Da Magdalo Mussio a Vanna Nicolotti. Prima Asta 2018 dello Studio d’Arte Borromeo

Prevista per il prossimo 27 gennaio 2018 l’asta di Arte Moderna e Contemporanea della Casa d’Aste Borromeo Studio d’Arte. L’asta, in due sessioni (lotti 1-394, 401-733), si terrà nella sede di Via Piave 3/B 20030 Senago (Milano). Spiccano opere di artisti affermati (Lucio Del Pezzo, Tano Festa, Rodolfo Aricò) ma anche pezzi interessanti di autori da rivalutare (su tutti Magdalo Mussio e Vanna Nicolotti). La TopTen di SenzaRiserva.

Magdalo Mussio, Pietra, tecnica mista su compensato, 86×122, 1987- Lotto n. 494 – da asteborromeo.arsvalue.com
Magdalo Mussio, Pietra, tecnica mista su compensato, 86x122, 1987
Magdalo Mussio, Pietra, tecnica mista su compensato, 86×122, 1987- Lotto n. 494 – Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Nativo di Volterra (classe 1925) Magdalo Mussio è stato un intellettuale che ha partecipato con originalità e carattere al movimento della poesia visiva fin dagli anni ’60. Fiorentino d’adozione, l’artista ha compiuto a Firenze gli studi di architettura e alla locale Accademia di Belle Arti.

A Firenze il movimento della “”poesia visiva fu vivissimo e Mussio operò a stretto contatto con artisti quali Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Giuseppe Chiari e fu attivo nell’ambito dei gruppi d’avanguardia Gruppo 70 e Gruppo 63, nell’ambito del quale fu redattore della rivista di riferimento Marcatré.

Artista poliedrico, Mussio si occupò di cinematografia e animazione, grafica pubblicitaria, scenografia (tanto che Germano Celant definì le sue opere “scenopitture”).

Ha scritto Magdalo Mussio nel catalogo della mostra Segno e poesia (Centro d’arte Bellora, Milano, 1986), un anno prima di realizzare l’opera al lotto n. 494 “Pietra”: “La mia arte e cattiveria preferita è che il mio silenzio abbia appreso a non tradirsi nel tacere […] Parlare di sé, del proprio scadimento, dell’articolarsi della memoria e il contrapporsi ad essa per farne un episodio di felicità; un grafema che si affianca a una voce non udibile nel tempo camuffato; un atto che dimentica subito il proprio fare e la felicità ritorna a essere un nero episodio della memoria di sé… Si parla di ‘scrittura’ e anche di ‘antiscrittura’, del crinale sul quale si opera. Altri ne debbono parlare. Mi sembrano cose lontane. Non saprei…”.

L’artista mette dunque in evidenza come l’arte stessa sia un’esigenza espressiva di ricerca di sé, connaturata all’atto dell’illustrazione; e come in questo contesto il grafema sia un confine fra significato e significante, presenza in una scenografia: una ‘quinta’ evidente in quest’opera, dove il racconto assume un ordine e un senso, pur incomprensibile, a rappresentare l’impossibilità di individuare un discrimine fra presenza ed assenza.

Dai primi anni ’70 Mussio si trasferì nelle Marche dove fu chiamato ad insegnare “tecniche d’incisione” all’Accademia di Belle Arti di Macerata. Nel 1986 partecipò alla Quadriennale di Roma. Stima: 5.000€/5.500€.

Lucio Del Pezzo, L’Arca Russa II, collage, acrilico, smalto, oro in foglia e sabbia su legno, 100×190, 1989 – Lotto n. 538 – da asteborromeo.arsvalue.com
Lucio Del Pezzo, L’Arca Russa II, collage, acrilico, smalto, oro in foglia e sabbia su legno, 100x190, 1989
Lucio Del Pezzo, L’Arca Russa II, collage, acrilico, smalto, oro in foglia e sabbia su legno, 100×190, 1989 – Lotto n. 538 – Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Lucio Del Pezzo è stato fra i fondatori nel 1958 del napoletano Gruppo 58 con Guido Biasi, Mario Persico, Bruno Di Bello, Sergio Fergola e Luca (Luigi Castellano) contribuendo poi alla redazione della rivista “Documento Sud”, nata in seno al gruppo.

Il Gruppo fu per certi versi vicino al movimento nucleare milanese fondato da Enrico Baj e Sergio Dangelo, dal quale ereditò un meditato rifiuto ed una certa diffidenza verso il disimpegno, anche filosofico, della pura ricerca astratta.

Del 1964 è la prima personale dell’artista alla milanese Galleria Schwarz e del 1966 la partecipazione alla Biennale di Venezia con sala personale. Già qui l’artista presenta opere figurative, assemblaggi, oggetti, rilievi per lo più in legno accostati suggestivamente e disposti nello spazio come inquietanti e beffarde presenze.

Il linguaggio di Del Pezzo muove dunque da un nuclearismo iniziale, venato di elementi sovversivi ‘dada’ e citazioni alla cultura partenopea, per approdare negli anni ad un razionalismo geometrico in cui il simbolo acquista connotazioni metafisiche e pop, evidentissime e mature nella importante e grande opera al lotto n. 538 “L’Arca Russa”. Tradizioni folcloriche, simboli primitivi, citazioni colte convivono nel linguaggio solo apparentemente astratto dell’artista napoletano.

Dopo un lungo soggiorno a Parigi, durante il quale la sua arte acquista respiro internazionale, Del Pezzo rientra definitivamente in Italia nel 1977. In questi anni inizia anche l’attività di scenografo. Nel 1984 gli viene assegnata la cattedra di “Ricerche sperimentali sulla pittura” all’Accademia di Belle Arti di Milano. Nel 1988 espone al Palazzo dell’Arte di Mosca  e poi, nel 1994, alla Casa del Mantegna di Mantova. Stima: 13.000€/15.000€.

Tano Festa, Senza titolo (Coriandoli), acrilici, coriandoli e plastica su tela, 50×70, 1986 – Lotto n. 545 – da asteborromeo.arsvalue.com
Tano Festa, Senza titolo (Coriandoli), acrilici, coriandoli e plastica su tela, 50x70, 1986
Tano Festa, Senza titolo (Coriandoli), acrilici, coriandoli e plastica su tela, 50×70, 1986 – Lotto n. 545 – Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Il ciclo dei “coriandoli” (lotto n. 545), piccoli pezzettini di carta gettati e incollati su una tela monocroma, spesso blu come il cielo, e poi incellofanati; rappresenta l’ultima fase artistica di uno dei protagonisti della pop art italiana della Scuola romana di Piazza del Popolo, Tano Festa.

La serie risale agli anni ’80 e riprende sostanzialmente le soluzioni formali da Festa introdotte nei primi anni ’60 attraverso l”oggettualizzazione’ dell’opera d’arte: persiane, specchi, finestre vengono isolati dallo spazio abituale non solo attraverso una decontestualizzazione fisica, ma anche per mezzo del colore, steso prima in monocromia e poi spazio per nuove possibilità d’immagine, altri mondi e supporti di libertà immaginativa: paesaggi, cieli, “Don Chisciotte”, nature morte.

Nella serie dei “Coriandoli” sono presenti gli stessi elementi semantici delle opere di quegli anni: la tensione verso la possibilità di sogno del monocromo, la quotidianità dell’oggetto; ma in più l’artista qui utilizza il gesto e fissa sulla tela quell’attimo, quell’occasione direbbe Eugenio Montale, in grado di rompere le maglie della rete e gli anelli della catena dell’esistenza.

“Se la ruota s’impiglia nel groviglio / delle stelle filanti ed il cavallo / s’impenna tra la calca, se ti nevica / sui i capelli e le mani un lungo brivido / d’iridi trascorrenti […] hai ritrovato / forse la strada che tentò un istante / il piombo fuso a mezzanotte […]” ha scritto il celebre poeta ligure nella bellissima poesia  “Il Carnevale di Gerti” da Le Occasioni, raccolta pubblicata nel 1939.

E che altro sono i “coriandoli” di Festa se non il “lungo brivido” delle “iridi trascorrenti” che aprono uno spiraglio e lanciano una voce nella sordità muta dell’universo montaliano. Stima: 3.000€/3.200€.

Marco Cingolani, Il vento della libertà, olio e acrilici su tela, 80×120, 2003 – Lotto n. 551- da asteborromeo.arsvalue.com
Marco Cingolani, Il vento della libertà, olio e acrilici su tela, 80x120, 2003
Marco Cingolani, Il vento della libertà, olio e acrilici su tela, 80×120, 2003 – Lotto n. 551- Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Marco Cingolani nasce a Como nel 1961 e si forma a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera dove si diploma nel 1984. Nel 2005 l’artista ha partecipato alla Quadriennale di Roma e nel 2009 alla Biennale di Venezia.

Fin dai primi esordi milanesi la pittura di Cingolani si distingue per l’attenzione alla realtà ed alla comunicazione mass-mediale della stessa, interpretata nella sua pittura in maniera critica ed ironica. Importante il ciclo delle “Interviste”, in cui riservati personaggi della cronaca vengono sopraffatti dai microfoni, ma anche le serie sull’attentato di Papa Giovanni Paolo II e sulla vicenda tragica di Aldo Moro.

E tutt’oggi Cingolani, docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Palermo, continua il suo racconto della società contemporanea: lo fa attraverso colore e disegno, cardini irrinunciabili della sua ‘nuova figurazione’, con cromatismi accesi che intervengono criticamente su una composizione che è citazione continua, presa di posizione, tentativo interpretativo, rimando culturale, ma soprattutto trionfo della suggestione.

Che ci racconti di Wall Street, dei caschi blu dell’ONU, delle consultazioni elettorali; oppure che rompa l’aura intoccabile di personaggi reali quali Cristo, Gandhi, Saddam Ussein, Stalin, Van Gogh, oppure immaginari come Pinocchio e Giona, l’artista lombardo riesce  a far sentire l’artista e lo spettatore i veri protagonisti del momento in una capacità di ‘assorbimento’ e consapevole sublimazione che avverte chiunque abbia l’occasione di immergersi nel tripudio degli accordi di colore di una sua grande tela come questa al lotto n. 551 “Il vento della libertà”. Stima: 6.000€/6.500€.

Ferruccio Bortoluzzi, Composizione M.300, assemblaggio di materiali vari su tavola, 30×30, 1973 – Lotto n. 596 – da asteborromeo.arsvalue.com
Ferruccio Bortoluzzi, Composizione M.300, assemblaggio di materiali vari su tavola, 30x30, 1973
Ferruccio Bortoluzzi, Composizione M.300, assemblaggio di materiali vari su tavola, 30×30, 1973 – Lotto n. 596  – Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13 –

Artista autodidatta il veneziano Ferruccio Bortoluzzi (classe 1920) fu uno dei fondatori a Venezia del Centro di Unità della Cultura l'”Arco”, associazione di promozione di concerti, mostre d’arte e iniziative con l’obiettivo primario di avvicinare la popolazione alla cultura.

Nel 1947 Bortoluzzi si diploma all’Istituto d’Arte e si dedica all’insegnamento. In questi anni dipinge opere figurative, soprattutto paesaggi, interni , nudi ma che già contengono in nuce quel senso di estraniamento e spersonalizzazione, di vuoto metafisico e presenza reale che caratterizzerà anche le opere ‘astratto-informali’ del periodo maturo.

È in fatti nel corso dei primi anni ’60, dopo un lungo soggiorno parigino, che l’artista veneziano inizia a creare opere con materiali di risulta, come questa in asta al lotto n. 596 “Composizione M.300”. Bortoluzzi utilizza tavole di legno, trovate in mare, sciupate dalla salsedine; ferri arrugginiti, corde, anelli, e li assembla in pitture-sculture che se sono una testimonianza di un originale informale-materico nell’ambito della pittura veneziana del periodo, sono anche per certi versi vicine concettualmente alle decontestualizzazioni pop di coeve esperienze romane (si pensi ai mobili, alle persiane di Tano Festa).

Opere-oggetto che rappresentano una condizione di sopravvivenza personale e universale di una umanità dolente (importante ricordare che Bortoluzzi soffrì moltissimo la condizione di orfano), intimamente legate alla città di Venezia, al ricordo e alla memoria, a una cultura che è immagine nel tempo tanto quanto elemento, presenza, ingranaggio: storia oltre che testimonianza artistica.

Nel 1963 Bortoluzzi espone alla Galleria Obelisk di Londra. Nel 1966 partecipa alla XXXIII Biennale di Venezia. Nel 1967 è invitato ad esporre le sue opere al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh e nel 1969 alla Biennale d’Arte di San Paolo.  Stima: 1.800€/2.000€.

Rodolfo Aricò, Radicale 42A, acrilici su dittico di tele sagomate, 100x160x5, 1974 – Lotto n. 631- Immagine da asteborromeo.arsvalue.com
Rodolfo Aricò, Radicale 42A, acrilici su dittico di tele sagomate, 100x160x5, 1974
Rodolfo Aricò, Radicale 42A, acrilici su dittico di tele sagomate, 100x160x5, 1974- Lotto n. 631- Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Grande dittico di tele sagomate dell’artista milanese Rodolfo Aricò al lotto n. 631 “Radicale 42A”. È la Biennale Veneziana del 1968, dove Aricò è invitato con sala personale, a consacrare a linguaggio quella pittura-oggetto che l’artista ripresenterà idealmente nella mostra del 1974, anno di esecuzione dell’opera in asta, a Palazzo Grassi di Venezia.

Si tratta di un linguaggio che segna per Aricò il superamento dell’informale e l’approdo ad uno strutturalismo architettonico e costruttivista dal sapore orfico, armonico e metafisico, non assimilabile ad altre esperienze italiane coeve.

“[…] L’opera matura degli anni Sessanta e primi Settanta di Aricò si presenta come una soluzione originale che, per pensiero e ‘corpo’ non può semplicisticamente rientrare nelle correnti o nelle scuole. Per anni la critica trova nella ‘discriminante’ dell’architettura la sua originalità, la cifra esatta del suo lavoro, spostando l’attenzione alla forma, prima ancora della pittura. Questo il luogo ‘ambiguo’ e quindi ‘difficile’ per una collocazione del suo lavoro; un bivio drammatico di fronte all’opera: una pittura di forma o un pensiero d’architettura in arte? Quel senso ambiguo d’enigma silenzioso che si presenta di fronte ad ogni suo lavoro è la chiave dell’operare e del guardare appunto queste ‘macchine d’arte’ costruite sui valori del passato, sulle leggi violate della prospettiva, sulla forza della pittura in una forma contemporanea, viva, presente.

È l’autore ancora a parlarne e forse a chiarirne la posizione quando parla della sua pittura dicendo che: ‘è una sorta di esorcismo all’ottusa, feroce, luminosa ed ombrata condizione dell’esistenza. Il risvolto di una rivelazione enigmatica è espressa con altrettanti enigmi. Un modo forse, per rapprendere con la pittura, con i suoi eterocliti meccanismi, una provvisoria eternità […]” ha scritto Luca Massimo Barbero nell’introduzione La Pittura come procedimento attivo di Rodolfo Aricò al catalogo della mostra “Rodolfo Aricò” tenutasi dal 15 gennaio al 4 marzo del 2004 presso la Galleria “A arte Studio Invernizzi” di Milano (pp. 9-12). Stima: 42.000€/45.000€.

Vincenzo Cecchini, Blu 1/BT-74, trittico di pastelli ad olio su tela, 165x95x4.5, 1974- Lotto n. 632 – da asteborromeo.arsvalue.com
Vincenzo Cecchini, Blu 1/BT-74, trittico di pastelli ad olio su tela, 165x95x4.5, 1974
Vincenzo Cecchini, Blu 1/BT-74, trittico di pastelli ad olio su tela, 165x95x4.5, 1974 – Lotto n. 632 – Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Vincenzo Cecchini nasce a Cattolica in Emilia Romagna nel 1934. Negli anni ’60 l’artista è a Roma dove espone con gli esponenti della pittura analitica: Carmen Gloria Morales, Paolo Cotani, Claudio Verna, Carlo Cego.

Nel 1975, un anno dopo l’esecuzione del trittico in asta al lotto n. 632 “Blu 1/BT-74”, l’artista romagnolo tiene una importante personale alla Galleria Peccolo di Livorno.

Interessato alle tecniche fotografiche e cinematografiche, le opere di Cecchini degli anni ’70 testimoniano da un lato una riflessione sul segno e la superficie, da cui la pittura prende forma internamente, e sul loro mutevole ed instabile impatto sugli aspetti generativi e percettivi dell’operazione artistica. Dall’altro l’artista si muove anche dall’esterno scandendo le opere ritmicamente, quasi fotogramma per fotogramma, come a catturare schermi e inquadrature che abbiano un senso spazio-temporale, ottenendo percorsi cromatici e di luce, e di ‘cattura’ della luce e delle forme, che contraddistingueranno tutto il suo percorso artistico.

Poiché la fotografia è l’altra grande passione di Cecchini. Da ricordare che nel 1977 Cecchini partecipò anche alla mostra “Aphoto” promossa e organizzata dallo Studio Marconi di Milano insieme ad altri artisti che hanno utilizzato nel loro lavoro pittura e fotografia quali Vincenzo Agnetti, Giulio Paolini, Paola di Bello. Stima: 6.000€/6.500€.

Arturo Bonfanti, P.374, olio su tela, 30×35, 1968- Lotto n. 635 – da asteborromeo.arsvalue.com
Arturo Bonfanti, P.374, olio su tela, 30x35, 1968
Arturo Bonfanti, P.374, olio su tela, 30×35, 1968- Lotto n. 635 -Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Il 1968 è l’anno in cui Arturo Bonfanti, artista nativo di Bergamo e uno dei protagonisti dell’arte geometrica astratta del dopoguerra, è invitato a partecipare alla XXXIV Biennale di Venezia.

Bonfanti si trasferisce a Milano a soli 21 anni, nel 1926. A Milano lavora come disegnatore d’interni e grafico per l’editoria in un panorama culturale dominato da Novecento italiano ma in cui già iniziano a far breccia i fermenti astratti degli artisti che gravitano attorno alla Galleria del Milione. In questi anni la pittura di Bonfanti mostra una figurazione che tende alla sintesi e che rimanda alle geometrie dei primitivi italiani.

Dalla seconda metà degli anni ’40 le opere dell’artista bergamasco si fanno totalmente astratte. Bonfanti realizza composizioni geometriche dove le linee oblique e curvilinee hanno la prevalenza e in cui l’eleganza formale si unisce ad un metodo compositivo vicino al collage.

Segue un lungo periodo di silenzio che terminerà solo nel 1959, anno della prima personale alla Galleria Lorenzelli di Milano dove l’artista presenta un linguaggio assai maturo, composto da pochi colori e forme essenziali in equilibrio, che rimandano alle armonie perfette dei maestri rinascimentali.

Quelle di Bonfanti degli anni ’60 e ’70 sono strutture in tensione che cercano una polarizzazione, agganciate a un centro che oscilla ma tiene, come scosso da vibrazioni ritmiche e folate musicali. Nel corso degli anni il senso di moto prevale sull’aspirazione alla regolarizzazione, come al lotto n. 635 “P.374”, in cui forme geometriche e tuttavia idealmente reali, sembrano colte nell’istante dell’eterno ‘girotondo’ esistenziale.

“[…] le opere di Bonfanti meritano stima. Esse riescono, mediante una costante meditazione sulle linee di forza che riguardano la distribuzione cromatica della superficie dipinta, a ottenere, ogni volta, un equilibrio medesimamente iperteso e armonioso, un’atmosfera vibrante, sostenuta efficacemente da tonalità gravi o leggere. Fenomeno frequente nei pittori sottomessi a una certa rigidità concettuale, l’opera disegnata fornisce la prova di una vena felicissima nell’imporre forme semplici, un insieme di linee che, in una formulazione estremamente spoglia, toccano un’evidenza sovrana” (da Gerald Gassiot-Talabot, “Cimaise”, mars-avril 1962. Stima: 4.500€/5.000€.

Enzo Cacciola, 6-6-1976, cemento su tela, 70x100x4, 1976 – Lotto n. 670 – da asteborromeo.arsvalue.com
Enzo Cacciola, 6-6-1976, cemento su tela, 70x100x4, 1976
Enzo Cacciola, 6-6-1976, cemento su tela, 70x100x4, 1976 – Lotto n. 670 – Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Chi meglio di Enzo Cacciola esprime l’essenza della “pittura-pittura” italiana, come fu definita negli anni  ’70 la declinazione nostrana della pittura analitica.

La prima personale dell’artista di Arenzano risale al 1971 alla Galleria La Bertesca di Genova dove già in nuce ci sono quegli elementi: la superficie, lo spazio, la materia, che caratterizzeranno tutta la sua ricerca.

Nel giugno 1975 Cacciola partecipa alla celebre mostra “Pittura analitica” curata da Klaus Honnef e Catherine Millet nella quale espone quadri in cemento che evidenziano un’analisi ai confini fra artigianato e ‘concettualità’, binomio che rappresenta in qualche modo  il senso di tutta quell’esperienza.

Poiché l’arte analitica nasce direttamente da quel desiderio di annullamento e ripartenza rappresentato appunto dall’internazionalissimo Gruppo Zero, ma è anche figlia di una ricerca tutta italiana sullo spazio e la metafisica dello spazio.

Scavare oltre, dentro e aldilà sono infatti consustanziali a una visione della ricerca artistica che parte da Lucio Fontana ed arriva all’arte povera e alla Transavanguardia.

Nel cemento di Cacciola, come in questo lotto n. 670 “6-6-1976” c’è insieme la constatazione di un momento, uno scavare dentro, un fare con le mani attraverso uno dei materiali poveri che ci rende ‘artefici’; e poi c’è anche la forza della materia in sé, spazio di possibilità, percezione ed immaginazione. Allo stesso tempo muro invalicabile e sfida impersonale, messaggio universale. Stima: 12.000€/13.000€.

Vanna Nicolotti, Struttura, tela intagliata e dipinta, 60x60x5, 1977- Lotto n. 680 – da asteborromeo.arsvalue.com
Vanna Nicolotti, Struttura, tela intagliata e dipinta, 60x60x5, 1977
Vanna Nicolotti, Struttura, tela intagliata e dipinta, 60x60x5, 1977- Lotto n. 680 – Immagine da asteborromeo.arsvalue.com – Asta Borromeo Studio d’Arte n. 13

Si può affermare che la ricerca della novarese Vanna Nicolotti (classe 1929) sia figlia delle ricerche spaziali di Lucio Fontana.

A Milano l’artista compie infatti gli studi all’Accademia di Brera e tiene la prima personale nel 1963. Da allora la Nicolotti conduce una ricerca basata sulla percezione della tridimensionalità, approdando ben presto alla realizzazione di rilievi intagliati che lasciano percepire superfici sottostanti, talvolta metalliche e riflettenti, che catturano lo spettatore in un gioco percettivo e variabile di rimandi che si fa relazione combinatoria (lotto n. 680 “Struttura”). Le composizioni si ispirano alla “geometria sensibile” teorizzata dal critico brasiliano Roberto Pontual.

“Gli oggetti di Vanna Nicolotti sono oggetti critici che ci costringono a combattere l’automatismo e i riflessi a tic della visione. Al loro contatto lo spettatore risente completamente gli effetti dell’oggettivazione del proprio sguardo. Ne analizza i motivi e i percorsi, come se li seguisse con gli occhi di un altro. Ne assume tutta l’alienazione fino al momento in cui si produce lo scatto della coscienza, in cui vede infine che non c’è nulla da vedere. Per l’uomo questo senso del nulla quantificabile deve essere stato il primo contatto con l’infinito, quello che gli ha permesso di fissare il concetto nel tracciato di un ideogramma. Qui l’annientamento è fisico: si riscontra uno scarto della percezione […] il fascino dell’intero percorso sta nel mistero inerente a ogni oggetto, trappola per la visione, apertura spalancata verso l’oltre delle cose” ha scritto il critico Pierre Restany nel testo pubblicato in occasione della mostra personale di Vanna Nicolotti alla First National City Bank di Milano nel 1972.

“Quadri-oggetto” dunque. Ma anche “porte” d’accesso, non ad inverificabili sogni e fantasie, ma alla percezione delle trappole di coscienza che sono gli uomini. Strutture mandala che invitano alla meditazione su se stessi e all’accettazione del nostro essere che, di fronte alla perfezione dell’universo, è solo un riflesso d’impermanenza. Stima: 3.800€/4.000€.