Asta Pananti n. 124-II – 12 Luglio 2017 – Firenze, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 124-II di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Pananti di Firenze si terrà il giorno 12 luglio 2017 in tornata unica alle ore 17.00. La TopTen di SenzaRiserva.

Domenico Purificato, Senza titolo, olio su tela, 80.5×54 – Lotto n. 293 – da pananti.com
Domenico Purificato, Senza titolo, olio su tela, 80.5x54
Domenico Purificato, Senza titolo, olio su tela, 80.5×54 – Lotto n. 293 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Domenico Purificato nasce a Fondi, Latina nel 1915. Critico d’arte, scenografo, saggista, autore per il teatro e la televisione, Purificato fu protagonista del neorealismo nel clima culturale della capitale del dopoguerra.

Le sue tele sono abitate da gente comune e da scene della vita popolare quotidiana.

L’artista partecipa attivamente e idealmente alla Scuola Romana con artisti quali Scipione (Gino Bonichi), Mario Mafai, Corrado Cagli e Renato Guttuso da cui è assai influenzato per la pennellata carica d’energia (Scipione e Cagli) e la tavolozza (Mafai).

La pittura di Purificato vive di emotività e partecipazione nella resa espressiva dei soggetti e si caratterizza per un lirismo intimista e introspettivo ben riuscito in quest’opera al lotto n. 293 “Senza titolo”. Opera collocabile dopo gli anni ’60 quando Purificato si dedica ad una pittura di matrice narrativa di stampo ottocentesco con motivi mitici e fiabeschi in cui ricorrono popolani e paesaggi con animali, contadini e nature morte.

L’artista ha partecipato a numerose edizioni della Quadriennale di Roma e della Biennale di Venezia. Stima: 4.500€/5.500€.

Ottone Rosai, Uomo seduto, carboncino su carta, 176×109, 1935 – Lotto n. 306 – da pananti.com
Ottone Rosai, Uomo seduto, carboncino su carta, 176x109, 1935
Ottone Rosai, Uomo seduto, carboncino su carta, 176×109, 1935 – Lotto n. 306 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Il 1935, anno di esecuzione del bel cartoncino in asta al lotto n. 306 “Uomo seduto”, fu un anno importante per Ottone Rosai. In quell’anno fu infatti conferito l’incarico al pittore toscano di dipingere due grandi affreschi per la sala bar dell’appena inaugurata stazione di Firenze Santa Maria Novella.

Restano molti disegni preparatori a carboncino di questi due grandi dipinti, che, come per il lotto in asta, mettono in luce la sapiente capacità di semplificazione delle forme e l’abile uso del chiaroscuro trecentesco di Rosai.

Nato a Firenze nel 1895, Rosai debutta come pittore futurista già nel 1913. Ma è fra il 1919 ed il 1922 che l’artista definisce una originalissima pittura che unisce figurazione e metafisica, realismo popolano ad armonie compositive di ispirazione quattrocentesca.

Nel 1928 Rosai partecipa alla XVI Biennale di Venezia e nel 1929 alla seconda mostra di Novecento Italiano. Nel 1932 è invitato nuovamente alla Biennale e nel 1935 è presente con cinque dipinti alla Quadriennale romana.

È in opere come questa in asta, di un Rosai ancora giovane e appena uscito dall’esperienza attiva come militante fascista, che si svela la vera anima dell’artista fiorentino. Si tratta di ritratti di uomini pacifici e rassegnati, figure anti-eroiche ed anti-dannunziane per definizione che sembrano fluttuare nel limbo di una sconsolata attesa che il mondo risponda alla loro costante, muta, frequentazione. Stima: 4.000€/6.000€.

Xavier Bueno, Maternità, olio su tela, 73×60 – Lotto n. 322 – da pananti.com
Xavier Bueno, Maternità, olio su tela, 73x60
Xavier Bueno, Maternità, olio su tela, 73×60 – Lotto n. 322 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Opera bellissima di Xavier Bueno al lotto n. 322 “Maternità”.

Un’infanzia al seguito del padre giornalista, corrispondente da Berlino al momento della sua nascita il 16 gennaio del 1915 in Spagna, quella di Xavier Bueno e del fratello Antonio.

Entrambi frequentatori negli anni ’30 dell’Accademia di Belle Arti di Ginevra, i due fratelli saranno prima e Parigi e poi a Firenze dal 1940 dove, insieme a Pietro Annigoni e Gregorio Sciltian, daranno origine all’esperienza dei “Pittori Moderni della Realtà”, che fu attiva solamente fra il 1946 e il 1949.

La loro era una pittura moderna fatta con strumenti antichi e nutrita da un’abilità tecnica di cui tutti e quattro gli artisti erano naturalmente dotati. La critica stroncò fortemente le mostre del Gruppo fraintendendone però le soluzioni originali, quali per esempio l’intento poverista e la figurazione ‘oggettiva’ emotivamente connotata e interpretativa.

Negli anni ’60 Xavier, dopo una breve esperienza all’interno del Gruppo di Nuova Corrente (Pietro Tredici, Manfredi Lombardi, Piero Midollini, Giuliano Pini), conduce la propria ricerca in totale isolamento.

Convinto che “le aquile hanno fatto il nido. Spento il grido, soffocata la protesta, le avanguardie si sono infilate la vestaglia del conformismo, le pantofole dell’ufficialità” (dall’articolo Rottura o alienazione in “Nuova Corrente”, 1960), l’impegno sociale e neorealista assume sempre più toni esistenziali ma non abbandona mai la figurazione.

Anche la sua pittura ne risente. Il colore tende a sparire, insieme agli sfondi e alle ambientazioni; le figure in primo piano si caricano di connotazioni metafisiche, i grigi si fanno bituminosi e materici, i tratti diventano graffi e le forme sempre più sintetiche tanto che la sua arte è veramente l’espressione della ricerca di quell'”immagine di un sentimento universale” che Xavier vagheggiava nel “Manifesto dei Pittori Moderni della Realtà”. Stima: 15.000€/20.000€.

Concetto Pozzati, Il volto, tecnica mista su carta, 70×105, 1973 – Lotto n. 344 – da pananti.com
Concetto Pozzati, Il volto, tecnica mista su carta, 70x105, 1973
Concetto Pozzati, Il volto, tecnica mista su carta, 70×105, 1973 – Lotto n. 344 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Nato in provincia di Padova nel 1935, Concetto Pozzati esordisce come grafico pubblicitario. Dopo un inizio materico-informale in pittura negli anni ’50, la sua arte si orienta presto verso una pop art interpretata in chiave concettuale, che fa uso di immagini tratte dai mass media, intertestualità e citazioni dalla storia dell’arte, accostate e strutturate, anche geometricamente, in modo da creare associazioni di senso, spesso ironiche.

La memoria, la libertà, la percezione, il rapporto fra antico e moderno sono i temi che tornano continuamente nel calderone della pittura di Pozzati che custodisce sempre più livelli di significato e si svolge su più piani: quello della scrittura, della figura, del colore, tutti dipanati con diversa granularità in un procedimento analitico sempre al confine col gioco.

“Memoria, ri-memoria, storia, ri-storia. Sono i quadri che ti guardano e che hanno gli occhi, oltre una loro oralità, anche dietro la nuca. Sono loro che si confrontano, si scelgono o si isolano individuando però il perché di quell’occhio sempre spalancato” ha scritto l’artista (da Concetto Pozzati. La pittura come inventario, Cambi editore, Settembre 2011).

La prima partecipazione di Pozzati alla Biennale risale al 1964; seguiranno quelle del 1972, 1982, 2007 e del 2009. Fino al 1973, anno in cui esegue l’opera al lotto n. 344 “Il volto”, l’artista è stato direttore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino (in seguito lo sarà anche a Firenze, Venezia e Bologna). Stima: 2.500€/3.500€.

Tano Festa, Senza titolo, acrilici su tela, 60×120, 1976 – Lotto n. 406 – da pananti.com
Tano Festa, Senza titolo, acrilici su tela, 60x120, 1976
Tano Festa, Senza titolo, acrilici su tela, 60×120, 1976 – Lotto n. 406 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Tano Festa affronta, al lotto n. 406 “Senza titolo”, il tema del grande affresco “Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” che Michelangelo Buonarroti dipinse nel 1510 sulla volta della Cappella Sistina, a Roma.

L’artista della Scuola di Piazza del Popolo in particolare mutua dal dipinto  il tronco d’albero secco che spunta dalle pietre che fanno da sfondo alla scena del peccato originale, dove il serpente in forma semi-umana porge il frutto proibito ad Eva mente Adamo si allunga per afferrare un altro frutto.

La tecnica usata da Festa è quella del ricalco su proiezione da diapositiva. Tale tecnica consente all’artista di seguire il tracciato di elementi che Festa decontestualizza dall’opera originaria fino a capovolgerli, come in questo caso, semplicemente invertendo il verso della proiezione.

Festa crea in quest’opera uno spazio ‘altro’ attraverso un’operazione anaforica che prende a pretesto un simbolo (il tronco) per compiere una operazione subliminale rispetto alla percezione di una memoria. In questo modo crea uno scenario immaginario che in qualche modo è lo spazio della nostra coscienza.

Scrive Achille Bonito Oliva che “Festa sa bene come sia impossibile superare di slancio la distanza e come la storia non sia un impaccio ma piuttosto l’esito di un tracciato e di un percorso capace di armare il procedimento creativo con strumenti di dialogo. La fotografia e la conquista bidimensionale dello spazio pittorico diventano strumenti di consapevolezza e di uso che fondano un linguaggio differente.

Gli echi della Cappella Sistina si smorzano felicemente sugli schermi pittorici di Festa che ravvivano l’impiego di un’iconografia classica mediante la pratica della citazione. L’artista non vuole emulare nella tecnica gli antichi maestri, Michelangelo, Van Eyck o Ingres. Egli ne riconosce la distanza e ne amplifica il distacco attraverso l’iscrizione iconografica nei fotogrammi della sua pittura (da A. Bonito Oliva, “Il tallone di Achille. Sull’arte contemporanea”, Feltrinelli, Roma 1988)”. Stima: 17.000€/25.000€.

Riccardo Licata, Composizione, olio su tela, 50.5×70.5, 1958 – Lotto n. 408 – da pananti.com
Riccardo Licata, Composizione, olio su tela, 50.5x70.5, 1958
Riccardo Licata, Composizione, olio su tela, 50.5×70.5, 1958 – Lotto n. 408 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Un bel Riccardo Licata materico e datato al lotto n. 408 “Composizione” del 1958.

Nato a Torino il 20 dicembre del 1929 Riccardo Licata studia a Venezia, all’Accademia di Belle Arti, fra il 1947 ed il 1955. Nel 1957 ottiene una borsa di studio dal governo francese per sperimentare nuove tecniche di incisione a colori. A Parigi vi lavora in collaborazione con Friedlaender, Hayter e Goetz. Nello stesso anno è assistente di Gino Severini all’Ecole d’Art Italienne de Paris.

Licata ha già partecipato nel 1952 alla sua prima Biennale di Venezia con un grande mosaico, disciplina in cui fu maestro, quando nel corso degli anni ’50 formalizza quel linguaggio astratto segnico che ne contraddistinguerà la maturità artistica negli anni ’70.

Un linguaggio che, come ha affermato lo stesso maestro, deve molto alla partitura musicale e che sprigiona un lirismo controllato ma spontaneo, che conserva il contatto con l’organizzazione architettonica, sempre importante nelle composizioni di Licata.

Ricerca sullo spazio e sulle geometrie particolarmente evidente negli anni ’50, con opere dove i segni sono appena accennati, come nella composizione in asta; la stesura del colore e della materia è quasi musiva, e i blocchi di colore cercano, attraverso il contrasto, di trovare una collocazione, di organizzare di nuovo un senso. Stima: 1.500€/2.500€.

Vinicio Berti, Scontro cosmico, olio su faesite, 90×130, 1959 – Lotto n. 414 – da pananti.com
Vinicio Berti, Scontro cosmico, olio su faesite, 90x130, 1959
Vinicio Berti, Scontro cosmico, olio su faesite, 90×130, 1959 – Lotto n. 414 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Grande e importante opera di Vinicio Berti, teorico dell’astrattismo classico fiorentino, al lotto n. 414 “Scontro cosmico”.

Dopo lo scioglimento del Gruppo nel 1950 dopo una collettiva alla Galleria Vigna Nuova, Berti continua negli anni ’50 e lungo tutto il suo percorso artistico quella ricerca astratta sviluppata in senso politico e costruttivista sostenuta fin dall’interno del movimento “Arte d’Oggi” di cui fu un animatore con Gualtiero Nativi, Silvano Bozzolini, Bruno Brunetti, Alvaro Monnini e lo scultore Lardera.

Lontano da ogni visione nostalgica, romantica e idealista in senso ottocentesco dell’arte, Berti non poteva che rifiutare l’informale che pure segna il modo di fare pittura dell’artista fiorentino negli anni ’50.

Berti sembra lottare con la materia, articolarla in masse a cui dà connotazione attraverso prima i colori puri: il nero, il rosso, il blu, il giallo; poi tracciando direzioni, frecce, diagonali; quindi inserendo sigle, allusioni al reale e ai simboli del potere. E negli anni ’50 lo fa probabilmente con una potenza ed una ‘azione’ pittorica innovativa che più troverà negli anni a venire. Stima: 2.500€/3.000€.

Giulio Turcato, Collage, tecnica mista su tela, 70×100, anni ’70 – Lotto n. 418 – da pananti.com
Giulio Turcato, Collage, tecnica mista su tela, 70x100, anni ’70
Giulio Turcato, Collage, tecnica mista su tela, 70×100, anni ’70 – Lotto n. 418 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Affioramenti, reperti, lacerti, bagliori, isole, macchie, colature, velature, pastiglie, bruciature segnano le tele monocrome di Giulio Turcato (Mantova, 1912), fra i maggiori esponenti dell’arte astratta italiana del dopoguerra.

Nel 1952 Turcato fa parte del Gruppo degli Otto manifestando la convinzione di una conciliazione fra astrazione e figurazione nel contesto di una soggettività imprescindibile alla sua visione artistica.

Convinzione che Turcato manterrà nel corso di tutta la produzione artistica dalle “Superfici lunari” alle “Orme”, fino agli “Arcipelaghi” (lotto n. 418 “Collage”); produzione che negli anni come ha ben scritto Francesco Moschini in “Costruire” (n. 102/103, 1977) è un “continuo interrogarsi sui più cogenti temi del Moderno quali il corpo, la ragione, la memoria, la storia, il tempo e lo spazio. Il tutto riproposto in una sorta di viaggio alla luce di situazioni spaziali e temporali sempre rimesse in discussione sino a conferire all’intero itinerario artistico […] una connotazione da arabesco continuo […].

[Turcato] tende ad accreditare una ragione che si rappresenta irregolare ed asimmetrica ed attraverso la quale contrappone ad un caos indistinto il primato dell’intelligenza. E proprio sotto il segno dell’arabesco, anche se non certo dal punto di vista formale, sembra snodarsi la sua più recente produzione artistica quasi ad evidenziarne, nella sua negazione di qualsiasi strutturazione labirintica, la sua predilezione per una sorta di negazione indefinita di qualsiasi struttura chiusa”.  Stima: 6.000€/8.000€.

Renato Mambor, Senza titolo, olio su carta, 70×100, 1966 – Lotto n. 424 – da pananti.com
Renato Mambor, Senza titolo, olio su carta, 70x100, 1966
Renato Mambor, Senza titolo, olio su carta, 70×100, 1966 – Lotto n. 424 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

La pittura di Renato Mambor nasce alla fine degli anni ’50 e nei ’60 come esigenza di ‘risignificazione’ sulle ceneri dell’informale.

I compagni di viaggio dell’artista romano in quegli anni sono Tano Festa e Mario Schifano. Nel 1959 Mambor condivide l’appartamento con Festa e conosce Francesco Lo Savio. Insieme frequentano l’ambiente milanese che ruota attorno a Enrico Castellani.

Frequentazioni che sottendono una comune ricerca di rioggettivazione e autoreferenzialità dell’opera d’arte che tende ad una ‘anespressività’ autoriale che lascia spazio creativo allo spettatore. È quest’ultimo che viene invitato da Mambor a partecipare ad una ‘non profondità’, a lasciarsi sorprendere dai significati da scoprire piuttosto che da ritrovare nell’opera.

Un uomo anziano ed il nipote vengono presentati da Mambor di schiena, in primo piano, mentre il bimbo indica al nonno un tavolo inutilizzato con tre sedie inclinate il cui schienale poggia sul piano (lotto n. 424 “Senza titolo”). Il significato resta sospeso, ma una cosa è chiara: lo spettatore è la sedia mancante di un dialogo ancora tutto da scrivere e che carica lui stesso di una responsabilità.

Da ricordare che fra il 1966 ed il 1970 Mambor dà vita al ciclo delle “Azioni fotografate” che affronta attraverso la riproduzione di gesti semplici e quotidiani il tema dello sconfinamento fra arte e vita. Stima: 13.000€/20.000€.

Mario Schifano, Senza titolo, smalto su tela e perspex, 95×104 – Lotto n. 425 – da pananti.com
Mario Schifano, Senza titolo, smalto su tela e perspex, 95x104
Mario Schifano, Senza titolo, smalto su tela e perspex, 95×104 – Lotto n. 425 – Immagine da pananti.com – Asta Pananti n. 124-II

Bellissima e particolare opera di un’altro degli artisti della Scuola di Piazza del Popolo, Mario Schifano, al lotto n. 425 “Senza titolo”.

La particolarità del lotto in asta è dovuta soprattutto all’utilizzo di quattro lastre di perspex (dal latino perspicio “vedo attraverso”) colorate che contengono e fanno da filtro con effetti cangianti sulle quattro sezioni di un quadrato quasi perfetto.

L’albero è uno dei grandi temi della pittura dell’artista romano che ha sempre avuto un approccio dicotomico al ‘sentire’ la vita. Da una lato in Schifano c’è la passione per la tecnologia, la televisione, l’artificio dell’immagine, i mezzi di comunicazione di massa, lo stereotipo prodotto dalla possibilità della riproducibilità data dalle potenzialità del mezzo. Dall’altro c’è in lui il richiamo della natura, delle cose autentiche, della linfa che scorre nelle vene della terra (i “paesaggi anemici”, i “campi di pane”, il sole, gli “orti botanici”, gli “acerbi”, i “pesci”).

Ed è questa dicotomia che l’artista rappresenta al meglio in quest’opera: tentativo di imprigionare un simbolo, di proteggerlo con un materiale infrangibile, di poterlo osservare al meglio da un lato mentre dall’altro la consapevolezza di non poter mai arrivare al noumeno se non per visioni parziali, attraverso filtri e contraffazioni, consustanziali alle ‘costruzioni’ umane e al nostro corpo stesso. Stima: 17.000€/20.000€.

Asta Farsettiarte n. 180 – 26 e 27 Maggio 2017 – Prato, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 180 della Casa d’Aste Farsettiarte di Prato si terrà in tre sessioni nei giorni 26 e 27 Maggio: Sessione I – lotti 1-317, 26 Maggio, ore 15.30; Sessione II – lotti 318-575, 27 Maggio, ore 11.00; Sessione III – lotti 601-702, 27 Maggio, ore 16.00.

Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2×41, 1937 – Lotto n. 264 – da farsettiarte.it
Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2x41, 1937
Luigi Veronesi, Senza titolo, tecnica mista su carta, 31.2×41, 1937 – Lotto n. 264 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Una tecnica mista su carta del 1937 di Luigi Veronesi “Senza titolo” come questa al lotto n. 264, di tale qualità, non è opera che si vede passare spesso in asta.

Nato a Milano nel 1908 la formazione pittorica di Veronesi fu perlopiù da autodidatta. Dopo un inizio figurativo, nel 1930 fu folgorato dalla ‘scoperta’ delle opere di Klee, Schlemmer, Kandinskij e gli altri artisti del Bauhaus esposti nel padiglione Germania alla Biennale di Venezia.

Gli anni ’30 dunque segnano il nascere del linguaggio geometrico astratto di Veronesi, una delle prime testimonianze astratte in Italia insieme a quelle di Mauro Reggiani e dei comaschi Manlio Rho e Mario Radice.

Uno spirito ‘illuministico’, una rinnovata fiducia nella scienza e nella collaborazione fra arte e tecnica, l’apertura alla molteplicità delle arti applicate e un approfondimento delle tematiche percettive animano le opere di Veronesi.

Veronesi che non accoglierà mai le teorie mistiche e spiritualiste propugnate da Carlo Belli all’interno del gruppo degli astrattisti milanesi, rimanendo sempre fedele ad una ispirazione che non trascende le forme naturali: “gli stimoli mi vengono tutti dal pensiero, dal cervello; però, siccome io studio molto la natura in tutte le sue manifestazioni, anche le meno appariscenti, e ricerco specialmente la geometria in essa, probabilmente mi arrivano degli stimoli anche da queste osservazioni” (da L. Marucci, Vivere la geometria. Incontro con Luigi Veronesi, in “Luigi Veronesi. Razionalismo lirico 1927-1997”, p. 33). Stima: 2.500€/3.500€.

Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89×119.5, 1961 – Lotto n. 310 – da farsettiarte.it
Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89x119.5, 1961
Antonio Bueno, Omaggio alla Scuola di Fontainebleau, olio su tela, 89×119.5, 1961 – Lotto n. 310 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Antonio Bueno è stato un’artista italiano di origini spagnole (ottenne la cittadinanza italiana nel 1970).

Nato a Berlino, nel 1940 si trasferì in Italia con il fratello Xavier. Entrambi parteciparono al Gruppo dei Pittori Moderni della Realtà con Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni.

Il Gruppo avrà vita breve anche per l’inquietudine di Antonio che fu uno sperimentatore aperto alle avanguardie e desideroso di crearsi uno stile personale.

A cavallo degli anni ’50 e ’60 il linguaggio di Bueno subisce profonde trasformazioni, passando da un decennio di sperimentazioni metafisiche dove la figura umana ha poco spazio (la fanno da padrone pipe, gusci d’uovo, pennelli) ad un altro in cui l’artista tocca l’arte monocromatica, la poesia visiva, l’arte multimediale, la pop art.

Le precocissime figure in asta nell'”Omaggio alla Scuola di Fontainebleau” al lotto n. 310 sono un interessantissimo e bellissimo esempio di quei personaggi neotenici che caratterizzeranno l’originale figurazione di Antonio.

L’opera compie una perfetta sintesi delle tensioni presenti nella personalità dell’artista di origini spagnole: quelle verso una pittura colta, allegorica, decorativa nel manierismo, rinascimentale nella perfezione formale, insieme erotica e investita di sacralità. Al lotto n. 310 c’è tutto questo, in una estremizzazione ‘astratta’ di quelle figure perfette di donna rappresentate, per esempio, nel celebre dipinto “Gabrielle d’Estrées e sua sorella” opera di ignoto della Scuola di Fontainebleau del 1595 circa dove nel tocco del capezzolo dell’amante dell’imperatore da parte della sorella si prefigura la nascita dell’erede al trono, il figlio di Enrico IV. Stima: 12.000€/20.000€.

Claudio Cintoli, Radice Fessura – Peso Morto n. 75, 1969-1970 – Lotto n. 492 – da farsettiarte.it
Claudio Cintoli, Radice Fessura - Peso Morto n. 75, 1969-1970
Claudio Cintoli, Radice Fessura – Peso Morto n. 75, 1969-1970 – Lotto n. 492 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Breve è stata l’esistenza di Claudio Cintoli, artista nato ad Imola nel 1935 e morto a Roma nel 1978. Le prime personali risalgono al 1958 al Palazzo Comunale di Recanati e poi alla Galleria La Medusa di Roma.

Le opere giovanili, fino alla prima metà degli anni ’60 mostrano dapprima una figuratività emotiva ed espressiva vicina ad autori quali Ennio Morlotti e Antonio Corpora, che presto però si apre all’informale europeo con echi da Kline ad Hartung.

L’opera al lotto n. 492 “Radice Fessura – Peso Morto n. 75” anticipa invece le ricerche successive dell’artista romagnolo. Queste saranno caratterizzate da una duplicità che mostra da un lato una tensione verso l’azzeramento dell’arte pop (in quest’opera riscontrabile nel framing e nella monocromia) dall’altro in un bisogno di riflessione esistenziale sull’essere al mondo e sulla sofferenza.

L’artista recupera infatti all’interno dell’inquadratura percettiva un elemento magmatico e naturale, legato anche al mondo contadino, che gli consente simbolicamente di toccare tematiche allo stesso tempo concrete e metafisiche: la vita, la morte, la nascita, la caduta.

Opera che preannuncia le originali sperimentazioni e performance di Cintoli sulla body art. Si pensi a “Crisalide”, azione presentata nel 1972 a Palazzo Taverna di Roma, performance estrema così descritta dall’artista: “sarò chiuso in un sacco sospeso a un muro, muovendomi dentro in modo che il sacco assuma posizioni sempre diverse; poi lo forerò pian piano per uscirne, come in una rinascita”. La radice che rinasce dalla fessura. Stima: 25.000€/35.000€.

Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81×54, 1958 – Lotto n. 541 – da farsettiarte.it
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81x54, 1958
Antonio Sanfilippo, Senza titolo, tempera su tela, 81×54, 1958 – Lotto n. 541 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Nato nel 1923 a Partanna in provincia di Trapani, Antonio Sanfilippo frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze e quella di Palermo. Nel primo dopoguerra sposa le istanze di rinnovamento neocubista ma ben presto aderisce, nel 1947 a Roma, al Gruppo Forma 1 nel desiderio di un’arte attenta al formalismo ma anche impegnata nel reale.

È alla Biennale di Venezia nel 1948, nel 1954, nel 1964 e nel 1966 con sala personale.

L’opera di Sanfilippo percorre il solco dell’informale segnico. Alla fine degli anni ’60 stretta si fa la sua conoscenza con Michel Tapié che lo coinvolge nel suo movimento dell’art autre portandolo fino ad esporre accanto a Pollock, Kline, de Kooning e i giapponesi del Gruppo Gutai ad Osaka.

Scrive Sanfilippo qualche anno prima di dipingere l’opera al lotto n. 541 “Senza titolo”, nel 1955: “l’espressione per mezzo dei semplici segni posti sulla tela con immediatezza riporta la pittura agli inizi e dà ad essa un grande possibilità di sviluppo. Il segno è l’elemento essenziale dell’espressione, il primo grado della forma, l’articolazione del linguaggio. Alla base di questa ricerca vi è la volontà di scoprire una primordialità innata, necessaria.

In un quadro l’immagine viene determinata da un complesso di articolazioni di segni legati o sovrapposti in raggruppamenti che creano spazio ed emozione. Una rappresentazione concentrata ed essenziale. Occorre però che il segno sia suggestivo in sé stesso e abbia una capacità evocatrice. Si dovrà dimenticare ogni altro luogo comune attraverso questo segno povero che non ha né storia né tradizione” (da Fabrizio D’Amico, Antonio Sanfilippo 1923-1980, Milano 2001 pp. 169). Stima: 30.000€/40.000€.

Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250×200, 1985-1986 – Lotto n. 552 – da farsettiarte.it
Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250x200, 1985-1986
Mario Schifano, Il cacciatore, smalto e sabbia su tela, 250×200, 1985-1986 – Lotto n. 552 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Opera monumentale di Mario Schifano, “Il cacciatore” al lotto n. 552.

L’arco ebbe un ruolo assai importante nelle più antiche civiltà indoeuropee. La sua etimologia viene variamente riferita al sanscrito “filo”, al greco bios, all’albero cosmico dei miti nordici. Si tratta dunque di un simbolo primigenio di forza.

Non a caso il soggetto popola il nostro immaginario culturale fin dai racconti omerici: Ulisse per mezzo di esso riconquista la propria patria e uccide i Proci dopo un lungo peregrinare assurgendo attraverso di esso alla rinascita di una nuova vita.

Si tratta di un soggetto che calza perfettamente nella pittura degli anni ’80 dell’artista romano: gli acerbi, i soli, i pesci, i campi di pane, i gigli d’acqua, le case sole, i dinosauri che altro non sono se non la riappropriazione di una sensibilità ed una purezza espressiva che nasce con Mario Schifano e che l’artista riscopre in questo decennio dopo la stanchezza artistica e i problemi depressivi degli anni ’70. Schifano ritrova la realtà, l’amore per le cose, oltre lo schermo delle apparenze e l’artificiosità delle leggi mass-mediali della società contemporanea. Schifano in questi cicli riscopre, attraverso il mito, la forza della semplicità. Stima: 30.000€/40.000€.

Vincenzo Agnetti, Assioma – Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70×70, 1972 – Lotto n. 567 – da farsettiarte.it
Vincenzo Agnetti, Assioma - Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70x70, 1972
Vincenzo Agnetti, Assioma – Territorialità, bakelite incisa e dipinta, vernice nitro bianca, metro incollato, 70×70, 1972 – Lotto n. 567 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Vincenzo Agnetti nasce a Milano nel 1926. Frequenta l’Accademia di Brera e partecipa con Piero Manzoni, Enrico Castellani e in seguito Agostino Bonalumi alla redazione della rivista d’avanguardia Azimuth di cui è il vero teorico e animatore: arte concettuale e una smisurata fiducia nella possibilità d’intervento dell’arte nella società e sulla realtà è alla base del lavoro di questi artisti.

La prima personale è nel 1967 (Principia) presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Nel 1971 Agnetti espone alla Galleria Blu di Milano una serie di feltri e bacheliti. Il titolo della mostra è Ridondanza: paesaggi e ritratti Analisi: assiomi… Gli “Assiomi” (lotto n. 567) sono lastre di bachelite incise e trattate con colori ad acqua o nitro in cui l’artista propone proposizioni assiomatiche.

Si tratta spesso di contraddizioni, ossimori, paradossi, tautologie in cui Agnetti raffredda e analizza con rigore la “ridondanza” del paesaggismo coscienziale espresso nei “feltri”. “Territorialità” non è altro che una linea geometrica, una perentorietà vocale ridicola e crudele nell’espressione che demistifica il processo edulcorante della rappresentazione paesaggistica soggettiva basata su una emotività. Stima: 55.000€/75.000€.

Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84×70, 1993 – Lotto n. 572 – da farsettiarte.it
Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84x70, 1993
Gino De Dominicis, Opera ubiqua, tempera e foglia oro su tavola, 84×70, 1993 – Lotto n. 572 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Artista non assimilabile a correnti artistiche Gino De Dominicis è stato sicuramente un intellettuale che ha saputo, attraverso le sue opere e le sue performance, condurre una ricerca critica di matrice esistenziale di altissimo spessore filosofico.

Dagli esordi con il Gruppo Laboratorio ’70, formato da Gianfranco Notargiacomo, Paolo Matteucci e Marcello Grottesi l’artista si è espresso fino alla fine degli anni ’70 soprattutto con installazioni ed azioni performative nell’intento di esprimere un senso critico ed una riflessione esistenziale che uscisse fuori dalle gallerie d’arte.

Una profonda cesura nel sistema filosofico dell’artista di Ancona è riscontrabile all’inizio degli anni ’70. Al nichilismo degli anni ’60 il cui testo di riferimento, di suo pugno, è la “Lettera sull’immortalità del corpo”, De Dominicis fa succedere una visione dell’universo quale ente immobile e senza tempo, fase che l’artista inaugura con l’opera “Seconda soluzione d’immortalità (L’Universo è Immobile)” presentata alla Biennale di Venezia del 1972.

L'”Opera ubiqua” (lotto n. 572) è l’opera che può essere proiettata, il profilo che fa ombra, la pigolante bocca vivente di una presumibile e contemporanea esistenza in mondi paralleli; nata dal magma dell’esistenza, partecipe della foglia d’oro della sacralità, dualità di luce e ombra, insieme concavità e convessità, visibile e invisibile.

“Io, nell’arte, ho realizzato disegni, dipinti, ‘sculture’ (opere tridimensionali), opere invisibili, opere ubique, architetture, e in qualche occasione ‘ossimori fisici’ e opere ‘omeopatiche'” (da Frasi di Gino de Dominicis 1969-1996 raccolte da Cecilia Torrealta, p.142). Stima: 140.000€/220.000€.

Massimo Campigli, Donne al sole (L’attesa), olio su tela, 88.7×68.5, 1931 – Lotto n. 655 – da farsettiarte.it
Massimo Campigli, Donne al sole (L'attesa), olio su tela, 88.7x68.5, 1931
Massimo Campigli, Donne al sole (L’attesa), olio su tela, 88.7×68.5, 1931 – Lotto n. 655 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Nato a Berlino nel 1895 Massimo Campigli trascorre l’infanzia e la prima adolescenza a Firenze con la nonna materna e la zia, poi scoperta essere sua madre. Nel 1909 è a Milano dove lavora per il Corriere della Sera e frequenta gli ambienti ed intellettuali futuristi.

Arruolato dopo le vicende belliche è nuovamente corrispondente per il Corriere da Parigi. Intanto coltiva anche la pittura.

Nel 1925 è presente nei saloni parigini: al Salon des Indèpendants, al Salon des Tuileries, al Salon d’Automne. Nel 1926 a Milano espone alla “Prima Mostra del Novecento”.

E il linguaggio di Campigli si confà, almeno in apparenza, allo spirito del movimento di Margherita Sarfatti con la celebrazione patriottica dei fasti e della purezza dell’italianità. Donne ideali, madri, dipinte come ad affresco, etrusche (nel 1928 Campigli visita il Museo di Villa Giulia a Roma e le Terme di Diocleziono rimanendo affascinato dalla ritrattistica dei bassorilievi), antiche, tornite e forti come statue, dritte, con le braccia alzate a riparare non solo il sole ma qualunque male. Eppure anche donne dal volto in ombra, inconoscibili, come quelle della sua storia familiare al lotto n. 655 “Donne al sole (L’attesa)”. Stima: 90.000€/130.000€.

Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1×85.1, 1944 – Lotto n. 678 – da farsettiarte.it
Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1x85.1, 1944
Atanasio Soldati, Natura morta, olio su tela, 64.1×85.1, 1944 – Lotto n. 678 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Atanasio Soldati è stato uno dei principali esponenti della ricerca astratta italiana nella Milano degli anni ’30.

Il lotto n. 678 in asta, oltre ad essere un olio su tela di notevole bellezza e qualità pittorica, documenta anche un periodo dell’attività dell’artista poco noto, poiché appartenente al triennio 1943-1945 quando l’artista partecipò alla Resistenza e fu eletto presidente del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Accademia di Brera.

Soldati nel dopoguerra condurrà invece una ricerca esclusivamente astratta in modo particolare dopo il nascere del M.A.C. Movimento Arte Concreta di cui l’artista parmense fu uno dei promotori nel 1948.

“L’opera di Atanasio Soldati risente di queste fondamentali matrici delle avanguardie che egli compendia in modo singolare ai fini della definizione di un personale mondo poetico, nel quale le immagini astratte si combinano naturalmente con le suggestive atmosfere metafisiche” (da M. Ursino, Nel centenario della nascita una retrospettiva di Atanasio Soldati a Parma, in “Riforma amministrativa”, gennaio-febbraio 1997, p. 18).

E ancora: “[…] la folta mitologia dechirichiana è sciolta da ogni riferimento troppo complesso e riproposta in termini francamente psicologici, svuotati da qualunque senso simbolico e da qualsiasi enigma” (da M. Meneguzzo, Atanasio Soldati, Milano 1983, p. 5). Stima: 55.000€/75.000€.

Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79×50, 1927 – Lotto n. 682 – da farsettiarte.it
Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79x50, 1927
Ottone Rosai, Carabinieri, olio su tela, 79×50, 1927 – Lotto n. 682 – Immagine da farsettiarte.it – Asta Farsettiarte n. 180

Un Ottone Rosai storico al lotto n. 682 “Carabinieri”, del 1927. Sregolato e saltuario frequentatore dell’Accademia di Belle Arti fiorentina Rosai fu amico di intellettuali e artisti quali Giovanni Papini e Ardengo Soffici.

Dopo un primo periodo futurista e cubista è negli anni ’20 e ’30 che l’artista acquisisce quella personalità e quel rigore formale che renderanno la sua opera unica.

Ci sono i volumi e i colori di Cézanne nella pittura di Rosai, c’è il rigore di Masaccio, ma c’è soprattutto lui, Rosai, col suo tormento di uomo inquieto, segnato dal suicidio del padre in Arno nel 1922, dall’omosessualità, dalle speranze anticlericali del primo Mussolini, dall’idea di un mondo bieco, fatto da persone incapaci di comunicare, condannate a un mutismo esistenziale che l’artista traduce nel loro porsi di schiena anche quando iperbolicamente giganteggiano in qualità di protettori per le vie strette di una città fantasma. Opera magnifica. Stima: 40.000€/55.000€.