Asta Meeting Art n. 830 – 9 e 10 Settembre 2017 – Vercelli, Opere dell’Arte Moderna e Contemporanea – Sessioni I-II

Le sessioni I e II dell’Asta di Arte Moderna e Contemporanea n. 830 della Casa d’Aste Meeting Art di Vercelli si terranno nei fine settimana del 9/10 settembre 2017 alle ore 14.30. La TopTen di SenzaRiserva.

Emilio Scanavino, Tramatura, tecnica mista su foglio di acetato, 38×58 – Lotto n. 31 – da meetingart.it
Emilio Scanavino, Tramatura, tecnica mista su foglio di acetato, 38x58
Emilio Scanavino, Tramatura, tecnica mista su foglio di acetato, 38×58 – Lotto n. 31 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Bella “Tramatura” di Emilio Scanavino al lotto n. 31. Si tratta certamente di un’opera della maturità dell’artista ligure. Le trame sono tracciate con decisione e non c’è spazio per una mediazione spaziale fatta di grigi ed incertezze, tipica della prima produzione informale di Scanavino.

Bianco e nero aprono il campo a un mondo fantastico in cui il gesto si contrappone alla stasi, il bianco al nero, il lirismo segnico e la gocciolatura all’afasia della costrizione del bendaggio, del nodo.

Assieme questi segni danno vita ad un mondo bio e zoomorfo, a cefalopodi che intorbidiscono le acque della coscienza. Perché quella di Scanavino è una pittura popolata di presenze che non può essere ingabbiata nella semplice definizione di arte ‘informale’. Anzi il suo è un universo polimorfo in cui la realtà è continua metafora di se stessa, ridotto a traccia più che a segno; a graffio, nodo, scheggiatura più che a tratto.

Opera collocabile negli anni ’70, in pieno periodo della maturità dell’artista, dopo il ritiro nella casa di Calice Ligure e la convalescenza per l’operazione alla testa a seguito della gravissima emorragia cerebrale che lo colpì nel 1971. Stima: 9.000€/10.000€.

Silvano Bozzolini, Concrete classique, olio su tela, 60×60, 1979 – Lotto n. 48 – da meetingart.it
Silvano Bozzolini, Concrete classique, olio su tela, 60x60, 1979
Silvano Bozzolini, Concrete classique, olio su tela, 60×60, 1979 – Lotto n. 48 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Nato a Fiesole nel 1911 Silvano Bozzolini è stato uno dei protagonisti dell’astrattismo toscano partecipando alla fine degli anni ’40 alle iniziative del gruppo “Arte Oggi”. Dal 1927 l’artista ha frequentato l’Accademia di Brera a Milano e poi negli anni ’30 ha studiato con Felice Carena all’Accademia Libera del Nudo a Firenze. Nel 1947 si trasferisce a Parigi dove continua il suo percorso astratto indipendentemente dagli sviluppi dell’astrattismo classico fiorentino.

La pittura astratta di Bozzolini inoltre conterrà sempre un fattore di dinamismo assai più lirico e soggettivo del rigore razionalista dei toscani. Fondate sullo studio degli equilibri e delle geometrie dei primitivi  toscani, le opere di Bozzolini presentano, nell’organizzazione dei piani e delle linee e nel forte accostamento cromatico dei colori, un primitivismo vitalistico e un organicismo che mai verranno meno nel corso degli anni anzi accentueranno l’uso di simboli e allusioni alle forze che governano l’esistenza.

Così le forme ovoidali sono per Bozzolini il simbolo della nascita della vita, le linee verticali lo slancio vitale, le diagonali la rivolta e la ribellione, le orizzontali la stasi e la morte.

“Nel 1977, sebbene il cambiamento sia già visibile da qualche anno, Bozzolini, cambia leggermente il modo di dipingere pur rimanendo fedele alla sua poetica. Le opere di questo periodo hanno acquistato in leggerezza, infatti tratti più fini e nervosi solcano le tele, ma rimangono sempre presenti i motivi della linea obliqua e della forma ovoidale” (da Alessandra Frediani, “L’astrazione costruttiva di Bozzolini”, tesi di laurea, anno accademico 2003/2004, Università degli Studi di Siena, relatore prof. Enrico Crispolti, p. 88). Stima: 3.000€/4.000€.

Gianni Dova, Composizione, tecnica mista su cartoncino, 45×35, 1952 – Lotto n. 58 – da meetingart.it
Gianni Dova, Composizione, tecnica mista su cartoncino, 45x35, 1952
Gianni Dova, Composizione, tecnica mista su cartoncino, 45×35, 1952 – Lotto n. 58 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Ha appena 27 anni il romano Gianni Dova quando dipinge l’opera al lotto n. 58 “Composizione”. Dopo la frequentazione dell’Accademia di Brera già nel 1947 Dova espone alla Galleria del Naviglio e a quella del Cavallino. Nello stesso anno aderisce al Movimento Spaziale di Lucio Fontana.

Intanto Dova firma il “Manifesto dell’Arte Spaziale” (1951), “Lo Spazialismo e l’arte Italiana del secolo XX” (1951), il “Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione” (1952).

Le “composizioni” si collocano in questo ambito. Rispecchiano a pieno l’adesione dell’artista romano al movimento milanese capeggiato da fontana e la sua personalissima chiave interpretativa: l’artista lascia fluire liberamente il colore a olio e a smalto emulsionandolo con l’acqua. In questo modo dà vita a scenari ‘casuali’ che suggeriscono spazi della memoria dove trovano posto, in profondità, accensioni, evocazioni, ricordi. Dova realizza paesaggi della coscienza per mezzo di contrasti fatti di macchie di colore, trasparenze e velature che suggeriscono uno spessore.

Non manca in questa bella opera al lotto n. 58 il gesto ‘tachista’ realizzato in bianco che apre e segna lo spazio quasi firmandolo in grafia. Gesto che però mai astrae dalla realtà, anzi la aumentando in senso onirico come Dova farà costantemente negli anni a seguire formulando quel linguaggio zoomorfo, onirico e surreale che lo contraddistingue. Stima: 3.000€/4.000€.

Renato Barisani, Oggetto più natura, ferro, legno e plastica su tavola, 116×90, 1964 – Lotto n. 52 – da meetingart.it
Renato Barisani, Oggetto più natura, ferro, legno e plastica su tavola, 116x90, 1964
Renato Barisani, Oggetto più natura, ferro, legno e plastica su tavola, 116×90, 1964 – Lotto n. 52 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Scultore napoletano d’avanguardia e da riscoprire Renato Barisani (1918-2011) qui al lotto n. 52 con un importante “Oggetto più natura” del 1964.

Barisani partecipa alla fine degli anni ’40 e nei primissimi anni ’50 alle mostre di “Gruppo Sud” per poi dare vita proprio nell 1950 al Gruppo Napoletano Arte Concreta con Renato De Fusco, Guido Tatafiore e Antonio Venditti.

Alla metà degli anni ’50 e per tutti gli anni ’60 risale il periodo di sperimentazione ‘informale’ più estrema dell’artista che si distingue soprattutto nell’originalità d’impiego dei materiali: gioielli, formica, ferro, fotogrammi, plastica ma anche materiali legati al territorio quali conchiglie, sabbia e lapilli.

Renato Barisani è stato un indagatore a 360 gradi delle possibilità espressive della materia. Designer di gioielli e al contempo grafico, l’artista napoletano cerca nelle sue opere una sintesi fra astrazione e figurazione, geometria e libertà, razionalismo e fantasia, organicità e razionalismo. Barisani crea metafore, mondi bidimensionali e tridimensionali dove le ‘cose’ dialogano e sorprendono, universi in cui l’inerte prende vita attraverso relazioni ed accostamenti sorprendenti e imprevisti. Stima: 2.000€/3.000€.

Eugenio Carmi, Studio per la cacciata dal paradiso, olio su tela, 60×60, 1980 – Lotto n. 80 – da meetingart.it
Eugenio Carmi, Studio per la cacciata dal paradiso, olio su tela, 60x60, 1980
Eugenio Carmi, Studio per la cacciata dal paradiso, olio su tela, 60×60, 1980 – Lotto n. 80 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Nato a Genova nel 1920 Eugenio Carmi è stato un vero esponente del modernismo italiano. Tutta la storia artistica di Carmi converge infatti a rivelare una spinta etica ed estetica improntata ad un fortissimo desiderio di azione sulla realtà.

Si trasferisce in Svizzera nel 1938 a causa delle persecuzioni razziali. Si laurea in chimica a Zurigo per poi continuare la propria formazioni nella Torino di Felice Casorati da cui impara grazia ed equilibrio.

Ma sarà l’esperienza di grafico e poi curatore dell’immagine presso le acciaierie dell’Italsider dal 1956 a segnare il percorso artistico di Carmi che passa dall’informale a diventare “fabbricante di immagini” come amava definirsi. Proprio l’esperienza della fabbrica infatti lo mette a contatto con i materiali, lo porta a sperimentare tecnologie con l’obiettivo sempre di migliorare l’esistente, scientificamente ma con una ispirazione utopica.

E anche il linguaggio geometrico che Carmi inaugura a partire dagli anni ’70 e ben esemplificato qui al lotto n. 80 “Studio per la cacciata dal Paradiso” affonda le proprie radici in questa aspirazione. Si tratta di un mondo chimico, dominato dal colore, quasi una scala pH, in una composizione dagli equilibri perfetti che non è però soddisfatta dalla pura astrazione. La linea diagonale e il cerchio assurgono a significati concettuali, attraverso i quali l’artista Carmi esprime le leggende, interpreta gli archetipi, rielabora la cultura e la storia. Stima: 8.000€/9.000€.

Toni Costa, Linea, PVC bianco su tavola, 46×85, 1966 – Lotto n. 90 – da meetingart.it
Toni Costa, Linea, PVC bianco su tavola, 46x85, 1966
Toni Costa, Linea, PVC bianco su tavola, 46×85, 1966 – Lotto n. 90 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Dinamica visuale elegante, riuscitissima e minimale di Toni Costa, del 1966, al lotto n. 90 “Linea”. Costa è stato uno dei ‘mitici’ fondatori del Gruppo N di Padova nel 1959 con Edoardo Landi, Ennio Chiggio, Alberto Biasi e Manfredo Massironi.

Arte cinetica e programmata dunque, movimento che in quegli anni cerca un rinnovamento della tradizione artistica per mezzo di un nuovo patto fra scienza e creatività ed una apertura a ‘processi’ innovativi e incisivi sul reale e sui fruitori che amalgami pittura, scultura, architettura, artigianato industriale.

Le prime dinamiche visuali dell’artista padovano risalgono al 1961 e furono esposte presso la Galerija Suvremene Umjetnos a Zagreb. Qui il Gruppo espone opere realizzate con listelle di PVC, che disposte con diversa inclinazione sulla tavola monocroma, danno una percezione cangiante dell’opera dipendentemente dal punto di vista con cui la si guarda. Il movimento genera dunque l’opera che si articola nello spazio ma anche nel tempo, che è soggetta al cambiamento dell’illuminazione su piani diversi: quello dell’essere e quello del sembrare.

Nel 1964 Costa espone alla Biennale di Venezia ed al Louvre di Parigi. Partecipa alle mostre “Arte Programmata” a Milano nel 1965 ed “Aspetti dell’arte italiana contemporanea” alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma proprio nel 1966, anno di realizzazione dell’opera al lotto n. 90. Stima: 27.000€/30.000€.

Pablo Atchugarry, Senza titolo, scultura in marmo bianco di Carrara, 81x27x18, 1998 – Lotto n. 99 – da meetingart.it
Pablo Atchugarry, Senza titolo, scultura in marmo bianco di Carrara, 81x27x18, 1998
Pablo Atchugarry, Senza titolo, scultura in marmo bianco di Carrara, 81x27x18, 1998 – Lotto n. 99 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Uno dei top lot di questa asta per bellezza estetica è senza dubbio il lotto n. 99 “Senza titolo” dello scultore Pablo Atchugarry, originario di Montevideo in Uruguay, dove nasce nel 1954.

La prima personale italiana dell’artista è del 1979 a Lecco. Nello stesso anno scopre la bellezza rinascimentale del marmo di Carrara con il quale inizia a lavorare frequentando le cave Michelangelo.

L’arte elegante di questo bravissimo scultore urugaiano cerca una sintesi fra astrazione e figurazione ed ha senza dubbio una evidente natura e propensione ascensionale muovendo ogni forma dalla terra al cielo, in un tentativo di comunicazione e conciliazione. Passato e presente, ombra e luce, angolo acuto e convesso, rotondità e linearità convivono dolcemente, senza contrasti nelle sue opere, consacrate nella recente mostra personale “Città Eterna, Eterni Marmi” tenutasi presso il Museo dei Fori Imperiali e i mercati di Traiano a Roma nel 2015. In questo luogo magico Atchugarry ha esposto 40 sculture realizzate in marmo di Carrara, bronzo e acciaio e marmo rosa del Portogallo, riuscendo ad integrarsi perfettamente e ad instaurare un dialogo con il celebre contesto archeologico del luogo. Stima: 50.000€/56.000€.

Edoardo Giordano, Estate e vento, olio su tela, 70×55, 1957 – Lotto n. 126 – da meetingart.it
Edoardo Giordano, Estate e vento, olio su tela, 70x55, 1957
Edoardo Giordano, Estate e vento, olio su tela, 70×55, 1957 – Lotto n. 126 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Edoardo Giordano detto Buchicco nasce a Napoli nel 1904. Si diploma alla locale Accademia di Belle Arti nel 1927. Fin da subito Giordano si distinse nel panorama partenopeo per la spinta al rinnovamento della tradizione pittorica, pur rimanendo nell’ambito figurativo, attraverso chiare influenze e riferimenti al secessionismo viennese, al grottesco, al realismo magico.

Negli anni ’30 l’artista è più volte a Parigi. Qui subisce il fascino del post-impressionismo, mentre sul finire del decennio e l’inizio del seguente la sua pittura tende verso l’espressionismo cromatico.

Fedele ad uno spirito anti-tradizionalista Giordano partecipa nel dopoguerra a “Gruppo Sud” ed ha contatti con il M.A.C. Movimento Arte Concreta napoletano e milanese. Dai primi anni ’50 è a Milano dove intraprende un percorso del tutto astratto. Fra il 1952 ed il 1956 si colloca il periodo dell’astrattismo geometrico figlio anche di un sodalizio col pittore napoletano Andrea Bisanzio.

L’opera al lotto n. 126 “Estate e vento” rappresenta al meglio un’altra fase informale di questi anni dell’artista napoletano, dove il gusto per la materia ed il colore danno libero sfogo ad una gestualità panica che trova ispirazione nelle coeve sperimentazioni dei naturalisti lombardi quali Ennio Morlotti e Alfredo Chigine.

Nel 1962 Edoardo Giordano fu invitato con sala personale alla XXXI Biennale di Venezia. Stima: 3.000€/4.000€.

Remo Bianco, Tableu dorè, collage e tecnica mista su tela, 120×100, 1967 – Lotto n. 182 – da meetingart.it
Remo Bianco, Tableu dorè, collage e tecnica mista su tela, 120x100, 1967
Remo Bianco, Tableu dorè, collage e tecnica mista su tela, 120×100, 1967 – Lotto n. 182 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

L’evocazione è certamente alla base di tutto il percorso artistico di Remo Bianco, milanese, protagonista dell’arte italiana degli anni ’50 e ’60.

Un percorso di sperimentazione materica e concettuale rinnovatosi continuamente nel corso degli anni il suo ma sempre fedele a una ricerca del significato del reale, della verità che si effonde dagli oggetti.

Che siano le prime sperimentazioni nucleari e informali-spaziali dei primi anni ’50, le opere tridimensionali addirittura della fine degli anni ’40, i collage di ispirazione espressionista e gestuale o le ‘appropriazioni’ realizzate attraverso le impronte e i calchi in gesso e che preludono ai “Tableaux doré” (lotto n. 182) i cui primi esemplari risalgono al secondo quinquennio degli anni ’50, la riflessione sulle tracce, sul segno fisico e metaforico è al centro della speculazione del maestro milanese.

Le impronte, i frammenti, gli spruzzi di neve sugli oggetti che li assolutizzano a presenze ricordano per certi versi, in un tentativo di superamento, l’orribile fenomenica rivelazione dell’esistenza del Sartre di La nausea: “Il coltello cade sul piatto. Al rumore il signore dai capelli bianchi sussulta e mi guarda. Riprendo il coltello, appoggio la lama contro la tavola e la faccio piegare. È dunque questa la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto […]” (da Jean-Paul Sartre, La nausea, Einaudi Tascabili, traduzione di Bruno Fonzi, 1997, p. 166). Stima: 14.000€/16.000€.

Edmondo Bacci, Avvenimento A-6, tempera grassa su tela, 75×105, 1965 – Lotto n. 188 – da meetingart.it
Edmondo Bacci, Avvenimento A-6, tempera grassa su tela, 75x105, 1965
Edmondo Bacci, Avvenimento A-6, tempera grassa su tela, 75×105, 1965 – Lotto n. 188 – Immagine da meetingart.it – Asta Meeting Art n. 830

Veneziano, classe 1913, Edmondo Bacci si forma all’Accademia di Belle Arti con Virgilio Guidi ed Ettore Tito.

Negli anni ’50 l’artista espone regolarmente alle mostre degli spazialisti milanesi, alla Galleria del Naviglio e a quella del Cavallino. Peggy Guggenheim si interessa alla sua pittura tanto da aprirgli le porte ad importanti mostre americane. Nel 1958 gli viene riservata una sala personale alla Biennale di Venezia.

Di rilievo la serie degli “Avvenimenti”, qui al lotto n. 188 “Avvenimento A-6”, in cui l’artista esprime drammaticamente una vena informale che tende alla profondità spaziale. Di lui diceva la Guggenheim “c’è una veggenza nel colore, il quale esplode in tutta la sua gioiosa ebbrezza. Credo che sia oggi il colore più puro che si sia liberato nello spazio”.

Per certi versi vicino concettualmente alle opere di Giuseppe Santomaso, Bacci si distingue per la forza delle composizioni che sviluppano energie di colore che si dipanano da nuclei centrali quasi in vere rappresentazioni di fenomeni dello spazio. C’è passione per la materia in esse e per la potenza, la velocità, la simultaneità della nostra civiltà contemporanea. Stima: 21.000€/24.000€.

Asta Capitolium Art n. 221 – 18 Luglio 2017 – Brescia, Arte Moderna e Contemporanea

L’Asta n. 221 della Casa d’Aste Capitolium Art di Brescia si terrà il giorno 18 luglio, ore 18.00 in sessione unica (lotti 1-103). La TopTen di SenzaRiserva.

Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – da capitoliumart.it
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145x130, 1965
Zlatko Prica, Estate, olio su tela, 145×130, 1965 – Lotto n. 11 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Un’opera di uno dei più noti artisti croati della seconda metà del secolo scorso Zlatko Prica al lotto n. 11 “Estate”: olio su tela di notevoli misure (145×130) datato 1965.

Nato a Pécs nel 1916 in Croazia, Prica si diploma all’Accademia di Belle Arti di Zagabria nel 1940. Del 1941 è la prima personale presso il locale Padiglione d’Arte. Durante la II guerra mondiale Prica fu internato a Danzica, esperienza che lo segnò profondamente come uomo e come artista.

Le opere di Prica fino alla metà degli anni ’50 hanno una matrice prettamente figurativa. Fin da subito però emerge come il colore sarà il protagonista di tutto il percorso artistico del pittore croato. Memore della lezione post impressionista, Prica disegna con grande forza espressionista figure e scene dai colori fauves articolandole in contrasti carichi di tensione dinamica.

All’inizio degli anni ’50 l’artista croato viaggia in India rimanendo affascinato dalla cultura e dalla tradizione della locale pittura e scultura (si dice sia stato folgorato dagli affreschi rupestri di Ellora e Ajanta). È in questi anni che le forme si semplificano e l’azione pittorica di Prica si fa più libera attraverso un ‘primitivismo’ comunicativo vicino alle esperienze dell’action painting.

Il segno diviene funzionale al colore mentre le composizioni presentano come soggetti la rappresentazione e l’espressione sintetica di forze e ‘paesaggi’ naturali. Pittura che negli anni ’60 si fa quasi astratta e, se ha come motivo sempre un’ispirazione naturalistica (le stagioni, la natura, le fioriture), non rimane però più imbrigliata nelle geometrie, nei rapporti e nei contorni di una resa realistica.

Grafemi e ortogonalità sembrano inscenare una lotta gioiosa dove il colore governa le mille sfaccettature dell’energia vitale. Stima: 14.000€/18.000€.

Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – da capitoliumart.it
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70x70, 1968-1970
Bruno Munari, Negativo-positivo, olio su tela, 70×70, 1968-1970 – Lotto n. 18 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Il dinamismo cromatico delle forme e l’instabilità percettiva degli elementi della composizione sono alla base del celebre ciclo di Bruno Munari “Negativo-positivo” (lotto n. 18).

L’incertezza infatti generata nelle forme dall’accostamento di colori dominanti e/o complementari fa in modo di provocare nello spettatore la sensazione di piani che aggettano dalla superficie oppure si ritirano a seconda della direzione dello sguardo dello spettatore e della durata dell’osservazione.

Si tratta di opere innovative che vanno oltre il concretismo, di cui Munari è uno dei padri nel 1950 nel contesto del M.A.C. Movimento Arte Concreta. Infatti non solo l’artista milanese anticipa di più di un decennio tematiche che saranno dell’optical art, ma indaga anche dinamiche spazio-temporali attraverso movimenti percettivi che occupano intervalli di durata e allo stesso tempo superfici e forme che svolgono la composizione sull’asse della profondità. Tanto che l’artista stesso apre in alcuni esemplari del ciclo “Negativo-positivo” alla dialettica integrativa fra la bidimensionalità della tela e la parete su cui è appesa l’opera.

“Un effetto simile […] si ha nella comune scacchiera per il gioco degli scacchi: è difficile stabilire se si tratta di una superficie bianca coperta in parte da quadrati neri e viceversa. Ogni volta che tentiamo di fissare una situazione, questa si capovolge immediatamente nell’altra.

Naturalmente la scacchiera non ha interessi di carattere estetico poiché la quantità di nero e bianco sono equivalenti. Nei negativi-positivi invece l’autore cerca di creare anche un interesse estetico dato da sproporzioni quantitative di spazio e colore” scrive Bruno Munari in “Codice ovvio”, Einaudi, 1971. Stima: 14.000€/18.000€.

Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – da capitoliumart.it
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50x100, 1950
Roberto Crippa, Spirale, olio su tela, 50×100, 1950 – Lotto n. 31 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Le “Spirali” di Roberto Crippa sono fra le opere dell’arte astratta e dello spazialismo italiano più immeritatamente bistrattate dal mercato dell’arte nazionale ed internazionale.

Appena uscito dall’Accademia di Brera Crippa fu alla Biennale di Venezia proprio nel 1950, anno in cui firma con Lucio Fontana il “Manifesto dello Spazialismo”. Nel 1951 sarà di nuovo fra i firmatari del “Manifesto dell’Arte Spaziale”.

Un’opera come questa in asta al lotto n. 31 rappresenta al meglio le idee e gli stimoli culturali sottesi a quell'”affondo spaziale” (come ben definito da Luciano Caramel) che Crippa compie, con le “spirali”, sul limite estremo degli anni ’40.

Siamo infatti nella milano post-boccioniana e industriale del dopoguerra, fervente delle nuove idee di rinnovamento del linguaggio picassiano anche attraverso una maggiore aderenza alle innovazioni scientifiche e al razionalismo di stampo costruttivista (si ricordi l’esperienza del M.A.C. Movimento Arte Concreta, 1950).

Le spirali bianche su fondo nero di Crippa sono infondo l’espressione di una presa di possesso dello spazio, non solamente mentale, ma anche fisico. Sono la trasposizione ideale di un gesto vitalistico e controllato, lampi di luci al neon artificiale che indagano l’ignoto.

Si pensi alla vicinanza con sperimentazioni che Lucio Fontana conduce negli stessi anni con cartapesta, sostanze fluorescenti e lampada di Wood o alla celebre ambientazione spaziale realizzata nel 1951 alla IX Triennale di Milano: una “Struttura al neon” progettata per gli architetti Marcello Grisotti e Luciano Baldessari, sospesa al soffitto nella sede della Triennale di Milano, sicuramente ispirata dalle spirali di Crippa, che supera in un attimo la divisione netta fra architettura, scultura e pittura nel segno di un’arte totale. Stima: 10.000€/14.000€.

Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – da capitoliumart.it
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60x60, 1960
Agenore Fabbri, Senza titolo, tecnica mista su tavola, 60×60, 1960 – Lotto n. 33 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Nato a Pistoia nel 1911 Agenore Fabbri qui frequenta la Scuola di Arti e Mestieri per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. A Firenze l’artista partecipa al fervente ambiente culturale che ruota attorno al Caffè Giubbe Rosse dove conosce Eugenio Montale e Ottone Rosai.

Fabbri si distingue negli anni ’30 come scultore con opere che hanno per soggetto figure umane e animali catturate con fortissima carica espressionista in situazioni di lotta, nella contrazione di arti e muscoli.

A metà del decennio Fabbri è attivo anche ad Albisola dove si trasferirà dedicandosi alla ceramica, mezzo particolarmente amato per la possibilità di un contatto diretto e non mediato con la materia.

Dopo la guerra l’artista pistoiese fu uno dei massimi protagonisti dell’informale sia in scultura che in pittura. I materiali preferiti divengono il bronzo e il legno, quest’ultimo impiegato qui al lotto n. 33 “Senza titolo”. Si tratta di una rappresentativa opera del 1960 in cui Fabbri lacera il materiale in bicromia (rosso e nero) accentuando la carica gestuale e metaforica nel segno di una violenza memore dell’esperienza bellica che l’artista assurge a condizione esistenziale.

Da ricordare che nel 1952 e proprio nel 1960 la Biennale di Venezia gli dedica una sala personale. Stima: 10.000€/44.000€.

Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – da capitoliumart.it
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80x100, 1985
Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, olio su tela, 80×100, 1985 – Lotto n. 36 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

“Per contenuto nelle mie opere intendo l’idea, cioè la vita, la vita generale anche economica; tutto è vita come tutto è movimento. Il tendere alla spiritualizzazione di una linea è un’aspirazione interiore. Mia idea è far vivere contemporaneamente ogni cosa in armonia, in un tempo ed in uno spazio indeterminato. Contenuto mistico se vogliamo, in quanto tendo ad una comunione universale, ad una fusione ed ad un annullamento di una realtà impura” scrive un precocissimo Emilio Scanavino (nato a Genova nel 1922) in Pittori d’avanguardia a Genova, in “Numero. Arte e letteratura”, a. III, n.1, Firenze, 31 gennaio 1951.

E in questa affermazione c’è già tutta l’arte che verrà di Scanavino, fino al 1986, l’anno della morte, preceduto dalla stagione dei grandi “Alfabeti senza fine” (lotto n. 36). Perché la definizione corretta per l’arte dell’artista ligure non è astrattismo, informale, spazialismo, nuclearismo, tachismo, arte segnica; o meglio non può essere compendiata in nessuna di queste definizioni se non allo stesso tempo utilizzandole tutte.

In Scanavino c’è un linguaggio originalissimo che non si riduce alla cupezza dell’amato Wols né alla forza deformante di Bacon e nemmeno alle esperienze degli artisti della Galleria del Naviglio, cui pure l’artista fu assi vicino all’inizio degli anni ’50 per quella indagine di uno spazio al confine fra realtà e coscienza.

Scanavino infatti a un certo punto pesca in questa nebulosa coscienza, fa un salto nel vuoto ed ha una rivelazione. Scanavino cattura istantanee, attimi di verità assoluti e sempre veri, sbircia oltre il velo facendo drammatica e sentita esperienza del sangue vivo che ci scorre sotto: il linguaggio disarticolato, crudele, gutturale, mummificato e infallibile dell’esistenza. Stima: 26.000€/34.000€.

Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – da capitoliumart.it
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100x70, 1978
Tano Festa, Eva, acrilico su tela, 100×70, 1978 – Lotto n. 48 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera assai ricca iconograficamente questa al lotto n. 48 “Eva” di Tano Festa. Si tratta di una delle tipiche scene rielaborate dal Michelangelo della Cappella Sistina di cui l’artista romano della Scuola di Piazza del Popolo decontestualizza la figurazione facendola propria in senso concettuale.

Tutto in quest’opera contribuisce ad un nuovo senso che unisce in chiave pop il ‘ricalco’ degli elementi iconografici del “Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” del grande artista fiorentino a stilemi tipici di Festa: le nuvole quale richiamo alla trascendenza metafisica, i riquadri optical che rimandano alle celebri finestre, combinate metaforicamente in ordine ascensionale quasi ad aprire ad uno spazio non solo orizzontale ma anche verticale in piani sempre più astratti; infine i ‘pallini’ vuoti e pieni, derivati da Arnheim, che marcano la scansione temporale della percezione.

Su tutto il colore rosso peccato che in quest’opera calza a pennello andando a far vibrare sedimentazioni subliminali ivi lasciate dalla nostra cultura rinascimentale e cristiana. Stima: 6.000€/8.000€.

Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – da capitoliumart.it
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50x50, 1976
Agostino Bonalumi, Bianco, acrilico su tela estroflessa, 50×50, 1976 – Lotto n. 59 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Brianzolo classe 1935 Agostino Bonalumi si inserì giovanissimo nell’avanguardia artistica degli anni ’50 a Milano con Lucio Fontana, Enrico Baj, Piero Manzoni ed Enrico Castellani (gruppo che dette vita nel 1959 alla rivista Azimuth).

Alla base del lavoro di questi artisti c’era essenzialmente un’esigenza: dimostrare che il linguaggio artistico era ancora capace di suggerire, anzi individuare, delle possibilità; che la conoscenza e la manipolazione della materia e degli elementi può condurre ad una scoperta.

L’estroflessione della tela, insieme ad un lavoro sulla monocromia e gli effetti di luce sui volumi, sono i mezzi attraverso i quali due di questi artisti (Castellani e Bonalumi) riuscirono a sviluppare tali presupposti concettuali.

“[…] Da qualunque parte si vogliano prendere, le opere di Bonalumi risultano comunque, fisicamente e concettualmente, espressione di una dialettica, di un equilibrio, sempre suscettibile di produrre nuove variazioni: l’equilibrio imperfetto, per esempio, fra rigore geometrico e deviazione dalla stessa norma geometrica che ispira i primi, straordinari, cicli degli anni Sessanta; la dialettica fra l’interesse verso soluzioni formali quasi optical e il rigore con cui l’oggettualizzazione dell’opera viene perseguita, al di qua di qualunque ricerca dell’effetto; la dialettica fra contenimento nei limiti fisici dell’opera e l’apertura verso l’ambiente; la dialettica, infine, fra definizione e provvisorietà, sostenuta da un’idea dell’opera come embrione di forma, come qualcosa di sospeso, qualcosa che sta per essere” (dal catalogo della mostra “Agostino Bonalumi. Colori nello Spazio”, Novembre 2005 presso Lattuada Studio a cura di Flavio Lattuada con testo di Martina Corgnati). Stima: 40.000€/60.000€.

Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – da capitoliumart.it
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150x130, 2005
Davide Nido, Impressionista impressionato, colle termofusibili su tela, 150×130, 2005 – Lotto n. 78 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Opera di qualità e buone dimensioni di Davide Nido al lotto n. 78 “Impressionista impressionato”.

Dopo gli studi con Luciano Fabro all’Accademia di Belle Arti di Brera, Nido diviene assistente di Aldo Mondino. Proprio dall’eclettico artista torinese Nido eredita la passione per i materiali concentrando tutta la sua attività artistica sull’uso di colle siliconiche applicate a caldo attraverso l’uso di una pistola termofusibile.

Una combinazione di arte optical e colori pop contraddistingue il linguaggio di Nido che è irriducibile ad una corrente artistica.

La ripetizione di simboli geometrici elementari, il contrasto dei colori complementari, le differenze di dimensione degli elementi e lo sfalsamento dei piani ritmici messo in atto dall’artista di Senago (classe 1966) contribuiscono assieme alla creazione di una continua interferenza percettiva. Questa assume, proprio attraverso lo sbilanciamento del colore, un andamento più caotico che controllato, generando una tensione continua fra percezione di una razionalità e impossibilità di contenimento.

“Una finestra che guarda l’universo” ha definito Nido le proprie opere che non sono altro che scoperta derivante dal lavoro sulla varietà, alchimia sull’infinita combinazione delle particelle elementari della materia. “Coriandoli” e “Tutto” sono fra l’altro titoli significativi di due dei più importanti cicli pittorici dell’artista. Stima: 10.000€/14.000€.

Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – da capitoliumart.it
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70x50, 42/60, 1970
Michelangelo Pistoletto, Il telefono, serigrafia su lastra di acciaio, 70×50, 42/60, 1970 – Lotto n. 83 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Michelangelo Pistoletto nasce a Biella nel 1933. Si forma inizialmente nello studio del padre, pittore e restauratore. Frequenta poi la scuola di grafica pubblicitaria diretta da Armando Testa.

La prima personale di Pistoletto è alla Galleria Galatea di Torino nel 1960. Qui l’artista presenta le prime ricerche sull’autoritratto che fin da subito si pongono al centro di un lavoro che conduce l’artista a riflettere, quasi in modo esistenziale, sul nostro essere hic et nunc.

Riflessione che porta Pistoletto, già nel 1962, all’ideazione dei primi “Quadri Specchianti” realizzati come riporti fotografici su carta velina applicata su lastre di acciaio inox lucidate a specchio (lotto n. 83 “Il telefono”).

Sono queste opere che aprono le porte del successo internazionale all’artista biellese. In questi anni espone alla Galleria Sonnabend di Parigi (1964), al Walker Art Center di Minneapolis (1966), al Palais des Beaux Arts di Bruxelles (1967), al Boijmans van Beuningen Museum di Rotterdam (1969).

Sono anche opere rappresentative dell’arte povera, nella definizione di Germano Celant del 1968 coniata nell’introduzione alla celebre mostra omonima presso la Galleria de’ Foscherari: “Se noi ‘recitiamo’, Pistoletto (e con lui Pascali, Kouneilis, Paolini, Merz, Anselmo, Zorio, Piacentino, Prini, Boetti, Fabro) non recita. Se il vivere ha lasciato il comando al vedere, Pistoletto inizia, con gli specchi, a ricostruire fenomenologicamente chi siamo e come siamo.

La realtà entra nello specchio ed è la prima tappa per un rapporto globale tra arte e vita. Pistoletto non gioca ad essere qualcuno, trovato un ‘mestiere’ non vi si affonda, non crede nell’autonomia della sua parte, il suo esserci (la presentazione dell’immagine fissa nello specchio) deve immediatamente dialogare con la vita (l’immagine riflessa). Con la stratificazione tra le due immagini ‘rappresenta’ l’osmosi tra arte e vita. Ma non gli interessa neppure rappresentare, non vuole continuare a recitare, in tutti i modi intende vivere nel presente, preferisce così vivere nel ‘vuoto’ esistente tra arte e vita”. Stima: 18.000€/24.000€.

Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – da capitoliumart.it
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50x46, 1962
Carmelo Cappello, Senza titolo, bronzo, 50×46, 1962 – Lotto n. 97 – Immagine da capitoliumart.it – Asta Capitolium Art n. 221

Carmelo Cappello, nato a Ragusa nel 1912, frequentò i corsi di Marino Marini all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Monza negli anni ’30. Nel 1937 debutta come scultore alla Galleria Bragaglia di Roma. Nel 1940 è già alla sua prima Biennale di Venezia.

Dopo un primo periodo di ispirazione figurativa Cappello inaugura negli anni ’50 (i primi abbozzati accenni nelle grandi sculture in alluminio “L’uomo nello spazio” e la successiva scultura “Acrobati” del 1955 esposta  alla Triennale di Milano) un personale linguaggio scultoreo astratto caratterizzato da linee curvilinee e volumi, come qui al lotto n. 97 “Senza titolo”, in una ricerca di armonie ed equilibri spaziali bidimensionali.

Una scultura quella dell’artista ragusano che risente dell’influenza del costruttivismo russo di Tatlin ed in seguito delle ricerche di compenetrazione spaziale che vanno da Brancusi ad Anton Pevsner. Cappello rielabora queste esperienze in un linguaggio originale che integra arabeschi di ispirazione industriale e ‘macchinistica’ nella realtà stessa che entra a pieno titolo a far parte dell’opera alla ricerca di una sintesi, poi riuscitissima, fra arte e natura.

Carmelo Cappello ha esposto alla Biennale di Venezia nel 1940, 1948, 1950, 1952, 1954 e 1958; alla Triennale di Milano nel 1951, 1954 e 1957 ed alla Quadriennale di Roma nel 1933, 1943, 1947, 1955, 1965, 1973 e 1986. Stima: 6.000€/8.000€.