Asta Finarte – 27 Novembre 2017 – Milano, Arte Moderna e Contemporanea

La prossima asta di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Finarte si terrà il prossimo 27 Novembre 2017 a Milano, ore 18.00, presso i Frigoriferi Milanesi, Via G. Piranesi, 10. La TopTen di SenzaRiserva.

Carlo Carrà, Il Pagliaio, olio su tela, 70×90, 1927 – Lotto n. 13 – da finarte.it
Carlo Carrà, Il Pagliaio, olio su tela, 70x90, 1927
Carlo Carrà, Il Pagliaio, olio su tela, 70×90, 1927 – Lotto n. 13 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Carlo Carrà nasce in provincia di Alessandria nel 1881. A Milano dal 1995 conduce le prime esperienze artistiche come decoratore, attività che continua a Parigi dal 1899 dove lavora ai padiglioni dell’Exposition Universelle. Di nuovo a Milano, frequenta l’Accademia di Brera. Nel 1910 Carrà firma il Manifesto dei Pittori Futuristi di Filippo Tommaso Marinetti. L’esperienza futurista durerà fino a circa il 1915.

All’ospedale militare di Ferrara, durante la guerra, l’artista incontra i protagonisti della pittura metafisica: Alberto Savinio, Giorgio De Chirico, Corrado Govoni, Filippo De Pisis, dai quali sarà fortemente influenzato.

Ma è dopo la guerra che Carrà sviluppa quel realismo lirico che contraddistingue la sua pittura negli anni ’20 e ’30. In questi anni l’artista dipinge soprattutto paesaggi: le campagne liguri e lombarde (lotto n. 13 “Il pagliaio”), le marine di Forte dei Marmi in Versilia dove risiede d’estate dal 1926.

Si tratta di composizioni di estrema semplificazione e sintesi del reale che subiscono inoltre, attraverso l’uso dei colori e delle sfumature, un processo di trasfigurazione che sembra far affiorare la scena dal nero, per improvvise, tenui illuminazioni. Il paesaggio non è solo un paesaggio, ma ‘il paesaggio’: un ricordo, una memoria, ciò che è sempre stato, presente ma irraggiungibile.

Forti in questi anni i richiami alla semplicità delle forme degli amati Giotto e Paolo Uccello. Le figure infatti e la stesura del colore sono vicine già all’affresco (nel 1933 Carrà firmerà il Manifesto della Pittura Murale di Sironi).

Roberto Longhi, descrivendo questa fase della pittura di Carrà coglie nell’artista “l’aspro tentativo d’ingranare le solitudini astratte della metafisica e la nuova cubatura paesistica in un soggetto intinto in quella poetica paesana forse messagli nell’orecchio da certi antichi toscani” da (R. Longhi, Carlo Carrà, Milano 1937). Stima: 60.000€/80.000€.

Umberto Boccioni, Due vecchie sedute, pastello su carta, 69×44, 1907 – Lotto n. 17 – da finarte.it
Umberto Boccioni, Due vecchie sedute, pastello su carta, 69x44, 1907
Umberto Boccioni, Due vecchie sedute, pastello su carta, 69×44, 1907 – Lotto n. 17 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Umberto Boccioni è stato la figura di riferimento del futurismo italiano nonché l’inventore delle teorie del dinamismo plastico che avranno fondamentale importanza per l’evoluzione del linguaggio visivo del Novecento.

Nato a Reggio Calabria nel 1882, Boccioni ha solo 25 anni quando disegna con i pastelli l’intenso ritratto di queste “Due vecchie sedute” al lotto n. 17.

A Roma dal 1899 il giovane Boccioni diviene allievo, con Gino Severini, di Giacomo Balla. Nel 1906 è a Parigi, poi in Russia, infine a Venezia dove si laurea all’Accademia di Belle Arti.

Il 1907, quando Boccioni dipinge il lotto in asta, è l’anno del trasferimento a Milano (nel Settembre); trasferimento carico delle aspettative del giovane di venire a contatto con le avanguardie e i movimenti rinnovatori di una tradizione pittorica stantia. Nello stesso anno visita più volte la Biennale Veneziana rimanendo affascinato dalle opere di Plinio Nomellini, Galileo Chini e Gaetano Previati. Visita Monaco, dove ha modo di vedere le opere divisioniste di Giovanni Segantini.

Di importanza fondamentale per capire la ricerca di Boccioni nel biennio 1907-1908 sono i tre diari in cui l’artista ha riportato i suoi pensieri. Scrive il 27 settembre del 1907 dopo aver terminato il ritratto Mia madre: “Ho finito il disegno di mammà e non ne sono compiutamente contento come vorrei. Non sono stato abbastanza scrupoloso come io desidero. Ho da rimproverarmi qualche svogliatezza e qualche trascuratezza. Il panneggio soprattutto del corpo. […] Mi sembra poco originale poiché ci si vede l’ispirazione quattrocentesca. […] C’è nel ritratto un ritorno furioso ai primitivi […] Mi entusiasmano tutti gli artisti fino a Raffaello. Oh mi inebriano, mi trasportano, sono un loro schiavo. Ma me ne libererò. Di loro mi resterà la religione meravigliosa dell’atomo dell’universo”.

La pittura di Boccioni in questi anni si svolge su più fronti di sperimentazione, con accenti simbolisti e divisionisti che non lo soddisfanno ma che preparano la piena adesione, liberatoria, al futurismo di Marinetti nel 1910. Stima: 40.000€/50.000€.

Giorgio De Chirico, Cavalli presso un golfo, olio su tela, 40×50, 1958 – Lotto n. 22 – da finarte.it
Giorgio De Chirico, Cavalli presso un golfo, olio su tela, 40x50, 1958
Giorgio De Chirico, Cavalli presso un golfo, olio su tela, 40×50, 1958 – Lotto n. 22 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Bellissimi cavalli del periodo barocco del padre della pittura metafisica, Giorgio De Chirico, al lotto n. 22 “Cavalli presso un golfo”.

“Avevo cercato l’artista della pittura metafisica, ma avevo trovato un maestro del tardo barocco” ricorda W. Schmied in L’enigma De Chirico. Storia e leggende, date corrette, quadri falsi. Considerazioni, ricordi e aneddoti di un testimone, in De Chirico 2007, pp. 260-269.

Schmied, allora direttore della KestnerGesellschaft di Hannover, era stato infatti coinvolto nell’organizzazione della importante retrospettiva dedicata all’artista al Palazzo Reale di Milano nel 1970.

“Il mio compito – ricorda lo stesso Schmied – era di avvicinare le due parti avversarie, esaudire i reciproci opposti desideri e inventare forme di compromesso sempre nuove per far sì che il progetto non naufragasse. Detto più semplicemente: si trattava di trovare una via di mezzo tra i quadri del primo periodo e quelli poco noti degli anni venti da un lato (a cui era interessato il comitato), e i dipinti del tardo periodo neo-barocco, insieme al gruppo di opere della cosiddetta ‘neometafisica’ degli anni sessanta, che stavano a cuore all’artista” (op. cit. p. 165).

“Schmied, di conseguenza, elogiando particolarmente la produzione degli anni Venti, che era fra gli obiettivi scoperti del comitato scientifico, optò per un criterio poetico che ricomponesse, comunque, il tanto variegato mosaico dell’opera dechirichiana. Il denominatore comune, il sentimento costante che la sottendeva divenne così quel ‘desiderio intenso di non perituro’, quella ricerca di un valore ‘stabile, saldo, durevole’ che l’aveva distinta, nella sua epoca, da coloro che si erano invece ‘impegnati nell’avventura dell’arte moderna’ e nella ricerca affannosa di ‘nuovi mondi’ e ‘forme inedite” (da D. Viva, De Chirico malgré lui. Episodi di fortuna critica dal Sessantotto al Postmoderno, in “Studi di Memofonte. Rivista on-line semestrale, 9/2012”, p. 169).

Poiché a De Chirico non interessa raffigurare dei cavalli. Interessa la ricerca del sublime, il raggiungimento di una forma mitica ottenibile solo attraverso una minuziosa reiterazione stilistica e lo studio del soggetto. I cavalli di De Chirico sono il simbolo dell’arte: gli consentono di dialogare con Rubens, Tintoretto, Velasquez, Rembrandt; di partecipare a un mondo di raffinatezza ed eleganza che è il simulacro più veritiero del divino.

Al critico d’arte Franco Simongini, che durante le riprese di un documentario televisivo negli anni ’70 gli chiedeva del suo amore per i cavalli, l’artista nativo di Volo, in Tessaglia, rispose: “no, in verità io preferisco gli asini e i muli”. Stima: 40.000€/60.000€.

Franco Gentilini, Il banchetto, olio su tela, 86×91,1951 – Lotto n. 23 – da finarte.it
Franco Gentilini, Il banchetto, olio su tela, 86x91,1951
Franco Gentilini, Il banchetto, olio su tela, 86×91,1951 – Lotto n. 23 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Nato a Faenza nel 1909, Franco Gentilini si forma nella bottega artigiana di un maestro ebanista intagliatore e ai corsi serali di disegno industriale. Al contempo coltiva da autodidatta la pittura mostrando un notevole talento. Già nel 1930 è ammesso con un dipinto alla Biennale di Venezia.

Nel 1932 Gentilini si trasferisce a Roma. Frequenta i circoli intellettuali romani, in particolare le personalità che ruotano attorno al Caffè Aragno: Corrado Cagli, Leonardo Sinisgalli, Enrico Falqui e molti altri.

È nel dopoguerra, in particolare nei primi anni ’50, come testimoniato dall’opera al lotto n. 23 “Il banchetto”, che Gentilini inaugura quel particolare linguaggio che si sviluppa attraverso il disegno su un fondo materico impastato con sabbia. L’artista dipinge animali, paesaggi, cattedrali, nudi, figure di gente comune.

“[…] nel dipingere i grandi ‘nudi’ e le ‘figure’, alle immagini e alle emozioni ho sostituito i ‘simboli’, quasi a suggerire, questa volta, un rapporto plastico tra idee di bellezza e idee di poesia che si richiamano ad una civiltà remota. Non ho voluto cioè soffermarmi all’apparenza esteriore bensì ho voluto cogliere l’essenza di un dato psicologico.

Se, infatti, per un attimo immaginiamo di vedere tutt’insieme quei ‘nudi’ e quelle ‘figure’ possono benissimo far ricordare i frontoni delle cattedrali romaniche a mo’ di allegorie: volti e corpi di pietra su cui c’è come un’ombra di freddo che li salvaguarda dalla fragilità dei sentimenti umani e li consegna quali prototipi del nostro tempo ad un futuro remoto” (dalla Premessa al volume “Franco Gentilini/Antologia della Critica”, a cura di Carlo Giacomozzi, Edizioni Rari Nantes, Roma 1984).

Nel 1951 Gentilini espone in una personale alla Galleria La Palma di Roma. È presente poi in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia al seguito dell’Art Club. Nello stesso anno vince, ex-aequo con Renzo Vespignani, il Gran Premio di Pittura Esso. Nel 1952 espone, con sala personale, alla XXVI Biennale di Venezia. Stima: 8.000€/12.000€.

Mario Schifano, Sogno rosa per Balla (Sogno rosa a la Balla), smalto e grafite su tela, 100×100, 1965 – Lotto n. 37 – da finarte.it
Mario Schifano, Sogno rosa per Balla (Sogno rosa a la Balla), smalto e grafite su tela, 100x100, 1965
Mario Schifano, Sogno rosa per Balla (Sogno rosa a la Balla), smalto e grafite su tela, 100×100, 1965 – Lotto n. 37 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Mario Schifano nasce ad Homs, in Libia, nel 1934. Negli anni ’40 è con la famiglia a Roma. La prima personale è alla Galleria Appia Antica nel 1959 dove espone opere di tipo informale. Con la mostra collettiva del 1960 alla Galleria La Salita (con lui Franco Angeli, Tano Festa, Francesco Lo Savio e Giuseppe Uncini) si battezza la nascita dell’arte pop italiana della Scuola di Piazza del Popolo.

Se ai primi anni ’60 risalgono le opere che inaugurano i cicli dei “monocromi” pop e poi dei “paesaggi televisivi”, è il 1965, anno di esecuzione dell’opera in asta al lotto n. 37 “Sogno rosa per Balla”, che segna l’inizio del ciclo relativo al “futurismo rivisitato”.

Da quell’anno infatti Schifano riprende più volte il tema del ‘camminare’ citando il dipinto “Bambina che corre sul balcone” concepito da Giacomo Balla nel 1912. Ciò che interessa Schifano in questo dipinto è certamente il geniale approccio cinematografico e analitico di Balla che non scompone il soggetto ma lo moltiplica trasferendo inconsapevolmente nell’opera non solo un processo tecnologico ma anche un’idea di replicazione di ambito pop.

E non è abbastanza rilevare che nell’opera di Schifano ci siano gli elementi che esemplificano tale concetto: la pellicola cinematografica, la ripetizione delle gambe. Schifano fa di più, gioca col significato e l’iconografia del quadro: introduce i regoli, che allo stesso tempo sono frame e strutture meccaniche combinabili; cita la balaustra del dipinto di Balla replicandone l’assimilazione alla figura realizzata dall’artista torinese attraverso una specie di sapiente ‘puntinismo’, estrapolandone il motivo decorativo e ancorandolo alla scarpa; infine introduce la poesia del colore, uno spazio di fuga che si fa lettering in monocromia, una scarpa blu, poi rosa: quel pezzo di cielo, quel tocco di femminilità assenti nel dipinto di Balla. Stima: 80.000€/100.000€.

Roberto Crippa, Personage, collage su tavola, 200×200, 1960 – Lotto n. 90 – da finarte.it
Roberto Crippa, Personage, collage su tavola, 200x200, 1960
Roberto Crippa, Personage, collage su tavola, 200×200, 1960 – Lotto n. 90 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Bello e grande il lavoro con cortecce di Roberto Crippa del 1960, al lotto n. 90 “Personage”. Il decennio fra il 1955 ed il 1965 costituisce il periodo migliore dell’artista di Monza per questo ciclo in cui Crippa acquista una vena simbolica, surreale e materica assente nelle prove spaziali e concrete dei primi anni ’50, quando firma il Manifesto dello Spazialismo.

In particolare nel 1957 è fervente la sua attività con sugheri, legni, cortecce in una ricerca di neo-primitivismo al confine fra visioni di mondi ultraterreni e creature di una terra animata da un vitalismo interiore e tribale.

Ancora Crippa con questi ‘simboli’ raffigura “totem”, presenze protettrici di fortissima semplificazione segnica, quasi un gigantesco grafismo naturale, nell’opera in asta, che non a caso prende corpo su un fondo a collage di giornali che riporta il significante del piano dell’attualità: un rumore di fondo che arretra al cospetto di una armata e imprescindibile poesia dell’esistenza emersa e corrugata direttamente dalla forza dell’universo.

Nel 1964 a Crippa verrà riservata una sala personale alla Biennale di Venezia. Stima: 30.000€/40.000€.

Giuseppe Santomaso, Senza titolo, olio su tela, 40×50, 1963 ca. – Lotto n. 98 – da finarte.it
Giuseppe Santomaso, Senza titolo, olio su tela, 40x50, 1963 ca.
Giuseppe Santomaso, Senza titolo, olio su tela, 40×50, 1963 ca. – Lotto n. 98 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Giuseppe Santomaso è stato un artista veneziano (1907-1990) che ha segnato la ricerca astratta del secondo dopoguerra italiano.

Compiuti gli studi all’Accademia di Belle Arti, alla fine degli anni ’40, Santomaso partecipa al Fronte Nuovo delle Arti nel clima di rinnovamento e di attivismo che caratterizza il panorama artistico-culturale alla fine della guerra. Ben presto però, già con l’adesione al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi alla Biennale del 1952, emerge la sua individualità.

La ricerca di Santomaso si svolge in quegli anni nell’ambito dell’informale; un’informale dalle profondità coloristiche e dagli equilibri architettonici che tendono a un’armonia e a un ritmo che va oltre l’affermazione violenta e soggettiva, distruttiva, di stampo espressionista, che viene da oltreoceano; e che invece è più evidente, nella bella opera in asta al lotto n. 98 “Senza titolo” del 1963.

Senza dubbio sono gli anni ’60 il periodo puramente informale di Santomaso. Le opere di questo decennio, se da una parte sembrano una involuzione delle creazioni armoniose e eteree degli anni ’50, costituiscono il preludio, in un atto di tensione libertaria, verso quella ‘smaterializzazione della forma’ in senso ritmico e musicale che contrassegnerà l’ultima stagione della sua pittura dalla fine degli anni ’60.

Una carriera che non ha smesso mai di stupire per continuità nella qualità quella dell’artista veneziano, alla Biennale di Venezia nel 1934, 1948, 1950, 1952, 1954, 1956, 1962, 1964, 1972, 1986 e 1988. Stima: 27.000€/29.000€.

Alberto Biasi, Light Prisms, legno, acrilico, metallo, specchio, prismi in plexiglass, elettromotore, 68x50x38, 1967 – Lotto n. 122 – da finarte.it
Alberto Biasi, Light Prisms, legno, acrilico, metallo, specchio, prismi in plexiglass, elettromotore, 68x50x38, 1967
Alberto Biasi, Light Prisms, legno, acrilico, metallo, specchio, prismi in plexiglass, elettromotore, 68x50x38, 1967 – Lotto n. 122 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Alberto Biasi (nato nel 1937) fondatore del Gruppo N di Padova nel 1959, è stato figura cardine del movimento dell’arte cinetica internazionale. Negli anni ’60 Biasi partecipa alle iniziative di rinnovamento promosse da Azimuth, alle esposizione dei Gruppi “Nuova Tendenza” ed “Arte Programmata” fino ad approdare, come protagonista, alla grande mostra The Responsive Eye al MoMA di New York nel 1965.

I “light prisms” sono assemblaggi realizzati da Biasi fin dalla metà degli anni ’60, vicini a certe sperimentazioni spaziali del G.R.A.V. Groupe de Recherche d’Art Visuel francese: su una superficie a specchio dei prismi fatti ruotare da elettromotori scompongono il fascio di alcune luci collocate all’interno dell’opera, luce che poi rimbalza sulla superficie metallica della cornice e viene riflessa.

I “light prisms” (lotto n. 122) al pari dei “politipi” degli anni ’70 sono probabilmente le creazioni più originali dell’artista padovano e ne riflettono anche le molteplici sperimentazioni. Se infatti i “politipi” sono il frutto di una ricerca prettamente cinetica, che intende mettere in moto l’opera attraverso la partecipazione percettiva dell’osservatore; i “light prisms” sono congegni programmati che creano mondi e dimensioni che aprono varchi interattivi fra  realtà e l’architettura per mezzo della luce: lo spettatore vi partecipa in quanto imprigionato, incantato, meravigliato, ma non ha la possibilità di controllo concessa dai politipi.

“Se i prismi ricordano l’infinità e il movimento delle costellazioni, i politipi invece l’ondeggiare al vento dei campi di grano” ha scritto Caroline Tisdall nel catalogo della mostra Alberto Biasi, tenutasi allo Sztuki Museum di Lodz nel 1972. Stima: 25.000€/27.000€.

Emilio Scanavino, Tramature, olio su tela, 150×150, 1974 – Lotto n. 149 – da finarte.it
Emilio Scanavino, Tramature, olio su tela, 150x150, 1974
Emilio Scanavino, Tramature, olio su tela, 150×150, 1974 – Lotto n. 149 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Altra grande opera, per qualità e dimensioni, questa volta del ligure Emilio Scanavino, protagonista dell’astrazione segnica internazionale, al lotto n. 149 “Tramature”.

All’inizio degli anni ’70 Scanavino arriva a formalizzare quel linguaggio maturo che lo rende così originale nel panorama artistico internazionale del dopoguerra: una tessitura fitta che ha in sé la valenza soggettiva del gesto tachista e il concretismo automatico della linea, la forza di una struttura spaziale che si fa argine simbolico al reale ma anche graffio concettuale.

Perché le opere di Scanavino sono universali, “alfabeti senza fine” come le definisce, scritture che raccontano in un vocabolario fatto di sussulti, di intensità di dolore, di oggetti quotidiani, di apparizioni di esseri viventi; come se l’artista guardasse un mondo selvaggio e sopravvissuto dalla grata di un bunker nel quale ha trovato momentaneo rifugio ad una apocalisse.

Scanavino racconta così la propria vita, lo fa con una lingua sconosciuta ma che chiunque, magicamente, può capire. Come guardarsi e meravigliarsi ad osservarsi vivere, come incantati a palpitare per la bellezza tragica e inestricabile del percorso delle nostre vene, dei nostri peli.

Una vasta antologica dell’artista fu organizzata alla Kunsthalle di Darmstadt fra il 1973 ed il 1974. La mostra fu trasferita a Venezia a Palazzo Grassi e poi a Milano a Palazzo Reale nel 1974. Stima: 20.000€/30.000€.

Mario Nigro, Dallo spazio totale, olio su tela, 72×49, 1954 – Lotto n. 163 – da finarte.it
Mario Nigro, Dallo spazio totale, olio su tela, 72x49, 1954
Mario Nigro, Dallo spazio totale, olio su tela, 72×49, 1954 – Lotto n. 163 – Immagine da finarte.it – Asta Finarte 27 novembre 2017

Mario Nigro è stato un esponente di valore, anzi ancora pienamente da valorizzare, del costruttivismo astratto internazionale. Laureato in chimica e poi in farmacia nel 1947, Nigro fino al 1958 non sarà pittore di professione, tanto che in quegli anni è direttore della Farmacia degli Spedali Riuniti di Livorno.

Intanto nel 1949 Nigro ha aderito al M.A.C. Movimento Arte Concreta e le sue opere astratte, i cui primi esemplari risalgono al 1947, iniziano ad abbandonare il gesto libero del disegno in favore di una razionalizzazione della linea.

Le opere del ciclo “Dallo spazio totale” (lotto n. 163), collocabile fra il 1953 e la metà degli anni ’60, rappresentano probabilmente il punto più alto dell’espressione artistica e concettuale di Nigro. L’artista usa pannelli a scacchiera, rettangolari e trapezoidali, costituiti da piccoli quadrati di linee colorate, che compone in modo prospettico, ma non univoco, nella rappresentazione di uno ‘spazio’ multidimensionale.

Le motivazioni di tale approccio sono certamente da far risalire alla componente formalista e marxista insita nel fare pittura di Nigro. L’artista si è liberato dalle tradizionali gerarchie e dipana una lingua ripetibile e seriale, che rende democratico il linguaggio, senza tuttavia rinunciare a quell’indagine poetica e universale che è la ricerca dei significati.

Evidente è infatti la vicinanza di Nigro in questi anni al Gruppo Spaziale della Galleria del Naviglio con una ricerca che però fa un percorso inverso, che non sogna l’armonia oltre uno spazio, un muro monocromo; ma che la crea come usando dei tasselli, le note di una musica (da ricordare che Nigro fu un eccellente musicista). Stima: 32.000€/38.000€.