e poi praticata all’Ufficio Tecnico del Comune di Genova, l’esistenzialismo cupo degli amati Wols e Bacon, il segno espressivo di Fontana e delle gocciolature alla Pollock, i voli pindarici e surreali del vitalismo materico di Crippa, Dova, Fabbri, Dangelo; insomma tutta la storia dell’arte italiana del dopoguerra in un segno unico che graffia, taglia, disegna, comunica, lega, trattiene, fa intuire e sognare. Opera bellissima. Stima: 24.000€/32.000€.

Afro Basaldella, Senza titolo, olio e collage su carta intelata, 51.5×67, 1960 – Lotto n. 52 – da poleschicasadaste.com
Afro Basaldella, Senza titolo, olio e collage su carta intelata, 51.5x67, 1960
Afro Basaldella, Senza titolo, olio e collage su carta intelata, 51.5×67, 1960 – Lotto n. 52 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Nato ad Udine nel 1912, Afro Basaldella compì gli studi a Venezia dove si diplomò nel 1931. La sua pittura negli anni ’30 si caratterizza per la vicinanza al tonalismo romano ma anche per un personale espressionismo coloristico che si fa evidente sul finire del decennio.

Intanto, all’inizio degli anni ’40, la pittura di Afro si avvicina sempre più alle soluzioni delle avanguardie d’oltralpe in composizioni dalla forte carica evocativa che non rinunciano a soluzioni di natura cubista e post-cubista.

Il dopoguerra segna l’emergere dell’astrattismo nel linguaggio pittorico di Afro. L’artista tuttavia non rinuncia del tutto ad un impianto narrativo che traduce le sintesi formali della composizione in intuizioni sintetiche e sinestetiche. Nel 1952, con queste opere, gli viene dedicata una sala personale alla Biennale di Venezia, partecipazione che segna l’adesione di Afro al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi, che si scioglierà nel 1954.

“Se nel loro arabesco l’immagine di una barca o di un qualsiasi altro oggetto della realtà può essere inclusa, non si privano dell’arricchimento che quell’oggetto può dare alla loro espressione. Se essi sentono il piacere di una materia preziosa, di un accordo lirico di colore, di un effetto di tono, non vi rinunziano. Non sono dei puritani in arte, come gli astrattisti: accettano l’ispirazione da qualsiasi occasione e non si sognano di negarla” scrive in quell’anno Venturi in riferimento alla pittura dei membri del Gruppo (con Afro aderirono Renato Birolli, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Mattia Moreni, Giulio Turcato, Emilio Vedova e Antonio Corpora).

Nel 1956 Afro vince il primo premio per la pittura alla Biennale di Venezia, mentre sul finire del decennio la sua produzione si fa sempre più istintiva, dinamica, emozionale ed emozionante; tesa in un certo senso ad una oggettivazione astratta di un’energia che non è più memoria ma accadimento spaziale, evento insieme della coscienza e del mondo.

Nel 1960, anno di realizzazione dell’opera in asta al lotto n. 52 “Senza titolo” all’artista friulano viene assegnato il premio Guggenheim a New York. Stima: 54.000€/64.000€.

Marco Gastini, Senza titolo, tecnica mista e collage su carta, 67×50, 1987 – Lotto n. 80 – da poleschicasadaste.com
Marco Gastini, Senza titolo, tecnica mista e collage su carta, 67x50, 1987
Marco Gastini, Senza titolo, tecnica mista e collage su carta, 67×50, 1987 – Lotto n. 80 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Carbone, ferro, piombo, carrube, madreperla e materiali di ogni tipo irrompono nella pittura dell’artista torinese Marco Gastini, classe 1938, all’inizio degli anni ’80.

L’artista, protagonista delle sperimentazioni minimali e concettuali sullo ‘spazio’ della pittura nell’ambito delle ricerche analitiche degli anni ’60, in queste nuove composizioni si riappropria del segno e della materia ‘accumulandola’ quasi in contrapposizione dialettica a quello, riuscendo a generare una vibrazione di contrasti che per forza di ripetizione, violenza d’espressione e anafora segnica assurge ad una rappresentazione simbiotica, immersiva e si potrebbe dire organica di quello stesso spazio pittorico prima solo evocato.

C’è certamente in queste opere, di cui l’opera in asta al lotto n. 80 “Senza titolo”, è quasi un disegno preparatorio, l’idea concettuale di una realizzazione più importante; un richiamo all’arte povera che nasce in quella Torino di cui Gastini è figlio: l’arte povera che si configura in lui come un negazionismo astratto fatto di cose concrete, che riporta all’origine e al mondo, alle matasse, ai segni sulla pelle, alle cassette di legno, ai magneti, ai rami accumulati nei focolari, e che sono la potenzialità di un’energia che è sempre sul punto di scaturire, in attesa di un Prometeo che la sappia intuire, di un Orfeo che abbia accesso a quell’ispirazione divina che è tutt’uno con lo ‘spirito’ della natura. Stima: 4.500€/5.500€.

Riccardo Tommasi Ferroni, Senza titolo, olio su tela, 70×100 – Lotto n. 144 – da poleschicasadaste.com
Riccardo Tommasi Ferroni, Senza titolo, olio su tela, 70x100
Riccardo Tommasi Ferroni, Senza titolo, olio su tela, 70×100 – Lotto n. 144 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Originario di Pietrasanta, in Toscana, dove nacque nel 1934, Riccardo Tommasi Ferroni crebbe in una famiglia di artisti: il padre e lo zio furono infatti ottimi scultori. Si formò a Firenze, alla Facoltà di Lettere e Filosofia ed all’Accademia di Belle Arti.

Dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’80 Tommasi Ferroni vive a Roma svolgendo un’attività artistica nel solco della tradizione figurativa. Le sue opere risentono moltissimo della sua formazione: l’artista rappresenta soggetti mitologici, storici (in particolare riferiti al XVII secolo) e letterari con una maestria tale, testimoniata in questa bella opera al lotto n. 144 “Senza titolo”, da ricordare i maestri della pittura antica.

Basti citare l’aneddoto che vide protagonista proprio l’artista, quando, nel 1998, visitando la mostra “Leonardo e la pulzella di Camaiore”, riconobbe come sua un’opera giovanile, dipinta su una carta del XV secolo ed erroneamente attribuita al genio di Vinci come disegno preparatorio per la “Battaglia di Anghiari”.

Riccardo Tommasi Ferroni ha partecipato alla Quadriennale di Roma nel 1965, 1972 e 1986. È stato invitato alla Biennale di Venezia del 1982 con sala personale. Dal 1982 è stato eletto membro dell’Accademia Nazionale di San Luca. Stima: 6.000€/8.000€.

Mario Schifano, Ostacoli per natura, smalto e acrilico su tela, 100×120, 1989 – Lotto n. 208 – da poleschicasadaste.com
Mario Schifano, Ostacoli per natura, smalto e acrilico su tela, 100x120, 1989
Mario Schifano, Ostacoli per natura, smalto e acrilico su tela, 100×120, 1989 – Lotto n. 208 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Opera di buone dimensioni, materica e potente di Mario Schifano, il padre della pop art italiana, al lotto n. 208 “Ostacoli per natura”.

Certo questa in asta non è opera rappresentativa di quella stagione pop che ha reso celebre l’artista romano: non equiparabile alle opere presentate nel 1959 alla Galleria Appia Antica, “schermi” monocromi, segnati dalle stesse gocciolature di colore di quest’opera, che a breve, all’inizio degli anni ’60, trasmetteranno i simboli del consumismo americano: gli “Esso”, le “Coca-Cola”.

E non fa parte neppure dei cicli sempre pop ma più originali dell’artista: i “paesaggi anemici” degli anni ’70, dove si coglie la memoria e la nostalgia di un mondo ormai meccanizzato ed industrializzato, massificato a tal punto che non resta traccia di luoghi ‘originali’ e veri; né delle più tarde tele emulsionate, in cui la pittura cerca di riportare in vita una realtà qui davvero anemica, fotografata, transitoria, priva di linfa vitale.

Quest’opera è invece testimonianza di un’artista che negli anni ’80 ha riscoperto l’uomo, che ha re-imparato ad amare la vita, che si tuffa nella natura insieme ai “pesci”, nei “campi di grano”, giardiniere d'”orto botanico”, felice in escursione sui “vulcani”, fanciullo a rubare gli “acerbi” dai rami, con le gambe graffiate per gli “Ostacoli per natura”. Stima: 16.000€/22.000€.

Achille Funi, Nudo di fanciulla, tecnica mista su cartone intelato, 135×107, 1930 – Lotto n. 222 – da poleschicasadaste.com
Achille Funi, Nudo di fanciulla, tecnica mista su cartone intelato, 135x107, 1930
Achille Funi, Nudo di fanciulla, tecnica mista su cartone intelato, 135×107, 1930 – Lotto n. 222 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Si può affermare che la Ferrara di Achille Funi (classe 1890) della fine degli anni ’10 e dell’inizio degli anni ’20 sia stata uno dei centri nevralgici per la riscoperta di quei “valori plastici” che caratterizzeranno il novecentismo del rappel à l’ordre del dopoguerra italiano ed europeo.

All’ospedale militare di Ferrara in quegli anni s’incontrano De Chirico, con la sua metafisica classica, e Carrà, che nel 1916 ha pubblicato il testo “La parlata su Giotto”, sostenendo l’importanza di una riscoperta dei valori dell’essenzialità e della purezza del primitivismo toscano.

Il giovane Funi inoltre ha vissuto, fin da ragazzo, le meraviglie della pittura rinascimentale estense ed anche la sua formazione, prima all’Accademia di Belle Arti Ferrara poi a Brera, con Cesare Tallone, è improntata a tali studi.

Il percorso artistico di Funi dunque, dopo un iniziale adesione al futurismo, si muove nel solco di quei valori di forma che lo porteranno al neoclassicismo dell’ultima stagione pittorica. Nel 1923 Funi è fra i fondatori del gruppo di Novecento di Margherita Sarfatti con Mario Sironi, Anselmo Bucci, Ubaldo Oppi, Leonardo Dudreville, Emilio Malerba, Pietro Marussig. È l’inizio di un nuovo umanesimo che guarda alla centralità dell’umano, rivisitato, in uno stile moderno, facendo tesoro della lezione classica.

Nel 1930, anno di realizzazione del grande ritratto al lotto n. 222 “Nudo di fanciulla”, scrive di lui la Sarfatti: “È pittore della dignità severa e della nobile povertà. Aspira alla bellezza, con sospiro così alto e disinteressato, che la raggiunge per vie interiori imprevedute, non imitabili. […] Egli trasfigura ogni segno della vita squallida in testimone di energia strenua e di aristocratica, serena accettazione” (da M. Sarfatti, Storia della pittura moderna, Roma, a cura di  Paolo Cremonese Editore, p. 24). Stima: 15.000€/20.000€.

Ottone Rosai, Paesaggio, olio su tela, 40×50, 1941 – Lotto n. 259 – da poleschicasadaste.com
Ottone Rosai, Paesaggio, olio su tela, 40x50, 1941
Ottone Rosai, Paesaggio, olio su tela, 40×50, 1941 – Lotto n. 259 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

L’artista fiorentino Ottone Rosai (Firenze, 1895 – Ivrea, 1957), dopo un iniziale adesione al futurismo, fu negli anni ’20 uno dei sostenitori del movimento artistico e letterario Strapaese, animato da Mino Maccari e Ardengo Soffici.

“Non è arte che s’inurba; è, anzi, arte che, nemica, si accampa nel cuore delle nostre città e grida contro il gusto dei brutti palazzi, dei brutti monumenti, sotto cui si vuol soffocare l’autentica e nuova bellezza. Arte selvatica, dunque, arte di chi vuol salvare il suo spirito in una superiore armonia della coscienza nazionale” scrive Giuseppe Bottai a proposito di questi artisti su “Il Selvaggio”, la rivista del Gruppo, il 3 marzo del 1927.

Il paesaggio rappresenta al meglio l’ambiguità, la duplicità, l’ironia verso il potere e l’autoironia verso se stessi, il trionfalismo manganellatore e da teppista e allo stesso tempo il pessimismo esistenziale di Rosai. Se da un lato Rosai celebra l’italianità ed i valori autoctoni del belpaese, dall’altro dipinge, anche nel paesaggio e sempre più nel corso degli anni, un’assenza d’umanità minacciosa e bieca.

Il realismo popolare dell’inizio degli anni ’20, fra il monumentale e l’ironico, con il rimando alla tradizione masaccesca, al chiaroscuro ed alle geometrie trecentesche, nel corso degli anni ’30 s’incupisce, si fa burbero e incappucciato, trasferendo quasi al paesaggio stesso caratteristiche di critica e sfiducia umane, come in questo terribilmente desolato e muto paesaggio al lotto n. 259, bellissimo, dalle pennellate violente e di ottima qualità pittorica. Stima: 20.000€/25.000€.

Pippo Rizzo, L’arrotino, pittura su cartoncino, 70×52.5, 1920 – Lotto n. 267 – da poleschicasadaste.com
Pippo Rizzo, L’arrotino, pittura su cartoncino, 70x52.5, 1920
Pippo Rizzo, L’arrotino, pittura su cartoncino, 70×52.5, 1920 – Lotto n. 267 – Immagine da poleschicasadaste.com – Asta Poleschi n. 22

Nato a Corleone nel 1897 è un giovanissimo Pippo Rizzo quello che dipinge la bella opera al lotto n. 267 “L’arrotino”. Ben presto l’artista, appena uscito dall’Accademia di Belle Arti di Palermo, sostenuto da Filippo Tommaso Marinetti, diverrà il capofila del futurismo siciliano, alla Biennale di Venezia già nel 1926 ed organizzatore dell’Esposizione Nazionale Futurista nel 1927.

Negli anni fra il 1915 ed il 1918 Rizzo sperimenta varie soluzioni e stili alla ricerca di un proprio linguaggio personale: l’artista rappresenta la campagna corleonese, gli alberi, le colline, le greggi, i contadini, la gente comune con colori accesi e una trama pittorica di ascendenza post-impressionista, con una predilezione per le forme tondeggianti e con una certa evocatività e solennità che in qualche modo preannuncia le opere novecentiste degli anni ’30.

Alla fine del decennio però frequente ed evidente si fa l’apertura a soluzioni avanguardiste, prima divisioniste e poi, insieme e dopo, futuriste. Il giovane artista ha come modelli in questi anni Balla (di cui visita lo studio nel viaggio romano del 1919), Boccioni, Carrà, Severini; è alla ricerca di “vibrazioni luministiche” che rendano emotivo e dinamico il reale, ancora incerto fra la fedeltà ai modelli tardo-ottocenteschi insegnatigli all’Accademia e il desiderio d’innovazione ed espressione personale.

L’opera in asta in questo senso è un esempio precocissimo ed esemplare di scomposizione geometrica e dinamica della forma di matrice futurista, con una rigidezza della figura umana vicinissima al ‘marionettismo’ meccanico di Depero e di De Chirico. Allo stesso tempo vi si coglie quella speciale coniugazione con la forza cromatica ed espressiva di Rizzo, che, in particolare nella fuga prospettica degli scorci delle abitazioni sulla via, in secondo piano, utilizza un puntinismo cromatico che ‘accende’ emotivamente il reale, trasportandolo all’interno di quell’aura mitica, tipica di tutta la sua produzione artistica. Stima: 12.000€/16.000€.